Tutti noi avremo sentito parlare, almeno una volta nella vita, di psicoterapia, soprattutto se si hanno attraversato momenti difficili dal punto di vista psicologico…aspetto quest’ultimo che spinge inevitabilmente a informarsi su rimedi e cure per risolvere problemi di tale natura…
Ma che cos’è la psicoterapia? Provando a darne una definizione, essa è un percorso interpersonale tra psicologo e paziente finalizzato a modificare le sofferenze attraverso strumenti prettamente psicologici che possono essere verbali o non verbali. A seconda della problematica presentata e di quanto si intenda andare in profondità nel percorso di cambiamento psicologico, l’obiettivo finale della psicoterapia è quello di ridurre i sintomi oppure di modificare la struttura di personalità del paziente. Ora che abbiamo una definizione, proviamo a esplorare più a fondo questo complesso ma al tempo stesso affascinante percorso psicologico. Che cos’è nel concreto la psicoterapia?

 

                                                                           

 

...un percorso che si intraprende in due…

Sono talmente tanti gli orientamenti teorici e le tecniche di psicoterapia che servirebbero molti altri articoli per approfondire questo sterminato campo. Possiamo limitarci a dire, per il momento, che vi sono due macro-aree di psicoterapie: 1) Psicoterapie a orientamento psicoanalitico che mirano ad una modifica strutturale della personalità 2) Psicoterapie cognitivo-comportamentali che si focalizzano sulla modifica del sintomo.
Ma lasciando ora da parte le varie classificazioni…che cos’è davvero la psicoterapia? Innanzitutto è un percorso: un percorso che si fa in due…un percorso di cambiamento che deve rispettare i tempi e gli spazi del paziente. Cosa significa?...significa che lo psicologo deve guardarsi bene da imporre proprie idee o propri personali modi di vedere la vita: lo psicologo non deve imporre stili educativi, se non sarebbe semplicemente il sostituto di un genitore…lo psicologo, in psicoterapia, deve aiutare a pensare... che significa non pensare in automatico, non negare aspetti problematici di sé, conoscere in maniera approfondita se stessi per giungere al cambiamento. Ma per arrivare a questo, serve un’altra “mente”, un’altra persona che accolga la sofferenza altrui e la restituisca “trasformata”…che significa semplicemente collegare tale sofferenza a qualcosa che è successo nel passato e dargli un nuovo significato…soltanto così si potranno affrontare le sfide future della vita con un approccio diverso, meno vincolato dai “sintomi”…che non sono altro che i “fantasmi” del passato sottoforma di sofferenza psichica. Molte volte i pazienti in seduta lamentano di non avvertire interesse e comprensione per il proprio dolore mentale…e hanno spesso ragione!...lo psicologo deve impegnarsi prima di tutto in un ascolto attivo delle sofferenze del paziente…quindi il percorso psicoterapeutico implica un “lavoro” importante da parte di entrambi i soggetti: il paziente deve imparare a pensare poco per volta con la propria testa non affidandosi in maniera “magica” alle competenze del professionista, lo psicologo deve accogliere nella maniera più autentica e genuina possibile la sofferenza altrui per restituirla “bonificata”…. Insomma, serve un vero e proprio lavoro di squadra…

 

                                                                    

 

Psicoterapia: l’incontro tra “due menti”

Molto spesso il paziente, se ad un livello più consapevole aspira esclusivamente alla rimozione dei propri sintomi e disagi psicologici, ad un livello più profondo desidera far provare allo psicologo la stessa sofferenza psichica e lo stesso “scombussolamento” che ha vissuto in passato e che avverte tuttora…insomma lo mette un po’ “alla prova”. È qui che lo psicologo deve essere bravo a restituire “significato” alle sofferenze riportate in seduta. Dovranno essere quindi create le condizioni emotive ideali per consentire al paziente di sentirsi libero di esprimere la sua sofferenza in un rapporto di fiducia, quasi come se fosse un “gioco”…può sembrare strano, ma è così. Soltanto in un clima di fiducia e di “gioco”, il paziente potrà portare i suoi sentimenti e le sue fantasie più problematiche! Nel momento in cui il paziente avvertirà un’altra “mente” (quella dello psicologo) in grado di accogliere tutto ciò, si creerà uno spazio di “pensabilità” per tali sofferenze che in passato sono state messe da parte e non adeguatamente elaborate…il sintomo psichico è del resto un dolore mentale che non ha avuto la possibilità di essere compreso e pensato…e che si è trasformato in qualcosa di bizzarro o incomprensibile (il sintomo appunto…).

                                                                  


Nel lavoro di psicoterapia è fondamentale prendere in esame non soltanto il contenuto verbale di quello che dice il paziente, ma anche il non verbale…la mimica facciale, il tono della voce, la postura, il ritmo con cui si esprimono certi concetti, i movimenti del corpo: sono tutti elementi che possono sembrare dettagli insignificanti ma che invece, in un percorso di psicoterapia, ci dicono molte cose sulla “storia” della persona. Spesso dietro gli elementi del “non verbale” si nasconde la “parte bambina” di noi, quella più istintiva e naturale…e se nel nostro passato ci sono stati dei traumi, sarà senza dubbio la nostra parte più sofferente… Per lo psicologo sarà di vitale importanza accogliere questa “voce infantile” e integrarla con le altri parti della personalità del paziente: un lavoro molto ma molto complesso…
In conclusione, si può considerare la psicoterapia come una sorta di “dialogo tra menti”, un cammino fatto insieme, una condivisione di esperienze vissute dove lo psicologo, con le sue competenze, può aiutare il paziente a rimettersi in contatto con le parti più sofferenti e fragili di sé e integrarle con la sua personalità… Un lavoro di squadra arduo ma che se portato a termine può davvero cambiare in meglio la vita della persona…e anche quella dello psicologo…

Nell’ultimo articolo inerente alla psicoterapia online si è iniziata una riflessione sugli aspetti che normano il percorso tra psicologo online e paziente, soffermandosi sull’importanza della trasparenza relativa ai servizi che si possono offrire nel contesto online e definendo le informazioni che il paziente deve sapere all’inizio di una consulenza online o di una vera e propria psicoterapia online. Ecco che in questo senso, il modulo del consenso informato (di cui si è iniziato a parlare nell’ultimo articolo sulla psicoterapia online) assume un ruolo fondamentale che contribuisce a costruire quel rapporto di fiducia necessario tra psicologo online e paziente per intraprendere un percorso terapeutico che sia il più efficace possibile.

                                                    

 

Psicoterapia, psicoterapia online e rischi della fase iniziale

Come già accennato, nel consenso informato è necessario specificare aspetti quali le generalità del professionista, il numero di sedute necessario per la valutazione psicodiagnostica iniziale, la possibilità o meno di somministrare test, insomma…cosa sarà possibile fare e cosa no nel percorso psicologico online…per esempio, è stato visto che non è possibile quantificare con precisione il numero di sedute necessario per la chiusura del trattamento…è un aspetto che dipende da troppe variabili: per esempio, il tipo di percorso che si intraprende, il livello di motivazione del paziente e le resistenze sottostanti!...quando una persona si rivolge ad uno psicologo, si presenta manifestando apertamente quanto il disagio psicologico lo stia tormentando ed esprimendo con ferma convinzione la volontà di affrontarlo e infine debellarlo. Tuttavia, sottendono a livello inconscio delle forze psichiche che oppongono una strenua resistenza alla rimozione dei sintomi e dei suddetti disagi psichici. Perché questo?...perchè i sintomi sono comunque una risposta che il nostro apparato psichico ha prodotto in risposta a traumi o situazioni che sono state fonte di profonda sofferenza e che alla fine hanno portato ad una condizione di “equilibrio”, seppur precario…insomma, spesso i sintomi psichici ci hanno aiutato a non perdere il controllo e, nei casi molto gravi, a non “impazzire” (in termini tecnici, a non “scompensarsi”).

Resistenze in psicoterapia = resistenze al cambiamento psicologico

Ecco perché all’inizio di un percorso psicologico in studio (così come all’inizio di un percorso psicologico online) non è assolutamente proponibile stabilire con precisione quante sedute dovranno essere effettuate per risolvere le problematiche riportate dal paziente… Anche perché spesso la mente umana è in grado di creare una “cortina di fumo” che non consente di analizzare le origini del sintomo. Soprattutto nella fase iniziale dei percorsi psicologici, lo psicologo dovrà confrontarsi con le resistenze del paziente. È necessario pertanto lavorare sulla creazione di un’alleanza terapeutica. Questo non significa che il paziente non sia motivato al cambiamento…significa semplicemente che questa motivazione non ha toccato ancora le parti più profonde del Sé…le parti più malate e più sofferenti che di fatto sono estremamente recalcitranti al cambiamento…perché il cambiamento, seppur positivo, è sempre fonte di sofferenza…significa doversi mettere nuovamente in gioco, doversi mettere in discussione. Lo psicologo online deve essere consapevole di questi aspetti e accogliere nella maniera più serena possibile le resistenze del paziente finché non si allenteranno talmente tanto da creare le condizioni per una vera e propria alleanza terapeutica tra psicologo e paziente…e non una semplice alleanza di facciata!!! Solo una volta giunti a questo tipo di alleanza terapeutica si può intraprendere un autentico percorso di cambiamento. È un percorso faticoso che infatti induce molti pazienti a fermarsi prima…questo non significa che tali persone siano dei “cattivi pazienti”…significa semplicemente che al momento non sono pronte a confrontarsi col cambiamento.
Ecco che in questo contesto, le specifiche presenti a tal proposito nel modulo del consenso informato aiutano il paziente a interrogarsi sulle reali motivazioni ad intraprendere un serio percorso psicologico…

 

 

A tutti noi è capitato di avvertire, almeno una volta nella vita, quel fastidioso senso di chiusura e soffocamento di fronte a luoghi particolarmente stretti o angusti.
In situazioni normali, questo è un vissuto che diminuisce a poco a poco, in quanto si ha la consapevolezza del fatto che la permanenza in tale luogo angusto sarà temporaneo e si potrà in breve tempo tornare in uno spazio aperto e meno opprimente.
Le persone che soffrono di claustrofobia, invece, di fronte a questi ambienti si ritrovano a sperimentare delle sensazioni spaventose e di panico che tuttavia sono irrazionali. Perché provano ciò?...
Analizziamo più a fondo questa particolare fobia…

Che cos’è la claustrofobia?

                                                               
La claustrofobia è quel disturbo in cui si prova una forte paura dei luoghi chiusi quali gallerie, grotte, cinema, ascensori, cabine di spogliatoio, scompartimenti del treno ecc… In tali situazioni la persona claustrofobica può avvertire 1) un pressante senso di soffocamento oppure 2) una penosa sensazione di essere imprigionato e senza via di scampo.
Questo tipo di fobia ha una “storia” molto antica…si può dire che affondi le sue radici nell’ “alba” del genere umano: essa è strettamente collegata alle risposte di paura e sgomento degli animali che si trovavano dinnanzi a situazioni in cui non avevano alcuna via di fuga. Quindi la risposta claustrofobica, in specifici contesti di costrizione e soffocamento, ha una sua utilità perchè può stimolare a trovare soluzioni oppure a richiedere aiuto ai propri simili. Nelle persone con claustrofobia, la risposta di terrore è a tratti sconcertante e disorganizzante…la paura prende totalmente il sopravvento portando ad una condizione di paralisi.
Nei casi più seri, questo tipo di fobia può diventare molto disturbante nella vita di tutti giorni. Molte altre persone invece gestiscono tale disagio evitando accuratamente tutti gli spazi che suscitano senso di chiusura e soffocamento. Ma la claustrofobia ha un significato profondo molto importante…spesso tale problema è un segnale di un disagio che se non accolto e non analizzato, può peggiorare e andare a coinvolgere altre aree di disagio…spesso, inoltre, la claustrofobia può intrecciarsi con altri disturbi d’ansia, come il disturbo d’ansia generalizzato, il disturbo di panico, la fobia sociale, ecc…
Ma quali sono le cause all’origine della claustrofobia?

                                                                         

 

 

Alla scoperta delle origini della claustrofobia…

Dietro una problematica claustrofobica si cela sempre un conflitto tra la spinta all’indipendenza e la sicurezza data dalla protezione di un ambiente accogliente ma che col tempo può trasformarsi in qualcosa di opprimente e soffocante.
La persona claustrofobia avverte come pericolose le situazioni che vive come perdita di liberta. Nella vita di tutti i giorni pertanto sentirà come asfissianti tutti i rapporti stretti. Questo però pone il soggetto claustrofobico di fronte ad un problema, in quanto per lui essere indipendenti significa rinunciare ad un coinvolgimento emotivo, con la conseguente insorgenza del senso di colpa. Il “leit-motiv” del claustrofobico sarà questo: “Acquisisco libertà ma perdo l’amore delle persone a me care”… Tuttavia non è affatto così: si può avere una vita autonoma e indipendente senza perdere l’amore dei propri cari!

                                                                          


L’episodio calustrofobico rappresenta sì un frangente terribile per la persona che lo vive ma anche un momento di riflessione per lui: a partire da tale episodio (segnale di un disagio) può prendersi un tempo e uno spazio per “chiudersi” provvisoriamente in se stesso, ma in senso positivo…chiudersi per interrogarsi sulla propria vita esternando dubbi e timori, elaborandoli in un percorso di aiuto psicologico e mettendo in discussione la propria persona e i propri precari equilibri…
Spesso i dilemmi di fronte a cui si trova il claustrofobico sono legati al senso di oppressione e di chiusura generati dalla famiglia d’origine e dall’incapacità di liberarsi da questo “giogo”… perché liberarsi dai “legacci” del contesto familiare può essere vissuto come un tradimento, un’ingiustizia nei confronti di chi ci ha dato la vita…in realtà l’“ingiustizia” risiede proprio nel non avere la possibilità di vivere la propria vita facendo le proprie scelte in piena libertà. Sia ben chiaro: questo non significa che le cause della claustrofobia siano sempre ed esclusivamente dovute alla famiglia d’origine!...a volte è così ma a volte no!...i genitori fanno quel che possono dando amore e trasmettendo valori e principi ai figli…può capitare che si creino delle incomprensioni, dei “loop” emotivi, delle comunicazioni fuorvianti che portano i figli a sentirsi troppo vincolati alla “rassicurante” realtà della famiglia d’origine…questo però, col passare del tempo, porterà a generare la cosiddetta “angoscia claustrofobica”, ossia quell’angoscia di essere chiusi dentro l’ordine della propria eredità familiare, senza poterne più uscire.
In conclusione, si può tranquillamente vivere con la claustrofobia…basta evitare i luoghi chiusi fonte di angoscia…ma si può vivere una vita “al ribasso”?...chiusa dai “limiti” di un ambiente che non favorisce la libertà e la gioia di mettersi in gioco nel mondo?...

 

Nell’ultimo articolo sulla psicoterapia online ci si è soffermati principalmente su punti di forza e punti di debolezza relativi a questa disciplina. Per quel che riguarda le criticità, ci si è concentrati per esempio sul rischio di un setting non sufficientemente neutro e sulle questioni legate alla privacy e al diritto di avere informazioni precise sull’operato dello psicologo che, se non adeguatamente “attenzionate” nel contesto “online”, possono rappresentare un pericolo per la riservatezza del paziente. Ecco che a tal proposito, è di vitale importanza che il paziente fornisca, attraverso la relativa modulistica firmata, il cosiddetto consenso informato, un modulo che da un lato consente allo psicologo online di svolgere la prestazione professionale in un contesto di massima trasparenza, e dall’altro permette al paziente di essere ampiamente tutelato… egli infatti sarà informato in maniera puntuale su come si svolgerà il percorso, a seconda che ci si trovi di fronte ad una semplice consulenza psicologica, ad un supporto psicologico oppure ad una psicoterapia online.

Psicologo online: cosa si può fare e cosa non si può fare

In questo modulo, che deve essere firmato da colui che si avvale del servizio online, bisogna spiegare con chiarezza quale tipo di prestazione verrà effettuata, cosicché il paziente abbia la possibilità di sapere in maniera precisa cosa si affronterà in questo tipo di intervento: è una questione di correttezza e trasparenza nei suoi confronti…
Nel modulo del consenso informato deve essere inserito il nome del professionista con cui si avrà a che fare, oltre al luogo dove verrà svolta la consulenza o la seduta di psicoterapia online.
Dovranno poi essere specificati gli strumenti di valutazione, diagnosi e intervento che potranno essere adottati durante il percorso psicologico online: colloquio clinico, osservazione, tecniche di intervento psicologico/clinico, tecniche psicoterapeutiche e attività di abilitazione, riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico o psicoterapeutico.
Ovviamente nel percorso psicologico e psicoterapeutico online non può essere presa in considerazione la quasi totalità dei test di valutazione psicodiagnostica, in quanto essi richiedono la presenza fisica dello psicologo o dello psicoterapeuta per un adeguato svolgimento. Pertanto, per una questione di correttezza professionale, la maggior parte dei test di valutazione psicodiagnostica non potrà essere somministrata in un contesto online. Bisognerà pertanto fare maggiore affidamento sul colloquio clinico e sull’osservazione. Ecco che quindi la fase di valutazione iniziale di un percorso psicologico online potrebbe richiedere un maggior numero di colloqui rispetto ad un classico percorso psicologico in studio.

L’importanza della chiarezza sul percorso psicologico online

Un altro aspetto che va chiarito all’interno del consenso informato è quello relativo alla durata dell’intervento psicologico. In questa sezione lo psicologo online, allo stesso modo dello psicologo in studio, deve precisare che per motivi clinici non è definibile a priori la durata complessiva del percorso. È invece possibile specificare in maniera abbastanza precisa il numero di colloqui della fase di valutazione iniziale…fase che serve per inquadrare il problema, comprendere i tratti di personalità caratteristici del paziente e pianificare l’intervento più adatto per il disagio riportato.
Dopo la fase di valutazione diagnostica, è possibile proporre un’eventuale presa in carico per affrontare il problema, ma NON è possibile quantificare con precisione il numero di sedute necessarie per risolvere il disturbo o il disagio psicologico in questione… Perché questo?... Perché la durata del percorso psicologico dipenderà inevitabilmente dall’evoluzione del processo clinico: ognuno di noi ha dei tempi di risposta differenti agli interventi psicologici…inoltre, più il disagio risulterà grave, più lungo sarà il percorso da intraprendere. La durata del percorso psicologico è pertanto altamente soggettivo e dipende anche dal tipo di richiesta che viene effettuata dal cliente…è logico che una semplice richiesta di counseling psicologico non potrà durare mesi e mesi o addirittura anni…così come un disturbo psichico serio non potrà essere affrontato e risolto in un paio di sedute.
È importante diffidare dai professionisti della salute mentale che garantiscono un risultato certo nel giro di “tot” sedute…non è corretto dare delle stime del genere, per il semplice fatto che la natura umana non è pienamente comprensibile da subito e soprattutto nel giro di un numero prestabilito di colloqui psicologici. È una prospettiva assolutamente irrealistica…
Nei prossimi articoli sull’argomento approfondiremo ulteriori aspetti legati al consenso informato e alla privacy nell’ambito del supporto psicologico e della psicoterapia online.

I principali modelli di intervento in psicologia sono orientati all’individuazione e al trattamento della psicopatologia e del funzionamento psichico disturbato.
La maggior parte degli psicologi e degli psicoterapeuti fa affidamento a modelli teorici basati sulla patologia e sulle disfunzionalità…ciò non è affatto una cosa sbagliata…anzi…permette di comprendere le cause e le dinamiche della sofferenza mentale…il perché un uomo soffre “dal di dentro”…ma non esiste soltanto questo punto di vista, questo modo di vedere il funzionamento psichico... Vi sono modelli di conoscenza e di intervento che hanno invece lo scopo di indagare e approfondire non la psicopatologia, bensì la salute e il benessere della persona nel corso di tutto il suo ciclo di vita. Questo è ciò che si prefigge la “psicologia positiva”. Entriamo più nel merito di questa branca della psicologia…

 

                                                                       

 

Perché concentrarsi solo sulle nostre “debolezze”?...

In concreto la psicologia positiva, anziché concentrarsi esclusivamente sulla psicopatologia, interviene sulla prevenzione della sofferenza psichica…insomma, interviene dove il “danno” non è ancora stato fatto ma dove potrebbe insorgere, in un’ottica di promozione del benessere.
L’obiettivo è quello di fare in modo che l’individuo diventi non soltanto libero dalla malattia ma anche che si apra al mondo ed esprima al meglio le proprie potenzialità sia a livello personale che a livello relazionale…impresa non da poco... Gli esempi possono essere molteplici: nell’ambito della vita di coppia, in famiglia, oppure nell’ambito lavorativo. Prendiamo in esame la vita di coppia: nell’ottica della psicologia positiva, lo psicologo può anche aiutare le coppie a riappropriarsi del piacere di vivere insieme…e non solo a rimediare ai danni di un matrimonio già in parte compromesso. Nell’ambito familiare lo psicologo può contribuire a promuovere delle relazioni sane tra genitori e figli, e non soltanto a intervenire dove i conflitti sono già a livelli allarmanti.
Anche nel mondo del lavoro la psicologia positiva può ricoprire un ruolo fondamentale…pensiamo a tutti quei contesti dove si può cercare di rendere il posto di lavoro un luogo dove provare coinvolgimento, passione e “spirito di squadra”…e non soltanto di alleviare le sofferenze legate a mobbing o licenziamenti: è una sfida complessa e al tempo stesso avvincente che si gioca sul delicato lavoro di analisi dei rapporti fra colleghi, fra superiori e subordinati e sulla difficile impresa di creare le giuste condizioni per muoversi tutti nella stessa direzione…una cosa non affatto scontata…

 

                                                                     

 

L'importanza vitale del benessere

Ma come può essere definita la psicologia positiva? Essa non è altro che quella disciplina che studia e analizza i punti di forza e le virtù degli esseri umani. In un contesto teorico del genere, lo psicologo punta a rilevare le competenze di ciascun individuo cercando di giungere al loro potenziamento.
Alcuni detrattori di questo approccio considerano la psicologia positiva troppo “superficiale”, in quanto si concentrerebbe esclusivamente sugli aspetti positivi negando quelli negativi e le relative sofferenze mentali ad esse legate. Ma non è così!... La psicologia positiva non si prefigge di negare alcunché… Essa invece cerca di intraprendere una strada “alternativa” al modello psicopatologico che punti a riconoscere le potenzialità delle persone concentrando il lavoro psicologico sulla crescita e lo sviluppo di tali potenzialità.

                                                                  


La psicologia positiva parte da un presupposto per nulla banale: il benessere psicofisico non coincide totalmente con l’assenza di dolore o con l’assenza di sofferenza. Essa mira ad individuare concezioni di benessere più aderenti con la realtà di tutti i giorni…insomma cerca di capire cosa significhi davvero “stare bene”…e questa condizione risente anche del personalissimo vissuto di benessere che ciascuna persona sperimenta. Una volta conseguito tale obiettivo, lo psicologo può individuare e pianificare interventi psicologici che permettano di promuovere al meglio tale benessere e mantenerlo col passare del tempo. È un lavoro che richiede tempo e conoscenze sempre più approfondite, in quanto in tale ambito si inserisce la “sterminata” complessità dell’essere umano che porrà inevitabilmente lo psicologo di fronte a svariate definizioni di benessere e dello stare bene con se stessi e con gli altri.
La psicologia positiva, pertanto, non sembra affatto una disciplina così superficiale…