L’ansia è una sensazione alquanto penosa caratterizzata da paura, attesa e apprensione che attanaglia molte persone in svariate situazioni, con conseguenze nefaste nella gestione della propria vita quotidiana.
L’ansia, quando non è correlata ad eventi stressanti o preoccupazioni concrete, presenta quasi sempre cause profonde che risiedono nell’inconscio. L’ansia è il risultato di un conflitto psichico tra desideri inconsci che si attiva sotto forma di segnale di pericolo. Tuttavia la persona che la avverte non è in grado di collegarla a questi conflitti, in quanto non ne è consapevole. Ecco che quindi l’insorgenza di ansia e disturbi ad essa connessi (attacco di panico, disturbo d’ansia generalizzato, agorafobia, claustrofobia, ecc.) origina spesso dagli accadimenti della storia di vita della persona.

                                                                  


Che cos’è il Disturbo Evitante di Personalità

Quando tuttavia l’ansia organizza tutta la personalità dell’individuo creando marcate difficoltà nel rapportarsi con gli altri, ci troviamo di fronte ad uno specifico disturbo. Tale disagio coinvolge l’intero modo di sentire la vita e di percepire gli altri. Il soggetto, per star bene, tenta di sottrarsi a tutte le situazioni sociali. In casi come questo ci troviamo di fronte ad un Disturbo Evitante di Personalità.
Il soggetto con personalità evitante desidera avere delle relazioni interpersonali strette ma ne è spaventato, angosciato. E questo perché? Per il semplice fatto che nel rapporto con l’altro teme di andare incontro ad un’umiliazione o ad un rifiuto causati da inadeguatezza o goffaggine.
Spesso il desiderio di relazioni umane dell’individuo evitante non si riesce a cogliere perché il loro modo di porsi risulta chiuso, riservato, introverso.
Proviamo ad analizzare le caratteristiche principali di questo disturbo che presenta a lungo andare delle pesanti ripercussioni nella qualità della vita.
L’elemento cardine di questo disagio è dato da una sensazione generale di inadeguatezza e di marcato timore del giudizio negativo da parte degli altri. Solitamente tale disturbo si presenta e si consolida nella prima fase dell’età adulta (dai 20-25 anni in avanti). Ma non sono soltanto queste le caratteristiche di tale disagio.

                                                                                             

Caratteristiche psicologiche della personalità evitante

Innanzitutto, questo terrore per il giudizio altrui porta a delle conseguenze concrete nella vita di tutti i giorni. Per esempio, questi soggetti tendono ad evitare occupazioni lavorative che richiedono relazioni e contatti umani, in quanto il timore di essere considerato negativamente o giudicato comprometterebbe la produttività in maniera irreparabile. Quindi tali persone evitano spesso questo tipo di lavori ma non perché non siano capaci di svolgerli, bensì perché non sarebbero in grado di reggere il confronto con gli altri.
Le persone evitanti fanno un’immensa fatica a relazionarsi con gli altri: lo faranno soltanto se hanno la certezza assoluta di essere approvati. Questa caratteristica evidenzia come talvolta in questo tipo di personalità siano presenti componenti narcisistiche, dove la preoccupazione di piacere ed essere approvati guida l’esistenza, evidenziando un fragilità di fondo del proprio Sé.
Ovviamente anche nelle relazioni più profonde e significative (così come nella sessualità) la persona evitante andrà in difficoltà, in quanto avvertirà il terrore di essere messo in ridicolo o peggio ancora umiliato. Sono perenni le preoccupazioni di essere messo in discussione nelle situazioni di gruppo, situazioni da cui il soggetto evitante cercherà sempre di tenersi alla larga, questo perché egli si considera un incapace e una persona che non può assolutamente destare interesse nell’altro, ma solo derisione o disprezzo.
Provando ad immedesimarsi in questo tipo di personalità, si comprende la notevole sofferenza psichica cui vanno incontro queste persone che si trovano di fronte ad un dilemma devastante: da un lato il forte desiderio di contatto umano e di condivisione, dall’altro il terrore di non essere all’altezza del confronto con gli altri, con conseguente ritiro sociale e una penoso senso di solitudine.
Nei prossimi lavori approfondiremo le cause psicodinamiche di questo disturbo e gli approcci terapeutici cui si può ricorrere.

                                                                                   

 

Molte persone ahimè hanno provato sulla loro pelle i sintomi della depressione clinica: tristezza opprimente, totale mancanza di energie e vitalità, perdita di piacere nello svolgere attività che prima suscitavano appagamento, problemi con la regolazione del sonno e con l’alimentazione. Abbiamo potuto evidenziare negli articoli precedenti come vi siano alcune personalità con una maggiore predisposizione a sviluppare sintomi di questo tipo: le personalità depressive appunto. Di esse abbiamo già descritto l’affettività, il temperamento, le peculiarità e i meccanismi difensivi che le caratterizzano. In questo lavoro, invece, inizieremo ad approfondire un altro aspetto fondamentale: quello della qualità delle relazioni e delle cosiddette relazioni oggettuali.

                                                        

Relazioni oggettuali ed esperienza di perdita

Che cosa si intende per relazioni oggettuali? Esse sono quelle relazioni che si instaurano con le persone presenti nel mondo esterno, in particolare con le figure genitoriali durante l’infanzia, e con le persone e le fantasie interiorizzate e custodite nel proprio mondo interno, altrettanto importanti per lo sviluppo della propria personalità. Nell’ambito della depressione e delle personalità depressive, lo psicologo non può non prendere in considerazione la tematica della perdita nell'ambito delle relazioni, elemento cardine nella costruzione della personalità depressiva. Nello sviluppo di questi individui gioca pertanto un ruolo chiave l’esperienza di perdita precoce o ripetuta. Le origini della sofferenza depressiva risiedono in esperienze precoci di separazione da una figura di riferimento, una persona significativa, che in termini tecnici definiamo “oggetto d’amore”.Sia ben chiaro: quando parliamo di “esperienze precoci di perdita o separazione” non intendiamo necessariamente una perdita reale. L’esperienza di perdita o separazione può anche essere squisitamente interna: per esempio, il bambino che, su pressione di mamma o papà, rinuncia ad utilizzare il ciuccio prima che sia emotivamente pronto a questo passo. Spesso, situazioni di svezzamento precoce possono innescare funzionamenti depressivi più o meno marcati. I bambini, se non vengono costretti troppo in fretta, sono in grado di svezzarsi autonomamente, in quanto lo slancio verso l’autonomia è altrettanto forte quanto il bisogno di dipendenza: eccessive forzature in questo ambito possono portare a funzionamenti depressivi che poi si riverberano inevitabilmente nel rapporto con l’altro, un rapporto che sarà all’insegna della rinuncia e della nostalgia.

                                                         

Origini profonde del funzionamento depressivo

Solitamente, nelle varie fasi di svezzamento e indipendenza di un figlio, la mamma avverte una certa sofferenza, mista ad una crescente soddisfazione per la conquista di autonomia da parte del bambino: un “mix” di orgoglio e angoscia per un fenomeno che genera ambivalenza, ossia gioia per la crescita del piccolo e dolore per la perdita di una fase della propria maternità che non tornerà mai più. Il bambino ha la percezione di questo vissuto contrastante della mamma e si aspetta da lei una piccola “dose” di commozione per le sue fasi importanti di cambiamento. Questo solitamente si verifica nelle condizioni ideali, dove si costruisce una serena relazione madre-bambino in cui la crescita del figlio è incoraggiata adeguatamente.

Nelle condizioni depressive invece la madre, di fronte alle spinte al cambiamento del figlio, può reagire in due modi differenti:

  1. soffre talmente tanto per queste situazioni da aggrapparsi disperatamente al figlio facendolo sentire in colpa ogni volta che egli cerca di muoversi da solo. In questo modo, il messaggio implicito che viene trasmesso è “senza di te sarò sola e smarrita”. In un contesto del genere, il bambino percepirà i suoi naturali desideri di indipendenza come qualcosa di pericoloso e pertanto da evitare;

  2. come reazione ai tentativi di raggiungimento di autonomia del proprio figlio, la mamma lo allonta di proposito invitandolo forzatamente a stare da solo, per esempio quando gioca o svolge attività ricreative. Con un approccio del genere il bambino col tempo odierà il proprio impulso fisiologico all'autonomia e indipendenza, con conseguenti sensi di colpa.

Sia in un caso che nell'altro, il bambino avvertirà come cattiva una parte importante del proprio sé. Questa cosa si rifletterà in maniera negativa nell'ambito delle relazioni sociali e della conoscenza del mondo, con un perenne senso di colpa e di inadeguatezza che ha origini molto profonde ma che ahimé non si riconoscerà più. Il bambino, una volta divenuto adulto, rimarrà con un “dolore senza nome” che lo accompagnerà per tutta la vita, se non intraprenderà un percorso psicologico.

In questo senso, la psicoterapia col paziente depresso costituisce uno strumento preziosissimo per ricostruire la relazione con l’altro, alla luce delle esperienze deficitarie del passato. Si cercherà pertanto di recuperare quel vissuto interno di perdita che per troppo tempio ha condizionato l’esistenza e la qualità delle relazioni.

                                       

Ognuno di noi è in una certa misura dipendente da qualcuno, a seconda dei periodi, dei contesti e delle situazioni. La dipendenza è un vissuto importante e funzionale alla nostra esistenza: ci permette di chiedere aiuto nei momenti del bisogno. Spesso nella cultura occidentale il mito dell’indipendenza e del motto “chi fa da sé fa per tre” condiziona il nostro modo di pensare e di vedere la vita attribuendo al fenomeno della dipendenza esclusivamente un significato negativo. Tuttavia una totale indipendenza è praticamente impossibile e soprattutto dannosa. Cerchiamo di capire il perché e al tempio stesso di comprendere quando la dipendenza affettiva diventa un qualcosa di nefasto.

                             

  

Dipendenza affettiva: i “pro” e i “contro”

Come detto, è impossibile essere totalmente indipendenti e non avere bisogno del supporto di nessuno. Tutti noi abbiamo la necessità di un riconoscimento e di un “rifornimento affettivo” provenienti dagli altri, soprattutto dalle persone significative: persone che ci forniscano affetto, empatia, approvazione, ammirazione, amore. Tutto questo serve per supportare la nostra autostima che è intrinsecamente collegata all’ambiente sociale e al rapporto con gli altri significativi.
Ci sono tuttavia delle persone che manifestano una certa problematicità con la dipendenza dagli altri evidenziando profondi conflitti interni in relazione a tale fenomeno. In questo caso ci troviamo di fronte a persone che non sono minimamente in grado di fare a meno di alcune persone, a costo di annullare totalmente se stessi. Queste penose condizioni prendono il nome di Disturbo Dipendente di Personalità. In tale tipo di disturbo la dipendenza è così forte da risultare patologica. Sia ben chiaro: con questo disturbo di personalità non intendiamo forme di dipendenza da sostanze stupefacenti o alcoliche (questo è un altro tipo di patologia), bensì gravi forme di dipendenza relazionale, dipendenza da persone significative verso cui ci si sente completamente in balia e senza le quali no si riesce a fare quasi nulla e non si è in grado di condurre un’esistenza in sicurezza e autonomia. Andiamo ad analizzare le caratteristiche principali di tale disturbo.

 

                                                                                                    

 

Caratteristiche del Disturbo Dipendente di Personalità

Le persone dipendenti presentano un atteggiamento straordinariamente sottomesso, hanno bisogno di ricevere sempre rassicurazioni/conferme e soprattutto non sono capaci di condurre una vita appagante e stimolante se non c’è qualcuno che si prenda cura di loro.
Tale disturbo di personalità è spesso accompagnato da altri disturbi quali depressione maggiore, disturbi d’ansia e disturbi dell’ alimentazione che vanno inevitabilmente ad esacerbare i già presenti tratti di dipendenza.
Un’altra caratteristica di queste personalità è quella di non avere mai il coraggio di manifestare disaccordo o disappunto nei confronti degli altri, per paura di perderne vicinanza. Essi inoltre, non sono in grado di pianificare progetti per sé in quanto carenti di autostima e di fiducia nei propri mezzi: di qui la necessità di fare affidamento a qualcun altro che possa dare loro conferme se stanno facendo bene o male.
Le persone con Disturbo Dipendente di Personalità possono arrivare a fare qualsiasi cosa (anche le più degradanti) pur di continuare a ricevere supporto e vicinanza emotiva. La marcata difficoltà a prendere decisioni senza chiedere consiglio all’altro è alla lunga fonte di profondo disagio a livello relazionale.
L’elemento cardine del funzionamento dipendente è senza dubbio il terrore della separazione.
In terapia questi soggetti sono molto collaborativi e stabiliscono prontamente una salda alleanza terapeutica con lo psicologo. In qualsiasi circostanza, pur di non perdere il supporto e l’approvazione dello psicologo, cercano di adeguarsi al suo stile relazionale e a comprendere il suo funzionamento psicologico. In terapia, il paziente dipendente si porrà nei confronti del terapeuta con una atteggiamento da “figlio accondiscendente”, da “bravo bambino che obbedisce” guardandosi attentamente dal mettere in gioco qualsiasi forma di aggressività o disappunto per paura di compromettere il rapporto.
Sarà compito dello psicologo evitare di assumere il ruolo di “madre” o “padre” benevolo stimolando invece movimenti verso l’autonomia e l’indipendenza e contenendo al tempo stesso le possibili ansie legate ad un approccio alla vita di questo tipo.

                                   

A molte persone capita spesso di vedere negli altri aspetti negativi o criticità che in realtà appartengono a loro.
Questo fenomeno costituisce un meccanismo di difesa primitivo molto importante di cui tutti noi ci serviamo in maniera più o meno consistente nel corso della vita e che in molte circostanze ci è di aiuto per difenderci da minacce esterne. Tale meccanismo di difesa prende il nome di proiezione.
La proiezione è un meccanismo psichico che affonda le sue radici nella prima infanzia e che ci aiuta (insieme all’introiezione) a distinguere poco per volta quali esperienze provengano dal mondo esterno e quali da dentro di noi. Analizziamo meglio questa difesa.

                                                          

 

Che cos’è la proiezione?

La proiezione è un meccanismo difensivo tramite cui qualcosa proveniente dall’interno di sé viene ritenuto proveniente dal mondo esterno. Tale difesa può avere dei risvolti positivi e negativi nella vita di tutti i giorni. Proviamo a concentrarci sugli aspetti positivi: la proiezione, se usata in modo maturo e adeguato, è l’elemento cardine per giungere all’empatia, ossia la capacità di immedesimarsi nell’altro intuendone i vissuti e gli stati d’animo. Tale difesa consente di proiettare appunto l’esperienza di noi stessi e del mondo per comprendere la soggettività di un’altra persona. Proviamo a pensare alla sorprendente capacità degli innamorati di interpretare e cogliere i vissuti dell’altro in modalità che talvolta sembrano quasi magiche: questo è semplicemente il risultato della proiezione. Essa pertanto, nei contesti favorevoli, è fondamentale per sviluppare doti quali intuizione ed empatia.
Come già detto, però, la proiezione presenta anche degli scopi difensivi. Essa può essere considerata come un processo attraverso il quale l’individuo allontana da sé un contenuto psichico (un pensiero, una sensazione, un’emozione) che non riconosce per collocarlo in un luogo esterno. Solitamente, il contenuto che viene proiettato è un qualcosa di indesiderato che dà fastidio. Quale soluzione migliore se non disconoscerla e buttarla fuori attribuendola a qualcun altro?
Molti gruppi politici, sette religiose, istituzioni o associazioni a connotazione marcatamente identitaria fanno uso della proiezione per rimarcare le proprie differenze dagli altri vedendo negli altri il “negativo” e soltanto nel proprio gruppo il “positivo”: i meccanismi proiettivi sono costantemente in mezzo a noi e fanno tranquillamente parte della nostra vita quotidiana.
Tuttavia, se utilizzata in maniera massiccia e opprimente, la proiezione può sortire effetti devastanti.

                                                    

 

Proiezione e psicopatologia

Come già spiegato in precedenza, la proiezione è un’operazione psichica che la persona adotta per individuare in persone o cose aspetti di sé che rifiuta oppure che non considera appartenenti a sé. In psicoanalisi viene considerato un meccanismo difensivo inconscio attraverso cui il soggetto risponde a sollecitazioni interne spiacevoli non riconoscendole come proprie e attribuendole agli altri: una sorta di “gesto liberatorio” inconsapevole.
Nelle forme più patologiche, tale difesa è responsabile di tremende incomprensioni e gravissime conseguenze a livello relazionale, in quanto i bersagli della proiezione (persone, cose, situazioni) vengono distorti in maniera considerevole, con inevitabile compromissione della realtà: è ovvio che quando una persona proietta sugli altri contenuti di Sé inaccettabili, vedrà gli altri come ostili e cattivi e si rapporterà a loro in maniera oppositiva se non addirittura aggressiva e violenta (nei casi più gravi). È inevitabile che le conseguenze delle forme gravi di proiezione sia l’isolamento sociale e l’ostilità da parte dell’ambiente circostante: è normale che gli altri si alterino se vengono visti dalla persona che proietta in modo sbagliato e distorto.
Quando un individuo utilizza la proiezione come strumento principale per rapportarsi agli altri e approcciarsi alla vita di tutti i giorni, presenta una personalità paranoide. Quando l’utilizzo della proiezione diventa invece così invalidante da condizionare in maniera significativa l’esistenza della persona, ci troviamo invece di fronte ad un disturbo paranoide di personalità, patologia che andremo ad approfondire in uno dei prossimi articoli.

                                                                       

Una mole ormai consolidata di studi scientifici ha appurato che diversi animali, soprattutto cani, gatti, cavalli e conigli, possono svolgere un’importantissima funzione di supporto psicologico nei confronti dell’uomo, non soltanto in un contesto familiare, ma anche e soprattutto nell’ambito della riabilitazione psichiatrica e di aiuto psicologico per problematiche quali depressione e ansia.
Questo perché? Perché tali animali (soprattutto i cani) sono capaci di “sintonizzarsi” con gli stati emotivi degli esseri umani e quindi di comportarsi di conseguenza generando una sorta di “movimento empatico” verso la persona, aspetto che presenta ovviamente dei risvolti terapeutici e di supporto psicologico. Ma analizziamo un po’ più a fondo il fenomeno della Pet Therapy.

                             

 

Che cos’è la pet Therapy

Il termine “Pet Therapy” significa letteralmente “terapia animale”, ossia “cura con gli animali. Tuttavia il termine inglese “pet” ha come termine derivato da esso la parola “petting” che significa “coccolare”, “accarezzare affettuosamente” e rimanda ad un contatto fisico stretto, amorevole che costituisce l’elemento base della Pet Therapy.
Gli animali sono utilizzati a scopo terapeutico per svariate problematiche e con risultati molto soddisfacenti. La Pet Therapy si è rivelata molto efficace nel trattamento di disturbi comportamentali dei bambini quali timidezza e insicurezza, difficoltà a socializzare, problemi nel rendimento scolastico, ecc. Essa è molto utile nel campo riabilitativo (per esempio in trattamenti di riabilitazione per deficit motori) oppure nell’ambito più prettamente medico (supporto per malattie croniche, degenerazioni neurologiche e malattie neuro-muscolari). Ma è nell’ambito psicologico e della riabilitazione psichiatrica che la Pet Therapy presenta le sue maggiori potenzialità: essa risulta molto efficace nei trattamenti delle forme più attenuate di autismo (così come anche in quelle più serie, tuttavia i risultati più sorprendenti si sono riscontrati in quelle meno gravi) e nel trattamento e prevenzione dei disturbi d’ansia e dei disturbi depressivi. Per quel che concerne i disturbi depressivi, è stato notato che i risultati migliori sono stati ottenuti con pazienti depressi in età geriatrica.
Sono diverse le dinamiche che si vengono ad attivare nell’ambito della Pet Therapy. Proviamo ad esaminarle.

                                    

 

Effetti terapeutici della Pet Therapy

La dinamica che viene attivata in maniera più considerevole dalla Pet Therapy è quella affettivo-emozionale: è stato riscontrato che più è intenso il legame affettivo che si viene a creare tra paziente e animale, più evidenti saranno i benefici. Il legame uomo-animale presenta infatti degli effetti rilassanti e rassicuranti che vanno ad incidere positivamente su disturbi di disregolazione emotiva quali ansia e depressione. Diversi studi hanno evidenziato inoltre come la Pet Therapy influisca sulla produzione di adrenalina e ormoni dello stress con conseguente diminuzione della pressione arteriosa e un rallentamento del battito cardiaco e del respiro, aspetti di vitale importanza ai fini della riduzione dell’ansia, per esempio.
Un’altra dinamica che la Pet Therapy va a coinvolgere è quella della stimolazione psicologica: un rapporto uomo-animale alquanto intenso costituisce uno stimolo importantissimo dal punto di vista psicologico. Questo dà origine a tutta una serie benefici a livello emotivo-relazionale. Per esempio, il doversi prendere cura di un animale (pulirlo, dargli da mangiare, dargli da bere, accudirlo) porta da una lato a “staccarsi” per un momento dalla propria realtà di sofferenza quotidiana, dall’altro di confrontarsi col prendersi cura di un essere vivente a cui si tiene e che è bisognoso di attenzioni. Quest’ultimo aspetto può essere “spostato” col tempo sugli altri e su se stessi. Cosa significa? Significa che la persona, prendendosi cura di una animale, si “allena” a prendersi cura in futuro delle parti più bisognose e sofferenti di Sé, così come degli altri. Pertanto la Pet Therapy, nei contesti di disturbi depressivi, è di grande utilità e sollievo.
Altre dinamiche messe in gioco all’interno della Pet Therapy sono senza dubbio quella ludica, dove la dimensione del gioco influisce positivamente sull’umore e su una maggiore reattività dal punto di vista fisico, e la dinamica psicosomatica (è stato evidenziato da diversi studi come la Pet Therapy influisca molto positivamente anche sull’attenuazione dei problemi di natura psicosomatica) (Ballarini, 2003).
Ovviamente, non è sufficiente la Pet Therapy per risolvere completamente disturbi complessi quali ansia e depressione, tuttavia, se integrata con altri interventi di natura supportivo-espressiva (psicoterapia, psicoterapia di gruppo, ecc.) può sortire degli effetti positivi davvero sorprendenti.