Proseguiamo con la nostra dettagliata analisi sul complesso percorso che ha portato alla nascita della psicoanalisi. Come evidenziato nei precedenti lavori, i primi passi della psicoanalisi mossero a partire dagli studi di Freud sull’isteria, l’ipnosi e il metodo catartico. Nell’ultimo articolo sull’argomento (Sulla strada della psicoanalisi: gli studi di Freud e Breuer ), abbiamo potuto scoprire come a partire dagli studi sul caso clinico di Anna O., Freud e Breuer giunsero alla conclusione che tramite la catarsi e l’abreazione espletate durante la seduta di ipnosi era possibile riportare alla luce il trauma fonte di sofferenza psichica. Ricordiamo: per catarsi si intende quella condizione in ipnosi dove viene fatto riemergere nella mente del soggetto l’evento traumatico, mentre per abreazione si intende quel fenomeno in cui vengono scaricate le emozioni riconducibili al trauma stesso.

                              

Nevrosi ossessiva: che cos’era ai tempi di Freud

A partire da questi complessi studi, Freud e Breuer si convinsero che l’abreazione fosse in grado di risolvere la sintomatologia isterica con conseguente guarigione.
Nei suoi studi successivi, Freud estende questo metodo ad altre forme di nevrosi, come per esempio la nevrosi ossessiva, una patologia psichica molto diffusa e studiata ai tempi di Freud. Questi studi contribuiranno ad ulteriori scoperte sul cammino che porterà alla nascita della psicoanalisi. Scopriamo meglio questa patologia e come era intesa ai tempi di Freud.
La nevrosi ossessiva consiste in un disturbo psichico in cui un’emozione forte che si è provata a seguito di un evento traumatico che poi è stato dimenticato diventa “autonoma” e si stacca dall’evento traumatico che l’ha generata. Staccandosi dall’evento traumatico, andrà ad “associarsi” successivamente ad un nuovo oggetto o situazione precedentemente neutrale che non suscitava nessuna reazione particolarmente intensa. A questo punto, tale emozione si manifesta in maniera abnorme sotto forma di sintomo, ogni volta che questo evento insignificante si verificherà.
Proviamo ora a fare una differenziazione tra isteria e nevrosi ossessiva, come concepita ai tempi di Freud. Questa operazione ci consentirà di comprendere ancora meglio l’evoluzione del percorso di ricerca di Freud che lo ha poi portato alla psicoanalisi. Nevrosi isterica e nevrosi ossessiva presentano dei sintomi molto diversi tra loro che originano entrambi da situazioni conflittuali del passato che sono state rimosse. Tuttavia, nelle due patologie i risultati finali sono del tutto differenti.

                                     

Differenze tra isteria e nevrosi ossessiva

Mentre nella nevrosi isterica l’affetto viene “convertito” in sintomo somatico, nella nevrosi ossessiva l’affetto associato al trauma si “trasferisce” ad un altro oggetto o evento: si assiste ad una scarica della carica affettiva non sul corpo, come nell’isteria, bensì in un oggetto differente o su un altro contenuto mentale. Questo fenomeno prende il nome di “processo di trasposizione”. Tale processo fa sì che le emozioni che inizialmente erano legate ad un evento scatenante, adesso siano slegate da esso e vivano di “vita propria”, essendo adesso legate ad altri oggetti o eventi apparentemente insignificanti. Ma il paziente questo non può saperlo, a causa della rimozione, pertanto vivrà questi sintomi come un qualcosa di insensato, un “terrore senza nome”.
Freud cercò di comprendere perché alcuni pazienti manifestassero la nevrosi isterica mentre altri la nevrosi ossessiva. Inizialmente spiegò la cosa come un qualcosa di “genetico”, legato alla predisposizione psichica.
Alla luce di queste scoperte, Freud formulò la cosiddetta “teoria del trauma” che spiega i motivi dell’insorgenza delle due patologie.
In primo luogo, secondo Freud, all’origine della nevrosi si cela sempre un trauma sessuale verificatosi nella primissima infanzia. Freud, in questa fase del suo percorso di formazione, ritiene che tale trauma sia sempre reale e risieda nelle prime interazioni con le figure significative.
Se il ruolo giocato dal paziente nell’evento traumatico è stato passivo (cioè se ha subito l’atto traumatico), allora si svilupperà l’isteria; se il ruolo giocato dal paziente è stato invece attivo (cioè l’atto è stato imposto), insorgerà la nevrosi ossessiva.
Nel prossimo lavoro analizzeremo ulteriormente tali aspetti e la loro evoluzione.

                                      

In questo lavoro inizieremo ad approfondire una condizione che in misura minore o maggiore appartiene a tutti noi ma che, se inserita in un contesto patologico o di fragilità psichica, può avere delle conseguenze alquanto negative: la gelosia.
La gelosia può essere definita come uno stato emotivo generato dalla paura, più o meno ragionevole, di perdere l’amore di una persona cara nel momento in cui quest’ultima manifesta interesse nei confronti di un altro individuo. Freud definisce la gelosia come uno stato emotivo che può essere considerato normale. Talvolta la gelosia può anche diventare una forma di “gioco” funzionale al benessere della coppia. Il problema insorge quando la gelosia sfugge di mano.

                                    

Gelosia: un sentimento presente in tutti noi

A conferma del fatto che la gelosia è un sentimento universale insito in ciascuno di noi, Freud nel 1921 sostiene che se la gelosia è del tutto assente in una persona, è plausibile che la tale sentimento provato in età infantile sia stato completamente rimosso dalla sfera della coscienza rimanendo attivo nell’inconscio del soggetto e divenendone un contenuto fondamentale.
Sempre secondo Freud, la gelosia è un sentimento presente nell’individuo sin dalle prime fasi di crescita: essa affiora con i primi sviluppi della vita affettiva del bambino, nella rivalità con la figura genitoriale dello stesso sesso, tipica della fase edipica (ossia quella fase dove il bambino piccolo desidera a livello primordiale l’esclusività della figura materna e pertanto la figura paterna viene vissuta come un “rivale”), oppure nella rivalità tra fratelli. Nel sentimento di gelosia c’è sempre di mezzo il desiderio di esclusività dell’oggetto d’amore e il timore che esso venga irrimediabilmente perso a causa dell’altro. La persona oggetto dei sentimenti di gelosia è solitamente una figura importante, una figura di riferimento, una figura fondamentale nel rinforzare il valore del proprio Sé. È per tale motivo che il bambino avverte il profondo desiderio che questa figura di riferimento venga posseduta e amata in una maniera esclusiva.

                                           

Gelosia: tra normalità e patologia

Per il soggetto geloso la stima di Sé è garantita dalla fedeltà della persona amata che gli offre sicurezza, forza, serenità e stabilità. Tuttavia nella dinamica relazionale del geloso si viene a creare un meccanismo che alla lunga genererà incertezza e senso di fragilità: invece che fornire amore, il soggetto geloso deve necessariamente riceverlo per stare bene. Tale sovvertimento degli equilibri delle dinamiche sentimentali genera un circolo vizioso in cui la gelosia alimenta il desiderio di possesso e viceversa: più si desidera di possedere in tutto e per tutto il proprio partner, più si avverte la sensazione di non possederlo, più la gelosia aumenta.
È importante tenere a mente che gelosia e invidia sono due sentimenti ben distinti: l’invidia chiama in causa il rapporto con un singolo individuo che si stima, si ammira, si desidera ma che è irraggiungibile, la gelosia coinvolge sempre tre persone: la persona che ama, l’oggetto d’amore e il cosiddetto “terzo incomodo” che minaccia l’amore esclusivo nei confronti dell’oggetto d’amore.
La gelosia presenta molteplici sfaccettature e si può collocare lungo un “continuum” che va dal sano sentimento di gelosia alla polarità patologica che sfocia nella possessività grave.
La gelosia può essere considerata un “mix” di amore, vicinanza emotiva, desiderio di possesso ed esclusività dell’altro. La gelosia può essere pertanto vissuta come una sana “passione” che caratterizza la quotidianità della vita di coppia oppure come una patologica ossessione che può sfociare in vere e proprie ruminazioni mentali, intrusive fantasie di tradimento, desiderio di controllo asfissiante del partner.
Nei prossimi articoli sull’argomento approfondiremo le declinazioni più patologiche del sentimento della gelosia.

                                

Carl Gustav Jung è insieme a Freud il “pilastro” delle discipline psicologiche e della psicoanalisi. Freud e Jung sono indubbiamente delle figura da conoscere approfonditamente per lo psicologo e lo psicologo online. Se Freud è da ritenersi il fondatore della psicoanalisi, Carl Gustav Jung, che col passare del tempo si discosterà dal pensiero freudiano, è da considerarsi il padre della psicologia analitica. Anche la psicologia analitica rientra nel novero delle discipline psicoterapeutiche, anche se i fondamenti teorici e metodologici sono ben diversi dal metodo psicoanalitico.
Carl Gustav Jung è stato un seguace delle teorie di Freud, ma nel 1913, a partire da un tormentato e articolato percorso di maturazione e individuazione personale, si allontanò della teorie freudiane.
Ma iniziamo a ripercorrere le tappe fondamentali della vita di Carl Gustav Jung, tappe che contribuiranno alla nascita della sua scuola di pensiero e della sua tecnica analitica.

                                            

Jung: primi anni di vita e adolescenza

Carl Gustav Jung nasce nel 1875 a Kesswill, vicino a Basilea, in Svizzera. Figlio di un pastore protestante e di una casalinga, fu sin da subito influenzato dalla figura del nonno, personaggio poliedrico e di intelligenza sopraffina: noto medico, rettore universitario e anche poeta.
Dopo le scuole primarie, all’età di 11 anni si iscrive al ginnasio. Viene descritto come un ragazzino alquanto introverso, suscettibile, con difficoltà a socializzare ma al tempo stesso profondo e introspettivo. Dopo qualche anno va incontro ad una grave forma di nevrosi che lo porta ad evitare la scuola: il suo unico passatempo è dato da lunghe passeggiate in piena solitudine. Tale nevrosi sembra svanire “magicamente” quando il ragazzo sente di nascosto il padre che rivela ad un amico le sue profonde preoccupazioni per il figlio e per il suo futuro. Jung a questo punto, si convince ad affrontare la vita con coraggio e intraprendenza: riprende gli studi con il massimo impegno e ottenendo risultati eccellenti. Tuttavia non dimentica affatto il periodo buio che ha attraversato. Conserva inoltre la sua indole introspettiva maturando la convinzione di possedere due personalità: una esplicita e visibile a tutti, l’altra recondita e arcaica.
Ultimato il ginnasio, Jung si iscrive alla Facoltà di Medicina presso l’Università di Basilea conseguendo una borsa di studio. Inizia un periodo di fervidi e proficui studi.

                                           

Jung : il percorso universitario e la crescita professionale

Durante il percorso di studi universitari, Jung perde il papà. È lui ora il capofamiglia. Nel frattempo, oltre agli studi in medicina, Jung coltiva autonomamente gli studi in psicologia, parapsicologia e filosofia. Egli studia con interesse e fervore autori filosofici e letterari quali Nietzsche, Schopenhauer e Goethe.
Gli studi in parapsicologia inducono Jung ad approfondire i fenomeni dell’occulto con i quali si confronta in maniera concreta frequentando un circolo medianico condotto da sua cugina Helene Preiswerk, nota medium. Il materiale ottenuto da queste sedute medianiche sarà utilizzato da Jung per la sua tesi in medicina che analizzava la psicopatologia dei fenomeni occulti. Può sembrare singolare ma tutte queste esperienze avranno un ruolo fondamentale nella formazione e nella crescita personale di Jung. Intorno a tali esperienze egli costruirà il suo “corpus” di teorie.
Dopo essersi laureato in medicina, Jung decide di specializzarsi in psichiatria. Effettuerà il suo percorso di praticantato propedeutico alla specializzazione presso l’ospedale psichiatrico di Zurigo, il “Burgholzli”, diretto dal noto psichiatra Eugene Bleuler. Presso il Burgholzli ha inizio per Jung una sfolgorante carriera: in pochi anni ottiene l’incarico di vicedirettore, oltre ad una docenza universitaria. Inizia inoltre una serie di importanti studi ed esperimenti sui reattivi e sulle associazioni verbali coi pazienti psichiatrici, altra esperienza che lo segnerà in maniera significativa per la formulazione delle sue future teorie.
Nel 1907 conosce Freud, un’esperienza che gli cambia la vita. Poco dopo entra a far parte della Società Psicoanalitica Viennese.

                                             

Nell’articolo inerente alla nascita della psicoanalisi e del percorso di crescita clinica e professionale di Sigmund Freud (https://www.psicologo-online24.it/blog/alle-origini-della-psicoanalisi-storia-del-percorso-di-formazione-di-freud ) abbiamo potuto scoprire come gli albori della psicoanalisi coincisero con i primi studi sull’isteria da parte di Freud. Come già accennato nel precedente lavoro, il padre della psicoanalisi, dopo i suoi studi a Parigi con Charcot e a Nancy con il professor Bernheim, stringe un intenso rapporto umano e professionale con il professor Breuer, noto medico e psichiatra austriaco. Breuer aveva in cura all’epoca Anna O., una giovane donna che presentava una florida sintomatologia isterica difficile da trattare. Approfondiamo questo importantissimo caso che rappresenterà un passo decisivo per la nascita della psicoanalisi.

                     

Anna O.: un complesso caso di isteria

Anna O. sviluppa una grave forma di isteria dopo la morte del padre di cui si era presa cura durante i suoi ultimi mesi di vita.
Breuer cerca di trattare la sintomatologia isterica di Anna O. attraverso l’ipnosi. Una sera, durante una seduta di ipnosi, egli invita Anna O. a ricostruire gli accadimenti che hanno generato la sua problematica isterica. Anna O. reagisce a questa seduta di ipnosi con un’intensa risposta emotiva a cui fa seguito la scomparsa dei sintomi. Breuer e Freud, dopo attente riflessioni cliniche, giungono alla conclusione che la sintomatologia isterica è stata eliminata grazie ad un fenomeno psichico, l’abreazione, che fa parte a sua volta di un processo terapeutico che prende il nome di metodo catartico. Analizziamo un po’ meglio questi due elementi.
Secondo Breuer, nella nostra vita possono manifestarsi dei traumi che si legano indissolubilmente a delle specifiche emozioni. Queste emozioni, in condizioni di normalità, vengono scaricate e annullate senza avere alcun effetto sull’equilibrio psichico del soggetto. Nelle condizioni traumatiche invece, tali emozioni non vengono scaricate dal nostro sistema psichico e continuano a “risuonare” nella nostra psiche. Nel disturbo isterico, tali emozioni rimaste per così dire “intrappolate” all’interno della psiche si trasformano in sintomo fisico dando luogo al sintomo isterico. Questo fenomeno viene definito “conversione” o “somatizzazione”.

                               

Trauma, catarsi e abreazione

Tale fenomeno fa sì che i sintomi prodotti si “organizzino” in maniera autonoma generando una sorta di “doppia personalità”: una personalità è quella frutto del trauma, l’altra è quella originaria. Talvolta la personalità “traumatica” si alterna alla personalità originaria, talvolta interagisce con essa. Tuttavia, la personalità generata dal trauma risulta ben distinta e separata dalla personalità originaria. Appare insomma come una personalità dissociata.
La sintomatologia isterica e la “seconda” personalità che di conseguenza si viene a creare fanno sì che il trauma originario venga dimenticato dal soggetto. Insomma, questa nuova personalità che nasce a seguito del trauma è la stessa che contribuisce a far dimenticare il trauma. Sembra un paradosso! Ma perché il soggetto dimentica il trauma che ha subito? Come può dimenticare un evento così intenso e drammaticamente significativo? Le cause possono essere due:
1) Il trauma può essersi generato in una condizione crepuscolare della mente, simile a quello che si viene a creare durante l’ipnosi;
2) Il trauma risulta talmente doloroso e angosciante che viene rimosso dalla coscienza e pertanto dimenticato.
A questo punto, qualsiasi tentativo di rievocare il trauma da parte del soggetto è vano, poiché vengono messi in atto dei meccanismi di resistenza: è come se la psiche si difendesse dal trauma tramite l’oblio.
Secondo Breuer e Freud c’è tuttavia un modo per riportare alla memoria il trauma, fonte di così grande sofferenza: attraverso la catarsi e l’abreazione all’interno della seduta ipnotica. La catarsi consiste in quel fenomeno in cui si viene a ricreare nella mente del paziente l’evento traumatico che ha generato il disturbo psichico. L’abreazione è invece la successiva scarica delle emozioni collegate al trauma.
Durante lo studio di questo caso clinico, Freud e Breuer giunsero alla conclusione che l’abreazione era in grado di rimuovere definitivamente i sintomi isterici, con relativa guarigione.
Ma in seguito le cose non si riveleranno così semplici e lineari. Siamo ancora agli albori del vero e proprio metodo psicoanalitico.

                                                    

 

 

Tutti noi ci confrontiamo nella quotidianità con le emozioni primarie. Esse ci permettono di dare “coloritura” alla vita, oltre ad orientarci nella gestione delle relazioni e con le persone significative. Le emozioni ci consentono inoltre di prendere decisioni e soprattutto di comunicare con l’altro: senza emozioni non potremmo comprendere gli altri né interfacciarci con loro. L’emozione può essere definita come una reazione affettiva intensa generata da uno stimolo proveniente dall’ambiente esterno oppure dal proprio mondo interno. Le emozioni primarie, ossia quelle universalmente riscontrabili negli uomini, sono sei: paura, tristezza, gioia, rabbia, sorpresa, disgusto.
In questo articolo inizieremo ad occuparci di una delle emozioni meno gradevoli da vivere ma di vitale importanza per la nostra esistenza e per le nostre relazioni: la rabbia.

                                         

Che cos’è la rabbia

La rabbia è uno stato emotivo che si caratterizza per una crescente eccitazione a livello verbale o fisico (o entrambe) che può sfociare in agiti aggressivi verso persone, cose oppure verso se stessi: l’aggressività può essere diretta verso l’ambiente circostante (eterodiretta) oppure verso se stessi (autodiretta). La rabbia, tuttavia, nelle forme socialmente accettate, può essere una preziosa forma di comunicazione. Come già accennato, la rabbia è un’emozione primaria, un’emozione base che tutti noi esperiamo in determinate condizioni. Può essere definita anche come una reazione di intensa irritazione generata da una condizione sfavorevole, da una condizione di conflittualità o da situazioni in cui ci si sente impotenti.
Non è raro pensare che la rabbia sia un’emozione completamente negativa che provoca solo odio e incomprensione. Ma non è così. Anch’essa può rivelarsi preziosa e, come tutte le emozioni, ha un’importantissima funzione comunicativa. La rabbia infatti ci mette nelle condizioni di far comprendere all’altro che c’è qualcosa che ci disturba e che volgiamo cambiare. Ecco che a partire dall’emozione della rabbia può nascere un confronto costruttivo e un cambiamento positivo. La rabbia ci consente di far valere le nostre ragioni, di reagire alle ingiustizie e di difenderci quando veniamo aggrediti. Da queste considerazioni si può capire come la rabbia presenti sia delle funzioni difensive che comunicative.

                                                   

Caratteristiche generali della rabbia

È pertanto evidente come la rabbia possa rappresentare un segnale importantissimo, una “spia” che ci avverte che c’è qualcosa che non va. Per esempio, se in una coppia non viene mai messa in atto la rabbia a fronte di qualcosa che non va, la coppia smette gradualmente di comunicare, perde di autenticità e poco per volta il legame svanisce, fino a spegnersi completamente. Oppure, in quelle coppie dove la rabbia viene repressa o non riconosciuta, si genera col tempo una spirale di “dispettucci” o mancanze che va a costituire il fenomeno psichico dell’ “aggressività passiva”.
Consideriamo per esempio la “direzione” che la rabbia può prendere: se diretta verso l’altro e gestita in maniera adeguata, può aiutare al confronto e alla crescita di un rapporto; se mal gestita, invece, può portare a gravi conseguenze o alla compromissione dei rapporti. Ma se la rabbia verso l’altro non viene né accettata né riconosciuta e anzi viene rivolta verso se stessi, l’individuo svilupperà problematiche depressive oppure masochistiche: la rabbia rivolta verso se stessi porterà inevitabilmente ad un profondo senso di inadeguatezza e insicurezza, in quanto la rabbia sarà convogliata verso il Sé con una conseguente compromissione dell’autostima.
La rabbia tuttavia è un’emozione che per molte persone risulta incontrollabile e che può portare all’”esplosione” rabbiosa, a seguito di eventi più o meno frustranti. Qui entriamo invece nella delicata area dei problemi di impulsività, di gestione dell’aggressività e di rabbia patologica. Nel disturbo narcisistico di personalità, così come nel disturbo borderline di personalità, per esempio, la rabbia è un tratto fondante , tant’è che si parla di “rabbia narcisistica” e “rabbia bordeline”, due tipologie della stessa emozione con caratteristiche differenti.
Nel prossimo articolo sull’argomento approfondiremo altre questioni relative alla rabbia.

                                                                     

Psicologo e psicologo online devono avere ben chiari i fondamenti della psicoanalisi e dei basilari contributi teorici e clinici di Sigmund Freud. Lo psicologo o lo psicologo online non può non fare riferimento, anche in minima parte, a questi fondamenti: la pratica clinica di Freud,così come i suoi contributi clinici, anno trasformato radicalmente non solo il modo di approcciarsi al paziente con problemi psicologici o psichiatrici ma anche trasformato il modo di concepire l’uomo e il suo funzionamento mentale.
Con questo articolo inizieremo un’ampia rassegna del complesso e articolato lavoro di Sigmund Freud che ha portato alla nascita della psicoanalisi e alla scoperta dell’inconscio. Questo percorso ha inizio da un disturbo psichico che all’epoca di Freud era di difficile comprensione: l’isteria.

        

Gli inizi: lo studio dell’isteria

Gli inizi della pratica clinica e della formazione squisitamente psicologica di Freud ruotano intorno allo studio dell’isteria, un disturbo psichico che affliggeva particolarmente le donne e che all’epoca di Freud non veniva presa in considerazione dalla psicologia scientifica,in quanto non correlata a correlati neurofisiologici e non collegata a fenomeni scientificamente osservabili. Nel 1885 Freud decide di seguire a Parigi i corsi del professor Charcot sull’isteria. Egli cercava di risolvere i problemi di isteria attraverso l’ipnosi.
Charcot riteneva che l’isteria fosse una patologia esclusivamente femminile e che le donne isteriche fossero notevolmente reattive al metodo ipnotico. Il famoso studioso francese ipotizzava che cadessero in ipnosi le persone psichicamente fragili.
L’ipnosi praticata da Charcot prevedeva tre fasi: 1) la fase letargica che consisteva in uno stato di profondo rilassamento; 2) la fase catalettica, fase in cui si assisteva alla paralisi degli arti; 3) fase sonnambolica, caratterizzata da movimenti e produzioni verbali non consapevoli. Le pratiche ipnotiche presentavano un duplice effetto: esse erano in grado sia di produrre che di far scomparire la sintomatologia isterica. In che modo? Durante la pratica ipnotica venivano riportati alla luce i sintomi isterici; dopo la pratica ipnotica, a seguito degli ordini ipnotici impartiti dall’ipnotista nella fase finale dell’ipnosi, i sintomi isterici sparivano.

                                          

Isteria e ipnosi

Alla luce di queste scoperte, Freud giunse alla conclusione che l’isteria è provocata da meccanismi psichici e non organici e che pertanto è curabile attraverso l’ipnosi.
A questo punto Freud decide di approfondire il tema dell’isteria e nel 1889 si trasferisce a Nancy per assistere alle lezioni del prof. Bernheim, importante medico e neurologo dell’epoca. A differenza di Charcot, Bernheim non riteneva efficace il metodo ipnotico per molteplici motivi. Innanzitutto egli riteneva l’ipnosi una semplice condizione di affievolimento della coscienza riconducibile al sonno. Inoltre l’ipnosi si fonderebbe principalmente sul fenomeno della suggestione. Gli effetti dell’ipnosi sarebbero poi di breve durata, in quanto i sintomi si ripresenterebbero dopo pochi giorni rendendo il paziente del tutto dipendente dall’ipnotista, in quanto costretto a ripetere continuamente le sedute di ipnosi. Infine Bernheim era convinto che non tutte le persone potessero essere ipnotizzate.
Le lezioni del professor Bernheim arricchirono ulteriormente il bagaglio di conoscenze sulla cura dell’isteria andando ad evidenziare alcuni limiti del metodo ipnotico. Nel proseguo del suo percorso professionale e formativo, Freud strinse un forte legame con il prof. Breuer, affermato medico e psichiatra austriaco. A quei tempi, il prof. Breuer aveva in cura Anna O., una giovane donna che soffriva di una grave forma di isteria che si manifestava sottoforma di sintomi fisici molto drammatici e al tempo stesso “teatrali”. Lo studio del caso di Anna O. rappresenta un evento che farà da spartiacque per Freud e per la formulazione del suo metodo psicoanalitico.
Nel prossimo articolo approfondiremo questo aspetto e le ulteriori tappe del percorso di formazione di Freud che porterà alla nascita della psicoanalisi.

           

 

 

Nell’articolo precedente sull’argomento (https://www.psicologo-online24.it/blog/una-vita-all-insegna-del-controllo-la-personalita-ossessivo-compulsiva ) abbiamo analizzato non soltanto le caratteristiche cliniche delle personalità ossessivo-compulsive, caratteristiche all’insegna del controllo, dell’ordine, della rigidità e della disciplina. Abbiamo anche analizzato le dinamiche relazionali che si vengono a creare con le figure di riferimento del paziente con personalità ossessiva (genitori o principali figure di attaccamento), dinamiche contraddistinte da un precoce svezzamento, da richieste genitoriali eccessive o particolarmente rigide, uno stile educativo all’insegna della disapprovazione dei comportamenti ritenuti non corretti e della manifestazione di emozioni e sentimenti.
In questo lavoro riprenderemo la tematica del funzionamento della personalità ossessivo-compulsiva concentrandoci però sulle implicazioni terapeutiche all’interno della seduta psicoterapeutica.

                         

Personalità osessivo-compulsiva: un “bravo paziente” ma solo a livello conscio

I pazienti ossessivi risultano essere solitamente dei “buoni pazienti”, nel senso che la loro adesione alle regole e al setting della psicoterapia è molto scrupolosa. Essi sono persone che adottano un comportamento serio e coscienzioso. Il paziente ossessivo, nel rapporto con lo psicologo, è una persona onesta e motivata che si impegna con grande spirito di abnegazione. Tuttavia, tali pazienti sono da considerarsi anche particolarmente “difficili”. In che senso? Nel senso che il paziente ossessivo avverte lo psicologo o lo psicologo online come una figura genitoriale attenta e premurosa ma al tempo stesso richiedente e “carica” di pretese. Il soggetto ossessivo a livello conscio avverte la vicinanza e la disponibilità dello psicologo ma a livello inconscio percepisce ostilità e disapprovazione: praticamente egli proietta nel terapeuta, sottoforma di transfert, il modo in cui hanno vissuto il loro rapporto con i genitori e inconsciamente riconosce le stesse dinamiche con il terapeuta percependolo come una figura simile.
Nonostante il loro atteggiamento rispettoso e ossequioso nei confronti dello psicologo o dello psicologo online, questi pazienti veicolano un “sottofondo” di irritabilità, frustrazione e critica, vissuti che vengono sistematicamente non ammessi, se fatti notare dal terapeuta. Ma andiamo a scoprire altre dinamiche che spesso si vanno ad instaurare tra psicologo e paziente ossessivo, elementi che si riveleranno utilissimi per il percorso terapeutico.

                                                                                  

Cosa suscita il paziente ossessivo-compulsivo di personalità in terapia?

Sigmund Freud, dalla sua pratica clinica con questo tipo di pazienti, osservò una tendenza ad essere più o meno vagamente polemici, critici e controllanti. Freud notò che molto spesso i pazienti ossessivi si mostravano sottilmente ostili al momento di pagare la seduta e che erano particolarmente ansiosi quando il terapeuta parlava interrompendolo prima che terminasse una frase: a livello conscio erano del tutto inconsapevoli di questo e della loro ostilità.
Spesso il paziente ossessivo, per il suo modo di porsi, suscita una sorta di insofferenza mista a noia: talvolta si avverte proprio il desiderio di “scuoterlo emotivamente”. Ma egli fa soltanto il “suo lavoro” di paziente ossessivo: ci fa sentire come si è sentito “invaso” dai precetti delle figure di attaccamento e al tempo stesso annoiato e saturato da uno stile educativo genitoriale rigido e intransigente.
In terapia si assiste ad una combinazione tra un atteggiamento esageratamente rispettoso e sottomesso a livello cosciente e una profonda rabbia e ostilità a livello inconscio, quella rabbia che al paziente ossessivo da bambino non è stata minimamente concessa di provare e di esprimere, in quanto rappresentava un qualcosa di inaccettabile e riprovevole.
Un altro aspetto che disorienta il terapeuta nel rapporto col paziente ossessivo è il profondo senso di vergogna che quest’ultimo prova per la sua affettività, oltre alla strenua resistenza che manifesta nell’ammettere che anche lui possieda un’affettività. Questa considerazione ci dà l’idea di quanto il mondo interno del paziente ossessivo sia “saturato” da innumerevoli precetti, regole, obblighi che non lasciano spazio ad emozioni o all’espressione più istintuale e genuina di sé.
Lo psicologo e lo psicologo online, nella loro pratica clinica con questo tipo di struttura di personalità, devono iniziare gradualmente e con pazienza a mettere in campo tali aspetti. Questo rappresenta il primo passo per la costruzione di un buon percorso terapeutico.

              

L’ansia è una penosa condizione di attesa e apprensione per qualcosa di reale che genera preoccupazione oppure per un pericolo che è soltanto ipotetico e che tormenta la mente del soggetto gravato dall’ansia.
Per contrastare e risolvere i sintomi d’ansia, è necessario un lavoro di comprensione profonda delle cause ma può essere altrettanto importante, nel qui e ora del contesto ansioso, avvalersi di qualche piccolo esercizio per contrastare tale sintomo, soprattutto quando si fa più intenso e pervasivo nel corso della giornata. Scopriamo quali potrebbero essere degli esercizi efficaci che consentono di contrastare l’ansia tenendo ben presente che essi NON sono sufficienti per rimuoverla completamente: ogni manifestazione di ansia ha una sua storia e si inserisce nel percorso di vita e di significati dell’individuo.

            

Le tecniche di rilassamento: un aiuto nel momento di crisi

Ci sono molteplici tecniche di rilassamento che possono aiutare ad alleviare le condizioni di ansia, una su tutte il training autogeno. Ci sono anche degli interessanti percorsi di rilassamento muscolare che possono aiutare a ridurre l’ansia.
È importante tenere in considerazione il fatto che gli esercizi di rilassamento non vanno ad apportare cambiamenti sulla rete di significati inconsci alla base dell’ansia, bensì vanno ad influire sui fattori fisiologici che scatenano l’ansia. Ciò significa che con questi esercizi sarà possibile gestire in maniera più efficace sintomi tipici dell’ansia quali tachicardia, dispnea, irrigidimento muscolare, ecc.
Ecco un esercizio che può aiutare da questo punto di vista e che può contribuire a placare l’intensità del battito cardiaco, a normalizzare la respirazione e a rilassare i muscoli:
Innanzitutto è importante adottare una posizione confortevole in cui ci si trova sdraiati o semisdraiati. È inoltre fondamentale che nel luogo dove si svolge l’esercizio non ci sia nessun altro e soprattutto che ci sia un ambiente tranquillo e il più silenzioso possibile.
A questo punto il soggetto deve posare la mano sinistra sulla pancia tenendo le dita della mano aperte e distanziate tra loro. La mano destra deve essere invece appoggiata sul petto. Questi sono i primi step per lo svolgimento dell’esercizio. A cosa servono?

                                     

Descrizione dell’esercizio di rilassamento

Questi step preliminari serviranno al soggetto per monitorare l’andamento del respiro: per capire se col procedere dell’esercizio esso rallenta oppure accelera.
A questo punto, dopo aver chiuso gli occhi, bisognerà inspirare in maniera profonda dal naso cercando di dilatare la pancia facendo sollevare armoniosamente la mano sinistra ad essa appoggiata. Insomma, si tratta di respirare il più profondamente possibile con la pancia. Il tempo dedicato all’inspirazione dovrebbe durare all’incirca 5 secondi. Il processo di inspirazione appena descritto deve essere il più graduale possibile. Una volta terminata la fase di inspirazione, il soggetto dovrà trattenere l’aria incamerata circa due secondi, per poi espirare con la bocca rilasciando lentamente la pancia e facendo passare nuovamente 5 secondi. A questo punto, la mano sinistra si abbasserà.
È importante ripetere questo esercizio per circa dieci minuti, così come è altrettanto importante non farsi distrarre dagli stimoli dell’ambiente circostante bensì concentrarsi sulle sensazioni che produce il nostro corpo. Perché l’esercizio sortisca l’effetto desiderato, ossia quello di ridurre l’ansia, è fondamentale far sì che la respirazione sia realmente effettuata con la pancia e non con il torace che è una respirazione più rapida, spesso caratteristica delle condizioni ansiose.
Alla fine della procedura di respirazione, il soggetto dovrebbe effettuare qualche piccolo esercizio di stretching per riattivare il tono muscolare.
Questo esercizio di respirazione è importante soprattutto nei momenti di crisi d’ansia, in quanto, se fatto correttamente, permette di contrastare al meglio la tensione psicofisica generata dall’episodio critico.

                                                     

 

 

 

In diversi articoli abbiamo potuto analizzare i molteplici benefici che può offrire la psicoterapia online in termini di tempi, spazi (la comodità di fare un percorso psicologico online comodamente da casa) e accessibilità del servizio.
Abbiamo anche riflettuto su tutta una serie di potenziali criticità del lavoro dello psicologo online dal punto di vista del setting e per quel che concerne la perdita di alcuni aspetti del linguaggio corporeo: in un percorso psicologico in studio tali elementi sono molto più facilmente analizzabili rispetto ad un percorso intrapreso con uno psicologo online.
In questo lavoro analizzeremo le implicazioni terapeutiche della psicoterapia online con il paziente depresso.

                     

Il trattamento online e in studio dei pazienti depressi: una ricerca

Gli ostacoli alla possibilità di intraprendere un percorso psicologico per un paziente depresso sono diversi: la “fatica” di dedicare una porzione di tempo alla settimana alla psicoterapia, il doversi spostare fisicamente in studio per effettuare le sedute, lo stigma percepito all’idea di essere visto andare in uno studio clinico.
Il trattamento presso uno psicologo online offre la possibilità di superare queste limitazioni. Questo rappresenta un notevole vantaggio per pazienti inibiti come quelli con tratti depressivi. Tuttavia l’uso della psicoterapia online è ancora scarsamente utilizzata, nonostante ci sia una certa quota di disponibilità nei confronti di queste forme di trattamento.
Un interessante studio su Nature, Collection “Digital Mental Health” (Brenda N. Renn; Theresa J. Hoeft; Heather Sophia Lee; Amy M. Bauer; Patricia A. Arean, 2019) ha studiato, tramite una survey a cui hanno partecipato 164 soggetti con problemi di depressione residenti negli Stati Uniti, aspettative, preoccupazioni e timori riguardo la scelta tra l’intraprendere una psicoterapia in studio ed una psicoterapia online. Ai partecipanti all’inchiesta è stato chiesto cosa preferissero tra quattro tipologie differenti di psicoterapia: psicoterapia in studio, psicoterapia online autoguidata, psicoterapia online supportata da gruppo di pari, psicoterapia online condotta da professionisti del settore. I risultati hanno fornito delle informazioni interessanti per il futuro dei percorsi psicologici online: risultati che sono un prezioso spunto di riflessione.

                       

Questioni relative a privacy e percezione di efficacia del trattamento

Meno della metà dei partecipanti ha espresso preferenza per la psicoterapia in studio (44.5%), il 25.6% preferiva il trattamento online autoguidato, il 19.7% prediligeva il trattamento online condotto da esperti mentre l’8.5% ha espresso il suo gradimento per il percorso psicologico online supportato dal gruppo di pari.
Dall’analisi qualitativa di questo studio emergeva che le principali criticità relative ai trattamenti psicologici online riguardava questioni relative al trattamento dei dati personali e alla privacy, la preferenza per un contatto di persona con lo psicologo, scetticismo sulla terapia online autoguidata, eventuali problemi di accesso alla seduta psicologica online, ansia sociale legata all’utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento della seduta online.
È indubbio che lo sviluppo e l’affinamento futuro della psicoterapia online dovrà affrontare le questioni relative alle preoccupazioni dei pazienti riguardo la privacy, la sicurezza dei dati ma anche riguarda l’efficacia della nuova forma di psicoterapia.
Per quel che concerne i primi due punti, il servizio di psicologo-online24.it è ampiamente aggiornato, con una scrupolosa attenzione alla privacy del paziente e dello svolgimento dei colloqui psicologici online. Inoltre, prima di iniziare qualsiasi tipo di percorso psicologico o lavoro di counseling online, psicologo-online24.it richiede all’utente la compilazione e firma di un modulo per il consenso informato e il trattamento dei dati personali.
Un modulo per il consenso informato e il trattamento dei dati personali viene fatto compilare anche per le consulenze gratuite online via chat, in quanto rimangono per iscritto dei dati sensibili che vanno conservati nel massimo della scrupolosità e del rispetto della privacy del paziente.
Riguardo le questioni di efficacia della pratica clinica, sono stati fatti dei grandi passi avanti per quel che concerne il trattamento online di pazienti complessi quali i pazienti con problemi di depressione.

                                 

 

 

Nella cultura occidentale le persone che organizzano la loro esistenza intorno al pensare e al fare vengono premiate ricevendo sovente riconoscimenti e ammirazione. L’esaltazione della ragione e del progresso tramite l’agire umano caratterizza in maniera significativa il nostro modo di pensare e di vedere il mondo. Le civiltà occidentali, a differenza delle culture orientali, pongono al centro dell’attenzione il valore della razionalità scientifica e del pensiero deduttivo, a discapito di aspetti più “caldi” ed emozionali: insomma, a discapito di dimensioni meno razionali. Quando la psicologia di un individuo ruota esclusivamente intorno alla dimensione del pensiero e della razionalità, a detrimento di dimensioni altrettanto importanti quali il sentimento, l’ascolto attivo, l’intuito, il sogno, ci troviamo di fronte ad una struttura di personalità ossessivo-compulsiva.

                        

Caratteristiche della personalità ossessivo-compulsiva

Concentriamoci ora su come appare ad un primo esame una persona con funzionamento di personalità ossessivo-compulsivo. Il carattere ossessivo risulta essere ordinato, parsimonioso, rigido e spesso cocciuto. La rigidità di pensiero è una delle caratteristiche principale di questo tipo di personalità. Tali individui sono sovente inflessibili, prive di spirito di adattamento, esageratamente coscienziose, ossessionate dall’ordine, dalla pulizia e dalla disciplina. Presentano degli elevatissimi standard etico-morali e di scrupolosità.
Sigmund Freud notò che molti tratti caratteristici della personalità ossessivo-compulsiva quali l’igiene, l’ostinazione, la puntualità, la predisposizione al ritiro e alla riservatezza hanno origine da un’educazione improntata all’addestramento alla pulizia e al controllo. Uno stile educativo di questo tipo impostato in maniera eccessivamente rigida porta ad un approccio alla vita all’insegna del controllo, della razionalità, a scapito dell’emotività e dell’intuito.
Nello specifico, le prime spinte al controllo e alla pulizia messe in atto dai genitori nei confronti del bambino piccolo riguardano il controllo intestinale: tutti i bambini ricevono un’educazione in tal senso ma se tale educazione è inflessibile, dura e impartita precocemente ,può portare allo sviluppo di tratti ossessivi.
Il legame tra controllo intestinale e tratti ossessivi è testimoniato da diverse ricerche empiriche (Noblin, Timmons e Kael, 1966; Fisher, 1970; Tribich e Messer, 1974) che hanno evidenziato come pazienti con una storia clinica contraddistinta da queste tematiche presentassero preoccupazioni molto intense relative alla sporcizia, al denaro e al tempo, tutti aspetti che richiamano alla dimensione del controllo.

                      

La famiglia d’origine dell’individuo ossessivo-compulsivo: dinamiche relazionali

Nel corso del tempo è stato evidenziato da diversi studi che le figure di accudimento delle persone che sviluppano tratti ossessivi hanno aspettative di comportamento molto elevate e si attendono che i figli si conformino precocemente ad esse, con un inevitabile clima di pressione che sin dai primi anni di vita viene “respirato”. I genitori della personalità ossessivo-compulsiva tendono ad essere particolarmente rigidi e inflessibili nel premiare il comportamento positivo e nel punire quello sbagliato.
In generale, uno stile educativo affettuoso (non permissivo!) favorisce la crescita all’insegna della sensibilità emotiva: i bambini che si confrontano con un atteggiamento genitoriale di questo tipo svilupperanno difese psichiche che giustificano l’amorevole attenzione dei genitori.
Al contrario, quando le richieste genitoriali sono eccessive o premature e improntate alla condanna non soltanto dei comportamenti sbagliati ma anche delle emozioni e dei sentimenti, il funzionamento psichico del bambino potrà diventare problematico ruotando primariamente sulla dimensione del controllo. Il controllo sarà la difesa intorno a cui si fonderà l’esistenza della personalità ossessivo-compulsiva.
A causa delle dinamiche familiari che si instaurano in tali tipologie di disagio psichico, l’autocontrollo e il differimento delle gratificazioni verranno idealizzati. Il paziente ossessivo-compulsivo interiorizzerà dei genitori eccessivamente rigidi e moralisti che genereranno in lui un profondo senso di colpa. Tale vissuto organizzerà la sua esistenza spingendolo verso standard elevatissimi e facendogli mettere da parte l’emotività e i sentimenti, aspetti che non venivano per nulla rinforzati in famiglia.
Nel prossimo lavoro sull’argomento affronteremo le implicazioni terapeutiche tra psicologo e paziente con personalità ossessiva.

                                                                           

Nella nostra vita ci confrontiamo a più riprese con una dimensione fondamentale per la nostra esistenza che trasforma noi stessi e la percezione dell’ambiente circostante: il tempo.
Lo psicologo, nel rapporto con il paziente, si confronta continuamente con la nozione di tempo. L’elemento del tempo è di fondamentale importanza per lo psicologo e lo psicoterapeuta in un percorso psicologico. Esso va a costituire parte del setting della seduta psicoterapeutica: ogni paziente ha il suo personalissimo spazio e il suo personalissimo tempo, con le sue sedute concordate insieme allo psicologo in un determinato giorno ad un determinato orario. Il modo in cui il paziente fa uso del tempo all’interno della seduta è inevitabilmente oggetto di analisi durante il percorso psicologico.

Il ruolo de tempo nell’esistenza umana

Ma come possiamo definire la nozione di tempo? Il tempo può essere considerato come una sorta di consapevolezza del modo in cui gli eventi si avvicendano e si collegano tra loro. Il tempo ci permette di vedere la crescita di noi stessi e i cambiamenti delle cose intorno a noi.
Il tempo è un concetto di notevole complessità che è stato oggetto di innumerevoli riflessioni filosofiche e scientifiche. Noi ci concentreremo principalmente sulle implicazioni psicologiche del concetto di tempo.
Nell’ambito della psichiatria fenomenologica, Karl Jaspers sosteneva, in riferimento al tempo, che l’essere umano si trova collocato tra la nascita e la morte e che pertanto la nozione di tempo è di importanza capitale per lui, in quanto ha un significato sia in termini di tempo vitale sia in termini di coscienza del tempo. Il tempo vitale ha una periodicità che collima col proprio ciclo di vita e la sua percezione è legata ai nostri cambiamenti nel corso dell’esistenza.
L’esperienza del tempo è indissolubilmente correlata alla memoria e ai ricordi incamerati nella nostra mente: secondo Jaspers, il passato non è mai completamente passato e dà significato al presente. Il passato dà consistenza al presente non tanto perché l’individuo ricorda il passato ma perché egli stesso è il suo passato ed è il risultato di esso.

Passato, presente e futuro: una prima analisi

Questo aspetto è di importanza fondamentale in un’ottica di percorso psicologico. Lo psicologo e lo psicologo online devono avere consapevolezza del ruolo del passato nella formazione della personalità del paziente. Lo psicologo deve fare un lavoro molto importante di valorizzazione del tempo, soprattutto quando il paziente ha fretta di “guarire” e di risolvere la propria sintomatologia. Ma anche un sintomo psichico ha una sua storia e una sua collocazione temporale. Finché il paziente non acquisirà consapevolezza del ruolo del tempo nel percorso di crescita personale, il trattamento psicoterapeutico non porterà molto lontano.
Ma concentriamoci nuovamente sulla concezione del tempo per la psichiatria fenomenologica. Il presente, che ha una consistenza puntiforme e fugace, ha tuttavia il potere di far diventare il passato “non più” e di definire il futuro “non ancora”. Senza il passato e il futuro si è però del tutto incapaci di dare senso alle proprie azioni nel mondo. Il presente, pertanto, è in grado di esistere soltanto con la presenza del passato e del futuro.
Il futuro esiste soltanto nella dimensione umana e, nello specifico, nella dimensione dell’attesa umana: le cose, prese di per sé, non hanno futuro. Il futuro è spesso attraversato nella percezione umana da sensazioni di ansia e trepidazione. Tale ansia, se non adeguatamente risolta, può farsi col tempo sempre più intensa e opprimente, soprattutto quando l’incedere del passato rende impossibili tutte le cose che in precedenza erano potenzialmente realizzabili.
Psicologo e psicologo online devono avere ben presenti questi aspetti che in una psicoterapia si presentano inevitabilmente e vanno a costituire il “sale” di un fruttuoso percorso di crescita personale.