In diversi articoli abbiamo affrontato il delicato tema dei meccanismi di difesa. Abbiamo potuto vedere come tali operazioni psichiche ci consentano di ridurre ansia e angoscia di fronte a turbamenti provenienti dal mondo esterno. Queste operazioni pertanto sono per la maggior parte protettive, ci difendono da condizioni di profonda sofferenza. Tuttavia, se alcuni meccanismi di difesa vengono utilizzati (per lo più inconsciamente) in maniera massiccia, produrranno un irrigidimento della personalità e delle modalità di relazionarsi con gli altri, con conseguente compromissione della qualità della vita. Il meccanismo di difesa che andremo ad approfondire oggi è un meccanismo arcaico, nel senso che viene messo in atto sin dalla più tenera età e presenta delle evidenti funzioni protettive: il diniego. Tuttavia, se il diniego viene usato in modo disfunzionale, può avere delle conseguenze negative dal punto di vista psicologico.

                                         

Che cos’è il diniego?

Tutti gli psicologi e gli psicologi online si sono confrontati in terapia con pazienti che mettevano in atto il meccanismo difensivo del diniego. Ma che cos’è nello specifico?
Il diniego è una difesa con cui l’individuo si sottrae dal riconoscere emozioni, vissuti, esperienze spiacevoli, aspetti di sé inaccettabili. Il bambino piccolo impara ad utilizzare questa operazione psichica sin da subito, in quanto è una delle prime modalità per affrontare le esperienze penose rifiutandosi di accettare che si verifichino: è come se il bambino piccolo, nel suo mondo interno ancora arcaico e magico, pensasse: “Se nego l’esistenza di una cosa brutta che mi fa star male, allora cessa di esistere”. Esso è un meccanismo arcaico che conserviamo per tutta la vita e che adottiamo sistematicamente tutti noi in svariate situazioni. Proviamo ad immaginare come reagiamo quando riceviamo una terribile notizia: quando per esempio ci viene comunicata la morte di un familiare o di un amico, la prima risposta che diamo è sempre “Oh, no!”. Tale risposta è indicativa di un processo psichico “antico” che ha origine, come accennato già in precedenza, nell’egocentrismo infantile che induce il bambino a maturare la seguente convinzione primitiva: “Se non riconosco quella cosa, allora quella cosa non capita”. È una convinzione riconducibile al “pensiero magico” tipico dei bambini piccoli, ma che molti adulti inconsapevolmente portano con sé per il resto della loro vita strutturando in tal senso il loro modo di funzionare psichicamente.

                                        

Diniego nella vita quotidiana e nella psicopatologia

Sia ben chiaro: molti di noi utilizzano il diniego anche in situazioni non gravi. Il diniego aiuta alcune persone ad avvertire la vita come meno penosa: se nego qualche problema fisico che mi affligge oppure qualche evento passato che ha condizionato la mia vita, posso affrontare la giornata in maniera più positiva. Altre persone ricorrono al diniego per evitare manifestazioni di sofferenza. Per esempio alcuni individui, una volta feriti nei sentimenti, invece che piangere (perché magari il contesto non è appropriato) negano i loro sentimenti feriti non riconoscendoli, in modo tale da evitare il pianto. Il diniego però ci viene in aiuto anche in situazioni particolarmente gravi o di pericolo, dove negare la consapevolezza che la nostra vita sia seriamente a rischio ci permette di salvarci. Talvolta, molte azioni eroiche sono il frutto di un uso massiccio del diniego che consente di andare oltre il pericolo della situazione salvando la propria vita e quella di altre persone. In contesti un po’ più problematici invece (ma molto diffusi) il diniego può portare a scenari opposti: per esempio, non effettuare un controllo medico a seguito di un sintomo, come se rifiutare l’eventualità di una malattia permetta di farla sparire.
In psicopatologia, la conseguenza di un uso massiccio del diniego porta allo stato maniacale che consiste in quella fase dei disturbi dell’umore contraddistinta da umore euforico e anormalmente elevato. L’episodio maniacale è il fenomeno del diniego portato all’estremo: a volte il dolore depressivo diventa talmente insopportabile che alcuni individui rifiutano tale sofferenza tramutandola in euforia allo stato puro, con conseguenze devastanti a livello comportamentale e relazionale.
Come si può intuire, dietro il diniego patologico si cela una sofferenza depressiva insopportabile.

                                             

Ciascuno di noi possiede una serie di peculiarità psichiche e comportamentali che vanno a costituire il proprio modo di essere e che rimangono relativamente invariate nelle differenti situazioni sociali in cui ci si viene a trovare. Questo insieme di caratteristiche e modalità di comportamento è ciò che possiamo definire personalità. Ogni personalità presenta pertanto delle caratteristiche che definiamo tratti. I tratti di personalità sono dei modi di comportarsi, di vivere le emozioni e di pensare costanti nel tempo che vanno appunto a caratterizzare la personalità dell’individuo. Naturalmente, i tratti di personalità differiscono molto da persona a persona. I tratti di un individuo possono essere riconosciuti molto precocemente e presentano un certa stabilità nel tempo: le variazioni che si possono riscontrare nel tempo sono minime, Nel senso che se una persona presenta una personalità narcisistica, non è che col tempo potrà trasformarsi in una personalità ossessiva. Ma i dettagli relativi alle tipologie di personalità li approfondiremo in seguito.

                                                      

 

Le origini della personalità: il temperamento

Nella costruzione della propria personalità incidono sia fattori genetici che fattori ambientali. Nello specifico, la personalità ha origine dal temperamento e dai processi di apprendimento all’interno dell’ambiente sociale in cui si vive. Il temperamento è quell’insieme di predisposizioni comportamentali che ritroviamo nel bambino sin dalla nascita. In termini più psicologici, il temperamento può essere considerato quel “bagaglio” di tratti emotivi che ha origine da componenti fisiologiche: tutti i bambini, sin da neonati, presentano differenze più o meno marcate per quel che concerne il livello di attività e intraprendenza, l’apertura sociale, il livelli di tolleranza della frustrazione, la disponibilità ad essere consolati, la maggiore o minore predisposizione al turbamento, ecc.
È importante tenere presente che non vi è necessariamente continuità tra il temperamento iniziale di un bambino e il successivo sviluppo della personalità. In questo percorso di crescita saranno principalmente tre i fattori che andranno a “modellare” a poco a poco il temperamento di un bambino: fattori biologici, fattori psicologici e fattori sociali. L’interazione di questi tre importantissimi fattori darà origine alla personalità e ai relativi tratti di personalità.
Ma cosa succede quando questi tre fattori generano condizioni psichiche problematiche portando ad un’esasperazione di determinati tratti di personalità? Succede che l’individuo sviluppa un disturbo di personalità.

 

                                             

 

I diturbi di personalità: caratteristiche e tipologie

Quando questi tratti assumono un carattere di esagerazione, la personalità assume una dimensione patologica, fonte di disagio: ci troviamo di fronte ai disturbi di personalità.
Il disturbo di personalità implica inevitabilmente delle alterazioni notevoli nel funzionamento generale della persona, con conseguenze negative sulle relazioni sociali, sull’immagine di sé e sull’efficacia del pensiero.
Il DSM-IV, che è il principale manuale diagnostico dei disturbi menali, definisce il disturbo di personalità come una modalità prolungata di vivere se stessi e di comportarsi che si allontana in maniera considerevole dalle aspettative della cultura di cui l’individuo fa parte: è un modo di essere, di avvertirsi e di comportarsi che crea problemi in almeno due delle seguenti aree: esperienza cognitiva, affettività, relazioni sociali, controllo degli impulsi. Tali tratti patologici devono risultare particolarmente rigidi e pervasivi, così tanto pervasivi da generare una condizione di forte disagio a livello personale, sociale e nella vita lavorativa.
Solitamente il disturbo di personalità insorge in adolescenza o all’inizio della fase adulta, quando si conforma e stabilizza la personalità dell’individuo.
Abbiamo tre macro-categorie di disturbi di personalità che presentano peculiarità differenti, a seconda del tipo di personalità che si va costituendo. Tali macro-categorie vengono definite “cluster” e sono:
Il CLUSTER A, definito anche “cluster eccentrico”: a questo cluster appartengono quei soggetti che mostrano profonde difficoltà ad instaurare relazioni soddisfacenti. Le caratteristiche principali di tali disturbi sono l’eccentricità, il ritiro sociale e le distorsioni del pensiero.
A questo cluster appartengono tre disturbi di personalità: il disturbo schizoide di personalità, il disturbo schizotipico di personalità e il disturbo paranoide di personalità.
Il CLUSTER B, definito anche “cluster impulsivo”: in questo gruppo troviamo invece quei disturbi di personalità contraddistinti da impulsività, egocentrismo, mancanza di empatia, rabbia e aggressività. A questo cluster appartengono il disturbo narcisistico di personalità, il disturbo istrionico di personalità, il disturbo borderline di personalità e il disturbo antisociale di personalità.
Il CLUSTER C, definito anche “cluster ansioso”: qui la componente determinante è l’ansia che diventa l’elemento cardine della vita dell’individuo. I tratti di queste personalità ostacolano pesantemente le capacità lavorative e la possibilità di instaurare relazioni interpersonali adeguate, così come relazioni intime soddisfacenti. A questo cluster appartengono il disturbo evitante di personalità, il disturbo dipendente di personalità e il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità.
Data la natura complessa dei disturbi di personalità, ne consegue che il trattamento di questi disturbi varierà notevolmente a seconda della tipologia con cui si ha a che fare. Una sfida davvero complessa per lo psicologo che ogni volta si confronta con le infinite sfaccettature di un disagio così articolato e “fluido” come il disturbo di personalità.

                                    

 

 

I disturbi dell’umore costituiscono una categoria alquanto complessa e articolata di quadri clinici in cui l’elemento cardine è rappresentato da una notevole alterazione dell’affettività.
Sono diverse le cause alla base dei disturbi dell’umore. Un tempo si riteneva che il ruolo principale fosse giocato da fattori genetici. Tuttavia sono emersi in seguito altri elementi implicati nell’insorgenza di tali patologie: le relazioni interpersonali influiscono in maniera decisiva nei disturbi dell’umore, così come aspetti temperamentali e di personalità. Anche gli aspetti nevrotici, ossia aspetti conflittuali interni che a loro volta configgono con l’ambiente esterno, rivestono un ruolo importante nel futuro sviluppo di disturbi dell’umore.

                                               

 

Dinamica dei disturbi dell’umore

In questi disturbi l’elemento chiave su cui formulare la diagnosi e la successiva impostazione del trattatamento psicologico o psichiatrico è ovviamente il tono dell’umore. Ma che cos’è il tono dell’umore? È quello stato emotivo prolungato che conferisce una coloritura alla vita affettiva di tutti i giorni. In condizioni di relativo benessere, il tono dell’umore oscilla da uno stato di tristezza ad uno stato di felicità. In condizioni patologiche, invece, il tono dell’umore si colloca saldamente e in maniera durevole al polo negativo o al polo positivo: nel primo caso ci troveremo di fronte a stati depressivi, nel secondo caso a stati maniacali.
Ma cosa sono nello specifico gli stati depressivi e gli stati maniacali?
Nella psicopatologia classica le depressione è definita come una condizione contraddistinta da profonda tristezza associata a stati di frustrazione, colpa, insoddisfazione e disperazione. Possiamo riscontrare la depressione in tutta una serie di condizioni, per esempio nelle patologie endocrine, nel diabete, nei disturbi neurocognitivi e ovviamente in svariate patologie psichiatriche. In ambito psichiatrico e psicologico, le depressioni si suddividono in due grandi categorie: la depressione endogena e la depressione psicogena che a sua volta si suddivide in depressione reattiva e depressione nevrotica. Nei prossimi articoli andremo ad approfondire queste differenti tipologie di disturbo depressivo.

                                                                     

 

Depressione e mania: una descrizione iniziale

L’episodio depressivo grave, che in psicopatologia viene definito episodio depressivo maggiore, presenta una serie di sintomi caratteristici. Innanzitutto, per ipotizzare la presenza di un disturbo del genere, deve essere presente uno di questi due sintomi chiave: umore depresso o anedonia, dove per anedonia si intende la perdita di interesse per quelle attività che prima suscitavano piacere e soddisfazione. Oltre a questi criteri cardin, devono essere presenti almeno cinque dei seguenti sintomi: perdita o aumento inconsueto di appetito, insonnia o eccessivo sonno quasi tutti i giorni, facile affaticabilità, vissuti di colpa o autosvalutazione, agitazione oppure eccessiva inibizione, difficoltà di concentrazione, pensieri di morte o ideazione suicidaria.
Analizziamo ora l’altra polarità dei disturbi dell’umore, altrettanto problematica e sconcertante per il paziente che la vive e per i familiari che vi si confrontano quotidianamente: l’episodio maniacale.
L’elemento caratteristico dell’episodio maniacale è dato dall’umore euforico. La persona in fase maniacale si ritrova in una condizione di benessere eccessivo, si sente smodatamente allegro e vitale, iper-ottimista, un “vulcano” di attività e iniziative, i rapporti sociali sono facili da sostenere. Quando questi tratti sono moderati, ci troviamo di fronte ad un episodio ipomaniacale; quando invece diventano molto marcati, si parla di episodio maniacale. Alla lunga questo tipo di approccio, che ad una prima impressione può sembrare piacevole e affascinante, diventa un vero e proprio problema a livello relazionale e di qualità della vita, in quanto il soggetto in fase maniacale non avverte più limiti e ritiene che tutto gli sia possibile e tutto gli sia concesso, in un vissuto generale di onnipotenza che si scontra inevitabilmente con la realtà della vita quotidiana.
Come vedremo nei prossimi articoli, depressione e mania sono le due facce della stessa medaglia, nel senso che alla base c’è un disagio interiore molto simile che tuttavia porta ad esiti diametralmente opposti.

Con questo articolo si chiude la presentazione del mio percorso formativo-lavorativo in qualità di Psicologo, Psicoterapeuta e Specialista Psicologia Clinica.
Soprattutto nell’ambito delle consulenze psicologiche, del counseling, del supporto psicologico e della psicoterapia online, è di vitale importanza la trasparenza sul tipo di figura professionale con cui si ha a che fare, in quanto non essendoci un contatto di persona con lo psicologo, è fondamentale che l’utente abbia il maggior numero di informazioni sul curriculum formativo professionale dello psicologo che fornisce prestazioni online. È anche per questo motivo che ho inserito all’interno del sito psicologo-online24.it il mio profilo Linkedin, così da avere chiarezza sulla persona con cui si ha a che fare.

                          

 

Il contesto online e la questione emblematica del counseling

Proviamo ad immedesimarci in una persona che per molteplici motivi è alla ricerca di un supporto psicologico o psicoterapeutico online. Ovviamente, in una prima fase, si ritroverà spaesato, forse anche un po’ diffidente non sapendo se si potrà fidare del servizio. Questo tipo di diffidenza accresce se non si sa con chi si ha a che fare dall’altra parte: chi sarà realmente il professionista che fornisce la prestazione psicologica? Per esempio, sono moltissime le persone che effettuano prestazioni di counseling senza essere psicologi. Nulla di male in tutto ciò, nel senso che fino ad alcuni giorni fa era del tutto legale fornire prestazioni di counseling senza avere una qualifica di psicologo o di psicoterapeuta o di psicologo di tipo B (che può svolgere attività di livello tecnico-operativo). Tuttavia, in un contesto così delicato e complesso come può essere quello della relazione umana, soprattutto in momenti di debolezza e fragilità emotiva, le competenze di natura psicologica (che soltanto una formazione psicologica universitaria può fornire) sono importantissime.
Dicevo in precedenza che le prestazioni di counseling fornite da personale non laureato in Psicologia o Medicina erano consentite fino a pochi giorni fa…la questione però si sta chiarificando dopo tutta una serie di controversie tra counselor e psicologi.
Infatti il Ministero della Salute, in riferimento alla legge 4/2013, si è espressa in modo chiaro a tal proposito sostenendo che le prestazioni del counselor non psicologo si pongono in una condizione di evidente contrasto con quelle fornite dallo psicologo, dallo psicoterapeuta, dallo psichiatra o dal dottore in tecniche psicologiche. Il dibattito è ancora aperto, ma sembra delinearsi (giustamente) un riconoscimento di tale importante e delicata pratica esclusivamente a figure professionali che si sono formate nell’ambito psicologico e psichiatrico.

                                      

 

Il percorso professionale online

Ecco che in tal senso e a maggior, in ambito online è fondamentale che chi fornisce prestazioni di counseling, di supporto psicologico e di psicoterapia sia adeguatamente formato.
Il mio percorso di psicologo online inizia circa due anni fa effettuando brevi percorsi di psicoterapia con alcuni pazienti che per motivi di lavoro dovevano temporaneamente trasferirsi all’estero e non potevano proseguire il percorso che avevano iniziato con me in studio.
Utilizzando come strumento di comunicazione Skype, notavo che lo sviluppo del percorso psicoterapeutico procedeva senza particolari intoppi: i pazienti trovavano particolarmente agevole la modalità di comunicazione per effettuare i colloqui psicologici. Rispetto alla modalità in studio, cambiava soltanto il luogo ma la cadenza delle sedute era la stessa, così come la durata. Inoltre, sperimentando l’uso di chat e mail interattive in giorni e orari concordati, ho notato che l’alleanza terapeutica migliorava con conseguente impatto positivo sull’andamento del percorso terapeutico.
Provando ad applicare questo tipo di approccio nel contesto italiano e in modalità esclusivamente online, ho riscontrato una notevole richiesta, un eccellente feed-back e soprattutto dei percorsi psicologici e psicoterapeutici davvero efficaci.
Le motivazioni andrebbero approfondite con ulteriori studi. Tuttavia ipotizzo che l’immediatezza del mezzo telematico e la possibilità di affiancare al colloquio psicologico online altri strumenti di comunicazione quali mail e chat aiuti a “solidificare” l’alleanza terapeutica tra psicologo e paziente, soprattutto nella fase iniziale del percorso psicologico dove l’ “aggancio terapeutico” gioca un ruolo di fondamentale importanza.

 

                                                   

La meditazione è una pratica mentale il cui obiettivo principale è quello di raggiungere un maggiore controllo delle proprie attività psichiche.
Tramite specifici esercizi la meditazione consente di andare oltre l’esperienza quotidiana, spesso soltanto razionale e prevalentemente centrata su se stessi, per giungere ad un accrescimento della propria coscienza e del proprio sé più profondo. Un’esperienza più profonda e ampliata del Sé consente di viversi in armonia con il tutto, dove l’Io (ossia la parte più razionale e cosciente di noi) non rappresenta più l’elemento principale per la conoscenza del mondo, ma diventa parte di una totalità che è rappresentata da tutte le sensazioni e i vissuti emotivi che caratterizzano il Sé. Del resto, non siamo fatti solo di pensiero.

                                                                      

 

In cosa consiste

Ci sono svariate tipologie di meditazione, dalle più cognitive a quelle più trascendentali. Ogni tipo di meditazione presenta metodi e obiettivi differenti riconducibili alla metodologia o alla tradizione filosofica/spirituale di riferimento. Tuttavia, la quasi totalità delle tecniche si fonda su elementi chiave quali la regolazione del respiro, l’attenzione e la concentrazione, la deprivazione sensoriale, l’utilizzo di specifiche posture corporee atte a favorire la concentrazione, il concentrarsi su oggetti emblematici che simboleggiano un preciso stadio che si intende raggiungere. La meditazione è inoltre caratterizzata da ripetizioni continuative di formule che servono ad astrarsi dal mondo delle categorie e delle classificazioni, fenomeno tipico della cultura occidentale: il mondo delle categorie ci aiuta a muoverci in maniera efficace nell’ambito lavorativo, nelle comunicazioni e nell’acquisizione di informazioni ma ci impedisce di vivere alcune esperienze “di pancia”, ossia quelle esperienze che ci consentono di mettere in gioco non soltanto la nostra mente ma tutto il nostro corpo, tutte le nostre sensazioni… tale esperienza ci permette di vivere il mondo e gli altri in maniera totale e rigenerante, in un continuo percorso di ampliamento del nostro Sé e dell’esperienza dell’altro
Ma le tecniche di meditazione possono avere degli effetti benefici su disturbi opprimenti e snervanti quali ansia e attacchi di panico? Da tutta una serie di studi ed evidenze, sembrerebbe di sì.

                                         

Meditazione e ansia

È stato riscontrato, per esempio, che la meditazione sia in grado di generare variazioni a livello elettrofisiologico, così come modificazioni nelle risposte galvaniche della pelle, sensibili cambiamenti a livello biochimico, una graduale riduzione del consumo di ossigeno e un marcato rallentamento della respirazione. Tutti elementi che non possono far altro che incidere positivamente sui livelli d’ansia di una persona
Un programma di meditazione di gruppo per esempio può efficacemente ridurre i sintomi di ansia e panico e può aiutare a mantenere un buon livello di controllo dell’ansia in disturbi specifici quali il disturbo d'ansia generalizzato, il disturbo di panico e il disturbo di panico con agorafobia.
Per esempio, diversi studi (Girodo, M. 1974) hanno evidenziato che la meditazione trascendentale, pratica mentale in cui il soggetto si deve concentrare su un mantra, una parola o una frase da ripetere continuamente e in silenzio per raggiungere uno stato meditativo ottimale, può essere molto efficace nel fronteggiare l’ansia. Allo stesso modo di tecniche di rilassamento e tecniche comportamentali.
Un altro studio effettuato su pazienti psicotici (Kutz et al. 1985) ha rilevato che la mindfulness (un’altra tecnica di meditazione), se associata a percorsi di psicoterapia, produce dei forti miglioramenti in sintomi psicologici quali ansia e angoscia.
Ovviamente l’efficacia va ricondotta anche ad un altro elemento chiave, quello della soggettività. Ogni persona si troverà più a suo agio con specifiche pratiche che favoriscono il rilassamento e contrastano in maniera soddisfacente ansia e panico. La meditazione è una di quelle pratiche che trova maggior riscontro nelle persone.
Nei prossimi articoli andremo ad approfondire due importanti tipologie di meditazione: la meditazione trascendentale e la mindfulness.