Proseguendo con la presentazione della mia figura professionale di Psicologo, Psicoterapeuta, Specialista in Psicologia Clinica in Torino, le mie esperienze lavorative non si esauriscono con le collaborazioni presso l’Università degli Studi di Torino, in qualità di assegnista e borsista.
La formazione universitaria rappresenta un’esperienza formativa molto arricchente…tuttavia ritengo che la pratica clinica sia una parte decisiva nella formazione professionale di uno psicologo.
Spesso la pratica clinica dello psicologo non si limita al semplice lavoro in studio privato, bensì in tutta una serie di collaborazioni in svariati ambiti. Così è stato anche per me, dove le collaborazioni universitarie sono state affiancate alla pratica clinica in studio e al lavoro di psicologo in altre strutture nel contesto di Torino.

                                                                

Pratica clinica in studio…

Innanzitutto la pratica clinica in studio. Dopo aver conseguito l’abilitazione allo svolgimento della professione e l’iscrizione presso l’Ordine degli Psicologi del Piemonte, ho iniziato a lavorare in studio privato occupandomi principalmente di adulti e adolescenti, affrontando soprattutto problemi riconducibili ad ansia e depressione nell’ambito della clinica con gli adulti, oltre che a fobie, attacchi di panico, disturbi ossessivo-compulsivi, disturbi dissociativi, narcisismo patologico, disturbi della personalità, parafilie, problematiche di natura persecutoria, disturbo borderline di personalità…ma anche di disagi più circoscritti quali stress, gestione di rabbia e aggressività, timidezza, insicurezza e difficoltà nell’elaborazione di lutti e separazioni. Nell’ambito invece dell’età evolutiva e dell’adolescenza, mi occupo essenzialmente di lavorare sulle crisi adattative, ossia quelle crisi causate da fattori critici poco rilevanti (tipo l’arrivo di un fratellino, una malattia, un lutto in famiglia, una fase difficile che sta attraversando un genitore, ecc.), sulle crisi evolutive (reazioni critiche sane ai cambiamenti fisici e psicologici che insorgono inevitabilmente nel corso dell’adolescenza), disturbi d’ansia e d’angoscia, disturbi dell’umore e disturbi affettivi, disturbi del funzionamento mentale (per esempio disturbi neuropsicologici, disturbi dell’apprendimento, disturbi delle competenze motorie, disturbi da tic, disturbi psicotici, ecc.) disturbi dell’identità di genere, disturbi del comportamento alimentare quali bulimia e anoressia nervosa e disturbi da uso e abuso di sostanze.

                                                                       

 

Pratica in comunità…

Come già accennato, la mia pratica clinica di psicologo e psicoterapeuta nel territorio di Torino non si esaurisce nell’ambito dello studio privato.
Dal 2011 ad oggi lavoro a stretto contatto con pazienti psichiatrici in qualità di psicologo presso comunità psichiatriche. L’obiettivo della comunità psichiatrica è quello di impostare dei progetti riabilitativi e di reinserimento nel tessuto sociale di pazienti con gravi disturbi psichiatrici (quali schizofrenia, gravi disturbi bipolari, disturbi borderline e gravi disturbi di personalità) partendo dalle loro potenzialità e cercando di lavorare nel miglior modo su di esse.
Il lavoro con i pazienti psichiatrici è alquanto delicato, in quanto spesso tali pazienti non vogliono intraprendere un percorso di cura e di riabilitazione perché non hanno una sufficiente coscienza della gravità della loro patologia che crea ovviamente una serie di difficoltà a livello di integrazione con il tessuto sociale e di capacità di vivere una vita sufficientemente autonoma.
Con il paziente in comunità è fondamentale lavorare su diversi aspetti, nel pieno rispetto dei suoi tempi e delle sue difficoltà a modificare i suoi aspetti disfunzionali del Sé… Innanzitutto è importante lavorare sullo sviluppo dell’autonomia nei vari ambiti della quotidianità: gestione dei soldi, igiene personale, gestione dei farmaci, qualità delle relazioni e gestione del tempo libero. È fondamentale fornire poi un aiuto costante nell’accettazione del proprio disagio psichico, aspetto che aiuterà gradualmente a migliorare la qualità della vita.
Da marzo 2016 a marzo 2017 ho inoltre ampliato le mie competenze cliniche nel campo del trattamento delle tossicodipendenze lavorando in una comunità di recupero del torinese, in qualità di psicologo.
Nel prossimo articolo sull’argomento concluderò la presentazione del mio percorso formativo e professionale.

 

 

 

Tutti noi siamo guidati dalle emozioni nella nostra vita… esse possono essere definite dei processi che agiscono attivamente sui nostri pensieri e sulle nostre motivazioni. Le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella vita di tutti i giorni… a seconda del modo in cui riusciamo a gestirle e a metterle in gioco, avremo uno specifico approccio alla vita e un altrettanto specifico modo di relazionarci con gli altri.
Un’emozione che viene vista spesso come qualcosa di assolutamente negativo è la rabbia… Beh, è naturale che la rabbia (o la collera) sia considerata meno piacevole della gioia…ma essa è un’emozione primaria che ci accompagna in precise situazioni della vita…e talvolta ci aiuta… Per esempio?...

                                               

 

Non tutto è da “buttare” della rabbia…anzi!…

Per esempio: se si subisce una grave ingiustizia, sarebbe normale reagire con gioia?... Sarebbe utile reagire con tristezza o con disprezzo?...decisamente no! Di norma, si dovrebbe reagire con un po’ di rabbia e di collera…(ovviamente con gradi differenti, a seconda dei temperamenti e delle personalità)… in caso contrario, saremmo in balia degli eventi della vita e delle sopraffazioni altrui.
Mettere pertanto in gioco una certa quota di rabbia e aggressività, nei confini del confronto civile e del buon senso, aiuta a far valere le nostre ragioni, a esprimere il nostro disappunto e ad aprire un contraddittorio autentico con gli altri quando c’è una marcata differenza di vedute.
Cosa succede però quando la rabbia ci fa perdere il controllo portandoci a dei veri e propri comportamenti aggressivi? L’aggressività è un fenomeno complesso che va collocato nell’articolata rete di rapporti e significati presenti all’interno di una società.
Di per sé l’emozione rabbiosa/aggressiva ha un valore adattativo che si perde nella “notte dei tempi” della storia dell’uomo: essa rappresenta un’emozione che può aiutarci nella sopravvivenza…per esempio è fondamentale nel difenderci da insidie esterne oppure nel soddisfare altri importanti bisogni vitali. Rabbia e aggressività diventano invece problematiche quando condizionano l’esistenza dell’individuo oppure quando tali fenomeni presentano caratteristiche di crudeltà. È la natura crudele dell’aggressività che rende spesso problematico il tutto…

                                                                  

 


Quando la rabbia diventa un problema: come muoversi?…

Proviamo ad andare un po’ più a fondo di tale fenomeno… Le eccessive manifestazioni di rabbia e aggressività sono il risultato di un carente sviluppo della funzione riflessiva. Questa carenza si viene a creare nell’infanzia, quando il bambino inizia a confrontarsi col fenomeno della mentalizzazione: essa è un processo cognitivo che consiste nella scoperta delle emozioni e della loro importanza nel rapporto con le prime figure significative, per esempio la mamma e il papà. La riuscita di questo fondamentale fenomeno psichico (la mentalizzazione) dipende dalla capacità del genitore di riconoscere, comprendere e accogliere i primi stati mentali del piccolo, ossia i suoi pensieri, le sue emozioni, i suoi desideri. Se la mamma e il papà saranno in grado di svolgere questa funzione in un clima di serenità e sicurezza, il bambino sarà capace di comprendere le proprie emozioni e quelle degli altri, così come i propri sentimenti e quegli degli altri. Se la mamma (così come il papà) riuscirà ad elaborare adeguatamente i pensieri e i sentimenti del proprio figlio fornendogli un contenimento, il bambino avrà la possibilità di regolare i propri affetti e di comunicarli in maniera genuina ed equilibrata. Se questa funzione non viene svolta correttamente (per svariate cause), il bambino cercherà percorsi alternativi per contenere le proprie emozioni (talvolta dirompenti)…per esempio con scoppi di rabbia e aggressività verso l’altro…
Spesso la funzione principale rivestita dalla rabbia è quella di manifestare una protesta o rimuovere una situazione fonte di frustrazione. Pertanto, la rabbia viene sempre dopo la frustrazione. Ma la rabbia non serve solo per esprimere che qualcosa non va, a causa di una sofferenza…Nella logica della persona impulsiva, serve anche a tentare di rimuovere un ostacolo che non consente di giungere ad un obiettivo: se da bambini, di fronte a fallimenti di questo genere, non c’è una mamma in grado di aiutare a trasformare in pensiero questa frustrazione, insorgeranno inevitabilmente problemi di rabbia, aggressività e difficoltà a controllare gli impulsi.

                                             

E da adulti come si può lavorare su questi aspetti? Senza dubbio cercando di creare nelle relazioni delle condizioni di sicurezza che consentano alla persona impulsiva di riconoscere il suo valore…le persone rabbiose hanno spesso bisogno di sentire che esistono e che non sono impotenti di fronte alle avversità della vita!...è fondamentale aiutarle a integrare la loro esperienza di sofferenza, fonte di rabbia, in forme più pensabili di accettazione di tali esperienze, in un clima di serenità e fiducia reciproca…compito alquanto arduo ma molto stimolante…

 

 

 

 

 

 

 

In questo articolo affronteremo un disturbo mentale alquanto complesso e articolato e a suo modo abbastanza “misterioso” dove la persona che ne soffre rischia a tratti di perdere il controllo del suo stato cosciente: i disturbi dissociativi.
Alcune persone attraversano periodi transitori o continuativi di amnesia o di alterazione della percezione per svariate cause: un incidente, l’uso di sostanze stupefacenti, l’abuso di alcool, disturbi organici seri, demenze, ecc. Nei disturbi dissociativi, invece, si verificano questi fenomeni senza che si ravvisi alcuna delle suddette cause. Possiamo pertanto avere delle amnesie, delle fughe della mente senza una specifica origine organica o legata ad una sostanza. Come si spiega tutto ciò?

                                                    

 

Analisi del disturbo…

Non può esserci disturbo dissociativo senza trauma, così come non può esserci stato dissociativo senza dissociazione. A seguito di una trauma che spesso si verifica in tenera età, alcuni contenuti dell’esperienza personale vengono totalmente “accantonati”, messi da parte in un’area non riconosciuta della propria personalità…tuttavia, questi contenuti hanno la possibilità di emergere… ma sono completamente dissociati, separati dal resto del Sé.
La dissociazione, quindi, è il frutto di una mancata integrazione di elementi quali la memoria, la percezione, l’identità e la coscienza.
Nelle persone comuni possono verificarsi stati dissociativi di lieve entità…tipo sensazioni transitorie di estraneità, la tendenza ad incantarsi o a distanziarsi per qualche momento dagli altri: sono fenomeni abbastanza frequenti che possono anche aiutare a distrarsi da una situazione un po’ stressante o “staccare un attimo” a seguito di un momento di stanchezza. Nei disturbi dissociativi invece il fenomeno è molto più consistente e massiccio e rappresenta una difesa nei confronti del trauma. Quando si verifica il trauma, vengono provate delle sensazioni tremende e inaccettabili che potrebbero distruggere l’integrità psichica. Per difendere da tutto ciò, l’apparato psichico fa sì che il soggetto si “estranei” dalla situazione traumatica…che si assenti totalmente con lo scopo di non provare quelle sensazioni tremende.

                                                

 

Analisi del processo dissociativo…

Ecco che ogni volta che si riattivano i vissuti e i contenuti legati al trauma subìto, la dissociazione “torna in gioco” per proteggere la persona dal prendere coscienza dell’evento accaduto…il risultato sarà che il soggetto andrà incontro ad amnesie, ad alterazioni della coscienza, a fughe dalla realtà… Si assisterà a comportamenti del tutto estranei a quelli che solitamente contraddistinguono il traumatizzato, in quanto si viene a creare una vera e propria frattura tra l’esperienza di vita comune (di tutti i giorni) e l’esperienza dell’evento traumatico…sono entrambi presenti ma non si riconoscono l’uno con l’altro. Ecco perché spesso una persona con disturbo dissociativo compie delle azioni di cui in seguito non ha alcun ricordo!...
In concreto, i ricordi del Sé che ha subito il trauma vengono necessariamente dissociati, perché sono in profonda contraddizione e contrasto con il Sé della vita quotidiana.
Per esempio, un bambino che ha subìto un grave abuso fisico o un abuso sessuale, può successivamente dimenticare un evento del genere e “trasformarlo” nella convinzione di essere stato magari rapito dagli alieni e di aver subìto degli esperimenti: a tal proposito, invito il lettore a vedere il film “Mysterious Skyn” film del 2004 diretto da Gregg Araki che descrive in maniera mirabile come un’esperienza traumatica possa essere dissociata dal proprio Sé).
Possiamo avere varie forme di disturbo dissociativo: l’amnesia dissociativa, che consiste nell’incapacità a ricordare un evento traumatico; la fuga dissociativa, che consiste invece in un brusco allontanamento da casa con successive difficoltà a ricordare il proprio passato e altrettante difficoltà a livello di identità personale. Abbiamo un altro fenomeno dissociativo, alquanto problematico e fonte di notevole sofferenza: il disturbo dissociativo dell’identità, un tempo noto come disturbo da personalità multipla. Esso consiste nella presenza nella stessa persona di due o più identità differenti…ciascuna di esse presenta caratteristiche distinte e stabili con specifiche modalità di relazione e percezione degli altri e di se stessi. Ciascuna di queste identità non ha ricordo dell’altra rendendo spesso i comportamenti di queste persone alquanto inquietanti.
Alla base di questo disturbo c’è una fortissima sofferenza traumatica che porta all’uso massiccio della dissociazione, fenomeno complesso e articolato che sarà approfondito in un successivo lavoro.

 

In un recente articolo di psicologo-online24.it si è fatto riferimento al counseling online e al ruolo che possono rivestire preziosi strumenti come e-mail e chat per integrare questo importante intervento psicologico. Si è inoltre definito il counseling un intervento mirato che ha lo scopo di risolvere uno specifico problema fonte di disagio o frustrazione. Tale intervento viene svolto esclusivamente dalla figura professionale dello psicologo, anche se negli ultimi tempi sono state avanzate alcune proposte di legge volte ad estendere tale pratica psicologica ad altre figure professionali che non hanno ricevuto alcun tipo di formazione psicologica. Proposta che avrebbe un effetto deleterio sulla qualità di tale servizio. Perché?...

                                                  

 

Tutto ha origine dal concetto di consulenza….

Perché dunque il counseling deve essere necessariamente svolto da uno psicologo? Analizziamo meglio la questione…
Il counseling costituisce uno strumento molto importante per affrontare e risolvere problemi attuali del paziente…ma che sono ovviamente problemi di natura psicologica!...anche se non si va in profondità come in una psicoterapia, la risoluzione del problema si fonda comunque sulla relazione tra psicologo e paziente. Entriamo più nello specifico del fenomeno del counseling…

                                                                 


Il counseling affonda le sue radici nell’attività di consulenza: essa è una tipologia di rapporto che si instaura tra un consulente e una persona con un problema che non ha a disposizione le competenze e le capacità per risolverlo. Il consulente, grazie alla propria formazione e competenza, può aiutare questa persona a risolvere tale problema.
A differenza della psicoterapia, la durata della consulenza è ridotta…nello specifico è limitata alla soluzione del singolo problema riportato inizialmente in seduta. La consulenza appartiene alla categoria degli interventi di psicologia clinica e può assumere forme diverse e seconda della tipologia di utente e del tipo di problema che viene riportato.
Per rendere meglio l’idea delle forme di consulenza con cui può confrontarsi lo psicologo (così come lo psicologo online), possiamo avere consulenze che si rivolgono nello specifico all’utente, consulenze centrate su un collega e consulenze fornite ad un’istituzione (per esempio scuole, servizi sanitari o anche aziende, centri produttivi, associazioni, ecc…).

Il counseling vero e proprio…

Tra le differenti tipologie di consulenza, ha acquisito un ruolo sempre più significativo la cosiddetta attività di counseling. Il counseling psicologico è un’attività di sostegno terapeutico finalizzato ad aiutare il paziente a prendere una decisione importante. Sia ben chiaro: questo non significa che lo psicologo fornisce all’utente consigli concreti su come muoversi in una specifica situazione. In questo caso lo psicologo non svolgerebbe più tale funzione ma si trasformerebbe in un educatore, un’altra figura professionale molto importante ma che non può e non deve ricoprire come ruolo lo psicologo...lo psicologo deve fare lo psicologo… Egli non deve consigliare l’utente su quale decisione prendere, bensì deve aiutarlo a pensare… Cosa significa? Significa che lo psicologo deve costruire le condizioni ideali affinché l’utente possa prendere decisioni in autonomia. Come si possono creare tali condizioni? Innanzitutto attraverso la relazione…la relazione tra psicologo e utente rappresenta lo strumento conoscitivo per eccellenza… A partire dalla relazione, si analizzano tutti quegli elementi che giocano un ruolo fondamentale nel processo decisionale, quali motivazioni, passioni, interessi, desiderio di raggiungere una specifica posizione sociale, aspirazioni di natura economica, fattori consci e inconsci, emozioni e affetti che ruotano intorno ad una specifica decisione da prendere e soprattutto analisi dei pro e dei contro di una decisione.
Obiettivo finale del counseling psicologico è pertanto quello di permettere all’utente di avere una visione realistica di sé e della situazione, così da affrontare nel miglior modo possibile il processo decisionale legato alla questione fonte di dubbio e problematicità.

 

 

 

 

 

 

Ormai è un dato assodato che le nuove tecnologie quali computer, tablet e smartphone stanno sempre di più contribuendo ad estendere la presenza fisica di una persona: oggi si possono fare innumerevoli cose online…cose che prima si potevano svolgere soltanto di persona. Lo stesso vale per le opinioni: oggi sembra quasi ovvio il fatto che si possa esprimere giudizi, confrontarsi con molte altre persone, discutere e aumentare le proprie conoscenze tramite strumenti tecnologici e comunicazioni online. Un tempo, scenari del genere erano del tutto inconcepibili. Oggi invece, dobbiamo confrontarci con queste nuove realtà e cercare di trarne il meglio, in quanto siamo inevitabilmente figli dei nostri tempi…

                                                                             

Psicoterapia e counseling online: differenze

Se da una parte questi nuovi scenari possono portare a conseguenze negative (per esempio dipendenze da internet, rischio di isolamento sociale, cyber-bullismo, fake news, ecc.), dall’altra ci permettono di aprirci a nuove prospettive e a nuovi servizi innovativi che nel contesto online possono rivelarsi di notevole utilità per la persona.
Nel campo della psicologia si è potuto già osservare una serie cambiamenti. Anche se tali cambiamenti e novità risultano essere ancora in fase embrionale, in prospettiva appaiono alquanto interessanti. In articoli precedenti si sono analizzati i pro e i contro di percorsi di supporto psicologico online, così come della psicoterapia online. Strumenti quali Skype e whatsapp (tramite la modalità di comunicazione della videochiamata) consentono di ricreare “online” un contesto molto simile a quello di una classica seduta in studio tra psicologo e paziente. Tuttavia non vi è soltanto questo tipo di prestazioni.
Nell’ambito della salute mentale si possono individuare due “macro-aree” di interventi: la psicoterapia e il counseling (consulenza psicologica). Nel primo caso si intendono tutte quelle prestazioni finalizzate ad accogliere, sostenere ed elaborare il disagio del paziente, nel secondo si intendono invece interventi mirati a risolvere uno specifico problema fonte di disagio o frustrazione.
Nel contesto online, oltre alla classica seduta via Skype, lo psicologo può avvalersi di due strumenti alquanto innovativi per il counseling: le e-mail e le chat.

                                                                               

 

Due importanti strumenti per il counseling online: e-mail e chat

E-mail e chat dunque. In entrambi i casi il tipo di comunicazione che si viene a creare è una comunicazione asincrona. Che cosa vuol dire? Significa che psicologo online e paziente comunicano tra di loro con delle “pause”, con delle attese…Questo si verifica maggiormente con le e-mail e in misura minore con le chat, dove i tempi di attesa tra un messaggio e l’altro sono davvero minimi. Possono esserci dei problemi di reciprocità e di rispetto dei tempi di conversazione, problemi che non ravvisiamo in un confronto “vis a vis”. Il problema della reciprocità si può riscontrare principalmente con le mail, dove magari si assiste a testi molto lunghi che assomigliano più a dei monologhi o a delle dissertazioni, con lo scopo di inserire più informazioni possibili all’interno del testo da inviare. Il problema è molto meno presente nelle chat, dove la comunicazione è più immediata e i tempi delle comunicazioni (domanda e risposta) possono essere maggiormente rispettati. La chat, nell’ambito del counseling, sembra essere di notevole utilità in quanto risulta più agevole comunicare e descrivere il problema.
In entrambi i casi, mancano però tutti gli aspetti legati al linguaggio verbale (esclamazioni, tono della voce, pause, lapsus, ecc.) e al linguaggio corporeo (postura, mimica facciale, movimenti del corpo, ecc.). Il counselor online che si confronta con e-mail e chat deve sviluppare conoscenze e competenze volte ad analizzare elementi formali del testo scritto dal paziente. Anche dallo stile di scrittura, dall’ortografia, dalla punteggiatura, dall’uso delle emoticon, dal ritmo degli scambi all’interno delle chat, si possono comprendere aspetti molto importanti del soggetto che possono aiutare ad adottare l’intervento più consono alla situazione. In linea di massima, tuttavia, è sempre preferibile conciliare queste modalità di comunicazione a colloqui “vis à vis”, per esaminare la problematica riportata dall’individuo anche a livello verbale.