Come scegliere uno psicologo è una delle domande più importanti da porsi prima di intraprendere un percorso psicologico. Scegliere uno psicologo significa, prima di tutto, scegliere una persona di cui fidarsi per esplorare la parte più intima di sé. Per farlo bene occorre verificare alcuni elementi concreti — la qualifica, l’iscrizione all’albo, l’approccio, l’esperienza sul problema che si porta — ma anche, e soprattutto, imparare a riconoscere un fattore meno visibile e più decisivo di tutti: la qualità della relazione che si crea. In questa guida vedremo entrambi i piani, quello pratico e quello relazionale, perché è dal loro incontro che nasce una scelta davvero buona.
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TogglePrima di ogni considerazione, dalla più generica alla più sottile, ci sono alcune verifiche di base che proteggono e orientano. Sono il punto di partenza non negoziabile.
L’iscrizione all’albo. In Italia lo psicologo è un professionista sanitario iscritto all’Albo degli Psicologi della propria regione. È il primo controllo da fare ed è semplice: l’albo è pubblico e consultabile online. Diffida di chi si presenta come “counselor”, “coach” o “esperto del benessere” promettendo un aiuto psicologico: sono figure diverse, spesso senza una formazione clinica riconosciuta.
La differenza tra psicologo e psicoterapeuta. È una distinzione che genera molta confusione ma è importante per scegliere consapevolmente. Lo psicologo è laureato in psicologia, iscritto all’albo e si occupa di sostegno, consulenza, prevenzione e promozione del benessere. Lo psicoterapeuta è uno psicologo (o un medico) che ha conseguito, dopo la laurea, una specializzazione almeno quadriennale in psicoterapia: è abilitato alla cura vera e propria del disagio psichico e dei disturbi più strutturati. In pratica: se il problema è un disagio definito o persistente — depressione, ansia, attacchi di panico, difficoltà relazionali ricorrenti — la figura indicata è lo psicoterapeuta.
L’approccio terapeutico. Esistono diversi orientamenti — cognitivo-comportamentale, psicodinamico, sistemico-relazionale, e altri. Non esiste l’approccio “migliore” in assoluto: esiste quello più adatto alla persona e al tipo di difficoltà. Tornerò più avanti su come orientarsi, perché è un punto delicato.
L’esperienza sul problema specifico. Un terapeuta che lavora abitualmente con ciò che ti porta, per esempio la depressione, i disturbi d’ansia o le dipendenze affettive, ha sviluppato una sensibilità specifica che fa la differenza.
Gli aspetti pratici. Costi, gestione delle sedute saltate, frequenza, possibilità di lavorare online o in studio: sono domande legittime e importanti, da chiarire fin dall’inizio senza imbarazzo. Un buon professionista risponde con trasparenza.
Una confusione frequente riguarda la figura dello psichiatra, che è diversa sia dallo psicologo sia dallo psicoterapeuta. Lo psichiatra è un medico specializzato in psichiatria e, in quanto medico, può prescrivere farmaci. Lo psicologo e lo psicoterapeuta non possono farlo. In molte situazioni le figure collaborano: lo psicoterapeuta segue il percorso di cura attraverso la relazione e il lavoro sul significato del disagio, mentre lo psichiatra, quando necessario, affianca con un supporto farmacologico.
Per molti disagi, ansia, difficoltà relazionali, fasi di disorientamento, la psicoterapia da sola è un percorso adeguato; in altri casi, più strutturati, l’integrazione tra i due interventi è la scelta migliore. Non è una decisione da prendere da soli: è proprio il primo colloquio con un professionista ad aiutare a orientarsi.
Davanti alla varietà di orientamenti, molte persone si sentono smarrite. Una semplificazione utile, pur senza pretesa di esaustività: gli approcci più direttivi e focalizzati sul sintomo (come il cognitivo-comportamentale) tendono a lavorare sul “qui e ora” del problema con tecniche specifiche; gli approcci psicodinamici e relazionali lavorano invece sulle radici più profonde del disagio, sul significato dei sintomi e sulla storia della persona, attraverso la relazione terapeutica.
Non si tratta di stabilire quale sia superiore, la ricerca mostra che diversi approcci possono essere efficaci, ma di capire cosa si sta cercando. Chi desidera affrontare un sintomo circoscritto può trovare utile un intervento focalizzato; chi sente che il proprio disagio ha radici più antiche, che si ripete in forme diverse, che riguarda il modo stesso di stare nelle relazioni e con se stessi, spesso trova nel lavoro psicodinamico uno spazio più adatto. Non sempre si sa in partenza: a volte è proprio il primo colloquio ad aiutare a capirlo.
Qui arriviamo al punto che le guide spesso citano di sfuggita e che invece è, alla luce della ricerca e dell’esperienza clinica, il più importante in assoluto. Decenni di studi sull’efficacia della psicoterapia convergono su un dato: al di là della tecnica e dell’approccio, il principale fattore di cura è la qualità della relazione terapeutica, la cosiddetta alleanza tra paziente e terapeuta.
Questo significa che la domanda “come scegliere lo psicologo giusto” non ha una risposta solo sulla carta — nei titoli, nelle specializzazioni, nei curriculum: ha una risposta che si gioca, in buona parte, in qualcosa che si sente: ci si sente accolti? Compresi senza giudizio? Si percepisce, accanto a sé, una presenza autentica e affidabile?
Per capire perché la relazione conti così tanto, la prospettiva psicodinamica offre uno sguardo prezioso. In questa tradizione, e in particolare nella sensibilità relazionale e ferencziana a cui mi sono formato, il fattore curativo non è la tecnica applicata al paziente ma la qualità della presenza del terapeuta.
Sándor Ferenczi, agli albori della psicoanalisi, intuì una cosa che la ricerca contemporanea ha poi confermato: ciò che cura non è l’interpretazione brillante ma l’esperienza di sentirsi finalmente accolti da qualcuno che è davvero presente, che non giudica e non si sottrae. Molte sofferenze nascono da relazioni precoci in cui i bisogni emotivi non sono stati riconosciuti; la terapia offre, spesso per la prima volta, l’esperienza riparativa di una relazione in cui quei bisogni trovano finalmente spazio e ascolto.
La tradizione clinica torinese aggiunge un tassello: una buona relazione terapeutica funziona come uno spazio che accoglie e dà forma alle emozioni più difficili — l’angoscia, la rabbia, il dolore — restituendole pensabili e tollerabili. È in quello spazio contenitivo che diventa possibile affrontare ciò che da soli sarebbe troppo.
Tutto questo non è teoria astratta: ha una conseguenza pratica diretta sulla scelta. Significa che, accanto ai criteri oggettivi, devi dare valore a ciò che senti nei primi incontri. Non come capriccio emotivo ma come uno strumento di valutazione legittimo e fondato.
Il primo colloquio è il momento in cui i criteri sulla carta incontrano l’esperienza diretta. Non aspettarti di “sapere tutto” subito — la fiducia si costruisce nel tempo — ma alcuni segnali sono già leggibili. Ecco a cosa prestare attenzione:
Ti senti ascoltato davvero? Non solo “sentito” ma compreso nelle sfumature di ciò che racconti. Un buon terapeuta coglie e rispecchia ciò che provi, anche quello che fatichi a dire.
Ti senti giudicato o accolto? Lo spazio terapeutico dovrebbe essere libero da giudizio. Se ti senti valutato o messo in difficoltà, è un segnale da non ignorare.
C’è spazio per le tue domande? Un buon professionista accoglie le tue domande — sull’approccio, sui tempi, sul percorso — senza irrigidirsi. La terapia non è un luogo di sottomissione a un’autorità ma una collaborazione.
Ti senti trattato come una persona o come un caso? La differenza si percepisce. Una presenza autentica non recita un ruolo: è realmente lì, con te.
Dopo il colloquio, come ti senti? Non necessariamente “meglio”, a volte si tocca qualcosa di doloroso, ma c’è una sensazione di essere stati in uno spazio sicuro?
Un’avvertenza importante, che riguarda proprio chi parte da una storia difficile: a volte la sensazione di “non fidarsi” non dipende dal terapeuta ma dalla propria difficoltà a fidarsi in generale, un’eredità di relazioni passate. Per questo un solo colloquio non è sempre sufficiente a decidere: vale la pena dare alla relazione qualche incontro prima di concludere distinguendo tra un disagio che è un segnale reale e un disagio che è invece la propria paura di aprirsi.
Sul piano pratico, gli strumenti per trovare un professionista sono diversi e si possono combinare. Gli albi regionali online permettono di verificare l’iscrizione. Il passaparola di persone di fiducia è prezioso per orientarsi su come cercare uno psicologo, con un’avvertenza: il terapeuta con cui un amico si è trovato benissimo non è necessariamente quello giusto per te, proprio perché conta l’affinità relazionale personale. Le ricerche online , sito del professionista, profili, recensioni, permettono di farsi un’idea della persona, del suo approccio e del suo modo di comunicare prima ancora del primo contatto. Usare parole chiave specifiche (“psicologo specializzato in ansia”, “psicoterapeuta a [città]”) aiuta a restringere il campo verso chi lavora su ciò che ti riguarda.
In tutti i casi, lo strumento più utile resta il primo colloquio conoscitivo: molti professionisti ne offrono uno iniziale proprio per permettere a entrambi di capire se può nascere un percorso. È il modo migliore per trasformare una scelta “sulla carta” in una scelta sentita.
Nel cercare lo psicologo giusto, alcune trappole ricorrono spesso. Conoscerle aiuta a non caderci.
Cercare “il migliore” in assoluto. È forse l’errore più diffuso. Si confrontano curriculum, titoli, numero di anni di esperienza, alla ricerca del professionista oggettivamente “più bravo”. Ma, come abbiamo visto, non esiste “il migliore in assoluto”: esiste quello giusto per te. Un terapeuta eccellente con cui non senti affinità sarà, per il tuo percorso, meno efficace di uno con cui si crea una buona relazione.
Affidarsi solo al passaparola. Il consiglio di chi si è trovato bene è prezioso come punto di partenza ma non come garanzia. La relazione terapeutica è profondamente personale: ciò che ha funzionato per un amico potrebbe non funzionare per te, e viceversa.
Scegliere solo in base al prezzo. Il costo è un fattore pratico legittimo ma scegliere unicamente in base alla tariffa più bassa, o, all’opposto, pensare che “più costa, meglio è”, porta fuori strada. Il valore di un percorso non si misura sul prezzo della singola seduta.
Confondere il disagio iniziale con un cattivo segnale. Aprirsi a un estraneo su temi intimi genera quasi sempre un certo disagio: è normale, non è necessariamente il segnale che il terapeuta è sbagliato. Va distinto dal disagio che invece indica una reale mancanza di sintonia.
Arrendersi dopo un’esperienza negativa. Chi ha avuto un primo percorso deludente a volte conclude che “la terapia non fa per me”. Ma molto spesso il problema non era la terapia in sé: era quella specifica relazione, o quel momento. Cambiare professionista, dopo un’esperienza che non ha funzionato, è legittimo e spesso risolutivo.
Come scegliere uno psicologo, lo abbiamo visto, non è solo un atto preliminare alla terapia: è già, in un certo senso, parte della terapia. Richiede di verificare gli elementi concreti, albo, qualifica, approccio, esperienza, e insieme di ascoltare ciò che si muove dentro nell’incontro con quella persona. I criteri oggettivi proteggono, la qualità della relazione cura. Imparare a tenere insieme questi due piani è il modo migliore per trovare non “il migliore psicologo” in astratto, ma quello giusto per te che è una cosa diversa e molto più importante.
Verificando prima gli elementi concreti, iscrizione all’albo, qualifica, approccio terapeutico ed esperienza sul problema che porti, e poi dando valore alla qualità della relazione che senti nei primi colloqui. La ricerca mostra che l’alleanza tra paziente e terapeuta è il principale fattore di cura, quindi sentirsi accolti, compresi e non giudicati è un criterio di scelta legittimo e importante.
Lo psicologo è laureato in psicologia e iscritto all’albo, e si occupa di sostegno, consulenza e prevenzione. Lo psicoterapeuta è uno psicologo (o medico) che ha conseguito una specializzazione almeno quadriennale in psicoterapia ed è abilitato alla cura del disagio psichico e dei disturbi strutturati. Per un disagio definito o persistente la figura indicata è lo psicoterapeuta.
Oltre alle qualifiche verificabili, un buon segnale è il modo in cui ti senti nella relazione: ascoltato davvero, compreso senza giudizio, libero di fare domande e trattato come una persona e non come un caso. La competenza tecnica è necessaria ma è la qualità della presenza e della relazione a fare la differenza nel percorso.
Non sempre. Alcuni segnali sono leggibili già dal primo incontro ma la fiducia si costruisce nel tempo. Inoltre, la difficoltà a fidarsi può talvolta dipendere dalla propria storia più che dal terapeuta. Vale la pena dare alla relazione qualche incontro prima di decidere, distinguendo un disagio reale dalla naturale paura di aprirsi.
Dipende dalle esigenze e dalle preferenze personali. La ricerca indica che la psicoterapia online può essere efficace quanto quella in presenza per molte difficoltà. Conta più la qualità della relazione e la competenza del professionista che la modalità in sé. L’importante è sentirsi a proprio agio nello spazio scelto.
Il Dott. Davide Caricchi è psicologo e psicoterapeuta, Specialista in Psicologia Clinica. Riceve a San Mauro Torinese e in modalità online, con un approccio relazionale e psicodinamico. Se stai cercando il professionista giusto per te, un primo colloquio conoscitivo può essere uno spazio per cominciare a capire.
Dott. Davide Ivan Caricchi
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