Spesso in riviste e siti internet si trovano decaloghi o elenchi di regole per uscire dalla depressione. Intendo dunque precisare da subito: in questo articolo non troverete le 5 o le 10 “regole d’oro” per sconfiggere la depressione…per il semplice fatto che non si può sconfiggere così!...altrimenti saremmo semplicemente dei “termostati da riparare” e non degli esseri umani con la loro unicità e specificità… Ovviamente, la complessità della natura umana rende complessa anche la cura e il trattamento della depressione. E poi, pensiamo per esempio ad una persona depressa di 30 anni che si rende conto di soffrire di questo disturbo: ci ha impiegato 30 anni ad arrivare ad essere quello che è!…con i suoi pregi i suoi difetti, la sua personalità e i suoi funzionamenti depressivi…pensate davvero che basti l’applicazione di 5 o 10 “regolette” per uscire da una situazione del genere?…ovviamente no…ma non occorre disperare…serve motivazione e pazienza per uscire dalla depressione…

                                                                                 


Depressione e “regole del viver bene”… servono davvero?...

I consigli che spesso si danno attraverso i decaloghi sono di natura “direttiva”…danno delle indicazioni su cosa fare e cosa non fare: fare passeggiate, esporsi molto alla luce del sole, chiamare un amico per fare delle attività con lui, evitare di circondarsi di persone “negative” (?), svolgere attività piacevoli, coltivare i propri hobbies…molti di questi consigli sono interessanti…ma come fa una persona depressa a coltivare i propri hobbies se spesso uno dei sintomi principali di una crisi depressiva è proprio quello di non provare più piacere a svolgere le attività che in precedenza appassionavano?... oppure, dove può una persona depressa trovare la forza di chiamare un amico per fare delle attività con lui o fare delle passeggiate quando quasi sempre l’unico desiderio è quello di starsene a letto per non pensare al vuoto o al dolore che si avverte dentro di sé?...


Questi consigli possono valere quando si attraversa un transitorio periodo di tristezza o di solitudine, non quando entra in gioco la difficoltà ad affrontare la quotidianità della vita, a causa di un “mondo interno” popolato da mancanza di vitalità e da “fantasmi del passato” che svalutano e fanno sentire la persona inutile e inconcludente… Ecco che un’importantissima via di uscita da una situazione del genere può essere data da un confronto con una persona che possa analizzare i vissuti e le dinamiche del soggetto depresso dal “di fuori”, senza il coinvolgimento emotivo che può avere un familiare o un amico…è necessaria pertanto una psicoterapia.

                                                                        

 

Un altro consiglio che spesso si dà nei vari decaloghi è quello di fare affidamento sul supporto familiare e degli amici. Questo è invece un consiglio importante ed efficace, in quanto avere a disposizione una rete familiare che accolga il dolore psichico della persona è di vitale importanza!...ma purtroppo non è sufficiente…può essere di ausilio ma non può risolversi così il problema depressivo… Perché?...

Innanzitutto perché la famiglia non può avere gli strumenti conoscitivi per comprendere appieno cosa stia alla base di un problema depressivo…In secondo luogo perché la famiglia è ovviamente troppo coinvolta emotivamente per comprendere le dinamiche sottostanti la depressione del proprio caro… a volte addirittura, sono proprio le dinamiche familiari una delle cause dell’insorgenza del disturbo depressivo. Ecco perché è necessario un punto di vista “terzo”, meno “coinvolto” che possa ascoltare e accogliere il disagio senza necessariamente sentirsi “chiamato in causa”…

Uscire dalla depressione: un vero e proprio “lavoro”…

In linea di massima nella crisi depressiva si assiste ad uno specifico fenomeno: a causa di un evento traumatico (un lutto, un’esperienza di perdita, un cambiamento radicale o qualsiasi altro evento fonte di trauma) si interiorizza un’istanza svalutante che si rivolge sempre contro se stessi. Nei soggetti depressi c’è un problema nella gestione dell’aggressività…ma mentre nella persona impulsiva l’aggressività viene rivolta verso l’esterno, nel depresso la rabbia e l’aggressività vengono rivolte verso l’ “interno”…con conseguenti sensi di colpa, sentimenti di autosvalutazione, perdita di slancio vitale e impossibilità ad esprimere le emozioni…insomma queste persone si “spengono”.

Un lavoro che allora le persone depresse possono provare a fare è quello di sforzarsi ad esplicitare le proprie emozioni, riconoscerle e condividere, anziché distanziarsene e tenerle bloccate dentro di sé. Nello specifico, sarebbe fondamentale non solo esternare il più possibile le proprie emozioni, ma anche i propri pensieri, le proprie convinzioni e aspettative disperate su di sé e sulle proprie prospettive future, in modo tale da riuscire poco per volta a distanziarsi da esse…rendendosi conto che sono il frutto degli stessi identici meccanismi di pensiero che si riproducono in automatico e che vanno a creare un circolo vizioso depressivo da cui non si riesce ad uscire.

Ovviamente questo è un tentativo che può cercare di fare l’individuo depresso per “smuovere qualcosa”, ma esso può portare a risultati concreti solo in un percorso di psicoterapia, dove è possibile fare tutto ciò insieme ad un lavoro di auto-osservazione che consente di analizzare le dinamiche depressive, in un clima di condivisione e co-costruzione di significato della propria esistenza.

Per questo percorso abbiamo a disposizione diversi strumenti da adottare: per esempio la stesura di un diario personale, l’allenamento costante all’auto-osservazione, tecniche di autoistruzione, tecniche volte a raffigurarsi il proprio futuro. Ogni persona poi avrà la tecnica o la strategia più consona…con cui si troverà più a suo agio per osservare in maniera più efficace le proprie dinamiche depressive. È naturale che tali tecniche vanno inevitabilmente condivise in seguito con lo psicoterapeuta, in modo tale da comprenderne appieno il senso e da integrarle nella vita di tutti i giorni. Tutto questo va poi affiancato da un importante lavoro su di Sé e di ricostruzione delle dinamiche del passato che hanno portato a tali crisi depressive.

                                              

Ovviamente, sono stati toccati soltanto alcuni punti delle implicazioni terapeutiche con il paziente depresso. Nei successivi articoli approfondiremo ulteriormente tali aspetti di vitale importanza per comprendere la chiave del cambiamento nell’ambito della crisi depressiva.

Ma cosa è la depressione?

Con il termine "depressione" possiamo fare riferimento a diversi significati: geografici, fisici, meteorologici, psichiatrici, in questo caso questo termine lo useremo in campo psichiatrico. Quasi tutte le persone esistenti nella terra si sono fatti almeno una volta nella vita la domanda; cosa è la depressione? Tutt'oggi dopo innumerevoli studi non esiste una motivazione reale e valida che possa dare una spiegazione a questa patologia, sicuramente non è da prendere alla leggera, ma bensì affidarsi ad un professionista che vi possa aiutare nel migliore dei modi.

La depressione è una vera e propria malattia che influenza non solo il nostro stato mentale ma anche il nostro benessere fisico, essa è una patologia molto comune che purtroppo colpisce anche i ragazzi in giovane età. Non c'è una motivazione vera e propria, non c'è una spiegazione per il quale una persona diventa depressa, molto spesso è causata da fattori genetici ovvero ereditari, fattori biologici, infatti la serotonina e la noradrenalina si mostrano alterate nei pazienti affetti da depressione, fattori psicosociali ovvero eventi stressanti e sfavorevoli accaduti, che possono causare questa condizione. Le persone si sentono incapaci di affrontare qualsiasi cosa nella vita di tutti i giorni ritenendosi inferiori a tutto quello che li circonda, infatti per questo motivo diventano degli invalidi che indossano una maschera che nasconde il loro reale stato d'animo.

Come uscire dalla depressione

Negli ultimi anni si è studiato come un corretto uso dei farmaci abbinato alla psicoterapia possa aiutare ad uscire da questo tunnel che è la depressione. Nel corso della terapia il paziente viene seguito ed aiutato a prendere consapevolezza delle sue insicurezze tramite una dedizione continua. Nel 50% dei casi vi è un miglioramento notevole tra cura combinata di farmaci e terapie psichiatriche, la restante percentuale ha una regressione in cui il paziente si chiude in se stesso e non permette più a nessuno di farsi aiutare, per questo motivo bisogna trattare il paziente con molta cura, dedizione e pazienza. Prima di iniziare una cura è compito del professionista che faccia un'attenta analisi del caso in modo tale da trattare il paziente nel migliore dei modi, infatti ogni persona malata di depressione dovrebbe essere curata in modo differente perchè ognuno la sviluppa in modo diverso

L'aiuto dello psicologo per combattere la depressione

La figura dello psicologo in un paziente affetto da depressione è fondamentale, esso rappresenta colui che aiuterà ad uscire il paziente da questo senso di inadeguatezza interiore. Avrà il compito di riaccendere le energie dando vita a delle nuove motivazioni, aiutando a superare tutti quegli ostacoli interiori che fanno parte del paziente malato di depressione. Molto spesso la figura dello psicologo è vista come un grande pregiudizio radicato in una cultura dove chi soffre a livello psicologico è considerato sbagliato.

La psicoterapia può avere grandi benefici in una persona malata di depressione, nello studio dello psicologo dove si svolge la terapia non ci sono pregiudizi, il paziente viene ascoltato, non viene giudicato e soprattutto viene guidato alla guarigione. E' una relazione in cui paziente e psicologo collaborano, infatti molto spesso si parla di "alleanza terapeutica" dove si creare un clima di fiducia e rispetto tra paziente e psicologo con l'unico fine di portare il paziente alla guarigione .

È giunto il momento di presentarmi un po’più nello specifico scrivendo “due righe” (sicuramente più noiose degli altri miei articoli…) sul mio percorso di formazione e professionale, cosicché si possa sapere bene con chi si ha a che fare…Mi chiamo Davide Ivan Caricchi e sono Psicologo, Psicoterapeuta, Specialista in Psicologia Clinica. Mi sono laureato in Psicologia Clinica e di Comunità presso la Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino con votazione 110/110 con una tesi sui Disturbi del pensiero al test di Rorschach che mi ha permesso di iniziare a confrontarmi concretamente con l’importantissima tematica della psicodiagnosi, elemento fondamentale della fase iniziale di un percorso psicologico che consente allo psicologo di comprendere come impostare il trattamento.

              

                             

 


Il mio percorso formativo presso la scuola di specializzazione universitaria di Torino

Ho conseguito successivamente l’abilitazione alla professione di psicologo presso l’Ordine degli Psicologi del Piemonte e sono attualmente iscritto all’Albo degli Psicologi di Torino.
Nella fase “post lauream”, dopo altri quattro anni di studi e di pratica clinica presso la Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica dell’Università degli Studi di Torino, ho conseguito il Diploma di Specializzazione in Psicologia Clinica, diventando pertanto Psicoterapeuta e Specialista in Psicologia Clinica.
Nel corso della mia formazione presso la Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica dell’Università di Torino, ho potuto affinare la mia pratica clinica sia nell’ambito dell’età evolutiva (percorsi psicologici con bambini e adolescenti)che in quello del trattamento degli adulti.
Nell’ambito dell’età evolutiva, ho lavorato come psicologo specializzando in Psicologia Clinica presso il Centro Adolescenti di Torino, un centro di primo accesso per preadolescenti e adolescenti dove i ragazzi potevano portare il loro disagio e dove si potevano intraprendere percorsi di supporto psicologico con loro e con le rispettive famiglie…oppure indirizzarli presso le strutture più adeguate qualora il disagio psichico emerso fosse più grave o toccasse tematiche che non erano di competenza del Centro Adolescenti.
Nell’ambito della pratica clinica con gli adulti, ho potuto invece approfondire la mia formazione (sempre in qualità di specializzando) presso un Centro di Salute Mentale della città di Torino, dove mi sono confrontato sia con pazienti psichiatrici sia con pazienti con semplice disagio psicologico.

                               

  

Le collaborazioni con il Dipartimento di Psicologia di Torino

In seguito ho approfondito le tematiche della psicodiagnosi con ulteriori collaborazioni con il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino, in qualità di borsista responsabile nella gestione della testoteca del Dipartimento di Psicologia: la testoteca è una sorta di biblioteca dei più importanti test psicologici usati per la valutazione di vari aspetti delle facoltà mentali. In essa sono conservati moltissime tipologie di test: test proiettivi, questionari, scale di valutazione psicologica, test cognitivi per adulti, test cognitivi per soggetti in età evolutiva (bambini e adolescenti), test per la valutazione del deterioramento cognitivo, ecc.
Parallelamente, sempre in qualità di borsista, ho collaborato all’adattamento italiano del test KABC-II (Kaufman Assessment Battery for Children), un innovativo strumento di valutazione cognitiva in età evolutiva che si basa su moderne teorie che prendono in esame vari aspetti dell’intelligenza.
Il punto di forza di questo test è dato dal fatto che riesce a cogliere in maniera efficace la complessità dell’intelligenza in bambini e adolescenti… con ricadute importantissime per l’impostazione di adeguati percorsi scolastici ed educativi per bambini con problemi di apprendimento.
La formazione continuativa nell’ambito della psicodiagnosi mi ha insegnato che nella pratica clinica la fase di valutazione iniziale è di fondatale importanza e va effettuata con la massima attenzione e sensibilità. Ovviamente la durata limitata di questa fase (massimo 4-5 colloqui più eventuali test) non può permettere di comprendere tutto del paziente ma fornisce una quadro iniziale, una sorta di “canovaccio” da cui partire per comprendere appieno il disagio del paziente e superarlo nel miglior modo possibile.
In seguito, dedicherò un ulteriore articolo di presentazione per approfondire il mio percorso professionale come psicologo, psicoterapeuta in Torino e come psicologo online.

 

 

 

 

Tutti noi avremo sentito parlare, almeno una volta nella vita, di psicoterapia, soprattutto se si hanno attraversato momenti difficili dal punto di vista psicologico…aspetto quest’ultimo che spinge inevitabilmente a informarsi su rimedi e cure per risolvere problemi di tale natura…
Ma che cos’è la psicoterapia? Provando a darne una definizione, essa è un percorso interpersonale tra psicologo e paziente finalizzato a modificare le sofferenze attraverso strumenti prettamente psicologici che possono essere verbali o non verbali. A seconda della problematica presentata e di quanto si intenda andare in profondità nel percorso di cambiamento psicologico, l’obiettivo finale della psicoterapia è quello di ridurre i sintomi oppure di modificare la struttura di personalità del paziente. Ora che abbiamo una definizione, proviamo a esplorare più a fondo questo complesso ma al tempo stesso affascinante percorso psicologico. Che cos’è nel concreto la psicoterapia?

 

                                                                           

 

...un percorso che si intraprende in due…

Sono talmente tanti gli orientamenti teorici e le tecniche di psicoterapia che servirebbero molti altri articoli per approfondire questo sterminato campo. Possiamo limitarci a dire, per il momento, che vi sono due macro-aree di psicoterapie: 1) Psicoterapie a orientamento psicoanalitico che mirano ad una modifica strutturale della personalità 2) Psicoterapie cognitivo-comportamentali che si focalizzano sulla modifica del sintomo.
Ma lasciando ora da parte le varie classificazioni…che cos’è davvero la psicoterapia? Innanzitutto è un percorso: un percorso che si fa in due…un percorso di cambiamento che deve rispettare i tempi e gli spazi del paziente. Cosa significa?...significa che lo psicologo deve guardarsi bene da imporre proprie idee o propri personali modi di vedere la vita: lo psicologo non deve imporre stili educativi, se non sarebbe semplicemente il sostituto di un genitore…lo psicologo, in psicoterapia, deve aiutare a pensare... che significa non pensare in automatico, non negare aspetti problematici di sé, conoscere in maniera approfondita se stessi per giungere al cambiamento. Ma per arrivare a questo, serve un’altra “mente”, un’altra persona che accolga la sofferenza altrui e la restituisca “trasformata”…che significa semplicemente collegare tale sofferenza a qualcosa che è successo nel passato e dargli un nuovo significato…soltanto così si potranno affrontare le sfide future della vita con un approccio diverso, meno vincolato dai “sintomi”…che non sono altro che i “fantasmi” del passato sottoforma di sofferenza psichica. Molte volte i pazienti in seduta lamentano di non avvertire interesse e comprensione per il proprio dolore mentale…e hanno spesso ragione!...lo psicologo deve impegnarsi prima di tutto in un ascolto attivo delle sofferenze del paziente…quindi il percorso psicoterapeutico implica un “lavoro” importante da parte di entrambi i soggetti: il paziente deve imparare a pensare poco per volta con la propria testa non affidandosi in maniera “magica” alle competenze del professionista, lo psicologo deve accogliere nella maniera più autentica e genuina possibile la sofferenza altrui per restituirla “bonificata”…. Insomma, serve un vero e proprio lavoro di squadra…

 

                                                                    

 

Psicoterapia: l’incontro tra “due menti”

Molto spesso il paziente, se ad un livello più consapevole aspira esclusivamente alla rimozione dei propri sintomi e disagi psicologici, ad un livello più profondo desidera far provare allo psicologo la stessa sofferenza psichica e lo stesso “scombussolamento” che ha vissuto in passato e che avverte tuttora…insomma lo mette un po’ “alla prova”. È qui che lo psicologo deve essere bravo a restituire “significato” alle sofferenze riportate in seduta. Dovranno essere quindi create le condizioni emotive ideali per consentire al paziente di sentirsi libero di esprimere la sua sofferenza in un rapporto di fiducia, quasi come se fosse un “gioco”…può sembrare strano, ma è così. Soltanto in un clima di fiducia e di “gioco”, il paziente potrà portare i suoi sentimenti e le sue fantasie più problematiche! Nel momento in cui il paziente avvertirà un’altra “mente” (quella dello psicologo) in grado di accogliere tutto ciò, si creerà uno spazio di “pensabilità” per tali sofferenze che in passato sono state messe da parte e non adeguatamente elaborate…il sintomo psichico è del resto un dolore mentale che non ha avuto la possibilità di essere compreso e pensato…e che si è trasformato in qualcosa di bizzarro o incomprensibile (il sintomo appunto…).

                                                                  


Nel lavoro di psicoterapia è fondamentale prendere in esame non soltanto il contenuto verbale di quello che dice il paziente, ma anche il non verbale…la mimica facciale, il tono della voce, la postura, il ritmo con cui si esprimono certi concetti, i movimenti del corpo: sono tutti elementi che possono sembrare dettagli insignificanti ma che invece, in un percorso di psicoterapia, ci dicono molte cose sulla “storia” della persona. Spesso dietro gli elementi del “non verbale” si nasconde la “parte bambina” di noi, quella più istintiva e naturale…e se nel nostro passato ci sono stati dei traumi, sarà senza dubbio la nostra parte più sofferente… Per lo psicologo sarà di vitale importanza accogliere questa “voce infantile” e integrarla con le altri parti della personalità del paziente: un lavoro molto ma molto complesso…
In conclusione, si può considerare la psicoterapia come una sorta di “dialogo tra menti”, un cammino fatto insieme, una condivisione di esperienze vissute dove lo psicologo, con le sue competenze, può aiutare il paziente a rimettersi in contatto con le parti più sofferenti e fragili di sé e integrarle con la sua personalità… Un lavoro di squadra arduo ma che se portato a termine può davvero cambiare in meglio la vita della persona…e anche quella dello psicologo…

Nell’ultimo articolo inerente alla psicoterapia online si è iniziata una riflessione sugli aspetti che normano il percorso tra psicologo online e paziente, soffermandosi sull’importanza della trasparenza relativa ai servizi che si possono offrire nel contesto online e definendo le informazioni che il paziente deve sapere all’inizio di una consulenza online o di una vera e propria psicoterapia online. Ecco che in questo senso, il modulo del consenso informato (di cui si è iniziato a parlare nell’ultimo articolo sulla psicoterapia online) assume un ruolo fondamentale che contribuisce a costruire quel rapporto di fiducia necessario tra psicologo online e paziente per intraprendere un percorso terapeutico che sia il più efficace possibile.

                                                    

 

Psicoterapia, psicoterapia online e rischi della fase iniziale

Come già accennato, nel consenso informato è necessario specificare aspetti quali le generalità del professionista, il numero di sedute necessario per la valutazione psicodiagnostica iniziale, la possibilità o meno di somministrare test, insomma…cosa sarà possibile fare e cosa no nel percorso psicologico online…per esempio, è stato visto che non è possibile quantificare con precisione il numero di sedute necessario per la chiusura del trattamento…è un aspetto che dipende da troppe variabili: per esempio, il tipo di percorso che si intraprende, il livello di motivazione del paziente e le resistenze sottostanti!...quando una persona si rivolge ad uno psicologo, si presenta manifestando apertamente quanto il disagio psicologico lo stia tormentando ed esprimendo con ferma convinzione la volontà di affrontarlo e infine debellarlo. Tuttavia, sottendono a livello inconscio delle forze psichiche che oppongono una strenua resistenza alla rimozione dei sintomi e dei suddetti disagi psichici. Perché questo?...perchè i sintomi sono comunque una risposta che il nostro apparato psichico ha prodotto in risposta a traumi o situazioni che sono state fonte di profonda sofferenza e che alla fine hanno portato ad una condizione di “equilibrio”, seppur precario…insomma, spesso i sintomi psichici ci hanno aiutato a non perdere il controllo e, nei casi molto gravi, a non “impazzire” (in termini tecnici, a non “scompensarsi”).

Resistenze in psicoterapia = resistenze al cambiamento psicologico

Ecco perché all’inizio di un percorso psicologico in studio (così come all’inizio di un percorso psicologico online) non è assolutamente proponibile stabilire con precisione quante sedute dovranno essere effettuate per risolvere le problematiche riportate dal paziente… Anche perché spesso la mente umana è in grado di creare una “cortina di fumo” che non consente di analizzare le origini del sintomo. Soprattutto nella fase iniziale dei percorsi psicologici, lo psicologo dovrà confrontarsi con le resistenze del paziente. È necessario pertanto lavorare sulla creazione di un’alleanza terapeutica. Questo non significa che il paziente non sia motivato al cambiamento…significa semplicemente che questa motivazione non ha toccato ancora le parti più profonde del Sé…le parti più malate e più sofferenti che di fatto sono estremamente recalcitranti al cambiamento…perché il cambiamento, seppur positivo, è sempre fonte di sofferenza…significa doversi mettere nuovamente in gioco, doversi mettere in discussione. Lo psicologo online deve essere consapevole di questi aspetti e accogliere nella maniera più serena possibile le resistenze del paziente finché non si allenteranno talmente tanto da creare le condizioni per una vera e propria alleanza terapeutica tra psicologo e paziente…e non una semplice alleanza di facciata!!! Solo una volta giunti a questo tipo di alleanza terapeutica si può intraprendere un autentico percorso di cambiamento. È un percorso faticoso che infatti induce molti pazienti a fermarsi prima…questo non significa che tali persone siano dei “cattivi pazienti”…significa semplicemente che al momento non sono pronte a confrontarsi col cambiamento.
Ecco che in questo contesto, le specifiche presenti a tal proposito nel modulo del consenso informato aiutano il paziente a interrogarsi sulle reali motivazioni ad intraprendere un serio percorso psicologico…

 

 

A tutti noi è capitato di avvertire, almeno una volta nella vita, quel fastidioso senso di chiusura e soffocamento di fronte a luoghi particolarmente stretti o angusti.
In situazioni normali, questo è un vissuto che diminuisce a poco a poco, in quanto si ha la consapevolezza del fatto che la permanenza in tale luogo angusto sarà temporaneo e si potrà in breve tempo tornare in uno spazio aperto e meno opprimente.
Le persone che soffrono di claustrofobia, invece, di fronte a questi ambienti si ritrovano a sperimentare delle sensazioni spaventose e di panico che tuttavia sono irrazionali. Perché provano ciò?...
Analizziamo più a fondo questa particolare fobia…

Che cos’è la claustrofobia?

                                                               
La claustrofobia è quel disturbo in cui si prova una forte paura dei luoghi chiusi quali gallerie, grotte, cinema, ascensori, cabine di spogliatoio, scompartimenti del treno ecc… In tali situazioni la persona claustrofobica può avvertire 1) un pressante senso di soffocamento oppure 2) una penosa sensazione di essere imprigionato e senza via di scampo.
Questo tipo di fobia ha una “storia” molto antica…si può dire che affondi le sue radici nell’ “alba” del genere umano: essa è strettamente collegata alle risposte di paura e sgomento degli animali che si trovavano dinnanzi a situazioni in cui non avevano alcuna via di fuga. Quindi la risposta claustrofobica, in specifici contesti di costrizione e soffocamento, ha una sua utilità perchè può stimolare a trovare soluzioni oppure a richiedere aiuto ai propri simili. Nelle persone con claustrofobia, la risposta di terrore è a tratti sconcertante e disorganizzante…la paura prende totalmente il sopravvento portando ad una condizione di paralisi.
Nei casi più seri, questo tipo di fobia può diventare molto disturbante nella vita di tutti giorni. Molte altre persone invece gestiscono tale disagio evitando accuratamente tutti gli spazi che suscitano senso di chiusura e soffocamento. Ma la claustrofobia ha un significato profondo molto importante…spesso tale problema è un segnale di un disagio che se non accolto e non analizzato, può peggiorare e andare a coinvolgere altre aree di disagio…spesso, inoltre, la claustrofobia può intrecciarsi con altri disturbi d’ansia, come il disturbo d’ansia generalizzato, il disturbo di panico, la fobia sociale, ecc…
Ma quali sono le cause all’origine della claustrofobia?

                                                                         

 

 

Alla scoperta delle origini della claustrofobia…

Dietro una problematica claustrofobica si cela sempre un conflitto tra la spinta all’indipendenza e la sicurezza data dalla protezione di un ambiente accogliente ma che col tempo può trasformarsi in qualcosa di opprimente e soffocante.
La persona claustrofobia avverte come pericolose le situazioni che vive come perdita di liberta. Nella vita di tutti i giorni pertanto sentirà come asfissianti tutti i rapporti stretti. Questo però pone il soggetto claustrofobico di fronte ad un problema, in quanto per lui essere indipendenti significa rinunciare ad un coinvolgimento emotivo, con la conseguente insorgenza del senso di colpa. Il “leit-motiv” del claustrofobico sarà questo: “Acquisisco libertà ma perdo l’amore delle persone a me care”… Tuttavia non è affatto così: si può avere una vita autonoma e indipendente senza perdere l’amore dei propri cari!

                                                                          


L’episodio calustrofobico rappresenta sì un frangente terribile per la persona che lo vive ma anche un momento di riflessione per lui: a partire da tale episodio (segnale di un disagio) può prendersi un tempo e uno spazio per “chiudersi” provvisoriamente in se stesso, ma in senso positivo…chiudersi per interrogarsi sulla propria vita esternando dubbi e timori, elaborandoli in un percorso di aiuto psicologico e mettendo in discussione la propria persona e i propri precari equilibri…
Spesso i dilemmi di fronte a cui si trova il claustrofobico sono legati al senso di oppressione e di chiusura generati dalla famiglia d’origine e dall’incapacità di liberarsi da questo “giogo”… perché liberarsi dai “legacci” del contesto familiare può essere vissuto come un tradimento, un’ingiustizia nei confronti di chi ci ha dato la vita…in realtà l’“ingiustizia” risiede proprio nel non avere la possibilità di vivere la propria vita facendo le proprie scelte in piena libertà. Sia ben chiaro: questo non significa che le cause della claustrofobia siano sempre ed esclusivamente dovute alla famiglia d’origine!...a volte è così ma a volte no!...i genitori fanno quel che possono dando amore e trasmettendo valori e principi ai figli…può capitare che si creino delle incomprensioni, dei “loop” emotivi, delle comunicazioni fuorvianti che portano i figli a sentirsi troppo vincolati alla “rassicurante” realtà della famiglia d’origine…questo però, col passare del tempo, porterà a generare la cosiddetta “angoscia claustrofobica”, ossia quell’angoscia di essere chiusi dentro l’ordine della propria eredità familiare, senza poterne più uscire.
In conclusione, si può tranquillamente vivere con la claustrofobia…basta evitare i luoghi chiusi fonte di angoscia…ma si può vivere una vita “al ribasso”?...chiusa dai “limiti” di un ambiente che non favorisce la libertà e la gioia di mettersi in gioco nel mondo?...