Di fronte a turbamenti provenienti dal mondo esterno o da dentro di noi che possono mettere a repentaglio il nostro equilibrio, tutti noi utilizziamo delle operazioni psichiche (prevalentemente inconsce) che ci consentono di ridurre l’ansia o l’angoscia. Tali operazioni psichiche prendono il nome di meccanismi di difesa. Essi sono molteplici, ne troviamo di diversi tipi: si va da quelli più primitivi a quelli più maturi. Un meccanismo più evoluto che adottiamo in maniera più o meno marcata è il meccanismo della rimozione, un meccanismo particolarmente utile in molte situazioni della nostra vita…ma che se utilizzato in maniera eccessiva può portare ai ben noti problemi di ansia, angoscia e panico. Scopriamolo più da vicino…

                                                     

Rimozione: che cos’è?

La rimozione può essere definita come un processo inconscio che permette all’individuo di escludere dalla coscienza pensieri, emozioni e rappresentazioni mentali considerate socialmente inaccettabili. Cosa significa? Significa che alcuni desideri inconsci, se soddisfatti, andrebbero in conflitto con obblighi o imposizioni legate a norme sociali a cui la maggior parte delle persone si adegua. Per esempio, un uomo che deve sopportare in una conversazione un conoscente noioso e logorroico, può avvertire il desiderio inconscio di picchiarlo purché smetta di parlare e infastidirlo…ecco che entra in gioco il meccanismo della rimozione escludendo tempestivamente dalla coscienza questo impulso inaccettabile che presenterebbe pesanti conseguenze. Oppure, una donna di fronte ad una gioielleria che avverte il desiderio inconscio di rubare i gioielli in vetrina… Anche in tal caso, la rimozione interviene ad eliminare dalla coscienza questo desiderio inaccettabile.
Come si può notare, la rimozione è un meccanismo di difesa di livello superiore il cui obiettivo è quello di dimenticare o ignorare in maniera motivata alcuni aspetti di sé che potrebbero generare problemi o imbarazzi. La sua essenza consiste nell’allontanare qualcosa dalla coscienza. Se pertanto alcuni pensieri o emozioni disturbano in maniera eccessiva, è possibile “affidarli” all’inconscio che ci aiuta a dimenticarli, a farli cadere nell’oblio…
Ovviamente, non tutte le nostre dimenticanze sono causate dalla rimozione…alcune di esse possono essere provocate semplicemente dalla priorità che si assegna a certe cose rispetto ad altre. La rimozione può riguardare sia eventi concreti spiacevoli sia pensieri ritenuti inaccettabili.

                                                                 

 

Origini della rimozione e ansia…

Lo sviluppo del meccanismo della rimozione ha origini molto lontane…se lo sviluppo psichico infantile evolve in maniera adeguata, la rimozione rappresenta l’operazione mentale con cui il bambino fronteggia impulsi naturali per il suo processo di crescita psichica ma assolutamente terribili e minacciosi…come per esempio eliminare un genitore per avere l’esclusivo possesso dell’altro genitore. Visto con gli occhi di noi adulti, questo desiderio può sembrarci inconcepibile, terrificante e disumano. Ma nella pratica clinica è emerso che questi sono impulsi più che normali per un bambino che si confronta per la prima volta con emozioni fondamentali quali rabbia, invidia, paura, angoscia, ecc… Gradualmente il bambino impara a riporre nell’inconscio queste fantasie che ovviamente lo disturbano e gli generano angoscia. Per giungere ad una adeguato utilizzo della rimozione è tuttavia necessario aver raggiunto una sufficiente coesione del proprio Sé e un senso di continuità della propria identità…in caso contrario, non si utilizzerà la rimozione, bensì meccanismi di difesa molto più primitivi e patologici.
Come già detto quindi, la rimozione, se utilizzata nella giusta misura, ci aiuta a “dimenticare” pulsioni troppo inaccettabili e a mitigare fantasie ed emozioni “forti” che se non adeguatamente modulate sarebbero causa di seri problemi relazionali e non solo.
Tuttavia, la rimozione diventa problematica quando non svolge più in maniera efficace la sua funzione ma diventa qualcosa di “totalizzante” che organizza l’esistenza della persona. Inoltre, quando la rimozione diventa problematica e non più un nostro “alleato”, rimuove non solo i contenuti inaccettabili ma anche gli elementi positivi della vita di tutti i giorni, con conseguente peggioramento nella qualità delle relazioni e delle esperienze emotive.
L’eccessivo ricorso alla rimozione produce inevitabilmente angoscia, in quanto troppi contenuti mentali vengono esclusi dalla coscienza…e quando troppe cose vengono relegate nell’inconscio, si viene a creare quell’effetto “pentola a pressione” che porta a trattenere troppe emozioni non riconosciute…che alla lunga premono per la scarica e alla fine “esplodono” sottoforma di crisi d’ansia, angoscia e attacchi di panico.
Lo psicologo in seduta deve monitorare attentamente il paziente nel suo utilizzo della rimozione, in modo tale da lavorare sui contenuti rimossi e rimettere in contatto il paziente con aspetti profondi di sé che se non riconosciuti ed elaborati, possono trasformarsi in varie patologie nevrotiche, prime fra tutte i disturbi d’ansia e gli attacchi di panico.

 

                                                                  

Il disturbo da panico è uno dei disturbi psichici più angoscianti e opprimenti che si possano vivere, in quanto compromette la qualità della vita intromettendosi in maniera infida nella quotidianità delle persone. Esso è caratterizzato da attacchi di panico ricorrenti che sono spesso accompagnati da ansia anticipatoria persistente, frequenti comportamenti di evitamento delle situazioni fonte di ansia e forte preoccupazione per le conseguenze dell’insorgenza di un attacco di panico… Coloro che ne soffrono, nel momento in cui vivono l’episodio di panico, temono che esso avrà delle conseguenze catastrofiche, come perdita di coscienza, follia, addirittura morte… Un brutto vivere insomma… Ma come affrontare il problema nel concreto?

                                                           

 

Lavorare sui significati profondi ma anche sulla gestione concreta del panico...

Come abbiamo già accennato in un precedente lavoro ("Ansia e panico: il baratro del conflitto"), l’ansia e il panico rappresentano un segnale…un segnale fastidioso, ma pur sempre un segnale che ci comunica la presenza di un conflitto più o meno profondo all’interno di noi che va approfondito e analizzato in un percorso psicologico che permetta di comprendere le polarità di questo conflitto e di decidere, tramite una conoscenza sempre più approfondita di sé, dove collocarsi all’interno di questa polarità…che in parole povere, significa prendere decisioni alla luce di segnali importanti (tipo l’ansia) che il nostro inconscio ci invia. Ma ovviamente questo percorso richiede tempo e un po’di pazienza. Nel concreto della gestione dell’attacco di panico, invece, cosa possiamo fare? A tal proposito, ci sono delle tecniche cognitivo-comportamentali basate sull’apprendimento associativo che consentono di lavorare su ansia e panico. Gli attacchi di panico sono un fenomeno abbastanza diffuso nella popolazione mondiale: a moltissime persone è capitato di avere anche soltanto un singolo episodio di panico. Il problema insorge quando l’attacco di panico diventa qualcosa di ricorrente. Ciò che caratterizza le persone con disturbo da panico è la loro fortissima paura che possa verificarsi a breve un nuovo attacco di panico. Un altro aspetto tipico del disturbo di panico è il terrore ingiustificato per la conseguenze “catastrofiche” legate all’attacco di panico.

                                     

                                                         

 


Tecniche per gestire ansia e panico

Con le più innovative tecniche cognitivo-comportamentali si può tuttavia lavorare su questi aspetti appena citati e su alcuni elementi chiave dell’insorgenza e sviluppo dell’attacco di panico. Per esempio:
1. Lavorare sui meccanismi alla base del panico e sulla sua natura;
2. Lavorare accuratamente sulle tecniche di respirazione e rilassamento: può sembrare una banalità, ma questi aspetti permettono di giungere ad una condizione psico-fisica ottimale per contrastare ansia e panico e depotenziarne gli effetti devastanti;
3. Correggere la tendenza a individuare effetti catastrofici dell’attacco di panico: spesso le persone con disturbo di panico presentano un terrore ingiustificato per inesistenti conseguenze catastrofiche legate all’attacco di panico…è vero che sono inesistenti, ma nella realtà psicologica della persona con disturbo da panico tali conseguenze esistono eccome…le tecniche cognitivo-comportamentali permettono di riflettere sull’infondatezza di queste convinzioni e sull’eccessivo significato che si attribuisce alle più impercettibili sensazioni corporee;
4. Esposizione alle sensazioni corporee temute, alla luce delle nuove conoscenze acquisite su ansia e panico.

Nel contesto delle tecniche cognitivo-comportamentali, è fondamentale fornire informazioni accurate sul panico, in quanto questo aiuta il paziente a comprendere meglio il processo sottostante ai suoi sintomi e a dare inizio ad un percorso di correzione delle credenze sbagliate sulle conseguenze dell’attacco di panico.
Questa fase delle tecniche cognitivo-comportamentali può essere definita la “fase educativa”, quella più…teorica, legata alle conoscenze da acquisire sugli aspetti più significativi del panico e su come il proprio sé si rapporta col panico. È una tappa essenziale nel processo di gestione di tale problema…che va ovviamente accompagnata da un lavoro volto ad attribuire significato all'ansia riportata dal paziente in seduta. Il trattamento del panico deve pertanto avere una doppia funzione: da un lato un lavoro “di testa” sulla gestione e sulla comprensione accurata dei meccanismi sottostanti ai fenomeni di ansia e panico, dall’altro un lavoro “di pancia”, in grado di cogliere gli aspetti più profondi e conflittuali del sé che hanno portato all’insorgenza degli attacchi di panico.
Nel prossimo lavoro sul trattamento di ansia e panico, ci focalizzeremo sulla fase successiva della tecnica cognitivo-comportamentale, quella del coping…ossia quella fase finalizzata ad affrontare “di petto” l’attacco di panico.

 

                                         

 

Proseguendo con la presentazione della mia figura professionale di Psicologo, Psicoterapeuta, Specialista in Psicologia Clinica in Torino, le mie esperienze lavorative non si esauriscono con le collaborazioni presso l’Università degli Studi di Torino, in qualità di assegnista e borsista.
La formazione universitaria rappresenta un’esperienza formativa molto arricchente…tuttavia ritengo che la pratica clinica sia una parte decisiva nella formazione professionale di uno psicologo.
Spesso la pratica clinica dello psicologo non si limita al semplice lavoro in studio privato, bensì in tutta una serie di collaborazioni in svariati ambiti. Così è stato anche per me, dove le collaborazioni universitarie sono state affiancate alla pratica clinica in studio e al lavoro di psicologo in altre strutture nel contesto di Torino.

                                                                

Pratica clinica in studio…

Innanzitutto la pratica clinica in studio. Dopo aver conseguito l’abilitazione allo svolgimento della professione e l’iscrizione presso l’Ordine degli Psicologi del Piemonte, ho iniziato a lavorare in studio privato occupandomi principalmente di adulti e adolescenti, affrontando soprattutto problemi riconducibili ad ansia e depressione nell’ambito della clinica con gli adulti, oltre che a fobie, attacchi di panico, disturbi ossessivo-compulsivi, disturbi dissociativi, narcisismo patologico, disturbi della personalità, parafilie, problematiche di natura persecutoria, disturbo borderline di personalità…ma anche di disagi più circoscritti quali stress, gestione di rabbia e aggressività, timidezza, insicurezza e difficoltà nell’elaborazione di lutti e separazioni. Nell’ambito invece dell’età evolutiva e dell’adolescenza, mi occupo essenzialmente di lavorare sulle crisi adattative, ossia quelle crisi causate da fattori critici poco rilevanti (tipo l’arrivo di un fratellino, una malattia, un lutto in famiglia, una fase difficile che sta attraversando un genitore, ecc.), sulle crisi evolutive (reazioni critiche sane ai cambiamenti fisici e psicologici che insorgono inevitabilmente nel corso dell’adolescenza), disturbi d’ansia e d’angoscia, disturbi dell’umore e disturbi affettivi, disturbi del funzionamento mentale (per esempio disturbi neuropsicologici, disturbi dell’apprendimento, disturbi delle competenze motorie, disturbi da tic, disturbi psicotici, ecc.) disturbi dell’identità di genere, disturbi del comportamento alimentare quali bulimia e anoressia nervosa e disturbi da uso e abuso di sostanze.

                                                                       

 

Pratica in comunità…

Come già accennato, la mia pratica clinica di psicologo e psicoterapeuta nel territorio di Torino non si esaurisce nell’ambito dello studio privato.
Dal 2011 ad oggi lavoro a stretto contatto con pazienti psichiatrici in qualità di psicologo presso comunità psichiatriche. L’obiettivo della comunità psichiatrica è quello di impostare dei progetti riabilitativi e di reinserimento nel tessuto sociale di pazienti con gravi disturbi psichiatrici (quali schizofrenia, gravi disturbi bipolari, disturbi borderline e gravi disturbi di personalità) partendo dalle loro potenzialità e cercando di lavorare nel miglior modo su di esse.
Il lavoro con i pazienti psichiatrici è alquanto delicato, in quanto spesso tali pazienti non vogliono intraprendere un percorso di cura e di riabilitazione perché non hanno una sufficiente coscienza della gravità della loro patologia che crea ovviamente una serie di difficoltà a livello di integrazione con il tessuto sociale e di capacità di vivere una vita sufficientemente autonoma.
Con il paziente in comunità è fondamentale lavorare su diversi aspetti, nel pieno rispetto dei suoi tempi e delle sue difficoltà a modificare i suoi aspetti disfunzionali del Sé… Innanzitutto è importante lavorare sullo sviluppo dell’autonomia nei vari ambiti della quotidianità: gestione dei soldi, igiene personale, gestione dei farmaci, qualità delle relazioni e gestione del tempo libero. È fondamentale fornire poi un aiuto costante nell’accettazione del proprio disagio psichico, aspetto che aiuterà gradualmente a migliorare la qualità della vita.
Da marzo 2016 a marzo 2017 ho inoltre ampliato le mie competenze cliniche nel campo del trattamento delle tossicodipendenze lavorando in una comunità di recupero del torinese, in qualità di psicologo.
Nel prossimo articolo sull’argomento concluderò la presentazione del mio percorso formativo e professionale.

 

 

 

Tutti noi siamo guidati dalle emozioni nella nostra vita… esse possono essere definite dei processi che agiscono attivamente sui nostri pensieri e sulle nostre motivazioni. Le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella vita di tutti i giorni… a seconda del modo in cui riusciamo a gestirle e a metterle in gioco, avremo uno specifico approccio alla vita e un altrettanto specifico modo di relazionarci con gli altri.
Un’emozione che viene vista spesso come qualcosa di assolutamente negativo è la rabbia… Beh, è naturale che la rabbia (o la collera) sia considerata meno piacevole della gioia…ma essa è un’emozione primaria che ci accompagna in precise situazioni della vita…e talvolta ci aiuta… Per esempio?...

                                               

 

Non tutto è da “buttare” della rabbia…anzi!…

Per esempio: se si subisce una grave ingiustizia, sarebbe normale reagire con gioia?... Sarebbe utile reagire con tristezza o con disprezzo?...decisamente no! Di norma, si dovrebbe reagire con un po’ di rabbia e di collera…(ovviamente con gradi differenti, a seconda dei temperamenti e delle personalità)… in caso contrario, saremmo in balia degli eventi della vita e delle sopraffazioni altrui.
Mettere pertanto in gioco una certa quota di rabbia e aggressività, nei confini del confronto civile e del buon senso, aiuta a far valere le nostre ragioni, a esprimere il nostro disappunto e ad aprire un contraddittorio autentico con gli altri quando c’è una marcata differenza di vedute.
Cosa succede però quando la rabbia ci fa perdere il controllo portandoci a dei veri e propri comportamenti aggressivi? L’aggressività è un fenomeno complesso che va collocato nell’articolata rete di rapporti e significati presenti all’interno di una società.
Di per sé l’emozione rabbiosa/aggressiva ha un valore adattativo che si perde nella “notte dei tempi” della storia dell’uomo: essa rappresenta un’emozione che può aiutarci nella sopravvivenza…per esempio è fondamentale nel difenderci da insidie esterne oppure nel soddisfare altri importanti bisogni vitali. Rabbia e aggressività diventano invece problematiche quando condizionano l’esistenza dell’individuo oppure quando tali fenomeni presentano caratteristiche di crudeltà. È la natura crudele dell’aggressività che rende spesso problematico il tutto…

                                                                  

 


Quando la rabbia diventa un problema: come muoversi?…

Proviamo ad andare un po’ più a fondo di tale fenomeno… Le eccessive manifestazioni di rabbia e aggressività sono il risultato di un carente sviluppo della funzione riflessiva. Questa carenza si viene a creare nell’infanzia, quando il bambino inizia a confrontarsi col fenomeno della mentalizzazione: essa è un processo cognitivo che consiste nella scoperta delle emozioni e della loro importanza nel rapporto con le prime figure significative, per esempio la mamma e il papà. La riuscita di questo fondamentale fenomeno psichico (la mentalizzazione) dipende dalla capacità del genitore di riconoscere, comprendere e accogliere i primi stati mentali del piccolo, ossia i suoi pensieri, le sue emozioni, i suoi desideri. Se la mamma e il papà saranno in grado di svolgere questa funzione in un clima di serenità e sicurezza, il bambino sarà capace di comprendere le proprie emozioni e quelle degli altri, così come i propri sentimenti e quegli degli altri. Se la mamma (così come il papà) riuscirà ad elaborare adeguatamente i pensieri e i sentimenti del proprio figlio fornendogli un contenimento, il bambino avrà la possibilità di regolare i propri affetti e di comunicarli in maniera genuina ed equilibrata. Se questa funzione non viene svolta correttamente (per svariate cause), il bambino cercherà percorsi alternativi per contenere le proprie emozioni (talvolta dirompenti)…per esempio con scoppi di rabbia e aggressività verso l’altro…
Spesso la funzione principale rivestita dalla rabbia è quella di manifestare una protesta o rimuovere una situazione fonte di frustrazione. Pertanto, la rabbia viene sempre dopo la frustrazione. Ma la rabbia non serve solo per esprimere che qualcosa non va, a causa di una sofferenza…Nella logica della persona impulsiva, serve anche a tentare di rimuovere un ostacolo che non consente di giungere ad un obiettivo: se da bambini, di fronte a fallimenti di questo genere, non c’è una mamma in grado di aiutare a trasformare in pensiero questa frustrazione, insorgeranno inevitabilmente problemi di rabbia, aggressività e difficoltà a controllare gli impulsi.

                                             

E da adulti come si può lavorare su questi aspetti? Senza dubbio cercando di creare nelle relazioni delle condizioni di sicurezza che consentano alla persona impulsiva di riconoscere il suo valore…le persone rabbiose hanno spesso bisogno di sentire che esistono e che non sono impotenti di fronte alle avversità della vita!...è fondamentale aiutarle a integrare la loro esperienza di sofferenza, fonte di rabbia, in forme più pensabili di accettazione di tali esperienze, in un clima di serenità e fiducia reciproca…compito alquanto arduo ma molto stimolante…

 

 

 

 

 

 

 

In questo articolo affronteremo un disturbo mentale alquanto complesso e articolato e a suo modo abbastanza “misterioso” dove la persona che ne soffre rischia a tratti di perdere il controllo del suo stato cosciente: i disturbi dissociativi.
Alcune persone attraversano periodi transitori o continuativi di amnesia o di alterazione della percezione per svariate cause: un incidente, l’uso di sostanze stupefacenti, l’abuso di alcool, disturbi organici seri, demenze, ecc. Nei disturbi dissociativi, invece, si verificano questi fenomeni senza che si ravvisi alcuna delle suddette cause. Possiamo pertanto avere delle amnesie, delle fughe della mente senza una specifica origine organica o legata ad una sostanza. Come si spiega tutto ciò?

                                                    

 

Analisi del disturbo…

Non può esserci disturbo dissociativo senza trauma, così come non può esserci stato dissociativo senza dissociazione. A seguito di una trauma che spesso si verifica in tenera età, alcuni contenuti dell’esperienza personale vengono totalmente “accantonati”, messi da parte in un’area non riconosciuta della propria personalità…tuttavia, questi contenuti hanno la possibilità di emergere… ma sono completamente dissociati, separati dal resto del Sé.
La dissociazione, quindi, è il frutto di una mancata integrazione di elementi quali la memoria, la percezione, l’identità e la coscienza.
Nelle persone comuni possono verificarsi stati dissociativi di lieve entità…tipo sensazioni transitorie di estraneità, la tendenza ad incantarsi o a distanziarsi per qualche momento dagli altri: sono fenomeni abbastanza frequenti che possono anche aiutare a distrarsi da una situazione un po’ stressante o “staccare un attimo” a seguito di un momento di stanchezza. Nei disturbi dissociativi invece il fenomeno è molto più consistente e massiccio e rappresenta una difesa nei confronti del trauma. Quando si verifica il trauma, vengono provate delle sensazioni tremende e inaccettabili che potrebbero distruggere l’integrità psichica. Per difendere da tutto ciò, l’apparato psichico fa sì che il soggetto si “estranei” dalla situazione traumatica…che si assenti totalmente con lo scopo di non provare quelle sensazioni tremende.

                                                

 

Analisi del processo dissociativo…

Ecco che ogni volta che si riattivano i vissuti e i contenuti legati al trauma subìto, la dissociazione “torna in gioco” per proteggere la persona dal prendere coscienza dell’evento accaduto…il risultato sarà che il soggetto andrà incontro ad amnesie, ad alterazioni della coscienza, a fughe dalla realtà… Si assisterà a comportamenti del tutto estranei a quelli che solitamente contraddistinguono il traumatizzato, in quanto si viene a creare una vera e propria frattura tra l’esperienza di vita comune (di tutti i giorni) e l’esperienza dell’evento traumatico…sono entrambi presenti ma non si riconoscono l’uno con l’altro. Ecco perché spesso una persona con disturbo dissociativo compie delle azioni di cui in seguito non ha alcun ricordo!...
In concreto, i ricordi del Sé che ha subito il trauma vengono necessariamente dissociati, perché sono in profonda contraddizione e contrasto con il Sé della vita quotidiana.
Per esempio, un bambino che ha subìto un grave abuso fisico o un abuso sessuale, può successivamente dimenticare un evento del genere e “trasformarlo” nella convinzione di essere stato magari rapito dagli alieni e di aver subìto degli esperimenti: a tal proposito, invito il lettore a vedere il film “Mysterious Skyn” film del 2004 diretto da Gregg Araki che descrive in maniera mirabile come un’esperienza traumatica possa essere dissociata dal proprio Sé).
Possiamo avere varie forme di disturbo dissociativo: l’amnesia dissociativa, che consiste nell’incapacità a ricordare un evento traumatico; la fuga dissociativa, che consiste invece in un brusco allontanamento da casa con successive difficoltà a ricordare il proprio passato e altrettante difficoltà a livello di identità personale. Abbiamo un altro fenomeno dissociativo, alquanto problematico e fonte di notevole sofferenza: il disturbo dissociativo dell’identità, un tempo noto come disturbo da personalità multipla. Esso consiste nella presenza nella stessa persona di due o più identità differenti…ciascuna di esse presenta caratteristiche distinte e stabili con specifiche modalità di relazione e percezione degli altri e di se stessi. Ciascuna di queste identità non ha ricordo dell’altra rendendo spesso i comportamenti di queste persone alquanto inquietanti.
Alla base di questo disturbo c’è una fortissima sofferenza traumatica che porta all’uso massiccio della dissociazione, fenomeno complesso e articolato che sarà approfondito in un successivo lavoro.