La meditazione è una pratica mentale il cui obiettivo principale è quello di raggiungere un maggiore controllo delle proprie attività psichiche.
Tramite specifici esercizi la meditazione consente di andare oltre l’esperienza quotidiana, spesso soltanto razionale e prevalentemente centrata su se stessi, per giungere ad un accrescimento della propria coscienza e del proprio sé più profondo. Un’esperienza più profonda e ampliata del Sé consente di viversi in armonia con il tutto, dove l’Io (ossia la parte più razionale e cosciente di noi) non rappresenta più l’elemento principale per la conoscenza del mondo, ma diventa parte di una totalità che è rappresentata da tutte le sensazioni e i vissuti emotivi che caratterizzano il Sé. Del resto, non siamo fatti solo di pensiero.

                                                                      

 

In cosa consiste

Ci sono svariate tipologie di meditazione, dalle più cognitive a quelle più trascendentali. Ogni tipo di meditazione presenta metodi e obiettivi differenti riconducibili alla metodologia o alla tradizione filosofica/spirituale di riferimento. Tuttavia, la quasi totalità delle tecniche si fonda su elementi chiave quali la regolazione del respiro, l’attenzione e la concentrazione, la deprivazione sensoriale, l’utilizzo di specifiche posture corporee atte a favorire la concentrazione, il concentrarsi su oggetti emblematici che simboleggiano un preciso stadio che si intende raggiungere. La meditazione è inoltre caratterizzata da ripetizioni continuative di formule che servono ad astrarsi dal mondo delle categorie e delle classificazioni, fenomeno tipico della cultura occidentale: il mondo delle categorie ci aiuta a muoverci in maniera efficace nell’ambito lavorativo, nelle comunicazioni e nell’acquisizione di informazioni ma ci impedisce di vivere alcune esperienze “di pancia”, ossia quelle esperienze che ci consentono di mettere in gioco non soltanto la nostra mente ma tutto il nostro corpo, tutte le nostre sensazioni… tale esperienza ci permette di vivere il mondo e gli altri in maniera totale e rigenerante, in un continuo percorso di ampliamento del nostro Sé e dell’esperienza dell’altro
Ma le tecniche di meditazione possono avere degli effetti benefici su disturbi opprimenti e snervanti quali ansia e attacchi di panico? Da tutta una serie di studi ed evidenze, sembrerebbe di sì.

                                         

Meditazione e ansia

È stato riscontrato, per esempio, che la meditazione sia in grado di generare variazioni a livello elettrofisiologico, così come modificazioni nelle risposte galvaniche della pelle, sensibili cambiamenti a livello biochimico, una graduale riduzione del consumo di ossigeno e un marcato rallentamento della respirazione. Tutti elementi che non possono far altro che incidere positivamente sui livelli d’ansia di una persona
Un programma di meditazione di gruppo per esempio può efficacemente ridurre i sintomi di ansia e panico e può aiutare a mantenere un buon livello di controllo dell’ansia in disturbi specifici quali il disturbo d'ansia generalizzato, il disturbo di panico e il disturbo di panico con agorafobia.
Per esempio, diversi studi (Girodo, M. 1974) hanno evidenziato che la meditazione trascendentale, pratica mentale in cui il soggetto si deve concentrare su un mantra, una parola o una frase da ripetere continuamente e in silenzio per raggiungere uno stato meditativo ottimale, può essere molto efficace nel fronteggiare l’ansia. Allo stesso modo di tecniche di rilassamento e tecniche comportamentali.
Un altro studio effettuato su pazienti psicotici (Kutz et al. 1985) ha rilevato che la mindfulness (un’altra tecnica di meditazione), se associata a percorsi di psicoterapia, produce dei forti miglioramenti in sintomi psicologici quali ansia e angoscia.
Ovviamente l’efficacia va ricondotta anche ad un altro elemento chiave, quello della soggettività. Ogni persona si troverà più a suo agio con specifiche pratiche che favoriscono il rilassamento e contrastano in maniera soddisfacente ansia e panico. La meditazione è una di quelle pratiche che trova maggior riscontro nelle persone.
Nei prossimi articoli andremo ad approfondire due importanti tipologie di meditazione: la meditazione trascendentale e la mindfulness.

                                         

 

Tutti noi restiamo colpiti dai numerosi casi di cronaca nera che narrano di aggressioni, violenze, furti, rapine e omicidi ad opera della criminalità comune e della criminalità organizzata nelle zone di maggior degrado e non solo... Tuttavia, un aspetto che colpisce in maniera alquanto inquietante è dato dal fatto che, secondo le ultime statistiche, l’anno scorso il numero di reati in Italia sarebbe diminuito (per esempio il numero di delitti sarebbe calato del 9.5% rispetto all’anno precedente) mentre sono aumentati in maniera esponenziale i casi di femminicidio e di violenza tra le mura domestiche (dati del Viminale estrapolati dall’articolo di repubblica.it : https://www.repubblica.it/cronaca/2018/08/15/news/dossier_viminale_reati_in_calo_ma_un_terzo_degli_omicidi_sono_femminicidi-204182603/ )
Questo ci porta a riflettere su un fenomeno che per troppo tempo è stato trascurato e che ahimé ancora oggi non viene portato sufficientemente alla luce, proprio perché si verifica tra le mura di casa: il fenomeno dell’Intimate Partner Violence, ossia la violenza domestica. Analizziamo più a fondo questo complesso e drammatico fenomeno…

                                              

                                               

 

L’incubo “violenza” nella coppia: l’Intimate Partner Violence

In generale l’Intimate Parnter Violence viene intesa come una violenza fisica, psicologica o sessuale messa in atto da un partner a scapito dell’altro. Tuttavia questo fenomeno presenta aspetti di notevole complessità che chiamano in causa molteplici variabili. Innanzitutto possiamo riscontrare tre tipologie di violenza domestica, con caratteristiche e conseguenze differenti:
1) Il “terrorismo” fisico e psicologico tra le mura domestiche: esso è una particolare modalità di controllo violento e oppressivo del partner che comprende tutta una serie di atti di violenza fisica e sessuale che si combina in maniera perversa con strategie di controllo non necessariamente violente quali il controllo economico, l’abuso emotivo, il controllo incessante delle attività e degli spostamenti del partner, minacce e intimidazioni. Questo è il tipo di violenza domestica che finisce maggiormente sotto la “lente di ingrandimento” delle forze dell’ordine, quando la vittima decide di sporgere denuncia… aspetto per nulle banale, in quanto, a causa del clima di sottomissione e “ricatto emotivo” di fronte al quale la vittima si trova spesso soggiogata, buona parte di questi episodi di abuso rimangono nascosti tra le mura domestiche.
2) Comportamenti violenti messi in atto dalla vittima per difendersi dalle angherie del partner violento. Questo tipo di comportamento aggressivo può essere il risultato di una reazione istintiva all’aggressione subita oppure può assumere una valenza di difesa… un tentativo estremo e disperato di porre fine alla violenza del partner, giungendo nei casi più seri all’uccisione del compagno.
3) Infine abbiamo una “violenza “situazionale” legata al rapporto di coppia e alle situazioni di conflitto e aggressività reciproca…in questo caso non abbiamo un partner controllante che abusa e minaccia...qui abbiamo invece un fenomeno di aggressività che caratterizza proprio la coppia. Questo tipo di violenza la possiamo individuare per esempio in un litigio accesso che poi, a causa delle dinamiche di coppia, degenera in uno scontro fisico con conseguenze che possono portare a diverbi e aggressioni poco rilevanti o a gravi situazioni di violenza cronica, fino all’omicidio del partner.
Quest’ultimo tipo di violenza è il frutto delle incomprensioni e delle dinamiche problematiche della coppia… in questo caso, quindi, non vi è uno “sbilanciamento” dell’aggressività ai danni del partner più debole: qui la violenza è messa in atto da entrambi i partner e in egual misura.
Nei primi due casi invece, chi soccombe è sempre il partner più debole o fragile…e statisticamente, ahimé, è quasi sempre la donna…

 

                                              

 


Alle origini della violenza domestica…

Sono innumerevoli le sfaccettature che vanno a comporre il fenomeno della violenza domestica. Esaminiamone alcune…
Per comprendere meglio l’Intimate Partner Violence è importante analizzare il tipo di relazione che si viene a creare tra i due partner. Una componente importante, motivo di comportamenti violenti, è la ritorsione a seguito di atteggiamenti di ribellione da parte della partner: esso si verifica soprattutto in soggetti (prevalentemente maschi) con una personalità problematica…talvolta con tendenze paranoidi o caratterizzata da fasi di idealizzazione eccessiva della partner alternate a repentine fasi di violenta svalutazione… Cosa succede concretamente in questo caso?...succede che il parnter alterna fasi in cui vede la compagna come una figura perfetta (senza alcun difetto) ad altre in cui la ritiene un essere spregevole e immondo…è in questa specifica fase che possono innescarsi meccanismi perversi di ritorsione ai danni della partner. Un altro fattore che spesso porta alcuni uomini problematici a condotte violente è quello della dominazione/punizione, dove il partner avverte il bisogno di esercitare un controllo totale sulla compagna. Tale fattore si presenta quasi sempre in soggetti con personalità patologiche che manifestano problemi nella gestione delle emozioni e dell’impulsività.
Un altro elemento che gioca un ruolo chiave nell’insorgenza di violenza domestica è dato dalle prime interazioni con le figure di attaccamento, ossia con i genitori. Diversi studi hanno riscontrato che stili di attaccamento ai genitori improntati alla sicurezza e alla serenità permettono alla persona di avere in futuro rapporti stabili, caratterizzati dal rispetto reciproco: in queste coppie si riscontreranno pertanto bassi livelli di violenza e aggressività.
Al contrario, individui che hanno avuto un attaccamento ai genitori insicuro e dominato da paura e senso di fragilità presentano nella vita di coppia livelli di violenza decisamente più elevati che associati a specifiche caratteristiche di personalità producono gelosia, ansia da lontananza del partner, marcata sospettosità, atteggiamenti di controllo e agiti violenti.
In contesti delicati come questi sarebbe fondamentale lavorare in primo luogo sulla vittima, con un percorso di supporto psicologico che possa aiutarla a prendere coscienza della gravita della situazione in cui si trova. In secondo luogo, indipendentemente dalle eventuali sanzioni penali, sarebbe fondamentale un lungo e paziente lavoro di recupero del partner violento…con lo scopo di acquisire graduale consapevolezza delle proprie componenti impulsive e patologiche nella gestione della relazione di coppia.

                                               

 

Nel linguaggio comune si sente sempre più parlare di disturbo “borderline” (talvolta in maniera impropria) per definire quei disturbi psichici che si pongono “al limite”… al confine tra funzionamento nevrotico (un funzionamento psichico meno grave) e funzionamento psicotico (un funzionamento psichico decisamente più grave). Con questo articolo inizierà una lunga serie di riflessioni e lavori su questo disturbo psichico sempre più diffuso nella nostra società.
A livello affettivo, il disturbo borderline di personalità presenta caratteristiche specifiche quali rabbia, disforia, depressione e ansia latente che si manifestano soprattutto quando l’individuo si trova sotto stress, quando è sottoposto a particolari sollecitazioni emotive. Ma concentriamoci ora sull’evoluzione del concetto “borderline” che ha coinvolto per decenni (e coinvolge tuttora) psicologi e psichiatri…

                                          

 

Un po’ di storia…

Il termine “borderline” significa “linea di confine”: esso è usato per descrivere una complessa e articolata tipologia di pazienti con caratteristiche tipiche sia delle nevrosi che delle psicosi.
A partire dai primi anni ’50 il concetto di disturbo borderline di personalità è andato incontro a molteplici definizioni e interpretazioni da parte di psicologi e psichiatri. Ma come nasce il concetto di disturbo borderline? Col passare del tempo, a partire da un’originaria contrapposizione tra nevrosi e psicosi, inizia a farsi strada l’ipotesi secondo cui ci sarebbe un disturbo “intermedio” tra psicosi e nevrosi che include quei pazienti che non rispondono né ai criteri per porre diagnosi di nevrosi né a quelli per porre diagnosi di psicosi. Inizialmente si riteneva che questi pazienti presentassero una lieve forma di schizofrenia. Fu Stern nel 1938 ad introdurre per la prima volta il concetto di “borderiline” per descrivere quei pazienti che non rientravano nelle classiche categorie psicodiagnostiche (nevrosi o psicosi).
Negli anni successivi Hoch e Polatin proposero il termine di “schizofrenia pseudo-nevrotica”, in quanto lo psicologo si trovava spesso di fronte ad un quadro psicopatologico contraddistinto da numerosi sintomi nevrotici (tra cui soprattutto ansia grave e duratura) e da vari sintomi di promiscuità sessuale. In pratica questi studiosi hanno individuato dei pazienti che in generale manifestavano sintomi nevrotici ma che in condizioni di stress, invece che conservare un adeguato esame di realtà, tendevano a regredire presentando sintomi propriamente psicotici che potevano giungere ad una sindrome schizofrenica…

                                                                  

 

Ulteriori sviluppi del concetto "borderline" tra psicologi e psichiatri

Knight negli anni cinquanta giunse invece alla conclusione secondo cui i pazienti borderline presentavano una marcata debolezza dell’Io e delle sue principali funzioni. Knight considerava la condizione borderline non come una serie di sintomi bensì come una sindrome generata da disfunzioni dell’Io. Si inizia a intuire che questo disagio presenta seri problemi nelle relazioni con le persone significative e nelle relazioni sociali, nell’affettività e nella capacità di identificarsi con i bisogni degli altri, con conseguente egocentrismo, mancanza di empatia e ricerca spasmodica di emozioni forti… che poi però non si è in grado né di gestire né di tollerare. Grinker nel 1968 individua gli elementi che contraddistinguono il disturbo borderline: la rabbia come affetto principale, la mancanza di un’immagine stabile di sé, gravi difficoltà nelle relazioni interpersonali e depressione abbandonica. A partire dalle concettualizzaioni di Grinker, psicologi e psichiatri iniziano ad utilizzare il termine “borderline” per indicare una sindrome specifica che si concentra su ciò che è osservabile nel paziente.
Il merito di Grinker è stato quello di cogliere la complessità del fenomeno borderline che si dipana lungo un articolato “continuum” psicopatologico cha parte dalla polarità nevrotica per giungere alla polarità psicotica.
Grinker individua quattro sottocategorie del disturbo borderline: 1) Disturbo borderline che si colloca nella polarità “psicotica”, contraddistinta da esame di realtà alquanto distorto, comportamenti bizzarri, rabbia incontrollata, episodi psicotici transitori; 2) Disturbo borderline “nucleare” che presenta disforia, scarsa empatia, impulsività, comportamenti autodistruttivi, ecc.;
3) Personalità “come se”: personalità apparentemente più adeguate, caratterizzata tuttavia da scarsa affettività e da una predisposizione “camaleontica” a copiare le caratteristiche di personalità degli altri; 4) Disturbo borderline di tipo “nevrotico”: disturbo che presenta ansia, molteplici sintomi nevrotici, depressione abbandonica, disforia, fasi contraddistinte da regressione.
Nei prossimi lavori approfondiremo ulteriormente l’evoluzione del concetto “borderline”.

                                                   

 

 

Di fronte a turbamenti provenienti dal mondo esterno o da dentro di noi che possono mettere a repentaglio il nostro equilibrio, tutti noi utilizziamo delle operazioni psichiche (prevalentemente inconsce) che ci consentono di ridurre l’ansia o l’angoscia. Tali operazioni psichiche prendono il nome di meccanismi di difesa. Essi sono molteplici, ne troviamo di diversi tipi: si va da quelli più primitivi a quelli più maturi. Un meccanismo più evoluto che adottiamo in maniera più o meno marcata è il meccanismo della rimozione, un meccanismo particolarmente utile in molte situazioni della nostra vita…ma che se utilizzato in maniera eccessiva può portare ai ben noti problemi di ansia, angoscia e panico. Scopriamolo più da vicino…

                                                     

Rimozione: che cos’è?

La rimozione può essere definita come un processo inconscio che permette all’individuo di escludere dalla coscienza pensieri, emozioni e rappresentazioni mentali considerate socialmente inaccettabili. Cosa significa? Significa che alcuni desideri inconsci, se soddisfatti, andrebbero in conflitto con obblighi o imposizioni legate a norme sociali a cui la maggior parte delle persone si adegua. Per esempio, un uomo che deve sopportare in una conversazione un conoscente noioso e logorroico, può avvertire il desiderio inconscio di picchiarlo purché smetta di parlare e infastidirlo…ecco che entra in gioco il meccanismo della rimozione escludendo tempestivamente dalla coscienza questo impulso inaccettabile che presenterebbe pesanti conseguenze. Oppure, una donna di fronte ad una gioielleria che avverte il desiderio inconscio di rubare i gioielli in vetrina… Anche in tal caso, la rimozione interviene ad eliminare dalla coscienza questo desiderio inaccettabile.
Come si può notare, la rimozione è un meccanismo di difesa di livello superiore il cui obiettivo è quello di dimenticare o ignorare in maniera motivata alcuni aspetti di sé che potrebbero generare problemi o imbarazzi. La sua essenza consiste nell’allontanare qualcosa dalla coscienza. Se pertanto alcuni pensieri o emozioni disturbano in maniera eccessiva, è possibile “affidarli” all’inconscio che ci aiuta a dimenticarli, a farli cadere nell’oblio…
Ovviamente, non tutte le nostre dimenticanze sono causate dalla rimozione…alcune di esse possono essere provocate semplicemente dalla priorità che si assegna a certe cose rispetto ad altre. La rimozione può riguardare sia eventi concreti spiacevoli sia pensieri ritenuti inaccettabili.

                                                                 

 

Origini della rimozione e ansia…

Lo sviluppo del meccanismo della rimozione ha origini molto lontane…se lo sviluppo psichico infantile evolve in maniera adeguata, la rimozione rappresenta l’operazione mentale con cui il bambino fronteggia impulsi naturali per il suo processo di crescita psichica ma assolutamente terribili e minacciosi…come per esempio eliminare un genitore per avere l’esclusivo possesso dell’altro genitore. Visto con gli occhi di noi adulti, questo desiderio può sembrarci inconcepibile, terrificante e disumano. Ma nella pratica clinica è emerso che questi sono impulsi più che normali per un bambino che si confronta per la prima volta con emozioni fondamentali quali rabbia, invidia, paura, angoscia, ecc… Gradualmente il bambino impara a riporre nell’inconscio queste fantasie che ovviamente lo disturbano e gli generano angoscia. Per giungere ad una adeguato utilizzo della rimozione è tuttavia necessario aver raggiunto una sufficiente coesione del proprio Sé e un senso di continuità della propria identità…in caso contrario, non si utilizzerà la rimozione, bensì meccanismi di difesa molto più primitivi e patologici.
Come già detto quindi, la rimozione, se utilizzata nella giusta misura, ci aiuta a “dimenticare” pulsioni troppo inaccettabili e a mitigare fantasie ed emozioni “forti” che se non adeguatamente modulate sarebbero causa di seri problemi relazionali e non solo.
Tuttavia, la rimozione diventa problematica quando non svolge più in maniera efficace la sua funzione ma diventa qualcosa di “totalizzante” che organizza l’esistenza della persona. Inoltre, quando la rimozione diventa problematica e non più un nostro “alleato”, rimuove non solo i contenuti inaccettabili ma anche gli elementi positivi della vita di tutti i giorni, con conseguente peggioramento nella qualità delle relazioni e delle esperienze emotive.
L’eccessivo ricorso alla rimozione produce inevitabilmente angoscia, in quanto troppi contenuti mentali vengono esclusi dalla coscienza…e quando troppe cose vengono relegate nell’inconscio, si viene a creare quell’effetto “pentola a pressione” che porta a trattenere troppe emozioni non riconosciute…che alla lunga premono per la scarica e alla fine “esplodono” sottoforma di crisi d’ansia, angoscia e attacchi di panico.
Lo psicologo in seduta deve monitorare attentamente il paziente nel suo utilizzo della rimozione, in modo tale da lavorare sui contenuti rimossi e rimettere in contatto il paziente con aspetti profondi di sé che se non riconosciuti ed elaborati, possono trasformarsi in varie patologie nevrotiche, prime fra tutte i disturbi d’ansia e gli attacchi di panico.

 

                                                                  

Il disturbo da panico è uno dei disturbi psichici più angoscianti e opprimenti che si possano vivere, in quanto compromette la qualità della vita intromettendosi in maniera infida nella quotidianità delle persone. Esso è caratterizzato da attacchi di panico ricorrenti che sono spesso accompagnati da ansia anticipatoria persistente, frequenti comportamenti di evitamento delle situazioni fonte di ansia e forte preoccupazione per le conseguenze dell’insorgenza di un attacco di panico… Coloro che ne soffrono, nel momento in cui vivono l’episodio di panico, temono che esso avrà delle conseguenze catastrofiche, come perdita di coscienza, follia, addirittura morte… Un brutto vivere insomma… Ma come affrontare il problema nel concreto?

                                                           

 

Lavorare sui significati profondi ma anche sulla gestione concreta del panico...

Come abbiamo già accennato in un precedente lavoro ("Ansia e panico: il baratro del conflitto"), l’ansia e il panico rappresentano un segnale…un segnale fastidioso, ma pur sempre un segnale che ci comunica la presenza di un conflitto più o meno profondo all’interno di noi che va approfondito e analizzato in un percorso psicologico che permetta di comprendere le polarità di questo conflitto e di decidere, tramite una conoscenza sempre più approfondita di sé, dove collocarsi all’interno di questa polarità…che in parole povere, significa prendere decisioni alla luce di segnali importanti (tipo l’ansia) che il nostro inconscio ci invia. Ma ovviamente questo percorso richiede tempo e un po’di pazienza. Nel concreto della gestione dell’attacco di panico, invece, cosa possiamo fare? A tal proposito, ci sono delle tecniche cognitivo-comportamentali basate sull’apprendimento associativo che consentono di lavorare su ansia e panico. Gli attacchi di panico sono un fenomeno abbastanza diffuso nella popolazione mondiale: a moltissime persone è capitato di avere anche soltanto un singolo episodio di panico. Il problema insorge quando l’attacco di panico diventa qualcosa di ricorrente. Ciò che caratterizza le persone con disturbo da panico è la loro fortissima paura che possa verificarsi a breve un nuovo attacco di panico. Un altro aspetto tipico del disturbo di panico è il terrore ingiustificato per la conseguenze “catastrofiche” legate all’attacco di panico.

                                     

                                                         

 


Tecniche per gestire ansia e panico

Con le più innovative tecniche cognitivo-comportamentali si può tuttavia lavorare su questi aspetti appena citati e su alcuni elementi chiave dell’insorgenza e sviluppo dell’attacco di panico. Per esempio:
1. Lavorare sui meccanismi alla base del panico e sulla sua natura;
2. Lavorare accuratamente sulle tecniche di respirazione e rilassamento: può sembrare una banalità, ma questi aspetti permettono di giungere ad una condizione psico-fisica ottimale per contrastare ansia e panico e depotenziarne gli effetti devastanti;
3. Correggere la tendenza a individuare effetti catastrofici dell’attacco di panico: spesso le persone con disturbo di panico presentano un terrore ingiustificato per inesistenti conseguenze catastrofiche legate all’attacco di panico…è vero che sono inesistenti, ma nella realtà psicologica della persona con disturbo da panico tali conseguenze esistono eccome…le tecniche cognitivo-comportamentali permettono di riflettere sull’infondatezza di queste convinzioni e sull’eccessivo significato che si attribuisce alle più impercettibili sensazioni corporee;
4. Esposizione alle sensazioni corporee temute, alla luce delle nuove conoscenze acquisite su ansia e panico.

Nel contesto delle tecniche cognitivo-comportamentali, è fondamentale fornire informazioni accurate sul panico, in quanto questo aiuta il paziente a comprendere meglio il processo sottostante ai suoi sintomi e a dare inizio ad un percorso di correzione delle credenze sbagliate sulle conseguenze dell’attacco di panico.
Questa fase delle tecniche cognitivo-comportamentali può essere definita la “fase educativa”, quella più…teorica, legata alle conoscenze da acquisire sugli aspetti più significativi del panico e su come il proprio sé si rapporta col panico. È una tappa essenziale nel processo di gestione di tale problema…che va ovviamente accompagnata da un lavoro volto ad attribuire significato all'ansia riportata dal paziente in seduta. Il trattamento del panico deve pertanto avere una doppia funzione: da un lato un lavoro “di testa” sulla gestione e sulla comprensione accurata dei meccanismi sottostanti ai fenomeni di ansia e panico, dall’altro un lavoro “di pancia”, in grado di cogliere gli aspetti più profondi e conflittuali del sé che hanno portato all’insorgenza degli attacchi di panico.
Nel prossimo lavoro sul trattamento di ansia e panico, ci focalizzeremo sulla fase successiva della tecnica cognitivo-comportamentale, quella del coping…ossia quella fase finalizzata ad affrontare “di petto” l’attacco di panico.