Ognuno di noi è in una certa misura dipendente da qualcuno, a seconda dei periodi, dei contesti e delle situazioni. La dipendenza è un vissuto importante e funzionale alla nostra esistenza: ci permette di chiedere aiuto nei momenti del bisogno. Spesso nella cultura occidentale il mito dell’indipendenza e del motto “chi fa da sé fa per tre” condiziona il nostro modo di pensare e di vedere la vita attribuendo al fenomeno della dipendenza esclusivamente un significato negativo. Tuttavia una totale indipendenza è praticamente impossibile e soprattutto dannosa. Cerchiamo di capire il perché e al tempio stesso di comprendere quando la dipendenza affettiva diventa un qualcosa di nefasto.

                             

  

Dipendenza affettiva: i “pro” e i “contro”

Come detto, è impossibile essere totalmente indipendenti e non avere bisogno del supporto di nessuno. Tutti noi abbiamo la necessità di un riconoscimento e di un “rifornimento affettivo” provenienti dagli altri, soprattutto dalle persone significative: persone che ci forniscano affetto, empatia, approvazione, ammirazione, amore. Tutto questo serve per supportare la nostra autostima che è intrinsecamente collegata all’ambiente sociale e al rapporto con gli altri significativi.
Ci sono tuttavia delle persone che manifestano una certa problematicità con la dipendenza dagli altri evidenziando profondi conflitti interni in relazione a tale fenomeno. In questo caso ci troviamo di fronte a persone che non sono minimamente in grado di fare a meno di alcune persone, a costo di annullare totalmente se stessi. Queste penose condizioni prendono il nome di Disturbo Dipendente di Personalità. In tale tipo di disturbo la dipendenza è così forte da risultare patologica. Sia ben chiaro: con questo disturbo di personalità non intendiamo forme di dipendenza da sostanze stupefacenti o alcoliche (questo è un altro tipo di patologia), bensì gravi forme di dipendenza relazionale, dipendenza da persone significative verso cui ci si sente completamente in balia e senza le quali no si riesce a fare quasi nulla e non si è in grado di condurre un’esistenza in sicurezza e autonomia. Andiamo ad analizzare le caratteristiche principali di tale disturbo.

 

                                                                                                    

 

Caratteristiche del Disturbo Dipendente di Personalità

Le persone dipendenti presentano un atteggiamento straordinariamente sottomesso, hanno bisogno di ricevere sempre rassicurazioni/conferme e soprattutto non sono capaci di condurre una vita appagante e stimolante se non c’è qualcuno che si prenda cura di loro.
Tale disturbo di personalità è spesso accompagnato da altri disturbi quali depressione maggiore, disturbi d’ansia e disturbi dell’ alimentazione che vanno inevitabilmente ad esacerbare i già presenti tratti di dipendenza.
Un’altra caratteristica di queste personalità è quella di non avere mai il coraggio di manifestare disaccordo o disappunto nei confronti degli altri, per paura di perderne vicinanza. Essi inoltre, non sono in grado di pianificare progetti per sé in quanto carenti di autostima e di fiducia nei propri mezzi: di qui la necessità di fare affidamento a qualcun altro che possa dare loro conferme se stanno facendo bene o male.
Le persone con Disturbo Dipendente di Personalità possono arrivare a fare qualsiasi cosa (anche le più degradanti) pur di continuare a ricevere supporto e vicinanza emotiva. La marcata difficoltà a prendere decisioni senza chiedere consiglio all’altro è alla lunga fonte di profondo disagio a livello relazionale.
L’elemento cardine del funzionamento dipendente è senza dubbio il terrore della separazione.
In terapia questi soggetti sono molto collaborativi e stabiliscono prontamente una salda alleanza terapeutica con lo psicologo. In qualsiasi circostanza, pur di non perdere il supporto e l’approvazione dello psicologo, cercano di adeguarsi al suo stile relazionale e a comprendere il suo funzionamento psicologico. In terapia, il paziente dipendente si porrà nei confronti del terapeuta con una atteggiamento da “figlio accondiscendente”, da “bravo bambino che obbedisce” guardandosi attentamente dal mettere in gioco qualsiasi forma di aggressività o disappunto per paura di compromettere il rapporto.
Sarà compito dello psicologo evitare di assumere il ruolo di “madre” o “padre” benevolo stimolando invece movimenti verso l’autonomia e l’indipendenza e contenendo al tempo stesso le possibili ansie legate ad un approccio alla vita di questo tipo.

                                   

A molte persone capita spesso di vedere negli altri aspetti negativi o criticità che in realtà appartengono a loro.
Questo fenomeno costituisce un meccanismo di difesa primitivo molto importante di cui tutti noi ci serviamo in maniera più o meno consistente nel corso della vita e che in molte circostanze ci è di aiuto per difenderci da minacce esterne. Tale meccanismo di difesa prende il nome di proiezione.
La proiezione è un meccanismo psichico che affonda le sue radici nella prima infanzia e che ci aiuta (insieme all’introiezione) a distinguere poco per volta quali esperienze provengano dal mondo esterno e quali da dentro di noi. Analizziamo meglio questa difesa.

                                                          

 

Che cos’è la proiezione?

La proiezione è un meccanismo difensivo tramite cui qualcosa proveniente dall’interno di sé viene ritenuto proveniente dal mondo esterno. Tale difesa può avere dei risvolti positivi e negativi nella vita di tutti i giorni. Proviamo a concentrarci sugli aspetti positivi: la proiezione, se usata in modo maturo e adeguato, è l’elemento cardine per giungere all’empatia, ossia la capacità di immedesimarsi nell’altro intuendone i vissuti e gli stati d’animo. Tale difesa consente di proiettare appunto l’esperienza di noi stessi e del mondo per comprendere la soggettività di un’altra persona. Proviamo a pensare alla sorprendente capacità degli innamorati di interpretare e cogliere i vissuti dell’altro in modalità che talvolta sembrano quasi magiche: questo è semplicemente il risultato della proiezione. Essa pertanto, nei contesti favorevoli, è fondamentale per sviluppare doti quali intuizione ed empatia.
Come già detto, però, la proiezione presenta anche degli scopi difensivi. Essa può essere considerata come un processo attraverso il quale l’individuo allontana da sé un contenuto psichico (un pensiero, una sensazione, un’emozione) che non riconosce per collocarlo in un luogo esterno. Solitamente, il contenuto che viene proiettato è un qualcosa di indesiderato che dà fastidio. Quale soluzione migliore se non disconoscerla e buttarla fuori attribuendola a qualcun altro?
Molti gruppi politici, sette religiose, istituzioni o associazioni a connotazione marcatamente identitaria fanno uso della proiezione per rimarcare le proprie differenze dagli altri vedendo negli altri il “negativo” e soltanto nel proprio gruppo il “positivo”: i meccanismi proiettivi sono costantemente in mezzo a noi e fanno tranquillamente parte della nostra vita quotidiana.
Tuttavia, se utilizzata in maniera massiccia e opprimente, la proiezione può sortire effetti devastanti.

                                                    

 

Proiezione e psicopatologia

Come già spiegato in precedenza, la proiezione è un’operazione psichica che la persona adotta per individuare in persone o cose aspetti di sé che rifiuta oppure che non considera appartenenti a sé. In psicoanalisi viene considerato un meccanismo difensivo inconscio attraverso cui il soggetto risponde a sollecitazioni interne spiacevoli non riconoscendole come proprie e attribuendole agli altri: una sorta di “gesto liberatorio” inconsapevole.
Nelle forme più patologiche, tale difesa è responsabile di tremende incomprensioni e gravissime conseguenze a livello relazionale, in quanto i bersagli della proiezione (persone, cose, situazioni) vengono distorti in maniera considerevole, con inevitabile compromissione della realtà: è ovvio che quando una persona proietta sugli altri contenuti di Sé inaccettabili, vedrà gli altri come ostili e cattivi e si rapporterà a loro in maniera oppositiva se non addirittura aggressiva e violenta (nei casi più gravi). È inevitabile che le conseguenze delle forme gravi di proiezione sia l’isolamento sociale e l’ostilità da parte dell’ambiente circostante: è normale che gli altri si alterino se vengono visti dalla persona che proietta in modo sbagliato e distorto.
Quando un individuo utilizza la proiezione come strumento principale per rapportarsi agli altri e approcciarsi alla vita di tutti i giorni, presenta una personalità paranoide. Quando l’utilizzo della proiezione diventa invece così invalidante da condizionare in maniera significativa l’esistenza della persona, ci troviamo invece di fronte ad un disturbo paranoide di personalità, patologia che andremo ad approfondire in uno dei prossimi articoli.

                                                                       

Una mole ormai consolidata di studi scientifici ha appurato che diversi animali, soprattutto cani, gatti, cavalli e conigli, possono svolgere un’importantissima funzione di supporto psicologico nei confronti dell’uomo, non soltanto in un contesto familiare, ma anche e soprattutto nell’ambito della riabilitazione psichiatrica e di aiuto psicologico per problematiche quali depressione e ansia.
Questo perché? Perché tali animali (soprattutto i cani) sono capaci di “sintonizzarsi” con gli stati emotivi degli esseri umani e quindi di comportarsi di conseguenza generando una sorta di “movimento empatico” verso la persona, aspetto che presenta ovviamente dei risvolti terapeutici e di supporto psicologico. Ma analizziamo un po’ più a fondo il fenomeno della Pet Therapy.

                             

 

Che cos’è la pet Therapy

Il termine “Pet Therapy” significa letteralmente “terapia animale”, ossia “cura con gli animali. Tuttavia il termine inglese “pet” ha come termine derivato da esso la parola “petting” che significa “coccolare”, “accarezzare affettuosamente” e rimanda ad un contatto fisico stretto, amorevole che costituisce l’elemento base della Pet Therapy.
Gli animali sono utilizzati a scopo terapeutico per svariate problematiche e con risultati molto soddisfacenti. La Pet Therapy si è rivelata molto efficace nel trattamento di disturbi comportamentali dei bambini quali timidezza e insicurezza, difficoltà a socializzare, problemi nel rendimento scolastico, ecc. Essa è molto utile nel campo riabilitativo (per esempio in trattamenti di riabilitazione per deficit motori) oppure nell’ambito più prettamente medico (supporto per malattie croniche, degenerazioni neurologiche e malattie neuro-muscolari). Ma è nell’ambito psicologico e della riabilitazione psichiatrica che la Pet Therapy presenta le sue maggiori potenzialità: essa risulta molto efficace nei trattamenti delle forme più attenuate di autismo (così come anche in quelle più serie, tuttavia i risultati più sorprendenti si sono riscontrati in quelle meno gravi) e nel trattamento e prevenzione dei disturbi d’ansia e dei disturbi depressivi. Per quel che concerne i disturbi depressivi, è stato notato che i risultati migliori sono stati ottenuti con pazienti depressi in età geriatrica.
Sono diverse le dinamiche che si vengono ad attivare nell’ambito della Pet Therapy. Proviamo ad esaminarle.

                                    

 

Effetti terapeutici della Pet Therapy

La dinamica che viene attivata in maniera più considerevole dalla Pet Therapy è quella affettivo-emozionale: è stato riscontrato che più è intenso il legame affettivo che si viene a creare tra paziente e animale, più evidenti saranno i benefici. Il legame uomo-animale presenta infatti degli effetti rilassanti e rassicuranti che vanno ad incidere positivamente su disturbi di disregolazione emotiva quali ansia e depressione. Diversi studi hanno evidenziato inoltre come la Pet Therapy influisca sulla produzione di adrenalina e ormoni dello stress con conseguente diminuzione della pressione arteriosa e un rallentamento del battito cardiaco e del respiro, aspetti di vitale importanza ai fini della riduzione dell’ansia, per esempio.
Un’altra dinamica che la Pet Therapy va a coinvolgere è quella della stimolazione psicologica: un rapporto uomo-animale alquanto intenso costituisce uno stimolo importantissimo dal punto di vista psicologico. Questo dà origine a tutta una serie benefici a livello emotivo-relazionale. Per esempio, il doversi prendere cura di un animale (pulirlo, dargli da mangiare, dargli da bere, accudirlo) porta da una lato a “staccarsi” per un momento dalla propria realtà di sofferenza quotidiana, dall’altro di confrontarsi col prendersi cura di un essere vivente a cui si tiene e che è bisognoso di attenzioni. Quest’ultimo aspetto può essere “spostato” col tempo sugli altri e su se stessi. Cosa significa? Significa che la persona, prendendosi cura di una animale, si “allena” a prendersi cura in futuro delle parti più bisognose e sofferenti di Sé, così come degli altri. Pertanto la Pet Therapy, nei contesti di disturbi depressivi, è di grande utilità e sollievo.
Altre dinamiche messe in gioco all’interno della Pet Therapy sono senza dubbio quella ludica, dove la dimensione del gioco influisce positivamente sull’umore e su una maggiore reattività dal punto di vista fisico, e la dinamica psicosomatica (è stato evidenziato da diversi studi come la Pet Therapy influisca molto positivamente anche sull’attenuazione dei problemi di natura psicosomatica) (Ballarini, 2003).
Ovviamente, non è sufficiente la Pet Therapy per risolvere completamente disturbi complessi quali ansia e depressione, tuttavia, se integrata con altri interventi di natura supportivo-espressiva (psicoterapia, psicoterapia di gruppo, ecc.) può sortire degli effetti positivi davvero sorprendenti.

                                                         

L’ansia costituisce uno dei problemi psicologici più diffusi nella popolazione mondiale. Tutti noi nella nostra vita ci siamo confrontati con questo affetto in maniera più o meno consistente.
Storicamente l’ansia è l’affetto a partire da cui si è sviluppata la psicoanalisi e la psichiatria psicodinamica. Pertanto per psicologi, psicoterapeuti e psichiatri essa costituisce un’affascinante ma al tempo stesso difficilissima “sfida” da affrontare quotidianamente nelle pratica clinica. Esistono diverse categorie di disturbi d’ansia: il disturbo da attacco di panico, le fobie, il disturbo d’ansia generalizzato, l’agorafobia, il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo post-traumatico da stress, ecc.
Ma analizziamo più a fondo le dinamiche alla base dell’ansia.

                                                           

 

Ansia: un segnale di qualcosa che non va

L’ansia può essere definita come uno stato emotivo contraddistinto da paura e preoccupazione che non sono necessariamente collegate ad un qualcosa di concreto, a differenza della paura che invece insorge a seguito di un pericolo presente.
Proviamo ora a fare qualche considerazione più profonda sulle dinamiche dell’ansia e sulla sintomatologia che essa genera. L’ansia è un segnale della presenza di un pericolo nell’inconscio (la parte più profonda e primitiva del Sé). L’ansia ci comunica quindi che a livello profondo c’è qualcosa che non va, solo che di questo “qualcosa” non ne abbiamo coscienza. In risposta a questo segnale di ansia, l’Io (che è la parte più consapevole di noi) attiva delle specifiche operazioni mentali che ci vengono in aiuto per diminuire l’ansia: i meccanismi di difesa. Tali meccanismi, una volta attivi, impediscono a pensieri o vissuti inaccettabili di arrivare alla coscienza. Quando questi meccanismi di difesa funzionano bene, l’ansia viene adeguatamente tenuta a bada. Quando però il segnale d’ansia non è in grado di mobilitare in maniera soddisfacente i meccanismi di difesa, ne deriva un aumento ulteriore dell’ansia e l’insorgenza di tutta una serie di sintomi nevrotici.
Ecco che l’ansia in questi contesti diventa la manifestazione concreta di un conflitto inconscio fonte di sofferenza che deve essere individuato e integrato con il resto della personalità attraverso la psicoterapia.

                                         

 

Dinamiche alla base dell’ansia e considerazioni terapeutiche

L’ansia è un vissuto alquanto complesso e sfaccettato ed è sempre connessa ad una situazione di pericolo che la persona sente come molto concreta. Tali situazioni di pericolo percepito possono essere di varia natura. Un pericolo che spesso viene vissuto può essere quello di perdere una persona significativa, con conseguenti sentimenti di abbandono. Un altro pericolo di base connesso all’ansia è quello della perdita dell’amore e dell’affetto degli altri, un vero e proprio terrore del rifiuto. Vi è poi la paura della perdita dell’integrità del proprio corpo (con annesse paure ipocondriache), di danno o di mutilazione di parti del proprio corpo. Abbiamo poi la paura della perdita del riconoscimento della propria moralità con relativi sentimenti di colpa o di vergogna.
Un’altra paura importante spesso connessa a forti vissuti di ansia è quella della perdita del controllo di Sé, come per esempio perdere il controllo dei propri pensieri, movimenti, azioni oppure dei propri sentimenti e delle proprie sensazioni.
Come si può intuire, l’ansia presenta delle forti implicazioni a livello emotivo ma non solo: anche a livello cognitivo vi sono delle conseguenze nefaste quali distraibilità, confusione, problemi di concentrazione e deficit nell’efficacia del pensiero.
Nel trattamento psicoterapeutico ad orientamento psicodinamico l’obiettivo principale è quello di integrare le componenti affettive e cognitive legate ai disturbi d’ansia alla propria personalità, oltre ad un accurato lavoro teso a ridurre la tendenza a somatizzare ansia e angoscia, aspetto quest’ultimo che non aiuta a riconoscere le origini squisitamente psicologiche dei problemi d’ansia (in quanto vengono spostati sul corpo).
Benché l’ansia possa essere affrontata con una serie di tecniche focalizzate sul sintomo, un’analisi accurata delle cause profonde di questo penoso stato emotivo può favorire le relative capacità di controllo da parte del paziente per prevenire potenziali crisi di angoscia o problemi di natura psicosomatica.

                                                  

 

 

 

 

 

 

Con questo articolo apriamo una rassegna sui principali protagonisti della psicoanalisi e della psicoterapia descrivendo non solo la storia degli psicologi e degli psicoterapeuti che hanno posto le basi teoriche e metodologiche della psicoanalisi e della psicoterapia a indirizzo psicodinamico, ma anche i principali concetti di questa disciplina. Ovviamente, le scuole di pensiero che hanno segnato e impreziosito la psicoanalisi sono state molteplici e hanno contribuito ad affinare la tecnica e l’efficacia, di fronte anche alle nuove sfide di psicopatologie che si sono presentate col passare degli anni. In questa approfondita ed articolata serie di articoli sulla storia della psicoanalisi e della psicoterapia, non potevamo non partire dal padre indiscusso della psicoanalisi: Sigmund Freud.

                                                               

 

Nascita e giovinezza di Freud

Sigmund Freud nacque a Freiberg, in Moravia, il 6 maggio del 1856 da Jacob Freud e da Amalia Nathanson (terza moglie di Jacob Freud). Jacob, ebreo originario della Galizia, lavorava come commerciante e a causa della crisi politico-economica della sua terra, decise di trasferirsi con la sua famiglia a Vienna nel 1860.
Sigmund si laureò in Medicina nel 1881 presso l’università di Vienna e nel 1885, una volta divenuto docente in neuropatologia, si recò a Parigi per assistere alle ricerche sull’isteria del professore Jean Charcot, un importante neurologo francese celebre per i suoi studi neuropsichiatrici sull’isteria. Dal punto di vista formativo, assistere a questi studi sull’isteria fu di fondamentale importanza per il futuro sviluppo della teoria psicoanalitica di Freud.
Rientrato a Vienna, diresse in seguito il reparto di malattie nervose della clinica pediatrica di Kossowitz.
Nel 1889 tornò in Francia per approfondire le sue conoscenze sulla teoria ipnotica, altro elemento cardine per la futura formulazione delle teorie psicoanalitiche. La tecnica ipnotica assorbì Freud per diverso tempo e fu per diverso tempo una pratica terapeutica di riferimento per lui. Successivamente però abbandonò tale tecnica per concentrarsi su un nuovo metodo terapeutico: il metodo delle libere associazioni. Siamo agli “albori” della psicoanalisi.

                                                      

Età matura e morte

Nel 1899 Freud pubblica l’opera che fa da “spartiacque” per quel che concerne la nascita della psicoanalisi: “L’interpretazione dei sogni”. Nel 1901 Freud scrive un’altra opera fondamentale per il movimento psicoanalitico: “Psicopatologia della vita quotidiana”. A questo punto le sue teorie si diffusero molto velocemente: ha inizio una fervente collaborazione con altri grandi psichiatri e clinici quali Ferenczi, Jones, Abraham, Rank, Stekel, Sodger. In Svizzera conosce un altro grande clinico: Carl Gustav Jung. Con lui inizierà un’intensa collaborazione: nel 1909 Freud e Jung si recano negli Stati Uniti per una serie di conferenze sulla psicoanalisi. L’anno dopo fondano insieme l’Associazione Internazionale di Psicoanalisi. Successivamente tale collaborazione si interromperà per forti differenze di vedute sula psicoanalisi: Freud continuerà sulla strada della psicoanalisi cercando di affinare il suo impianto teorico-metodologico. Jung, invece, fonderà la psicologia analitica. Nel 1915 Freud pubblica un’opera importantissima: “Metapsicologia”. Essa consiste in una serie di scritti volti a descrivere il funzionamento mentale tramite concetti simbolici mutuati dalla fisica: questo rappresenta un importante tentativo di conferire dignità scientifica alla disciplina psicoanalitica.
Nel 1920 Freud viene nominato professore straordinario titolare all’Università di Vienna. Nel periodo che va dal 1920 al 1930 Freud pubblica testi importantissimi quali “L’avvenire di un’illusione”, “Il disagio della civiltà”, “L’Io e l’Es”. Nel 1938, a causa delle persecuzioni del regime nazista, Freud si trasferisce a Londra dove muore il 23 settembre del 1939.