manipolazione emotiva

Nelle mani dell’altro: la manipolazione emotiva. Descrizione del fenomeno

Che cos’è la manipolazione emotiva? La manipolazione emotiva, o manipolazione affettiva, può essere considerata una forma di controllo dell’altro significativo che può manifestarsi in molteplici contesti: sentimentali, familiari, amicali e lavorativi.
Ma cosa succede in questa particolare dinamica relazionale? Succede che la persona che manipola mette in atto da un lato un’implicita pressione sull’altro a farsi controllare e soggiogare emotivamente e dall’altro una sottile ma sempre più marcata svalutazione che induce la persona manipolata a fare tutto quello che desidera il manipolatore.
La manipolazione emotiva può essere ritenuta una vera e propria forma di violenza psicologica che genera nella vittima un profondo senso di oppressine e sofferenza psichica.
È importante che psicologo e psicologo online lavorino con sensibilità e delicatezza insieme al paziente vittima di manipolazione emotiva, per creare gradualmente una sempre maggiore consapevolezza sulla propria dipendenza affettiva e sulle condizioni di fragilità psichica che hanno portato a questi fenomeni.

                                             

Manipolazione emotiva e relazioni

La manipolazione emotiva genera sulla vittima un profondo senso di confusione mentale e un perenne vissuto di inadeguatezza. Perché? Perché in questa dinamica relazionale si genera in maniera sottile una distorsione mentale che va a incidere negativamente sulla sicurezza in se stessi e sulla consapevolezza nelle proprie potenzialità.
È importante fare una precisazione. Ci sono innumerevoli sfumature di manipolazione emotiva: a tutti noi può essere capitato di mettere in atto, più o meno consapevolmente, delle manipolazioni. Per esempio, la mamma che dice al figlio “Se fai così, fai stare tanto male la mamma” sta esercitando una piccola forma di manipolazione affettiva che può indurre nel bambino un senso di colpa per il suo comportamento. Tutti noi, pertanto, siamo in grado di mettere in atto questo sottile meccanismo che induce l’altro a sentirsi in colpa e ad essere di conseguenza più controllabile. Ovviamente le dinamiche di manipolazione emotiva si collocano in un continuum di criticità, dalle più lievi alle più patologiche e problematiche.
L’ambito delle relazioni sentimentali e familiari è quello maggiormente soggetto alle dinamiche di manipolazione emotiva, perché è l’ambito o dove potenzialmente si è più fragili e bisognosi di sicurezza. Tuttavia, anche nell’ambito lavorativo possiamo assistere all’insorgenza di tale fenomeno.
Spesso la manipolazione emotiva si cela dietro le migliori intenzioni e viene messa in atto da una figura di riferimento, un amico, un familiare, un collaboratore, un datore di lavoro, ecc. Tali dinamiche si fondano sulla fiducia da parte della vittima, fiducia che viene usata dal manipolatore per ottenere dei vantaggi.

Manipolatore e vittima

Ma chi è il manipolatore emotivo? Il manipolatore emotivo è una personalità che risulta sensibile e accogliente solo in apparenza. Tale personalità appare sin da subito una figura affascinante e seduttiva soprattutto agli occhi delle persone più fragili. Il manipolatore suscita molta curiosità: si mostra alquanto stimolante ma al tempo stesso superficiale e sfuggente.
Ad un occhio attento, la persona che mette in atto la manipolazione emotiva in maniera sistematica rivela dopo un po’ di tempo tutta la sua inconsistenza, facendo perdere il suo appeal al cospetto delle persone meno fragili e suggestionabili.
Tali soggetti appaiono dei leader positivi e carismatici. Tuttavia dietro questa leadership si cela quasi sempre uno smisurato bisogno di essere al centro dell’attenzione e di essere continuamente apprezzati. Le loro amicizie sono solitamente superficiali, così come le loro relazioni sociali che riflettono l’inconsistenza della loro personalità.
Il soggetto manipolatore presenta quasi sempre problematiche psichiche quali il disturbo narcisistico, il disturbo borderline e il disturbo antisociale di personalità.
A differenza di una certa quota di persone che intuisce abbastanza in fretta l’inconsistenza del soggetto con tendenze manipolatorie, la vittima del manipolatore, per molteplici fattori, inizia a idealizzare e a provare una forte attrazione per queste persone. Solitudine, predisposizione alla dipendenza, paura dell’abbandono sono tutti aspetti che spesso caratterizzano le persone vittime di manipolazione emotiva. Conseguenza di tutto ciò è l’instaurarsi di relazioni tossiche. In tali relazioni il soggetto manipolatore riesce ad avere il controllo totale della vittima tramite condotte sottili che inducono a sentirsi in colpa, a sentirsi inadeguati o a non fare mai abbastanza per la persona amata.
Con la manipolazione emotiva, il soggetto manipolatore manifesta una totale insensibilità per la libertà altrui, oltre ad una totale indisponibilità a confrontarsi con l’altro e ad avere un approccio all’insegna del rispetto e della reciprocità. Tale indisponibilità fa sentire la vittima di manipolazione in trappola, una trappola di cui però non riesce a fare a meno.Tutto ciò porta il manipolatore a trattare la vittima come un mero oggetto sotto il suo controllo, da gestire e comandare in base alle sue esigenze, con atteggiamenti di svalutazione e perenne critica nei confronti dell’altro.
Violenza psicologica e prevaricazione sono gli elementi cardine di una relazione all’insegna della manipolazione emotiva. Tali elementi si declinano in modalità e sfumature differenti, a seconda del tipo di relazione che si instaura e del livello di funzionamento psichico di vittima e manipolatore.
Un percorso psicologico può essere di vitale importanza per fare chiarezza su questa tipologia di relazioni tossiche e per comprendere le dinamiche più profonde alla base della manipolazione emotiva.
Ma in tali contesti, un percorso psicologico è spesso fondamentale anche per comprendere le cause profonde che possono portare la vittima a iniziare sistematicamente delle relazioni tossiche e manipolatorie dove il suo valore e la sua autostima vengono costantemente messi in discussione.

 

biologico

Biologico è diverso da immodificabile. Riflessioni sulla multifattorialità

“Biologico è diverso da immodificabile. Riflessioni sulla multifattorialità” è un articolo sulla multifattorialità dell’insorgenza dei disturbi psichici (e non solo) scritto dal dottor Tomaso Invernizzi, psicologo.
Un frequente fraintendimento nell’ambito della psicologia e della psichiatria riguarda la convinzione che parlare di fattori biologici nella spiegazione di un comportamento o disagio psichico equivarrebbe a ritenere tale comportamento o tale disagio immodificabile e incurabile.

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oggettivizzazione femminile

Quando la donna viene privata del suo valore: l’oggettivizzazione femminile

L'oggettivizzazione femminile è un fenomeno psicologico e sociale che ha avuto e ha tuttora ripercussioni nefaste sulla personalità e l'autostima di una donna che ahimè, ancora oggi, si ritrova molto spesso a lottare con molteplici forme di disconoscimento del suo valore da parte della cultura maschile. La figura della donna è stata soggetta nei secoli e nelle diverse culture a vari "ruoli". Nell'Antica Grecia, la donna era “confinata” tra le mura domestiche, “utile” solo a procreare o ad accudire i figli. Solo a Sparta la donna poteva occuparsi anche del benessere del proprio corpo mediante l'attività fisica. Durante il Medioevo la donna comincia ad occuparsi sia della gestione di ostelli e botteghe sia della cura dei campi. Le donne di estrazione più umile si sposavano in adolescenza, mentre le donne nobili già da bambine erano promesse spose. Dal '900 ad oggi la donna sembra acquisire sempre più spazio ed autonomia, sembra a poco a poco occupare ruoli di rilievo sia a livello sociale che politico. Ma è effettivamente così?

Che cos’è l’oggettivizzazione femminile?

Nonostante i tempi siano cambiati, il fenomeno dell’oggettivizzazione femminile permane in forme diverse ma sempre molto penalizzanti per la donna. Per quanto la donna possa occupare determinati ruoli, la sua figura viene spesso oggettivizzata e sessualizzata. Ma cosa significa esattamente "oggettivizzazione"? "L'oggettivizzazione è una strategia che consiste nel delegittimare una persona del suo essere tale deumanizzandola e trattandola come un oggetto o una merce" << Dakanalis et al.,2012>>. L'oggettivizzazione può essere applicata sia nel campo lavorativo sia nel campo sessuale:

- In ambito lavorativo,i lavoratori vengono trattati come schiavi, vengono valutati come strumenti e con come persone, al pari delle bestie, prive di qualsiasi diritto.
- In ambito sessuale, ci si riferisce al corpo della donna e ai suoi attributi sessuali

L'oggettivizzazione femminile è una forma particolare di de-umanizzazione. Secondo Nussbaum, filosofa e accademica statunitense, vi sono sette diverse dimensioni concernenti l'oggettivizzazione femminile:

1. Strumentalità
2. Negazione dell'autonomia
3. Inerzia
4. Fungibilità
5. Violabilità
6. Proprietà
7. Negazione della soggettività

L'oggettivizzazione viene perpetrata sia dalla società sia dal partner. In quest' ultimo caso, l’oggettivizzazione della donna portata all’estremo può generare gesto più grave ed efferato: il FEMMINICIDIO. Il termine femminicidio “è un neologismo che identifica i casi di omicidio doloso o preterintenzionale in cui una donna viene uccisa da un individuo di sesso maschile per motivi basati sul genere” (Fonte: wikipedia.it).

Oggettivizzazione e sessualizzazione

L'oggettivizzazione femminile comprende anche la sua sessualizzazione. Inizialmente fu il cinema a produrre modelli stereotipati, poi fu la volta di giornali, pubblicità e serie tv ed infine dei social network e di photoshop , proponendo modelli di ragazze inarrivabili, modificate da software ed altri programmi.
Ma la sessualizzazione comincia già fin dalla più tenera età, pensateci bene ... alle femmine sono rivolti giocattoli che stereotipano la figura femminile, come set di make up, set di cucina, prendersi cura del bebè etc..., mentre ai maschi son rivolti giocattoli che possano stimolare le capacità logico-deduttive e la fantasia. Anche i media danno il loro contributo proponendo talvolta lo stereotipo della “casalinga felice” o della cosiddetta “bad girl" dei reality show, sfrontata e senza "freni morali". In tutto ciò, una conseguenza insidiosa della sessualizzazione femminile è rappresentata da ciò che è stato definito "self-objectification" (auto-ogettivazione), ovvero << le donne e le ragazze arrivano a vedere se stesse principalmente come un oggetto valutato sulla base esclusivamente del proprio aspetto>> (Tiggeman, 2011; Dakanalis et al.,2012; Mckay, 2013). A tal proposito, anche il porno risulta alquanto deleterio. Il 4 dicembre 2020 il "New York Times" pubblicò un'inchiesta "The children of pornhub: Why does Canada allow this company to profit off videos of exploitation and assault ?". L'articolo è una denuncia a Pornhub, accusata di aver diffuso video senza il consenso della persona e ritraendo immagini di abusi a danno di minori. Ciò denota che il porno può essere un’altra potenziale fonte di “stereotipi oggettivizzanti”, dove i video sono prodotti esclusivamente per il piacere dell'uomo e le "protagoniste" vengono trattate come oggetti e disprezzate attraverso l'uso di parole degradanti. Una ricerca condotta da un gruppo di ricercatori (Bridges, A.J., Wosnitzer, R., Scharrer, E., Sun, C. & Liberman, R,) su 50 film pornografici tra i più famosi, ha riscontrato che la violenza era contenuta in circa l'88% delle scene, mentre la verbale in circa il 49%. In conclusione, il "consumatore" assimila queste scene il quale avrà una percezione distorta non solo del sesso ma anche della figura femminile. Ai giorni nostri, la sessualizzazione e l’oggettivizzazione femminile viene ancora vista troppo spesso come una cosa normale e naturale dell'essere donna, quando sarebbe invece di vitale importanza lavorare sulla creazione e il consolidamento di valori che rimandino alla femminilità e alla personalità.

Articolo scritto da Alessio Sidoti, studente di psicologia e curatore del profilo Instsgram psicologia_di_antares

 

decisioni

Il processo di Decision-Making: l’arte del prendere decisioni

Meglio un uovo oggi o una gallina domani? Beh dipende: magari quell’uovo è l’uovo cosmico
di cui tanto si narra nei miti; e se quella gallina in realtà fosse la famosa gallina dalle uova
d’oro? Cosa perdo se scelgo l’uovo oggi e non la gallina domani?
Oggi presentiamo una delle azioni mentali che più ha tediato l’umanità nel corso della storia;
una cosa dalla quale non si può sfuggire e che, allo stesso tempo, lascerà sfuggire
qualcos’altro. Una cosa che ha lasciato, lascia e lascerà segni profondi sia nel mondo in cui
tutti noi oggi viviamo, sia nei piccoli mondi in cui ognuno vive per sé. Insomma, ladies and
gentleman, le decisioni.
Ebbene sì, decidere. Cosa significa decidere? La parola viene dal latino: de/cidere, tagliare
fuori. Sempre precisi i vecchi amici latini. Effettivamente è così: quando scegliamo qualcosa,
inevitabilmente non scegliamo qualcos’altro e forse questo è uno dei motivi principali per cui
è così difficile.
Gli psicologi evolutivi ci dicono che la nostra specie non è mai stata immersa in un periodo
in cui ha dovuto prendere così tante decisioni fino a questo momento. I nostri cari antenati
vivevano di puro istinto: mangia, dormi e sesso. Noi poveri dannati, invece, siamo
costantemente circondati da “A o B?”, “Adesso o dopo?”, “Questo o l’altro?”. Insomma, il
nostro caro amico cervello pare non aver tregua.
Tuttavia, quel furfante che abbiamo nel cranio non starebbe mai troppo tempo a fare
un’attività fisica così intensa e costante; ricordiamo che il cervello è un pigrone. Molte delle
decisioni che prendiamo, infatti, sono inconsapevoli o dettate da processi mentali più rapidi,
che aiutano ad utilizzare una minor energia cognitiva.
Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia, individua due sistemi fondamentali che
guidano il nostro processo decisionale: il Sistema 1 e il Sistema 2. Si, poca fantasia con i
nomi. Il primo è pigro e veloce mentre il secondo capillare e metodico. Spesso, a causa del
primo, ci imbattiamo in decisioni prese senza realmente aver valutato al meglio la situazione
ma, altre volte, ci aiuta a rendere rapide e istantanee decisioni sulle quali sarebbe inutile
sprecare più di tanto tempo.
Nel TedX di uno psicologo dell’Università di Harvard, Daniel Gilbert, ci vengono forniti tanti
esempi interessanti riguardo al funzionamento dei nostri processi decisionali. Gilbert ci
introduce ad una formula messa a punto da Daniel Bernoulli, un matematico olandese
vissuto nel 700’. La formula infatti prende il nome de “L’equazione di Bernoulli”. Eccola qui:
𝐸 (𝑢 | 𝑝, 𝑋) = ∑ 𝑥𝜖 𝑋 𝑝(𝑥)𝑢(𝑥). Non penso ci capiate molto, e neanch’io, ma a chiarirci le idee
è la traduzione dal matematichese all’italiano, che sarebbe più o meno questa: il valore
atteso dalle nostre azioni è uguale alla probabilità di ottenere qualcosa da quell’azione
moltiplicata per il valore che ha per noi ciò che ci aspettiamo di ottenere. Insomma, una
parte fondamentale di ciò che ci aspettiamo di ottenere tramite le nostre azioni è determinata
dal valore emotivo che diamo ad esso. Anche perché come si dà valore ad un qualcosa se
non con le vecchie e care emozioni?
Tra l’altro Bernoulli, viene criticato proprio da Kahneman, il quale gli imputa di non aver
inserito il fattore “punto di riferimento” nel processo decisionale. Ma questo lo vediamo dopo,
ora non stiamo qui a fare da spartiacque tra punti di vista.
Quindi dicevamo: Daniel Gilbert, Daniel Bernoulli e Daniel Kahneman. Mmh, ne manca uno.
Ma certo! Daniel Goleman, autore del Bestseller “L’intelligenza emotiva”! Anche Goleman
suddivide la mente in due: una emozionale ed una razionale che possiamo far corrispondere
al sistema 1 e 2 di Kahneman. Insomma, la questione è sempre la stessa ed è ribadita ad
oggi da moltissimi psicologi e scienziati: emozioni e processi decisionali vanno avanti mano
nella mano e, nel bene o nel male, le emozioni guidano le decisioni più importanti che
compiamo all’interno della nostra vita.
“Per avere qualcosa di simile ad una teoria completa della razionalità umana, dobbiamo
capire quale ruolo giocano le emozioni umane in essa” diceva l’economista e psicologo
statunitense Herbert Simon. Non sorprende che vi siano tanti economisti nel campo della
psicologia; una delle branche che studia i processi di decision-making è proprio la finanza
comportamentale, un approccio che si basa sullo studio dei bias cognitivi che portano a
compiere decisioni non proprio razionali.
Le neuroscienze cosa ci dicono a riguardo invece? Ebbene, le aree che sono deputate al
decision-making sono la corteccia prefrontale e, in maniera “indiretta”, il sistema limbico.
Del sistema limbico abbiamo l’ippocampo, nel quale risiede la memoria. Qui torniamo anche
alla critica di Kahneman a Bernoulli: il “punto di riferimento” escluso da Bernoulli e introdotto
da Kahneman si rifà proprio al fatto che noi abbiamo bisogno di confrontare le opzioni
presenti con altre opzioni che possono essere anche nel passato. Quindi, l’ippocampo ci
aiuta ad avere delle linee guida costruite sulla nostra esperienza pregressa. Poi c’è la
sempre presente amigdala: questa permea di valore emozionale le opzioni che abbiamo a
disposizione, aiutando a calibrare meglio la nostra bilancia decisionale. Tutti questi processi,
poi, vanno a lavorare assieme alla corteccia prefrontale, alla quale spetta l’ultima parola.
Non per nulla si dice sia la sede della razionalità.
Uno studio condotto da un team del quale faceva parte anche Antonio Damasio,
neuroscienziato portoghese famoso (anche) per aver studiato e divulgato il caso di Phineas
Gage, mostra come dei danni alla corteccia prefrontale ventromediale causino nei pazienti
una riduzione di abilità nel sentire emozioni e una riduzione nella capacità di prendere
decisioni ottimali.

                                       

Ma c’è ancora qualcos’altro che può influenzare le nostre decisioni!

Il nostro comportamento. Oh davvero? Ma sei un genio! Lasciate che mi spieghi meglio. La
nostra tendenza ad agire in un certo modo, quindi le abitudini che modificano
intrinsecamente il nostro modo di reagire alle situazioni, anche quelle sono un’energia che
devia le nostre scelte. Per esempio, sono stati fatti degli studi sugli High Media Multitasker
(HMM) e i Low Media Multitasker (LMM), in pratica, coloro che fanno multitasking confrontati
con coloro che ne fanno meno. Il multitasking non è proprio propedeutico alla nostra
produttività a meno che non venga eseguito in un certo modo (Slow Multitasking). In questi
studi, infatti, è stato visto come gli High Media Multitasker compiano performance peggiori
in diversi ambiti cognitivi rispetto ai Low Media Multitasker tra i quali compiti di working
memory, di soglia dell’attenzione, di inibizione e, udite udite, di abilità di decision-making.
Quindi, una persona che ha come tendenza comportamentale quella di essere un
multitasker, inevitabilmente subirà delle conseguenze deleterie che, con tutta probabilità,
non percepirà. Ed è qui che c’è la beffa! Non se ne accorge neanche.
In più abbiamo l’ambiente. Anche l’ambiente in cui ci troviamo, o i vari ambienti, tra cui
scorriamo, hanno un’influenza diretta sulle nostre scelte. In un esperimento molto particolare
condotto da degli scienziati britannici, delle persone avevano la possibilità di dare un
contributo monetario (non obbligatorio) per pagare il caffè che bevevano, inserendo i soldi
in una scatola vicino la macchinetta. In determinati giorni veniva appeso al muro della stanza
un poster con degli occhi fissi mentre, in altri, semplici poster senza alcun potere suggestivo.
Ebbene, nei giorni in cui vi erano i poster con gli occhi le quote donate erano nettamente di
più rispetto ai giorni con poster insignificanti! I soggetti si sentivano inconsciamente osservati
e, forse, giudicati.
Insomma, prima di fare una scelta dobbiamo fare i conti con il fatto che abbiamo da passare
in rassegna davvero tante cose, di cui molte inconsapevoli, per riuscire a selezionare
un’opzione al 100% giusta per noi. Quindi, come si fa? Sembra impossibile, ma per fortuna
esistono varie linee guida interessanti.

Varie linee per prendere  delle decisioni: vediamone qualcuna

C’è un modello che è stato messo a punto da Jen Lerner, una psicologa della Harvard
Kennedy School, chiamato Emotion Imbued Choice Model (EICM) che è riconosciuto da più
di 30 anni di utilizzo nella ricerca. Si trova su internet, potete provare ad utilizzarlo. Oppure
ci sono addirittura delle App che possono aiutarvi a ponderare bene le vostre opzioni
valutandone ogni aspetto, proponendovi alla fine un preciso bilancio su quale potrebbe
essere effettivamente la scelta con più pro. Una di queste è Tiny Decision.
A livello più comportamentale, Liv Boeree, una comunicatrice scientifica e specialista di
giochi, in particolare del poker, ci può aiutare. La Boeree suggerisce di non sottovalutare il
potere del caso e della fortuna: non dipende tutto dalla qualità della nostra scelta ma una
buona dose di responsabilità la ha anche la fortuna. Anche se valutassimo tutto ciò che ci
influenza, comunque non avremo il controllo sulla variabile del caso. È importante quindi
liberarci di quel brutto ceffo dell’ego che vuole tutto il merito (anche delle cose peggiori) per
sentirsi meglio, e domandarci quanto del successo o insuccesso della nostra decisione
dipenda davvero da noi.
Poi c’è un altro consiglio, forse un po’ più diretto e fazioso (ma ricordiamoci che sono punti
di vista con cui possiamo anche dissentire): non fidarsi troppo dell’intuito! Adam Grant, nel
suo libro “Think Again: The Power of Knowing What You Don't Know”, parla della cosiddetta
“fallacia del primo istinto”. Egli cita un esperimento in cui a 1500 studenti dell’Università
dell’Illinois viene chiesto di compilare un test. Ebbene, hanno scoperto che i ¾ delle volte in
cui gli studenti cambiavano la loro prima scelta, finivano poi con il selezionare la risposta
corretta! Certo, l’intuizione è una specie di fidato consigliere, ma è anche colei che muove il
sistema 1 (o la mente emozionale che dir si voglia) e, la maggior parte delle volte, è proprio
dalla parte impulsiva che veniamo dirottati in scelte che ci faranno poi sentire pentiti o a
disagio, finendo in quella che alcuni scienziati chiamano dissonanza post decisionale.
In ultimo, ma chiaramente non per importanza: consapevolezza! La consapevolezza ci
permette di essere sicuri delle scelte che facciamo e di non rimuginare sul passato in termini
di negazione e pentimento. Dobbiamo fare un gran lavoro per migliorare noi stessi, perché
scegliere non è facile, e spesso porta a stati mentali stressanti e poco piacevoli. A questi
stati però può fare da mediatrice proprio la consapevolezza, perché qualsiasi scelta, se
meditata con presenza, ha le potenzialità di essere proprio la scelta giusta, anche se è quella
sbagliata. Pensateci!

Articolo scritto da Giuseppe Gargiulo, studente di psicologia.

Bibliografia:

Dan Gilbert, Why we make bad decisions, TEDGlobal 2005, Dicembre 2008, Video, 33:38,
https://www.ted.com/talks/dan_gilbert_why_we_make_bad_decisions
Liv Boeree, 3 lessons on decision-making from a poker champion, TED2018, Ottobre 2018,
Video, 06:07,
https://www.ted.com/talks/liv_boeree_3_lessons_on_decision_making_from_a_poker_
champion
Akinola, M., & Mendes, W. B., (2012), Stress-induced cortisol facilitates threat-related
decision making among police officers. Behavioral Neuroscience, 126(1), 167–174
Antoine B., Antonio R. Damasio, Hanna D., Steven W. Anderson, (1994), Insensitivity to
future consequences following damage to human prefrontal cortex, Cognition, Volume 50,
Issues 1–3, 7-15
Bateson, M., Nettle, D., Roberts, G., (2006), Cues of being watched enhance cooperation in
a real-world setting, Biol Lett.; 2(3): 412-414
Cain MS., Mitroff SR., (2011), Distractor filtering in media multitaskers, Perception
40:1183–1192
Ruud van den Bos, Marlies, H., Hein S., (2009), Stress and decision-making in humans:
Performance is related to cortisol reactivity, albeit differently in men and women,
Psychoneuroendocrinology, Volume 34, Issue 10,
Uncapher, MR. et al., (2017), Media multitasking and cognitive, psychological, neural, and
learning differences, Pediatrics 140: S62–S66
Uncapher, MR., Thieu, MK., Wagner, AD., (2016), Media multitasking and memory:
differences in working memory and long-term memory, Psychon B Rev 23:483–490
Mark A. Smith, (2017), EFFECTIVE DECISION MAKING USING THE EMOTION IMBUED
CHOICE MODEL, highiqpro.com
Adam, G., (2021), Think Again: The Power of Knowing What You Don't Know. New York:
Viking
Kahneman, D., (2020), Pensieri lenti e veloci. Italia: Mondadori Goleman,
D., (2011), Intelligenza Emotiva. Italia: Rizzoli

 

 

 

personalità masochistica

Quando la sofferenza genera sollievo: la personalità masochistica

La personalità masochistica presenta un funzionamento psichico molto complesso che si differenzia sotto diversi aspetti dalla personalità depressiva, nonostante alcune somiglianze.
Agli occhi dello psicologo e dello psicologo online, i soggetti con funzionamento masochistico sembrano essere i peggiori nemici di se stessi. La caratteristica principale della personalità masochistica è il comportamento autodistruttivo. Sigmund Freud riteneva il comportamento autodistruttivo come uno dei problemi più complessi su cui lavorare con la sua teoria che postulava che tutti gli individui cercano di raggiungere il massimo piacere e minimizzare il dispiacere.
Non è facile, pertanto, per lo psicologo e lo psicologo online lavorare in terapia con pazienti di questo tipo.

                                             

Differenze tra personalità autodistruttiva e personalità depressiva

A differenza delle personalità depressive, la personalità masochistica e il funzionamento autodistruttivo non sono stati studiati accuratamente nelle ricerche empiriche.
Diversi clinici e ricercatori (per es. Galenson, 1988) ritengono che traumi infantili, percosse o abusi fisici generino disposizioni antitetiche all’interno dei due sessi: le bambine che subiscono maltrattamenti hanno maggiori probabilità a sviluppare un funzionamento masochistico, mentre i bambini, quando maltrattati, tendono ad identificarsi con l’aggressore e a sviluppare un funzionamento sadico. Tuttavia ci sono diverse eccezioni e pertanto troviamo diversi uomini che si strutturano con una personalità masochistica.
Il mondo interno dell’individuo masochista risulta molto simile alla personalità depressiva. Tuttavia nel soggetto masochista riscontriamo un’altra caratteristica: oltre ad un sottofondo di tristezza, affiorano intensi vissuti di rabbia, rancore e indignazione. Il soggetto con personalità masochistica, a differenza di quella depressiva, si ritiene una persona che soffre ingiustamente, pensa di essere una vittima e di essere oggetto di un “destino cinico e baro”.
Mentre i soggetti con funzionamento depressivo sono rassegnati alla loro condizione, perché a loro dire non meritevoli di un destino migliore, gli individui masochisti si oppongono al loro destino nefasto ergendo barriere e resistenze.
Nel funzionamento della personalità masochistica vengono messi in atto degli specifici processi difensivi che inizieremo ad analizzare nel prossimo paragrafo.

                                             

Personalità masochistica e acting out

La personalità masochistica, allo stesso modo del soggetto depresso, adotta le difese dell’introiezione, del rivolgimento contro se stessi e dell’idealizzazione.
Tuttavia il meccanismo difensivo che il soggetto masochista mette in atto in maniera massiccia è l’acting out.
L’acting out è un agito impulsivo generato da “bisogni inconsci di padroneggiare l’angoscia associata a sentimenti e desideri interiormente proibiti e a paure, fantasie e ricordi intensamente disturbanti”(McWilliams, 1994). È quando ci si sente fragili che viene messo in atto questo meccanismo di difesa. Riproducendo situazioni spaventose tramite gli agiti, l’individuo inconsciamente angosciato tramuta la passività in attività, un vissuto di debolezza e impotenza in sensazione di potere e controllo, indipendentemente dalla drammaticità dello scenario che mette in atto. E come si concretizza l’acting out nella personalità masochistica? Producendo degli agiti che lo mettono a serio rischio di subire seri danni. Diverse azioni autodistruttive, completamente governate dall’inconscio, sono compiute con l’intento di gestire, padroneggiare e rendere meno sconvolgente una situazione che si immagina essere molto dolorosa. È come se il soggetto masochista, nel riprodurre una situazione che gli provocherà dolore e sofferenza, “giochi d’anticipo”. Per esempio, se un soggetto masochista è convinto che il suo capo al lavoro prima o poi lo punirà, egli si ritroverà a vivere una perenne condizione di angosciosa attesa che ciò accada. Egli quindi si comporterà in modo da essere notato negativamente dal capo ed essere realmente redarguito e punito. Senza volerlo a livello conscio, la personalità masochistica fa in modo che si verifichi la cosiddetta “profezia che si autoavvera”. Paradossalmente, la punizione ricevuta genererà in lui sollievo, in quanto il soggetto masochista inconsapevolmente avrà il potere di stabilite tempi e circostanze in cui provare dolore.

 

depressione

Il fenomeno clinico della depressione e dei disturbi dell’umore

Il fenomeno clinico della depressione e dei disturbi dell’umore richiede un’analisi approfondita e articolata. Quando utilizziamo il termine “depressione”, andiamo a toccare un “universo” della sofferenza psichica e dei disturbi dell’umore che è legato anche all’organizzazione di personalità dell’individuo, nel senso che la presenza eventuale di uno specifico disturbo di personalità può andare a “complicare” ulteriormente il quadro depressivo del paziente.
In ambito clinico, quando si parla di depressione, solitamente si intende la depressione maggiore, un grave disturbo con umore abbattuto che spesso si va a inscrivere in un disturbo dell’umore piuttosto serio che prende il nome di “Disturbo Bipolare” e che comporta l’alternarsi di episodi di umore anormalmente euforico ad episodi di grave tristezza vitale e umore depresso.
Ma i disturbi depressivi e le problematiche dell’umore comprendono diverse sfumature che in questo lavoro andremo ad analizzare in maniera puntuale.

I disturbi dell’umore

Per analizzare a fondo il fenomeno della depressione è necessario partire dalla definizione generale e dall’insieme di disturbi in cui essa è inserita: i disturbi dell’umore.
I disturbi dell’umore possono essere considerati come un complesso di disturbi psichici alquanto eterogenei che tuttavia sono accomunati da un aspetto: l’alterazione anomala del tono dell’umore. Non è un caso che sia stata utilizzata la parola “anomala”, in quanto tutti noi, a seguito di situazioni stressanti, eventi luttuosi, momenti di vita delicati, possiamo andare incontro ad un’alterazione dell’umore: il problema si presenta quando questa alterazione dell’umore assume delle dimensioni spropositate, persiste per molto tempo e risulta slegata ad eventi di vita stressogeni.
Possiamo avere tre tipi di alterazioni del tono dell’umore: 1) tono dell’umore depresso; 2) tono dell’umore maniacale; 3) tono dell’umore misto.
La condizione di depressione è contraddistinta principalmente da tristezza vitale, anedonia (perdita di piacere nel fare le cose che in precedenza generavano appagamento), senso di colpa opprimente: nella sezione dedicata approfondiremo ulteriormente la sintomatologia che caratterizza l’episodio depressivo maggiore.
La condizione maniacale presenta uno stato d’animo euforico anomalo e persistente con possibili episodi di logorrea e attività spericolate e pericolose.
L’umore misto, detto anche umore disforico, è contraddistinto dalla copresenza di sintomatologia depressiva e maniacale nel corso dello stesso periodo.

Distinzione tra depressione unipolare e disturbi bipolari

Depressione e maniacalità sono i due elementi cardine che vanno a caratterizzare i disturbi dell’umore. Tali condizioni si possono considerare i due estremi di un continuum che va a caratterizzare le molteplici sfumature e sfaccettature delle problematiche legate all’umore. Può sembrare un incredibile paradosso ma, come vedremo in seguito, depressione e mania rappresentano le due “facce della stessa medaglia” di una reazione ad un doloroso vissuto (reale o immag inario) di perdita: in un caso, l’episodio depressivo maggiore, assistiamo ad uno sgretolamento di significato della vita che ruota intorno al vissuto di perdita, nell’altro, l’episodio maniacale, assistiamo alla totale negazione del dolore riconducibile ad una perdita. Pertanto, quando neghiamo in maniera totalizzante che qualcosa non vada, non possiamo che ritrovarci in una condizione di euforia: nella maniacalità questo fenomeno viene portato drammaticamente agli estremi.
Abbiamo due tipologie di manifestazioni gravi dei disturbi dell’umore: 1) una è la depressione unipolare, ossia quella condizione psicopatologica dove si manifesta esclusivamente umore depresso. Tali episodi di depressione unipolari sono alternati a fasi in cui l’umore è relativamente stabile; 2) l’altra è rappresentata dai disturbi bipolari, ossia quelle manifestazioni psicopatologiche in cui si alternano episodi depressivi maggiori a episodi maniacali, cioè quegli episodi caratterizzati da uno stato euforico abnorme. Abbiamo due gradi di intensità di tono dell’umore maniacale: uno più contenuto, che prende il nome di episodio ipomaniacale, l’altro più intenso e debordante che viene definito episodio maniacale.

Classificazione nosografica dei disturbi dell'umore secondo il DSM-V

Fatta la doverosa distinzione tra differenti tipologie di alterazione dell’umore e tra depressione unipolare e bipolare, possiamo concentrarci su una più organica classificazione nosografica dei disturbi dell’umore.
Il DSM-V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) distingue per prima cosa tra: 1) disturbi depressivi e 2) disturbi bipolari.
Nei disturbi depressivi troviamo due manifestazioni psicopatologiche: la depressione maggiore e la distimia.
1) Della depressione maggiore abbiamo accennato in precedenza: essa può presentarsi in uno o più episodi depressivi maggiori.
La distimia, invece, è una forma depressiva la cui sintomatologia è più attenuata ma di maggiore durata (almeno due anni). Essa inoltre non presenta caratteristiche di episodicità, bensì un costante sottofondo di sintomatologia depressiva. la distimia può esssere considerata una forma attenuata du depressione.
2) I disturbi bipolari si suddividono invece in tre quadri clinici:
- il disturbo bipolare I, in cui riscontriamo uno o più episodi maniacali (o misti) che si alternano solitamente ad uno o più episodi depressivi. È importante tenere a mente, tuttavia, che è sufficiente un singolo episodio maniacale per porre diagnosi di disturbo bipolare I;
- Il disturbo bipolare II, dove troviamo uno o più episodi depressivi e almeno un episodio ipomaniacale che, come detto in precedenza, è una forma più attenuata di tono dell’umore euforico.
- la ciclotimia: dal punto di vista sintomatologico, si può considerare una forma più lieve rispetto al disturbo bipolare. La ciclotomia può essere definita un vero e proprio disturbo cronico dell’umore: la durata è di almeno due anni. In tale disturbo si manifestano diversi episodi di umore depresso e molteplici episodi ipomaniacali ma non tali da soddisfare né i criteri necessari per porre diagnosi di episodio depressivo maggiore né i criteri necessari per porre diagnosi di episodio maniacale. Nel corso di questo disturbo psichico, il paziente non risulta mai completamente libero dai sintomi ciclotimici per più di due mesi.
Come il disturbo distimico, la ciclotimia presenta un marcato carattere di cronicità. La depressione maggiore presenta invece caratteri di episodicità. 

La depressione o “le depressioni”?

Come uscire dalla depressione? Questo è un dilemma di difficilissima soluzione, in quanto ogni individuo, a partire dalla sua storia di vita e dalla sua sensibilità, sviluppa la sua personalissima forma di depressione.
Tuttavia abbiamo degli elementi diagnostici di base che ci permettono di capire con quale tipo di forma depressiva abbiamo a che fare. Riuscire ad individuare il tipo di depressione con cui abbiamo a che fare è il punto di partenza fondamentale per comprendere quale tipo di intervento psicoterapeutico (ed eventualmente farmacologico) è più indicato per quella specifica persona. Ecco che per lo psicologo la diagnosi rappresenta una fase decisiva per l’inizio del percorso psicologico. Pertanto, come prima cosa, per poter uscire dalla depressione è fondamentale capire con che tipo di depressione abbiamo a che fare, e cercare di fare il più possibile “lavoro di squadra” con il paziente, a partire dalle sue peculiarità psicopatologiche.
Il temine “depressione” è molto diffuso e utilizzato nel linguaggio corrente, talvolta in maniera impropria. La depressione può essere definita come una condizione di profonda tristezza associata ad un intenso stato di insoddisfazione e pessimismo. Tale forma di tristezza può presentarsi anche in condizioni normali! È importante non demonizzare un’emozione primaria quale la tristezza: essa svolge anche una funzione riparativa che consente di elaborare le cose che succedono nella vita e di darci un significato.
La depressione in quanto sintomo è un fenomeno che possiamo riscontrare in innumerevoli patologie e non soltanto psichiatriche. Ritroviamo tale disturbo anche in malattie organiche quali diabete, patologie endocrine, ecc.
In ambito psichiatrico, invece, le sindromi depressive si suddividono in due macro-aree:
1) La depressione endogena;
2) La depressione psicogena: che a sua volta si suddivide in a) depressione endogena e b) depressione psicogena.

Depressione endogena

La depressione endogena è una forma di depressione in cui la sintomatologia si abbatte improvvisamente nella vita del paziente senza che si riesca a collegare la cosa ad eventi significativi. Nella depressione endogena si assiste ad una vera e propria “frattura” nella vita del paziente dove si riscontra un “prima” e un “dopo”.
La caratteristica principale della depressione endogena è la tristezza vitale, una tristezza intensa e pervasiva che va a intaccare la struttura profonda della personalità dell’individuo. Con questo stato d’animo, il soggetto avverte un senso di oppressione e pesantezza che porta anche ad una sofferenza a livello somatico: come se ad un certo punto il corpo “parlasse”, o meglio, una parte del corpo comunicasse sottoforma di dolore o senso di oppressione o pesantezza (alla testa, al cuore, ecc.).
Come detto in precedenza, la depressione endogena può presentarsi in due forme:
a) Forma bipolare, caratterizzata da susseguirsi in maniera irregolare di episodi depressivi e maniacali;
b) Forma monopolare, caratterizzata esclusivamente da episodi depressivi.

Diversi studi hanno evidenziato che le forme monopolari costituirebbero i due terzi delle depressioni endogene.
Nell’alveo delle depressioni endogene è spesso inclusa la depressione psicotica. Essa si riscontra quanto la sintomatologia depressiva giunge a livelli estremi di gravità che portano ad una significativa compromissione dell’esame di realtà e assenza di consapevolezza di malattia, fenomeni che possono essere associati ad episodi francamente psicotici quali i deliri.

Depressione psicogena

Le depressioni psicogene sono quei disturbi dell’umore che presentano cause psicologiche di natura inconscia oppure riconducibili a eventi fonte di sofferenza e conflittualità.
A questo gruppo di disturbi dell’umore appartengono due tipologie di depressione: la depressione reattiva e la depressione nevrotica.
Nella depressione reattiva si individua in un evento doloroso della vita la causa principale dell’esordio della sintomatologia depressiva che tuttavia, col passare del tempo, invece che attenuarsi tende ad accentuarsi o a cronicizzarsi.
Inizialmente, la sintomatologia depressiva può risultare ragionevolmente legata all’evento doloroso. Successivamente, la reazione depressiva si intensifica in maniera ingiustificata in termini di sintomatologia e di durata, anche si rimane comprensibile la causa originaria della reazione depressiva. Compito dello psicologo e dello psicologo online sarà quello di andare a lavorare sulle conflittualità più profonde che hanno contribuito a ingigantire un’iniziale reazione depressiva ad un evento fonte di sofferenza psichica. È a partire dalla presenza di queste conflittualità che talvolta non è facile operare una distinzione così netta tra depressione reattiva e depressione nevrotica.
La depressione nevrotica è quel tipo di disagio psichico dove le fragilità interiori, la debolezza delle difese e la debolezza dell’Io concorrono in maniera significativa nell’insorgenza della sintomatologia depressiva. In questo quadro generale di sofferenza psichica, eventi di vita dolorosi si vanno a legare in maniera al quanto articolata e complessa andando a riattivare antiche conflittualità inconsce.

Quali sono le caratteristiche cliniche della depressione endogena?

La depressione endogena presenta una connotazione di natura “fisica”, ha una durata variabile e può presentarsi sottoforma di episodio isolato oppure può manifestarsi con episodi ricorrenti, in questo caso parleremo di depressione endogena monopolare.
L’elemento cardine della depressione endogena è la cosiddetta “tristezza vitale”, ossia quella tristezza che non è soltanto psichica ma anche somatica e che si concretizza in un nucleo depressivo monolitico e non scalfibile, pesante e inaccessibile che cresce sempre più fino a coinvolgere la stragrande maggioranza delle funzioni psichiche del soggetto, con conseguente rottura di quel senso di continuità psichica dell’individuo che va a conferire significato all’esistenza. Ecco che allora eventi di modesta portata acquisiscono un significato negativo ed esagerato per il paziente depresso: talvolta l’evento diventa l’ennesima riprova di un destino infausto e all’insegna della perenne sofferenza, uno strenuo tentativo da parte del soggetto di dare un significato ad un dolore psichico pervasivo.
Come detto, la tristezza vitale è esperita anche a livello corporeo in maniera opprimente. Spesso tale “peso” viene avvertito all’altezza del petto o della testa. Per il paziente è difficile dare un nome o una descrizione a questo stato d’animo, tanto è pressante e inesprimibile, con conseguente spaesamento di familiari e persone care che sovente non sanno come rapportarsi di fronte ad una condizione psichica come questa.
Tale condizione depressiva, se non trattata con un percorso psichiatrico e con un percorso psicologico, diventa un qualcosa di debordante e “totalizzante” che porta ad un’inquietante trasformazione del tempo vissuto: si assiste ad un vero e proprio arresto del divenire psichico, si perde completamente la progettualità. Il presente del paziente depresso si “dilata” a dismisura e il passato assume tinte sempre più fosche e disperate. In diverse circostanze, eventi poco rilevanti acquisiscono un significato cupo, all’insegna dell’autosvalutazione e della colpa.

La presenza di deliri nelle forme più gravi di depressione endogena

Nelle depressioni endogene si assiste ad un rallentamento del pensiero, conseguente impoverimento del pensiero. Talvolta l’ideazione e il processo di pensiero stesso risulta difficoltoso e si focalizza su pochissime tematiche, quasi sempre a sfondo depressivo. Il pensiero può arrivare ad un livello tale di compromissione da degenerare in deliri strettamente riconducibili allo stato d’animo del soggetto. I contenuti dei deliri nella depressione endogena sono principalmente legati alla colpa e alle fantasie di rovina.
In cosa consiste il delirio di rovina? Esso consiste in una ferma e incrollabile convinzione di ritrovarsi in uno stato di miseria e indigenza: nella realtà psicologica del paziente gravemente depresso, la condizione di povertà sarebbe tale da non consentire il sostentamento di sé dei propri familiari. Il paziente depresso è convinto che tale (presunta) situazione economica “disastrata” è da ricondurre esclusivamente a lui.
Quali considerazioni possiamo fare invece riguardo i deliri di colpa? Il delirio di colpa può essere considerata la manifestazione più seria del vissuto di colpa. Abbiamo due tipi di colpa:
1) colpa primaria, una forma di colpa completamente inscalfibile e con una connotazione delirante;
2) colpa secondaria, una risposta emotiva alla tristezza e all’inibizione

La colpa delirante può essere collegata a tematiche religiose o morali per giungere nelle forme estreme alla cosiddetta “colpa esistenziale”, ossia quel devastante senso di colpa per il semplice fatto di esistere.

Ma i deliri di colpa e di rovina non sono gli unici deliri che possono insorgere nelle forme più gravi di depressione endogena: possono affiorare anche deliri di natura ipocondriaca per cui l’individuo è convinto di aver contratto una malattia grave o mortale, oppure possono emergere deliri a sfondo persecutorio o di riferimento non congrui con il tono dell’umore. Un'altra tipologia di delirio che possiamo trovare nelle depressioni endogene è il delirio di negazione, ossia quel deliro in cui si nega o non si riconosce il proprio corpo o parti del proprio corpo: nelle forme più estreme di tale delirio si arriva anche a negare l’esistenza stessa del proprio corpo o di una sua parte.
Oltre alla presenza dei deliri, un altro prezioso indicatore della presenza di una depressione endogena per lo psicologo e lo psicologo online è rappresentato dalla mancanza di insight, ossia la totale assenza di consapevolezza di malattia. È importante tuttavia fare una doverosa precisazione: non è automatico che con le depressioni endogene affiorino deliri e mancanza di consapevolezza di malattia, anzi, con l’avvento di farmaci antidepressivi sempre più efficaci e mirati, è sempre più frequente riscontrare la conservazione dell’insight e una diminuzione della sintomatologia (come per esempio i deliri).

Distanza affettiva e altre alterazioni tipiche della depressione endogena

Anche quando non si declina nelle sue forme più francamente psicotiche, la depressione endogena presenta comunque uno stato clinico contraddistinto da una lancinante sofferenza psichica. Vissuti quali tristezza vitale, senso di colpa, anedonia e impossibilità a provare gioia vengono spesso affiancati da una condizione di distanza emotiva nei confronti delle persone, con conseguente senso di distacco e alienazione. Sovente il paziente depresso avverte un senso si svuotamento per quel che concerne la sua vita e si sente incapace di amare. Questo porta a delle conseguenze alquanto negative anche sul piano motorio: il linguaggio del corpo dell’individuo depresso è improntato all’inibizione e all’inerzia psichica, la mimica facciale sembra bloccata. Anche l’eloquio si inibisce facendosi alquanto ridotto: il soggetto depresso è in linea di massima taciturno, risponde a monosillabi, i suoi discorsi sono alquanto concisi, il tono della voce flebile. Anche l’incedere si fa spesso pesante rendendo in maniera ancora più plastica il senso di apatia che attanaglia la persona depressa.
Talvolta nelle forme monopolari di disturbo dell’umore (ossia quei disturbi dell’umore dove troviamo soltanto fasi di depressione maggiore e non anche fasi di maniacalità) assistiamo ad un fenomeno clinico opposto: un’alterazione motoria e un perenne stato di agitazione, irrequietezza irritabilità. Questa forma di irrequietezza può talvolta risultare più pericolosa nelle sue manifestazioni più gravi, in quanto il paziente depresso, disperato ma al tempo stesso più attivo e disinibito, può mettere in atto con maggior facilità eventuali ideazioni suicidarie. 

Per quel che concerne le alterazioni sul campo vegetativo, nelle depressioni endogene assistiamo a problemi nel ritmo sonno-veglia: i sintomi più frequenti sono l’ipersonnia diurna e l’insonnia notturna.
Fenomeno molto diffuso in questo tipo di depressione è la cosiddetta insonnia da risveglio precoce dove il paziente si addormenta abbastanza presto e agevolmente per poi risvegliarsi poche ore dopo con un dolorosissimo vissuto di disperazione che impedisce di riaddormentarsi.
Altri disturbi che si riscontrano sul piano vegetativo sono l’inappetenza, la perdita di peso, la stipsi, il calo della libido, ecc. Solitamente l’andamento di questa sintomatologia è fluttuante con peggioramento nel corso della mattina e lieve miglioramento verso sera.

Depressione endogena e rischio suicidario

Nell’ambito delle depressioni endogene, il pericolo maggiore è rappresentato dalla possibilità che l’episodio depressivo sfoci in un atto suicidario. Questo rischio è maggiore nella fase iniziale e in quella finale dell’episodio depressivo, pertanto, in un percorso di supporto psicologico di rete (psicologi, psichiatri, eventuali educatori e infermieri) è fondamentale monitorare attentamente queste due fasi.
Ma perché queste due fasi dell’episodio depressivo sono le più delicate in un’ottica di rischio suicidario? Perché nella fase iniziale l’inibizione motoria (quella che impedisce di mettere in atto concretamente il gesto suicidario) non si è ancora intensificata e successivamente stabilizzata, mentre nella fase finale l’inibizione non c’è più ma il vissuto depressivo può essere ancora presente in maniera significativa dando pertanto il “la” ad un agito impulsivo che può portare al suicidio.
L’episodio depressivo, comprensivo di esordio, fase centrale e fase residuale, dura in media dai 6 agli 8 mesi, quando non viene trattato efficacemente. La durata, tuttavia, può essere anche maggiore quando permangono dei sintomi residuali che generano un “sottofondo depressivo” responsabile di una cronicizzazione della problematica depressiva. In questi casi la durata può essere di due anni o più.
Nelle forme bipolari di disturbo dell’umore (con presenza di episodi maniacali) la durata degli episodi depressivi è inferiore, così come è spesso inferiore l’età di esordio, tra i 20 e i 30 anni.

 

 

 

 

memorie traumatiche

Il ruolo delle memorie traumatiche nelle testinonianze: il caso di Garlasco

Il ruolo delle memorie traumatiche può avere un impatto notevole nella ricostruzione dei fatti effettuata da un testimone ad un processo. A tal proposito, analizziamo un caso giudiziario molto conosciuto.
Era il 13 Agosto del 2007, una domenica, quando Garlasco entrò come un fiume in piena
nelle case di tutti gli italiani: conosciuta fino a quel momento come paese limitrofo alla Città
di Pavia, si trasformò d’impeto nella cittadina in cui venne uccisa Chiara Poggi, una ragazza
di soli 26 anni. La notizia fu data dal compagno di Chiara, Alberto
Stasi, che ritrovò il corpo e contattò nell’immediato le autorità e i soccorsi. Inizia in questo
modo uno dei casi giudiziari più controversi e chiacchierati degli ultimi venti anni, lasciando
ancora oggi tantissimi dubbi sui fatti.
Questa analisi intende offrire alcuni spunti di riflessione su come l’azione di memoria possa non presentare solide certezze
nel momento di decodificazione dei fatti e di relativa attività di testimonianza alle autorità, a seguito di un trauma appena
vissuto.
Tralasciando la propria idea sull’innocenza o sulla colpevolezza di Alberto Stasi e su tutto
ciò che ha condizionato le aree di focus di tale processo, si vuole riflettere su come in una circostanza traumatica inaspettata, la memoria possa fallire in
riferimento alla ricostruzione del fatto e, nel caso specifico, del ritrovamento del cadavere di
Chiara Poggi da parte del fidanzato Alberto. Le memorie traumatiche, pertanto, possono rimescolare le “carte in tavola”.
Tornando alla vicenda giudiziaria, il processo indiziario ha avuto inizio con la telefonata di Alberto Stasi al 118 e con la successiva testimonianza spontanea presso
la stazione dei Carabinieri di Garlasco circa le modalità di ritrovamento del cadavere di
Chiara.
In qualità di persona soggetta ad indagini, Alberto Stasi fu poi sottoposto a più interrogatori
dai quali emergeranno diverse discrepanze relative ai passi effettuati all’interno
dell’abitazione, al numero dei gradini percorsi prima di intravedere il corpo di Chiara, all’attendibilità nella descrizione del colorito e infine alla visibilità del volto della vittima dalla sua angolazione.
Infine, anche il tenore della telefonata fatta al 118 destò significativi dubbi
sull’immediatezza del ritrovamento, come invece sarebbe accaduto secondo la ricostruzione
di Alberto Stasi.
Il tono, le parole utilizzate, le pause diedero adito alla creazione di una serie di ipotesi da parte della stampa relative a contraddizioni riguardo la ricostruzione resa dal testimone che fu
subito messa in discussione anche dagli inquirenti.
Per quel che concerne la ricostruzione e la rievocazione degli eventi, è importante ricordare che la memoria è considerata dagli esperti ricostruttiva e non
riproduttiva nella sua modalità di funzionamento.

L’emozione come elemento “distrattore” nella ricostruzione di un ricordo

Ma cosa c’entra tutto questo con le memorie traumatiche e l’impatto delle emozioni nella rievocazione dei ricordi? Lo scopriremo a breve. Torniamo alle questioni processuali.
Poiché i testimoni risultano essere “gli occhi e le orecchie della giustizia”, alla luce dei
possibili errori cognitivi nel ricordo, possiamo credere in assoluto a ciò che un soggetto X
potrà conferire di aver visto?
In realtà il legame tra valenza emotiva e nitidezza del ricordo è tortuoso. Diverse ricerche
attestano che l’emozione gioca un ruolo distrattore nella codifica e nel mantenimento del
ricordo (Schaefer & Philippot, 2005 ): l’emozione incanala la nostra
attenzione verso determinati dettagli comportando la perdita di altri e quindi l’imprecisione
o la distorsione del ricordo dell’evento.
Ciò detto, tale aspetto va correlato ad un altro fattore che va a influire sull’obiettività
dell’individuo; un’esperienza emotiva molto forte è fonte di stress e tale interconnessione può
influenzare automaticamente il modo di codificare, archiviare e recuperare le informazioni.
Nel nostro sistema penale il resoconto del testimone è “autosufficiente” e permette di
ricostruire il fatto di reato anche in assenza di pieni riscontri esterni. Infatti, quando
nessun’altra prova è disponibile, le dichiarazioni assumono un peso determinante e decisivo
ai fini investigativi e processuali.
Numerose ricerche condotte nel campo della memoria e della testimonianza dimostrano infatti che la memoria non è
sempre infallibile, anzi, spesso presenta molte insidie che possono indurre ad errori dando vita
talvolta a fenomeni veramente singolari come, ad esempio, la convinzione di ricordare
avvenimenti in realtà mai vissuti o visti. Ecco che a questo punto assume sempre più significato e valenza il fenomeno delle memorie traumatiche.

Memorie traumatiche: l’impatto emotivo rappresentato dal trauma

Il modello cognitivo penale è quello del “testimone informato sui fatti” modello che presuppone che il
racconto del testimone certifichi ciò che si ritiene veritiero. Molte volte però la valutazione della testimonianza
è complessa, a causa della grande quantità di variabili in gioco che possono influenzare
l’accuratezza del ricordo senza la consapevolezza del soggetto.
Alcuni fattori che possono inficiare ed influenzare il ricordo, limitandone così la
testimonianza, sono legati all’evento e/o al testimone e a alle sue caratteristiche. Tra i fattori
legati all’evento, si evidenziano il tempo di esposizione all’evento e la salienza dei dettagli: entrambi
possono già incidere nella fase di acquisizione e immagazzinamento delle informazioni alterando la percezione del testimone.
Con l’orrore del trauma il nostro sistema si sovraccarica con conseguente aumento del livello di
attivazione: un arousal eccessivo (ovvero un’eccessiva intensità dell’attivazione psicofisiologica di un
organismo) disconnette talune strutture aventi la funzione di immagazzinare ed integrare le
informazioni in entrata. Tali strutture risiedono nell’ippocampo e nel talamo. L’arousal,
per definizione psicologica, si concretizza in quelle risposte a stimoli stressogeni che
permettono di reagire con lo scopo della sopravvivenza dell’organismo. Un livello eccessivo di
questo stato di vigilanza si manifesta attraverso tachicardia, sudorazione eccessiva, tensione
muscolare che porta l’organismo alla valutazione immediata della situazione, con relative
risposte di attacco, fuga o blocco dell’azione. Questo comporta che le memorie traumatiche presentino delle caratteristiche specifiche. In primis, non sono immagazzinate in forma logica e coerente attraverso
un inizio ed una fine, come le memorie ordinarie, ma vengono immagazzinate secondo
frammenti sensoriali ed emotivi. In altri termini, nella valutazione delle deposizioni di
Alberto Stasi nel caso di Garlasco, come in tante altre situazioni generiche, la testimonianza
indica la narrazione di un fatto attraverso l’esperienza del narratore ed è importante tenere
presente i diversi parametri che esercitano la loro influenza sull’accuratezza e sulla
credibilità della narrazione.
Se immaginiamo di essere testimoni di un delitto o di un ritrovamento delittuoso, come il
caso prevede, sul resoconto del fatto vanno considerati: lo stato d’animo del teste al
momento dell’accaduto, il grado di coinvolgimento, la capacità e la velocità di mettere a
fuoco la situazione, il coinvolgimento nella situazione, la capacità espositiva, la valutazione
interiore sulla gravità del fatto, le domande poste in sede di interrogatorio, le domande
suggestive, la valutazione del soggetto sul giudizio che l’uditore ha di lui, la motivazione a
testimoniare l’episodio vissuto.
Un evento traumatico, difatti, non è traumatico di per sé, ma lo diventa in rapporto allo
stato in cui si trova in quel momento la persona che lo vive e alle risorse che si possiedono
per fronteggiarlo.
Qui nasce un divario non sempre facile da colmare tra psicologia dell’individuo che assiste ad un evento oggetto di indagine e tempistiche delle attività legali/acquisizione dei fatti. La Legge infatti presuppone e richiede un arco temporale di raccolta di informazioni che sovente non è del tutto in sintonia con i livelli di assimilazione della vicenda da parte della mente.
In sostanza, un’esperienza emotiva molto forte, fonte quindi di stress, può influenzare in
modo automatico ed inconscio la modalità con cui il cervello codifica, archivia e recupera le
informazioni, essendo queste ultime delle informazioni del tutto non ordinarie.

Articolo scritto dalla dott.ssa Michela Righi, grafologa, specialista giuridico-forense

 

 

seduta psicoterapeutica

Come si muove il paziente depresso nella seduta psicoterapeutica

Per lo psicologo è importante capire come si muove il paziente depresso nella seduta psicoterapeutica al fine di approntare il percorso psicologico più adatto. Nel precedente articolo sull’argomento, abbiamo iniziato ad analizzare alcune importanti implicazioni terapeutiche con il paziente depresso e le dinamiche relazionali che spesso si instaurano tra psicologo/psicologo online e paziente.
Abbiamo potuto vedere come il paziente depresso tenda sin da subito ad instaurare un legame molto forte con lo psicologo e con lo psicologo online, comportandosi spesso da “bravo paziente” e idealizzando il suo terapeuta già a partire dalle prime sedute psicologiche. Tuttavia, l’idealizzazione che mette in atto il paziente depresso nei confronti del terapeuta lo porta a percepirlo come “moralmente buono, a differenza di lui che si sente intimamente ‘cattivo’ e non degno di amore”.

Il ruolo del Super-Io nel funzionamento depressivo

I pazienti depressi in seduta psicoterapeutica tendono a proiettare nello psicologo e nello psicologo online le loro critiche interne, ossia quei contenuti psichici che vanno a costituire un Super-Io rigido, sadico e intransigente. Ma che cos’è il Super-Io? Il Super-Io è quel complesso di censure e divieti che va a inibire il perseguimento del piacere immediato. Esso consiste in un articolato sistema di proibizioni introiettate nell’infanzia tramite il sistema educativo dei genitori che va a costituire la coscienza morale dell’individuo. Nel paziente depresso il Super-Io, per svariate cause e molteplici dinamiche familiari, si è irrigidito in maniera considerevole generando un costante senso di colpa e una serie di attacchi contro se stessi. Tutto questo si ripresenta inevitabilmente nel rapporto terapeutico con psicologo e psicologo online.
Nella seduta psicoterapeutica il paziente depresso rivolge costantemente la rabbia contro se stesso, a causa del suo Super-Io particolarmente rigido e inflessibile. Questo porta a costanti atteggiamenti di autosvalutazione da una parte e di idealizzazione dello psicologo dall’altra.
Col progredire della psicoterapia, tuttavia, i pazienti depressi riescono a sperimentare sempre più l’emozione della rabbia e i sentimenti ostili, sottoforma di critiche e dimostranze verso lo psicoterapeuta. Dopo questa esperienza nuova per il paziente depresso, la negatività prende il sopravvento nella seduta psicoterapeutica e si manifesta con la convinzione da parte del paziente che non potrà essere realmente aiutato e che lo psicoterapeuta non riuscirà a farlo stare meglio.
Sembra una fase di peggioramento per il paziente e di involuzione del lavoro terapeutico ma non è affatto così.

L’importanza del lavoro sui propri sentimenti ostili durante la seduta psicoterapeutica

Nella quotidianità della seduta psicoterapeutica questa fase del percorso viene spesso vissuto come particolarmente frustrante dallo psicologo e dallo psicologo online ma è fondamentale riuscire a “stare” insieme al paziente in questi momenti difficili, a far sentire la propria presenza e a far sentire che il terapeuta riesce a “sopravvivere psichicamente” al profondo senso di impotenza del paziente depresso che sta proiettando nella stanza di psicoterapia. Perché questa è una fase importante del percorso psicoterapeutico? Perché il paziente depresso sta finalmente (e probabilmente per la prima volta) tirando fuori quella rabbia e lamentosità che prima era esclusivamente rivolta verso di sé e che prima faceva stare tremendamente male: il paziente inizia a sperimentare la possibilità di usare i suoi sentimenti ostili nelle relazioni e di riconoscere la propria rabbia.
Con i pazienti depressi con funzionamento più evoluto il lavoro terapeutico si sviluppa in maniera abbastanza agevole e con risultati soddisfacenti, in quanto le loro convinzioni relative ai loro difetti sono per lo più inconsce e quando vengono riportate alla coscienza sono avvertite come disturbanti. Nel momento in cui questi contenuti vengono avvertiti come disturbanti, è più facile lavorarci e modularne le distanze sia nella seduta psicoterapeutica sia nelle nuove sfide della vita quotidiana.

 

 

 

doomscrolling

Quando la brutta notizia diventa un’ossessione: il doomscrolling

L’emergenza coronavirus e le relative misure di distanziamento sociale e di lockdown hanno contribuito in maniera significativa all’utilizzo massiccio di internet e di tutti quegli strumenti che richiedono una rete internet: social media, piattaforme di videochiamata, strumenti di messaggistica, ecc. L’utilizzo di internet è diventato per molte persone la risorsa principale per lavorare e per occupare il tempo libero. L’utilizzo di internet in un contesto di emergenza dove spesso le notizie negative hanno preso il sopravvento, ha spesso generato notevoli quote di ansia e incertezza, tanto da indurre moltissime persone a trascorrere molto tempo a navigare su internet alla ricerca ossessiva di notizie sugli ultimi aggiornamenti inerenti l’emergenza COVID-19. Questa pratica, se portata agli estremi, può diventare un disagio psichico alquanto complesso da trattare per psicologo e psicologo online che prende il nome di doomscrolling.

Doomscrolling: definizione del fenomeno

Come potremmo definire il doomscrolling? Il doomscrolling potrebbe essere considerato come un’“abbuffata di cattive notizie”. Nello specifico, questa perniciosa pratica consiste nel cercare e leggere cattive notizie in maniera continuativa generando una sorta di assuefazione che induce il soggetto a cercarne sempre di più, come in attesa di una sorta di catastrofe finale, di un Armageddon. Tale ricerca ossessiva può portare ad una vera e propria dipendenza da notizie brutte. Questa pratica, alla lunga, può avere effetti devastanti sull’equilibrio psichico di un individuo che può sfociare in importanti forme di psicopatologia.
Il fenomeno del doomscrolling può essere riconducibile a una serie di criticità a livello cognitivo e ad una scarsa regolazione degli affetti. Pertanto, dietro questo disturbo si cela spesso una fragilità di fondo che si concretizza con questa pratica.
Ci sono molteplici fattori che concorrono all’insorgenza di tale disagio, uno su tutti la predisposizione dell’essere umano a colmare il suo bisogno di conoscenza e informazione. Quando ci troviamo di fronte a notizie negative o allarmanti, tuttavia, molte di noi provano emozioni disturbanti e una profonda inquietudine. Ecco che per difendersi da questo senso di inquietudine e fragilità, alcune persone si “buttano a capofitto” sull’approfondimento della notizie andando costantemente alla ricerca di aggiornamenti e soprattutto alla ricerca di notizie sempre più allarmanti e negative. Si può dire che risieda proprio in questo l’essenza del doomscrolling.

Come iniziare a risolvere il problema?

Malgrado la messa in atto del doomscrolling possa inizialmente rivestire una funzione difensiva, la ricerca spasmodica di tutte queste notizie porta in seguito ad un drammatico acutizzarsi di vissuti quali ansia, apprensione, incertezza e panico. Col passare del tempo viene a crearsi un vero e proprio circolo vizioso per cui il soggetto si ritrova ad essere letteralmente intrappolato sul web dove la ricerca di notizie alimenta emozioni negative che a loro volta spingono a ricercare ancora più notizie allo scopo di placare tali emozioni.
Il doomscrolling può essere considerato una strategia di evitamento dell’impatto emotivo di notizie negative e fonte di preoccupazione di cui si avvalgono alcuni soggetti ansiosi al fine di fronteggiare meglio la loro inquietudine. Il problema è che l’acquisizione di un numero sempre maggiore di notizie porta a leggere e acquisire aggiornamenti sempre più catastrofici che acuiscono lo stato ansioso, molto spesso tramite fonti di informazioni poco credibili dedite esclusivamente allo scalpore mediatico.
La soluzione ottimale per questo tipo di problematica è cercare di comprendere le cause all’origine di questa pratica: essa può partire da conflitti e disagi in molteplici aree della propria vita quotidiana (attività lavorativa, vita sentimentale, rapporti sociali, immagine di sé, autostima, ecc.).
In concreto può essere utile sforzarsi ad acquisire meno informazioni sull’argomento, che non significa disinformarsi ma significa semplicemente focalizzarsi su poche fonti di informazione attendibili e di qualità. Questa strategia la si può adottare quando non si è stati completamente travolti da questo fenomeno e non ci si ritrova in una condizione di profondo disagio psichico. In quest’ultimo caso è opportuno invece iniziare un percorso psicologico con uno psicologo o uno psicologo online.

 

 

 

psicologo online

Il significato della rabbia: una sfida complessa per lo psicologo online

Il lavoro sul significato della rabbia è una sfida complessa per lo psicologo online e per lo psicologo in studio. Nel precedente articolo sull’argomento, abbiamo iniziato ad analizzare l’emozione della rabbia sotto molteplici aspetti. Abbiamo potuto vedere, per esempio, quanto anche questa emozione possa rappresentare una preziosa risorsa per orientarci nel mondo, per dare ascolto ai nostri bisogni e per regolare e far crescere le nostre relazioni.

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sclerosi multipla

Sclerosi multipla: l’importante aspetto psicologico della patologia.

La sclerosi multipla, o sclerosi a placche, è una patologia infiammatoria del sistema nervoso centrale (SNC), che aggredisce e danneggia la mielina, ossia uno strato isolante e di supporto che circonda le cellule nervose. I danni che il sistema immunitario (SI) produce alla mielina portano, con il tempo, al deterioramento permanente di questa sostanza. Per questo la malattia viene definita come demielinizzante.
Nel 1868 fu Jean-Martin Charcot, patologo e neurologo, a descrivere questo quadro clinico per la prima volta.

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