Nei meandri della depressione: i meccanismi di difesa

Le forme di depressione sono molteplici e riflettono la complessità del disagio e della natura umana. Ogni individuo che presenta tale problematica, in quanto unico e irripetibile, esprimerà la sua forma altrettanto unica e irripetibile di depressione. Tuttavia, nel funzionamento depressivo vero e proprio, vi sono dei “movimenti” e delle “operazioni psichiche” comuni, più o meno consapevoli, che vengono utilizzate per ridurre angoscia e turbamento… e che alla lunga possono mettere a repentaglio l’equilibrio interiore. Queste operazioni inconsce prendono il nome di meccanismi di difesa. Tutti noi facciamo uso dei meccanismi di difesa: spesso consistono in forme di adattamento sane che intervengono per difendere e preservare il nostro Sé da una minaccia, con lo scopo di gestire qualche emozione intensa, fonte di angoscia…oppure un dolore intollerabile che potrebbe destabilizzare. Le difese sono fondamentali anche per mantenere la propria autostima e contribuiscono ad organizzare la nostra personalità.
Quando però queste difese si irrigidiscono oppure vengono usate in maniera massiccia influendo sulla qualità della vita della persona, diventano disadattive portando al disagio psichico…
Vediamo quali sono le difese che hanno un ruolo chiave nel funzionamento depressivo.

L’introiezione

La difesa più influente messa in atto dalle persone depresse è senza dubbio l’introiezione.
L’introiezione è quel fenomeno in cui si ritiene proveniente dall’interno qualcosa che in realtà risiede all’esterno. Nell’introiezione viene incorporata all’interno di Sé una rappresentazione mentale di una persona significativa…spesso di un genitore. Per comprendere meglio questo fenomeno dobbiamo pensare ai bambini piccoli…i bambini interiorizzano qualsiasi tipo di comportamento, atteggiamento, affetto delle persone di riferimento, quali genitori e familiari. Questa difesa consente al bambino di identificarsi a poco a poco con i propri genitori. Crescendo e diventando adolescente, si identificherà sempre più con altre figure di riferimento, quali amici, conoscenti, professori, ecc…che consentiranno col tempo al ragazzo di discostarsi in parte dai dettami familiari e di sviluppare una propria autonomia e indipendenza…insomma di diventare un uomo. Nelle forme sane, quindi, l’introiezione corrisponde ad una fortissima identificazione con le persone importanti della propria vita.
Nelle forme non sane, invece, l’introiezione può portare a conseguenze davvero pesanti. È inevitabile che questa difesa presenti un legame inestricabile con la depressione. Quando siamo profondamente legati ad una persona, noi la introiettiamo…la facciamo “nostra”…e caratteristiche importanti di questa persona diventano a loro volta parte integrante di noi. Se perdiamo questa persona, per esempio per una separazione improvvisa o un rifiuto, qualcosa in noi viene a mancare, una parte importante di noi (che avevamo appunto introiettato…) viene a morire… A questo punto, un senso di vuoto pervade il mondo interno del depresso che, come conseguenza dell’utilizzo non sano dell’introiezione, comincia a chiedersi: “Quali sono gli sbagli che ho commesso e che hanno causato il suo allontanamento, il suo rifiuto?” L’aspetto più malefico dell’introiezione è che induce il depresso a trovare e correggere presunti errori che avrebbe fatto, con l’illusione che questo approccio possa far ritornare in qualche modo la persona perduta.

Introiezione e depressione 

Chi si avvale costantemente di questa difesa, conservando legami psicologici con figure significative del passato che non possono più dare nulla, presenterà un funzionamento depressivo.
In terapia, le conseguenze nefaste dell’introiezione si possono cogliere in maniera alquanto evidente: lo psicologo in seduta, oltre che con il paziente, ha spesso la sensazione di parlare con un “fantasma”…il fantasma della persona perduta e della quale il paziente non è riuscito ad elaborare il lutto (l’accettazione della perdita o dell’allontanamento). Il tipo di introiezione che contraddistingue il depresso consiste nell’interiorizzazione delle caratteristiche più negative e fastidiose di una vecchia figura di riferimento che si è amata tanto: cosa succede quindi?...succede che gli attributi positivi di questa persona vengono ricordati con affetto e dolcezza mentre quelli negativi vengono riconosciuti come parte di Sé…questo meccanismo perverso porta ad idealizzare la persona perduta che verrà vista come “totalmente buona”…le parti negative invece, diventando elementi costitutivi del depresso, genereranno quel senso di inadeguatezza, di colpa perenne e di autosvalutazione che rendono la vita vuota e spesso priva di senso…il tutto per conservare il ricordo “meraviglioso” di una persona importante che non c’è più.
Ovviamente tutto questo non verrà minimamente riconosciuto dal paziente depresso all’inizio di un trattamento psicologico, in quanto l’introiezione opera principalmente a livello inconscio.
Obiettivo dello psicologo sarà quello di rendere sempre più consapevole la persona depressa di questo meccanismo problematico e, a poco a poco, di aiutarlo liberarsi dai vincoli affettivi della persona perduta… per aprirsi gradualmente al mondo e investire le proprie risorse affettive su altre persone importanti che permettano di vivere la vita appieno e senza quel perenne senso di colpa e inadeguatezza.
Nel prossimo articolo approfondiremo questo complesso meccanismo di difesa nell'ambito della depressione.