Nell’ultimo articolo sulla psicoterapia online ci si è soffermati principalmente su punti di forza e punti di debolezza relativi a questa disciplina. Per quel che riguarda le criticità, ci si è concentrati per esempio sul rischio di un setting non sufficientemente neutro e sulle questioni legate alla privacy e al diritto di avere informazioni precise sull’operato dello psicologo che, se non adeguatamente “attenzionate” nel contesto “online”, possono rappresentare un pericolo per la riservatezza del paziente. Ecco che a tal proposito, è di vitale importanza che il paziente fornisca, attraverso la relativa modulistica firmata, il cosiddetto consenso informato, un modulo che da un lato consente allo psicologo online di svolgere la prestazione professionale in un contesto di massima trasparenza, e dall’altro permette al paziente di essere ampiamente tutelato… egli infatti sarà informato in maniera puntuale su come si svolgerà il percorso, a seconda che ci si trovi di fronte ad una semplice consulenza psicologica, ad un supporto psicologico oppure ad una psicoterapia online.

Psicologo online: cosa si può fare e cosa non si può fare

In questo modulo, che deve essere firmato da colui che si avvale del servizio online, bisogna spiegare con chiarezza quale tipo di prestazione verrà effettuata, cosicché il paziente abbia la possibilità di sapere in maniera precisa cosa si affronterà in questo tipo di intervento: è una questione di correttezza e trasparenza nei suoi confronti…
Nel modulo del consenso informato deve essere inserito il nome del professionista con cui si avrà a che fare, oltre al luogo dove verrà svolta la consulenza o la seduta di psicoterapia online.
Dovranno poi essere specificati gli strumenti di valutazione, diagnosi e intervento che potranno essere adottati durante il percorso psicologico online: colloquio clinico, osservazione, tecniche di intervento psicologico/clinico, tecniche psicoterapeutiche e attività di abilitazione, riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico o psicoterapeutico.
Ovviamente nel percorso psicologico e psicoterapeutico online non può essere presa in considerazione la quasi totalità dei test di valutazione psicodiagnostica, in quanto essi richiedono la presenza fisica dello psicologo o dello psicoterapeuta per un adeguato svolgimento. Pertanto, per una questione di correttezza professionale, la maggior parte dei test di valutazione psicodiagnostica non potrà essere somministrata in un contesto online. Bisognerà pertanto fare maggiore affidamento sul colloquio clinico e sull’osservazione. Ecco che quindi la fase di valutazione iniziale di un percorso psicologico online potrebbe richiedere un maggior numero di colloqui rispetto ad un classico percorso psicologico in studio.

L’importanza della chiarezza sul percorso psicologico online

Un altro aspetto che va chiarito all’interno del consenso informato è quello relativo alla durata dell’intervento psicologico. In questa sezione lo psicologo online, allo stesso modo dello psicologo in studio, deve precisare che per motivi clinici non è definibile a priori la durata complessiva del percorso. È invece possibile specificare in maniera abbastanza precisa il numero di colloqui della fase di valutazione iniziale…fase che serve per inquadrare il problema, comprendere i tratti di personalità caratteristici del paziente e pianificare l’intervento più adatto per il disagio riportato.
Dopo la fase di valutazione diagnostica, è possibile proporre un’eventuale presa in carico per affrontare il problema, ma NON è possibile quantificare con precisione il numero di sedute necessarie per risolvere il disturbo o il disagio psicologico in questione… Perché questo?... Perché la durata del percorso psicologico dipenderà inevitabilmente dall’evoluzione del processo clinico: ognuno di noi ha dei tempi di risposta differenti agli interventi psicologici…inoltre, più il disagio risulterà grave, più lungo sarà il percorso da intraprendere. La durata del percorso psicologico è pertanto altamente soggettivo e dipende anche dal tipo di richiesta che viene effettuata dal cliente…è logico che una semplice richiesta di counseling psicologico non potrà durare mesi e mesi o addirittura anni…così come un disturbo psichico serio non potrà essere affrontato e risolto in un paio di sedute.
È importante diffidare dai professionisti della salute mentale che garantiscono un risultato certo nel giro di “tot” sedute…non è corretto dare delle stime del genere, per il semplice fatto che la natura umana non è pienamente comprensibile da subito e soprattutto nel giro di un numero prestabilito di colloqui psicologici. È una prospettiva assolutamente irrealistica…
Nei prossimi articoli sull’argomento approfondiremo ulteriori aspetti legati al consenso informato e alla privacy nell’ambito del supporto psicologico e della psicoterapia online.

I principali modelli di intervento in psicologia sono orientati all’individuazione e al trattamento della psicopatologia e del funzionamento psichico disturbato.
La maggior parte degli psicologi e degli psicoterapeuti fa affidamento a modelli teorici basati sulla patologia e sulle disfunzionalità…ciò non è affatto una cosa sbagliata…anzi…permette di comprendere le cause e le dinamiche della sofferenza mentale…il perché un uomo soffre “dal di dentro”…ma non esiste soltanto questo punto di vista, questo modo di vedere il funzionamento psichico... Vi sono modelli di conoscenza e di intervento che hanno invece lo scopo di indagare e approfondire non la psicopatologia, bensì la salute e il benessere della persona nel corso di tutto il suo ciclo di vita. Questo è ciò che si prefigge la “psicologia positiva”. Entriamo più nel merito di questa branca della psicologia…

 

                                                                       

 

Perché concentrarsi solo sulle nostre “debolezze”?...

In concreto la psicologia positiva, anziché concentrarsi esclusivamente sulla psicopatologia, interviene sulla prevenzione della sofferenza psichica…insomma, interviene dove il “danno” non è ancora stato fatto ma dove potrebbe insorgere, in un’ottica di promozione del benessere.
L’obiettivo è quello di fare in modo che l’individuo diventi non soltanto libero dalla malattia ma anche che si apra al mondo ed esprima al meglio le proprie potenzialità sia a livello personale che a livello relazionale…impresa non da poco... Gli esempi possono essere molteplici: nell’ambito della vita di coppia, in famiglia, oppure nell’ambito lavorativo. Prendiamo in esame la vita di coppia: nell’ottica della psicologia positiva, lo psicologo può anche aiutare le coppie a riappropriarsi del piacere di vivere insieme…e non solo a rimediare ai danni di un matrimonio già in parte compromesso. Nell’ambito familiare lo psicologo può contribuire a promuovere delle relazioni sane tra genitori e figli, e non soltanto a intervenire dove i conflitti sono già a livelli allarmanti.
Anche nel mondo del lavoro la psicologia positiva può ricoprire un ruolo fondamentale…pensiamo a tutti quei contesti dove si può cercare di rendere il posto di lavoro un luogo dove provare coinvolgimento, passione e “spirito di squadra”…e non soltanto di alleviare le sofferenze legate a mobbing o licenziamenti: è una sfida complessa e al tempo stesso avvincente che si gioca sul delicato lavoro di analisi dei rapporti fra colleghi, fra superiori e subordinati e sulla difficile impresa di creare le giuste condizioni per muoversi tutti nella stessa direzione…una cosa non affatto scontata…

 

                                                                     

 

L'importanza vitale del benessere

Ma come può essere definita la psicologia positiva? Essa non è altro che quella disciplina che studia e analizza i punti di forza e le virtù degli esseri umani. In un contesto teorico del genere, lo psicologo punta a rilevare le competenze di ciascun individuo cercando di giungere al loro potenziamento.
Alcuni detrattori di questo approccio considerano la psicologia positiva troppo “superficiale”, in quanto si concentrerebbe esclusivamente sugli aspetti positivi negando quelli negativi e le relative sofferenze mentali ad esse legate. Ma non è così!... La psicologia positiva non si prefigge di negare alcunché… Essa invece cerca di intraprendere una strada “alternativa” al modello psicopatologico che punti a riconoscere le potenzialità delle persone concentrando il lavoro psicologico sulla crescita e lo sviluppo di tali potenzialità.

                                                                  


La psicologia positiva parte da un presupposto per nulla banale: il benessere psicofisico non coincide totalmente con l’assenza di dolore o con l’assenza di sofferenza. Essa mira ad individuare concezioni di benessere più aderenti con la realtà di tutti i giorni…insomma cerca di capire cosa significhi davvero “stare bene”…e questa condizione risente anche del personalissimo vissuto di benessere che ciascuna persona sperimenta. Una volta conseguito tale obiettivo, lo psicologo può individuare e pianificare interventi psicologici che permettano di promuovere al meglio tale benessere e mantenerlo col passare del tempo. È un lavoro che richiede tempo e conoscenze sempre più approfondite, in quanto in tale ambito si inserisce la “sterminata” complessità dell’essere umano che porrà inevitabilmente lo psicologo di fronte a svariate definizioni di benessere e dello stare bene con se stessi e con gli altri.
La psicologia positiva, pertanto, non sembra affatto una disciplina così superficiale…

Il termine “depressione” racchiude in sé una complessità difficile da immaginare. Nella pratica clinica, le forme di depressione che si possono individuare presentano innumerevoli sfumature…ed è normale che sia così…in quanto riflette l’unicità di ogni essere umano… Ogni individuo che soffre di depressione esprime il suo personalissimo disagio, con la sua storie e le sue caratteristiche.
In questo lavoro ci soffermeremo non tanto sui sintomi più eclatanti delle depressioni più gravi, quanto su una serie di tratti e di modi di vedere la vita all’insegna della rinuncia, della perdita e dell’insoddisfazione…caratteristiche molto presenti nella popolazione e che vanno a costituire la cosiddetta personalità depressiva.

                                                 

                                                 

 

Personalità depressiva: l’affetto da “meritare”

Questo disagio colpisce moltissime persone e va a costituire un “sottofondo” che dà una coloritura sempre uguale alla vita, dove la persona si percepisce non in grado di provare amore per se stesso e incapace di rivolgere le giuste attenzioni ai propri bisogni più importanti. Il “peso” che devono sopportare queste persone è dato dal fatto che sono convinte di poter ottenere affetto e considerazione soltanto se si impegnano costantemente in compiti e ruoli che non corrispondono ai loro desideri. Il senso di indegnità che vive la personalità depressa è quasi perenne…difficilmente gode delle attività che ama, perché ritiene di andare incontro a isolamento o peggio ancora a odio qualora mostrasse agli altri le sue caratteristiche più autentiche e genuine… e otterrà veramente questi feedback dagli altri!...perchè si porrà nelle condizioni di ricevere indifferenza e ostilità… Per esempio: se una persona è convinta di essere brutta, si porrà nei confronti degli altri in modo tale che verrà percepita dagli altri come realmente brutta… Lo stesso vale per l’individuo con personalità depressiva: essendo convinta di essere inadeguata e indegna qualora si presentasse al mondo esterno per quello che è realmente, verrà effettivamente percepito come indegno o insignificante… Quindi la persona con personalità depressiva passerà la sua vita a cercare di ottenere affetto dagli altri, ma non per nutrire la propria autostima o il proprio narcisismo, ma per il semplice fatto che si sente costantemente in difetto, e farà di tutto per farsi apprezzare, mettendo in disparte le proprie esigenze…

 

                                                                      

 

Il “Sé depresso”: il senso di colpa come "leitmotiv"…

In un precedente lavoro abbiamo concentrato la nostra attenzione sull’ambiente familiare che caratterizza una persona con personalità depressiva. Ora invece approfondiremo i vissuti emotivi e gli aspetti del sé dell’individuo con funzionamento depressivo. Tali individui sono sicuri di essere cattivi e provano colpa per la loro vanità, avidità, egoismo, rabbia, orgoglio, invidia…ecc… Riconoscerete che questi sono vissuti che tutti noi proviamo…e soprattutto che non c’è niente di così malvagio a provarli, visto che fanno parte della nostra natura umana. Per la personalità depressiva non è così: egli ritiene questi aspetti dell’esperienza umana come qualcosa di malvagio. Quale sarà il risultato di queste convinzioni? Egli tenterà in tutti modi di essere una persona buona, ma vivrà nel “terrore” di essere smascherato per i suoi “difetti”, le sue presunte “malvagita”… e di essere infine respinto da tutti in quanto persona spregevole. Il senso di colpa nel soggetto con funzionamento depressivo è a tratti smisurato…con conseguenze tremende per la sua vita.

 

                                                   

 

Queste persone sono propense a pensare sempre il peggio di se stessi…e ne sono convinte, pertanto le critiche altrui possono avere un effetto devastante. Per esempio, in una conversazione tenderanno sempre a individuare le parti in cui si fa riferimento alle loro mancanze. Quindi qualsiasi critica costruttiva viene vissuta dal soggetto depresso come un qualcosa di “totalizzante”…che riguarda la totalità della sua persona…insomma una “condanna” definitiva.
I soggetti con funzionamento depressivo cercano di superare le loro dinamiche inconsce, contraddistinte da senso di indegnità e inferiorità, con incessanti attività di aiuto verso il prossimo. Tutto questo ha lo scopo di compensare il loro opprimente senso di colpa. Il paradosso di questo tipo di personalità è che molti di questi individui riescono a conservare un sufficiente livello di autostima e a non cadere in gravi crisi depressive soltanto facendo del bene e dedicandosi agli altri…tralasciando i propri bisogni.
Per quel che riguarda il lavoro che può fare lo psicologo sul Sé della persona con funzionamento depressivo, sarà fondamentale spostare gradualmente (e con molta pazienza…) il focus dell’attenzione dai bisogni degli altri ai propri bisogni...e aiutarli ad accettare le proprie emozioni più ostili (in forme socialmente accettabili) come aspetti che fanno parte della vita e non sono indice di cattiveria o malvagità.

 

 

 

Nel primo articolo sul ruolo della psicoterapia online e di come Internet possa cambiare il rapporto tra psicologo e paziente, sono stati approfonditi i contesti adatti e quelli meno adatti per lo svolgimento della psicoterapia online. Sono stati esaminati inoltre i primi punti di forza inerenti questa nuova disciplina. L’elemento più approfondito è stato quello della facilità di accesso della psicoterapia online che consente di annullare le distanze tra psicologo e paziente, facilitando la fruibilità del servizio in quelle situazioni maggiormente “difficoltose”: psicoterapia con persone con deficit motori, oppure con pazienti che per motivi di lavoro vivono per molto tempo distanti dal loro paese di origine, oppure ancora con persone che vivono in zone impervie del paese.
Ma ci sono altri punti di forza e di debolezza…approfondiamoli…

Psicoterapia online e abbassamento delle difese coscienti

Il rapporto online nel contesto di psicoterapia favorisce senza dubbio l’abbassamento delle difese coscienti. Cosa significa? Significa che in queste forme di comunicazione l’individuo ha la tendenza, in una fase preliminare di accesso al servizio, a fornire con più facilità informazioni personali…in quanto c’è il “medium” della comunicazione via Internet e c’è la possibilità di “celare” inizialmente la propria identità. In una prima fase di accesso al servizio, questo consentirà una maggiore profondità nella valutazione del problema psicologico riportato. L’“anonimato” iniziale può contribuire a superare le “remore” che contraddistinguono la fase in cui la persona deve “presentare” i problemi psicologici che lo affliggono, spesso fonte di ansia e di imbarazzo per il semplice fatto che si raccontano fatti personali ad un “perfetto sconosciuto”. La modalità internet contribuisce a “disinibire” le persone che richiedono aiuto psicologico, in quanto consente loro di descrivere con maggiore naturalezza i propri disagi.
Ovviamente la fase di anonimato può essere garantita soltanto all’inizio…successivamente sarà necessario avere a disposizione i dati del paziente, in quanto i dati personali devono essere trattati nel pieno rispetto della privacy. Anche perché in un contesto “online” aspetti di violazione della riservatezza sono molto più presenti rispetto ad un setting dato dal classico studio dello psicologo.
Ma cosa significa questo in concreto nel rapporto iniziale tra psicologo online e paziente?

Psicoterapia online: importanza di privacy e setting

In concreto, significa che il paziente che decide di intraprendere un percorso di psicoterapia online deve firmare la relativa modulistica della privacy e del trattamento dei dati personali. Questo è un aspetto fondamentale che tutela il paziente che si rivolge ad uno psicologo online e lo protegge dal rischio che i suoi dati vengano usati in maniera impropria e irrispettosa. Con la vita privata dei pazienti non si scherza, soprattutto in un contesto di psicoterapia online!!! Ecco che giungiamo ad una criticità della psicoterapia online che è importante analizzare, quella del rischio della scarsa riservatezza. È di fondamentale importanza che il professionista che fornisce tali servizi utilizzi software sicuri con efficaci antivirus, connessioni Internet adeguate e grande cura nella conservazione dei dati personali…ecco che la firma che si appone alla modulistica della privacy e del trattamento dei dati personali da una parte tutela il paziente affinché la sua riservatezza sia garantita in un contesto delicato come quello della psicoterapia online, dall’altra impegna lo psicologo online ad adottare con la massima scrupolosità e professionalità le accortezze precedentemente citate.
Un'altra criticità della psicoterapia online è data dalla possibile assenza di un setting neutro. Ma che cos’è nello specifico il setting? È quell’insieme di regole fisse e condizioni fisiche la cui stabilità consente l’adeguato svolgimento del processo psicoterapeutico. Più il setting è stabile, più gli aspetti profondi e problematici dell’individuo possono emergere…con conseguente giovamento per il percorso psicologico. L’ambiente dove si svolge la psicoterapia dovrebbe essere pertanto scevro di stimoli distraenti e senza elementi troppo personalizzati che possano fornire molte informazioni sulla vita privata del terapeuta. Nella psicoterapia online può esserci il rischio che il setting possa essere meno controllato. Tuttavia, avvalendosi di Skype, e soprattutto, raccomandandosi che le videochiamate vengano sempre effettuate nella stessa stanza, si può ovviare abbastanza agevolmente a questo problema. Inoltre, concordando che la chiamata venga effettuata sempre dal paziente e preferibilmente ad uno giorno e ad un orario fisso, si fa sì che egli interiorizzi il fatto che quell’appuntamento fisso rappresenta uno spazio fisico (anche se online) e mentale tutto suo che può gestire ed utilizzare per condividere il suo disagio e affrontarlo nel modo più appropriato possibile.
Nei prossimi articoli, approfondiremo altri aspetti importanti del rapporto tra psicologo online e paziente.

 

A tutti noi è capitato in alcuni periodi della nostra esistenza di essere “invasi” da idee, fantasie o pensieri fissi di cui facevamo fatica a liberarci. Queste “fissazioni” hanno spesso una notevole utilità, soprattutto se riguardano aspetti importanti della vita, perché ci consentono di pianificare progetti, concentrarci su uno specifico compito, ecc…insomma di dare il meglio di noi stessi per qualcosa a cui teniamo. Spesso grandi risultati si ottengono a partire da un’idea innovativa…che entra sempre di più nel nostro cervello, si tramuta in un “sogno” per poi diventare, come si usa dire nel linguaggio comune, una vera e propria “ossessione”… Queste forme di idee “invadenti” possono essere considerate delle “sane” ossessioni…anche se il concetto di “sano” nell’ambito del funzionamento psicologico è sempre abbastanza arbitrario…

                                                        

                                                                         

 

Quando l’ossessione diventa un problema…

Un’ossessione si trasforma invece in qualcosa di patologico quando la sua intensità diventa eccessiva, assillante e assume delle caratteristiche di “contenuto magico”… Cosa significa tutto ciò? Approfondiamolo meglio…
Il termine “ossessione” deriva dal latino “obsidere” che significa bloccare, occupare, assediare…ed è proprio così che si sente una persona che è disturbata dalle ossessioni: sotto “assedio”… a causa dell’invadenza di questi pensieri. Le ossessioni sono dei pensieri che in realtà danno fastidio al soggetto, che gli creano disagio…ma che non può fare a meno di pensare. In risposta a questi pensieri fissi e disturbanti, l’individuo mette in atto delle azioni che hanno lo scopo di ridurre l’angoscia generata da queste idee ossessionanti. Queste azioni prendono il nome di compulsioni. La combinazione di ossessioni e compulsioni dà origine ad un disturbo d’ansia molto pesante nella gestione della vita quotidiana: il disturbo ossessivo-compulsivo. Immaginate il tempo che si perde nel corso della giornata andando dietro a queste idee fisse e al mettere in atto bizzarre azioni che servono ad allontanarle!...Tali idee sono estremamente ripetitive, ruotano sempre intorno agli stessi temi, presentano talvolta un contenuto bizzarro e portano spesso a forti vissuti depressivi. Nelle forme più gravi del disturbo, queste fantasie prodotte dalla mente possono diventare tremendamente pressanti e possono indurre la persone a svolgere azioni che considera intollerabili e fastidiose…ma che deve fare in risposta alle ossessioni… Ma da dove hanno origine le ossessioni e le compulsioni?...

                                                     

 

Ossessioni e compulsioni: cosa ci sta dietro…

Per comprendere ossessioni e compulsioni, serve andare molto indietro nel tempo…alla prima infanzia e al ruolo che in questa fase della vita riveste il cosiddetto “pensiero magico”. Il bambino piccolo non ha ancora chiare le leggi del pensiero logico-deduttivo che è quello che utilizza la maggior parte degli adulti. Il bambino piccolo pensa che alcune cose si verifichino secondo criteri assolutamente non logici, bensì magici: per esempio, il neonato è convinto che la mamma compaia “magicamente” appena egli urla o si lamenta. Col passare del tempo questo tipo di pensiero diminuisce sempre più per far posto gradualmente a funzionamenti logici sempre più evoluti. Alcuni residui di questo “pensiero magico” tuttavia possono resistere nel tempo…sono quei casi in cui il bambino si convince che un determinato gesto possa influire su uno specifico avvenimento, per esempio il bambino che pensa: “Se conto fino a dieci toccandomi il naso tre volte, il compito in classe andrà bene”... La magia, nella mente del bambino (e spesso non solo in quella del bambino…), ha l’obiettivo di cambiare alcuni aspetti della realtà…e viene messa in atto nelle situazioni che suscitano angoscia e insicurezza. Il pensiero magico serve pertanto a controllare la realtà quando questa mette in difficoltà…
Come già detto, crescendo, i pensieri e i rituali legati al “pensiero magico” tendono a svanire…in alcuni casi, tuttavia, non è così…
Alcune persone, a seguito di esperienze frustranti e fonte di profonda sofferenza, sviluppano dei pensieri aggressivi, ostili o di ribellione che generano in loro un forte piacere sul momento…si pongono così le prime basi dell’ossessione. Successivamente però, questi pensieri ostili producono un forte senso di colpa…per “espiare” questo senso di colpa, vengono allora messi in atto dei “rituali” che servono ad “annullare” quei brutti pensieri... A questo punto però si viene a creare un vero e proprio “loop” dove la persona non riesce a fare a meno di pensare a queste cose, per poi mettere in atto delle azioni volte ad annullare tali contenuti spiacevoli. Un classico esempio è quello dell’ossessione per la sporcizia che viene “combattuta” con continui rituali di pulizia…
In psicoterapia, i vissuti più comuni riportati dai pazienti ossessivo-compulsivi sono legati ad esperienze passate di perdita di controllo…specialmente riguardo a fantasie di aggressività, sporcizia, vergogna, ecc… Lo psicologo dovrà pertanto lavorare con attenzione e sensibilità su queste delicatissime tematiche, fonte di angoscia e senso di colpa per il paziente ossessivo-compulsivo.