In questo articolo affronteremo un disturbo mentale alquanto complesso e articolato e a suo modo abbastanza “misterioso” dove la persona che ne soffre rischia a tratti di perdere il controllo del suo stato cosciente: i disturbi dissociativi.
Alcune persone attraversano periodi transitori o continuativi di amnesia o di alterazione della percezione per svariate cause: un incidente, l’uso di sostanze stupefacenti, l’abuso di alcool, disturbi organici seri, demenze, ecc. Nei disturbi dissociativi, invece, si verificano questi fenomeni senza che si ravvisi alcuna delle suddette cause. Possiamo pertanto avere delle amnesie, delle fughe della mente senza una specifica origine organica o legata ad una sostanza. Come si spiega tutto ciò?

                                                    

 

Analisi del disturbo…

Non può esserci disturbo dissociativo senza trauma, così come non può esserci stato dissociativo senza dissociazione. A seguito di una trauma che spesso si verifica in tenera età, alcuni contenuti dell’esperienza personale vengono totalmente “accantonati”, messi da parte in un’area non riconosciuta della propria personalità…tuttavia, questi contenuti hanno la possibilità di emergere… ma sono completamente dissociati, separati dal resto del Sé.
La dissociazione, quindi, è il frutto di una mancata integrazione di elementi quali la memoria, la percezione, l’identità e la coscienza.
Nelle persone comuni possono verificarsi stati dissociativi di lieve entità…tipo sensazioni transitorie di estraneità, la tendenza ad incantarsi o a distanziarsi per qualche momento dagli altri: sono fenomeni abbastanza frequenti che possono anche aiutare a distrarsi da una situazione un po’ stressante o “staccare un attimo” a seguito di un momento di stanchezza. Nei disturbi dissociativi invece il fenomeno è molto più consistente e massiccio e rappresenta una difesa nei confronti del trauma. Quando si verifica il trauma, vengono provate delle sensazioni tremende e inaccettabili che potrebbero distruggere l’integrità psichica. Per difendere da tutto ciò, l’apparato psichico fa sì che il soggetto si “estranei” dalla situazione traumatica…che si assenti totalmente con lo scopo di non provare quelle sensazioni tremende.

                                                

 

Analisi del processo dissociativo…

Ecco che ogni volta che si riattivano i vissuti e i contenuti legati al trauma subìto, la dissociazione “torna in gioco” per proteggere la persona dal prendere coscienza dell’evento accaduto…il risultato sarà che il soggetto andrà incontro ad amnesie, ad alterazioni della coscienza, a fughe dalla realtà… Si assisterà a comportamenti del tutto estranei a quelli che solitamente contraddistinguono il traumatizzato, in quanto si viene a creare una vera e propria frattura tra l’esperienza di vita comune (di tutti i giorni) e l’esperienza dell’evento traumatico…sono entrambi presenti ma non si riconoscono l’uno con l’altro. Ecco perché spesso una persona con disturbo dissociativo compie delle azioni di cui in seguito non ha alcun ricordo!...
In concreto, i ricordi del Sé che ha subito il trauma vengono necessariamente dissociati, perché sono in profonda contraddizione e contrasto con il Sé della vita quotidiana.
Per esempio, un bambino che ha subìto un grave abuso fisico o un abuso sessuale, può successivamente dimenticare un evento del genere e “trasformarlo” nella convinzione di essere stato magari rapito dagli alieni e di aver subìto degli esperimenti: a tal proposito, invito il lettore a vedere il film “Mysterious Skyn” film del 2004 diretto da Gregg Araki che descrive in maniera mirabile come un’esperienza traumatica possa essere dissociata dal proprio Sé).
Possiamo avere varie forme di disturbo dissociativo: l’amnesia dissociativa, che consiste nell’incapacità a ricordare un evento traumatico; la fuga dissociativa, che consiste invece in un brusco allontanamento da casa con successive difficoltà a ricordare il proprio passato e altrettante difficoltà a livello di identità personale. Abbiamo un altro fenomeno dissociativo, alquanto problematico e fonte di notevole sofferenza: il disturbo dissociativo dell’identità, un tempo noto come disturbo da personalità multipla. Esso consiste nella presenza nella stessa persona di due o più identità differenti…ciascuna di esse presenta caratteristiche distinte e stabili con specifiche modalità di relazione e percezione degli altri e di se stessi. Ciascuna di queste identità non ha ricordo dell’altra rendendo spesso i comportamenti di queste persone alquanto inquietanti.
Alla base di questo disturbo c’è una fortissima sofferenza traumatica che porta all’uso massiccio della dissociazione, fenomeno complesso e articolato che sarà approfondito in un successivo lavoro.

 

In un recente articolo di psicologo-online24.it si è fatto riferimento al counseling online e al ruolo che possono rivestire preziosi strumenti come e-mail e chat per integrare questo importante intervento psicologico. Si è inoltre definito il counseling un intervento mirato che ha lo scopo di risolvere uno specifico problema fonte di disagio o frustrazione. Tale intervento viene svolto esclusivamente dalla figura professionale dello psicologo, anche se negli ultimi tempi sono state avanzate alcune proposte di legge volte ad estendere tale pratica psicologica ad altre figure professionali che non hanno ricevuto alcun tipo di formazione psicologica. Proposta che avrebbe un effetto deleterio sulla qualità di tale servizio. Perché?...

                                                  

 

Tutto ha origine dal concetto di consulenza….

Perché dunque il counseling deve essere necessariamente svolto da uno psicologo? Analizziamo meglio la questione…
Il counseling costituisce uno strumento molto importante per affrontare e risolvere problemi attuali del paziente…ma che sono ovviamente problemi di natura psicologica!...anche se non si va in profondità come in una psicoterapia, la risoluzione del problema si fonda comunque sulla relazione tra psicologo e paziente. Entriamo più nello specifico del fenomeno del counseling…

                                                                 


Il counseling affonda le sue radici nell’attività di consulenza: essa è una tipologia di rapporto che si instaura tra un consulente e una persona con un problema che non ha a disposizione le competenze e le capacità per risolverlo. Il consulente, grazie alla propria formazione e competenza, può aiutare questa persona a risolvere tale problema.
A differenza della psicoterapia, la durata della consulenza è ridotta…nello specifico è limitata alla soluzione del singolo problema riportato inizialmente in seduta. La consulenza appartiene alla categoria degli interventi di psicologia clinica e può assumere forme diverse e seconda della tipologia di utente e del tipo di problema che viene riportato.
Per rendere meglio l’idea delle forme di consulenza con cui può confrontarsi lo psicologo (così come lo psicologo online), possiamo avere consulenze che si rivolgono nello specifico all’utente, consulenze centrate su un collega e consulenze fornite ad un’istituzione (per esempio scuole, servizi sanitari o anche aziende, centri produttivi, associazioni, ecc…).

Il counseling vero e proprio…

Tra le differenti tipologie di consulenza, ha acquisito un ruolo sempre più significativo la cosiddetta attività di counseling. Il counseling psicologico è un’attività di sostegno terapeutico finalizzato ad aiutare il paziente a prendere una decisione importante. Sia ben chiaro: questo non significa che lo psicologo fornisce all’utente consigli concreti su come muoversi in una specifica situazione. In questo caso lo psicologo non svolgerebbe più tale funzione ma si trasformerebbe in un educatore, un’altra figura professionale molto importante ma che non può e non deve ricoprire come ruolo lo psicologo...lo psicologo deve fare lo psicologo… Egli non deve consigliare l’utente su quale decisione prendere, bensì deve aiutarlo a pensare… Cosa significa? Significa che lo psicologo deve costruire le condizioni ideali affinché l’utente possa prendere decisioni in autonomia. Come si possono creare tali condizioni? Innanzitutto attraverso la relazione…la relazione tra psicologo e utente rappresenta lo strumento conoscitivo per eccellenza… A partire dalla relazione, si analizzano tutti quegli elementi che giocano un ruolo fondamentale nel processo decisionale, quali motivazioni, passioni, interessi, desiderio di raggiungere una specifica posizione sociale, aspirazioni di natura economica, fattori consci e inconsci, emozioni e affetti che ruotano intorno ad una specifica decisione da prendere e soprattutto analisi dei pro e dei contro di una decisione.
Obiettivo finale del counseling psicologico è pertanto quello di permettere all’utente di avere una visione realistica di sé e della situazione, così da affrontare nel miglior modo possibile il processo decisionale legato alla questione fonte di dubbio e problematicità.

 

 

 

 

 

 

Ormai è un dato assodato che le nuove tecnologie quali computer, tablet e smartphone stanno sempre di più contribuendo ad estendere la presenza fisica di una persona: oggi si possono fare innumerevoli cose online…cose che prima si potevano svolgere soltanto di persona. Lo stesso vale per le opinioni: oggi sembra quasi ovvio il fatto che si possa esprimere giudizi, confrontarsi con molte altre persone, discutere e aumentare le proprie conoscenze tramite strumenti tecnologici e comunicazioni online. Un tempo, scenari del genere erano del tutto inconcepibili. Oggi invece, dobbiamo confrontarci con queste nuove realtà e cercare di trarne il meglio, in quanto siamo inevitabilmente figli dei nostri tempi…

                                                                             

Psicoterapia e counseling online: differenze

Se da una parte questi nuovi scenari possono portare a conseguenze negative (per esempio dipendenze da internet, rischio di isolamento sociale, cyber-bullismo, fake news, ecc.), dall’altra ci permettono di aprirci a nuove prospettive e a nuovi servizi innovativi che nel contesto online possono rivelarsi di notevole utilità per la persona.
Nel campo della psicologia si è potuto già osservare una serie cambiamenti. Anche se tali cambiamenti e novità risultano essere ancora in fase embrionale, in prospettiva appaiono alquanto interessanti. In articoli precedenti si sono analizzati i pro e i contro di percorsi di supporto psicologico online, così come della psicoterapia online. Strumenti quali Skype e whatsapp (tramite la modalità di comunicazione della videochiamata) consentono di ricreare “online” un contesto molto simile a quello di una classica seduta in studio tra psicologo e paziente. Tuttavia non vi è soltanto questo tipo di prestazioni.
Nell’ambito della salute mentale si possono individuare due “macro-aree” di interventi: la psicoterapia e il counseling (consulenza psicologica). Nel primo caso si intendono tutte quelle prestazioni finalizzate ad accogliere, sostenere ed elaborare il disagio del paziente, nel secondo si intendono invece interventi mirati a risolvere uno specifico problema fonte di disagio o frustrazione.
Nel contesto online, oltre alla classica seduta via Skype, lo psicologo può avvalersi di due strumenti alquanto innovativi per il counseling: le e-mail e le chat.

                                                                               

 

Due importanti strumenti per il counseling online: e-mail e chat

E-mail e chat dunque. In entrambi i casi il tipo di comunicazione che si viene a creare è una comunicazione asincrona. Che cosa vuol dire? Significa che psicologo online e paziente comunicano tra di loro con delle “pause”, con delle attese…Questo si verifica maggiormente con le e-mail e in misura minore con le chat, dove i tempi di attesa tra un messaggio e l’altro sono davvero minimi. Possono esserci dei problemi di reciprocità e di rispetto dei tempi di conversazione, problemi che non ravvisiamo in un confronto “vis a vis”. Il problema della reciprocità si può riscontrare principalmente con le mail, dove magari si assiste a testi molto lunghi che assomigliano più a dei monologhi o a delle dissertazioni, con lo scopo di inserire più informazioni possibili all’interno del testo da inviare. Il problema è molto meno presente nelle chat, dove la comunicazione è più immediata e i tempi delle comunicazioni (domanda e risposta) possono essere maggiormente rispettati. La chat, nell’ambito del counseling, sembra essere di notevole utilità in quanto risulta più agevole comunicare e descrivere il problema.
In entrambi i casi, mancano però tutti gli aspetti legati al linguaggio verbale (esclamazioni, tono della voce, pause, lapsus, ecc.) e al linguaggio corporeo (postura, mimica facciale, movimenti del corpo, ecc.). Il counselor online che si confronta con e-mail e chat deve sviluppare conoscenze e competenze volte ad analizzare elementi formali del testo scritto dal paziente. Anche dallo stile di scrittura, dall’ortografia, dalla punteggiatura, dall’uso delle emoticon, dal ritmo degli scambi all’interno delle chat, si possono comprendere aspetti molto importanti del soggetto che possono aiutare ad adottare l’intervento più consono alla situazione. In linea di massima, tuttavia, è sempre preferibile conciliare queste modalità di comunicazione a colloqui “vis à vis”, per esaminare la problematica riportata dall’individuo anche a livello verbale.

 

Tutti noi presentiamo degli aspetti di narcisismo, ossia quella preoccupazione rivolta a noi stessi e all’immagine che diamo agli occhi degli altri. Una piccola dose di narcisismo può essere importante, in quanto ci consente di valorizzarci e farci apprezzare da amici, conoscenti, colleghi di lavoro, partner, familiari, ecc... Ma cosa succede quando il narcisismo diventa l’aspetto preponderante della nostra vita?
Talvolta sarà capitato di incontrare persone che conversano amabilmente con tutti fornendo un’immagine di sé piacevole e accattivante… col passare del tempo però, si può notare come queste persone appaiano inaccessibili…si ha come la sensazione che parlino con l’interlocutore ma che in realtà non lo ascoltino, perché troppo prese da se stesse e dalla preoccupazione di “far colpo” sull’altro.
Questo piccolo esempio ci dà una prima idea parziale, ma al tempo stesso eloquente, su come funziona la personalità narcisistica.

 

                                                                                     

 


Le caratteristiche “di facciata” della persona narcisista

È importante precisare che spesso nella pratica clinica è difficile cogliere la differenza tra un narcisismo sano e un narcisismo patologico, in quanto alcuni comportamenti in una persona possono essere caratteristici di una patologia narcisistica, mentre in un’altra potrebbe semplicemente essere indicativo di una sana autostima. Tuttavia esistono degli interessanti aspetti che ci possono fornire preziose informazioni a tal proposito.
Innanzitutto le personalità narcisistiche fanno ruotare tutto intorno al mantenimento dell’autostima attraverso le conferme provenienti dall’ambiente esterno. Tali persone presentano un’attenzione esagerata per sé. Esse risultano perennemente centrate su di loro…sono costantemente preoccupate di come appaiono agli occhi degli altri. A causa di tali preoccupazioni, gli individui con personalità narcisistica possono sentirsi indegne, profondamente disoneste e incapaci di amare.
Ad un osservatore esterno una personalità narcisistica apparirà spesso come esibizionista, fredda, inaccessibile dal punto di vista emotivo, distaccata e particolarmente giudicante nei confronti degli altri…tali individui saranno sopraffatti dentro di loro da fantasie di onnipotenza e tenderanno a sopravvalutare le proprie qualità, con conseguente svalutazione dei pregi altrui.
Ad una prima impressione queste persone sembrano sicure di sé, con un’autostima straordinaria… così soddisfatte e orgogliose di loro stessi da mostrare arroganza e superbia nei confronti degli altri. Insomma, tali individui danno la sensazione di essere forti e di non avere bisogno di nessuno… Ma non è affatto così…

                                                              

Narcisismo: il "peso" della vergogna

Ad un’attenta analisi delle sue fantasie e del suo mondo interno, la personalità narcisistica presenta a livello profondo un forte senso di inadeguatezza,vergogna, debolezza e inferiorità. Ma da dove arrivano queste emozioni e questi vissuti? Essi hanno inesorabilmente origine da esperienze precoci di umiliazione o di non riconoscimento delle proprie autentiche qualità: spesso i genitori di soggetti che svilupperanno un funzionamento narcisistico patologico non vedono il loro figlio per quello che è ma per la funzione che svolge o per il modello ideale di figlio che si sono costruiti…il bambino si sentirà quindi fragile e impotente nel momento in cui non soddisferà le aspettative dei genitori. Tale sensazione di impotenza e inferiorità verrà successivamente compensata con un senso di onnipotenza e grandiosità che tuttavia risulta:
1) molto precario, poiché è strettamente legato alle conferme e ai complimenti degli altri;
2) finalizzato a controbilanciare un penoso senso di inferiorità e fragilità interna.
Una delle principali emozioni che guida l’esistenza della persona narcisista è la vergogna.
Vissuti di vergogna e paura di essere “messi in ridicolo” permeano costantemente la vita del narcisista. Spesso le manifestazioni di vergogna vengono confuse con il senso di colpa, in quanto in entrambi i casi ci si sente indegni e inferiori. Tuttavia c’è una sottile differenza tra di esse: mentre il senso di colpa consiste nel credere di essere cattivo o di aver fatto qualcosa di sbagliato, la vergogna è la convinzione di essere considerato cattivo. Nel primo caso la valutazione negativa proviene da dentro di sé, nel secondo caso da fuori di sé. Sia il senso di colpa che la vergogna possono portare a vissuti depressivi. Ma se in un caso la depressione avrà delle connotazioni improntate alla colpa e al timore di avere fatto del male agli altri, nell’altro la depressione sarà legata alla vergogna e al terrore del giudizio altrui, con un con seguente senso di vuoto e di impotenza. Questo è un aspetto molto importante perché, a seconda della prevalenza di colpa o di vergogna nella propria esistenza, si struttureranno due tipi di depressione differente, una di natura più profonda e l’altra di natura narcisistica.
Ma come si spiega che una personalità narcisistica, apparentemente sicura di sé, spesso caratterizzata da esibizionismo e senso di grandiosità, con un “ego” così grande, possa anche soffrire di depressione?
Nel prossimo articolo su questo argomento approfondiremo la questione.

 

 

 

Nel linguaggio comune il termine depressione viene utilizzato per descrivere un’infinità di disturbi dell’umore che vanno dalle forme più gravi a quelle di lieve entità. Abbiamo svariate tipologie di problematiche depressive che vanno dalla distimia alla disforia, alle personalità depressive e alle depressioni analitiche…per giungere infine alla forma più grave di depressione: la depressione maggiore. Quest’ultima spesso va a costituire un disturbo più complesso che alterna periodi di gravissima depressione ad altri di euforia incontrollata: il disturbo bipolare. È importante fare una corretta distinzione tra le principali tipologie di disturbi depressivi, perché a seconda del livello di gravità è necessario un intervento differente.

                                                     

 

Come muoversi di fronte alla depressione maggiore

Nel caso del disturbo depressivo più grave per esempio, la depressione maggiore, dove la crisi depressiva è talmente profonda e devastante da impedire di svolgere le più insignificanti attività della vita quotidiana e da indurre spesso l’individuo a formulare progetti concreti di suicidio, è logico che il primo tipo di intervento dovrà essere orientato verso una terapia farmacologia che potrà essere successivamente integrata e col tempo sostituita da una psicoterapia…ma questo solo quando la persona tornerà ad essere nelle condizioni di relazionarsi un minimo con il mondo esterno…nelle fasi più serie di crisi depressiva questo non è minimamente possibile e pertanto la psicoterapia non sarebbe di aiuto…
Nelle situazioni di grave depressione a forte rischio suicidarlo, una volta impostato un adeguato trattamento farmacologico, è importante progettare un intervento psicoterapeutico su misura…basato su un contatto emotivo “caldo” che non giudichi o critichi il paziente per la sua ideazione suicidarla… un atteggiamento critico o moralistico non farebbe che ricreare i classici modelli relazionali con i familiari. Essi infatti intervengono spesso in maniera energica di fronte a delle comunicazioni così sconvolgenti (cosa più che comprensibile), cercando di far “reagire” la persona…sortendo però il risultato opposto.
È necessario invece un ascolto attivo che consenta al terapeuta di calarsi nella realtà del paziente e di condividere la sua visione del mondo. Con questi tipi di pazienti è importantissimo “prendere” tempo” nella fase iniziale del percorso. Successivamente ci sarà modo di distanziarsi gradualmente da questo terribile “progetto” e lavorare su una co-costruzione di senso e significato della vita…

                                               

Il funzionamento cognitivo del paziente con organizzazione depressiva

Nelle depressioni meno gravi rispetto alla depressione maggiore (distimia, personalità depressiva), è invece importante comprendere che a livello cognitivo tali persone presentano tre macro aree problematiche: essi hanno una visione negativa 1) delle proprie caratteristiche 2) delle situazioni di vita cui partecipano attivamente 3) delle aspettative per il futuro. Dal punto di vista cognitivo, questa visione negativa rappresenta il fulcro del funzionamento depressivo…tale visione col passare del tempo viene talmente interiorizzata che si trasforma in un pensiero che va in automatico e che non può più essere colto a livello consapevole…la vita è negativa e basta…non ci saranno altre evidenze che potranno mettere in discussione tale convinzione. Come conseguenza di una visione così negativa, le persone depresse tenderanno ad ingigantire il rapporto tra gli eventi esterni e se stessi, saranno inclini ad esprimere giudizi estremi e assolutistici e trarranno spesso conclusioni errate a partire da informazioni opinabili e parziali che tuttavia serviranno per confermare la visione negativa di sé.
Ecco che in questo contesto la psicoterapia gioca un ruolo fondamentale, in quanto aiuterà il paziente a renderlo consapevole dell’automatismo dei suoi pensieri negativi e a renderlo conscio della scarsa aderenza con la realtà della sua visione depressiva di sé e del mondo…oltre che supportarlo nel cambiare gradualmente le regole con cui costruisce le sue convinzioni.
Nei prossimi lavori approfondiremo la sfera emotiva del paziente depresso e analizzeremo altre tipologie di disturbo depressivo con meccanismi e aree di sofferenza differenti rispetto a quelle appena affrontate.