Nell’articolo precedente si è approfondito il principale meccanismo di difesa implicato nella depressione, ossia l’introiezione…e si è detto che tale meccanismo consiste nell’interiorizzazione delle caratteristiche più negative e fastidiose di una vecchia figura di riferimento che si è amata tanto. A tal proposito, è necessario fare una precisazione, onde evitare di scorgere esclusivamente nelle figure genitoriali o nei familiari l’origine della depressione…la questione può essere molto più delicata e complessa!... se un individuo depresso ha introiettato aspetti negativi e odiosi di una figura di riferimento che ama, questo non vuol dire necessariamente che la persona interiorizzata sia realmente negativa e odiosa. Spieghiamo meglio la questione con un esempio…

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Le forme di depressione sono molteplici e riflettono la complessità del disagio e della natura umana. Ogni individuo che presenta tale problematica, in quanto unico e irripetibile, esprimerà la sua forma altrettanto unica e irripetibile di depressione. Tuttavia, nel funzionamento depressivo vero e proprio, vi sono dei “movimenti” e delle “operazioni psichiche” comuni, più o meno consapevoli, che vengono utilizzate per ridurre angoscia e turbamento… e che alla lunga possono mettere a repentaglio l’equilibrio interiore. Queste operazioni inconsce prendono il nome di meccanismi di difesa. Tutti noi facciamo uso dei meccanismi di difesa: spesso consistono in forme di adattamento sane che intervengono per difendere e preservare il nostro Sé da una minaccia, con lo scopo di gestire qualche emozione intensa, fonte di angoscia…oppure un dolore intollerabile che potrebbe destabilizzare. Le difese sono fondamentali anche per mantenere la propria autostima e contribuiscono ad organizzare la nostra personalità.
Quando però queste difese si irrigidiscono oppure vengono usate in maniera massiccia influendo sulla qualità della vita della persona, diventano disadattive portando al disagio psichico…
Vediamo quali sono le difese che hanno un ruolo chiave nel funzionamento depressivo.

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Nell’articolo precedente abbiamo lasciato in sospeso tutta una serie di questioni relative al rapporto tra Skype e il linguaggio del corpo. I contesti terapeutici che si possono prendere in esame, per effettuare questa disamina, sono svariati: dalla psicoterapia, all’analisi, al colloquio psicologico di supporto, al semplice servizio di counseling.
È innegabile che ci siano delle componenti che si perdono senza la presenza fisica dello psicologo, quali alcuni aspetti del clima emotivo che si possono respirare nella stanza del terapeuta o l’energia psichica che si può avvertire nella comunicazione di persona tra psicologo e paziente…e che ha un ruolo importante ai fini dell’alleanza terapeutica…
Tuttavia, in alcune forme di psicoterapia il contatto visivo è alquanto carente…pensiamo alle sedute di psicoanalisi dove il paziente si ritrova steso sul lettino e il terapeuta seduto dietro di lui…oppure alcune psicoterapie che si svolgono con psicologo e paziente seduti uno a fianco all’altro, con la possibilità di vedere l’interlocutore solo di “tre quarti”...

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Con questo articolo ha inizio un’approfondita riflessione sul ruolo della corporeità nel rapporto psicologo-paziente e su come essa emerge nella comunicazione via Skype, con relativi pregi e difetti.
Per comprendere le potenzialità del lavoro dello psicologo online attraverso lo strumento di Skype, è molto importante analizzare non soltanto i punti di forza ma anche (e soprattutto) possibili limiti e criticità. Una di queste riguarda gli elementi riconducibili al linguaggio del corpo, un aspetto non trascurabile nel rapporto tra paziente e terapeuta e nell’andamento del percorso psicoterapeutico. È indubbio che nella comunicazione tramite Skype si vadano a perdere alcune componenti del “corporeo”, mentre altre di nuove possono essere individuate... È importante avere bene a mente come anche il corpo del paziente, così come quello dello psicologo, entrino in gioco nelle dinamiche della terapia.
Proviamo dunque ad addentrarci in questa tematica…

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Molti di noi, ad un certo punto della vita, si ritrovano a fare un bilancio personale. Spesso in situazioni del genere, ci si confronta con insoddisfazioni, delusioni, bisogni frustrati, aspirazioni che non hanno trovato realizzazione…e poco per volta si riflette sull’ineluttabilità di certe scelte fatte, sulla perdita di tutta una serie di possibilità, sulla fine di una fase della propria vita…insomma ci si confronta con la tematica della morte…
L’ipocondria racchiude in sé questa tematica ma in una maniera complessa e articolata, con tutta una serie di conflittualità che ne stanno alla base e che implicano colpa, depressione, autoaccuse che si concretizzano in presunte malattie fisiche più o meno gravi che la persona ipocondriaca teme (o è convinta) di avere contratto…

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