Il processo di Decision-Making: l’arte del prendere decisioni

Meglio un uovo oggi o una gallina domani? Beh dipende: magari quell’uovo è l’uovo cosmico
di cui tanto si narra nei miti; e se quella gallina in realtà fosse la famosa gallina dalle uova
d’oro? Cosa perdo se scelgo l’uovo oggi e non la gallina domani?
Oggi presentiamo una delle azioni mentali che più ha tediato l’umanità nel corso della storia;
una cosa dalla quale non si può sfuggire e che, allo stesso tempo, lascerà sfuggire
qualcos’altro. Una cosa che ha lasciato, lascia e lascerà segni profondi sia nel mondo in cui
tutti noi oggi viviamo, sia nei piccoli mondi in cui ognuno vive per sé. Insomma, ladies and
gentleman, le decisioni.
Ebbene sì, decidere. Cosa significa decidere? La parola viene dal latino: de/cidere, tagliare
fuori. Sempre precisi i vecchi amici latini. Effettivamente è così: quando scegliamo qualcosa,
inevitabilmente non scegliamo qualcos’altro e forse questo è uno dei motivi principali per cui
è così difficile.
Gli psicologi evolutivi ci dicono che la nostra specie non è mai stata immersa in un periodo
in cui ha dovuto prendere così tante decisioni fino a questo momento. I nostri cari antenati
vivevano di puro istinto: mangia, dormi e sesso. Noi poveri dannati, invece, siamo
costantemente circondati da “A o B?”, “Adesso o dopo?”, “Questo o l’altro?”. Insomma, il
nostro caro amico cervello pare non aver tregua.
Tuttavia, quel furfante che abbiamo nel cranio non starebbe mai troppo tempo a fare
un’attività fisica così intensa e costante; ricordiamo che il cervello è un pigrone. Molte delle
decisioni che prendiamo, infatti, sono inconsapevoli o dettate da processi mentali più rapidi,
che aiutano ad utilizzare una minor energia cognitiva.
Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia, individua due sistemi fondamentali che
guidano il nostro processo decisionale: il Sistema 1 e il Sistema 2. Si, poca fantasia con i
nomi. Il primo è pigro e veloce mentre il secondo capillare e metodico. Spesso, a causa del
primo, ci imbattiamo in decisioni prese senza realmente aver valutato al meglio la situazione
ma, altre volte, ci aiuta a rendere rapide e istantanee decisioni sulle quali sarebbe inutile
sprecare più di tanto tempo.
Nel TedX di uno psicologo dell’Università di Harvard, Daniel Gilbert, ci vengono forniti tanti
esempi interessanti riguardo al funzionamento dei nostri processi decisionali. Gilbert ci
introduce ad una formula messa a punto da Daniel Bernoulli, un matematico olandese
vissuto nel 700’. La formula infatti prende il nome de “L’equazione di Bernoulli”. Eccola qui:
𝐸 (𝑢 | 𝑝, 𝑋) = ∑ 𝑥𝜖 𝑋 𝑝(𝑥)𝑢(𝑥). Non penso ci capiate molto, e neanch’io, ma a chiarirci le idee
è la traduzione dal matematichese all’italiano, che sarebbe più o meno questa: il valore
atteso dalle nostre azioni è uguale alla probabilità di ottenere qualcosa da quell’azione
moltiplicata per il valore che ha per noi ciò che ci aspettiamo di ottenere. Insomma, una
parte fondamentale di ciò che ci aspettiamo di ottenere tramite le nostre azioni è determinata
dal valore emotivo che diamo ad esso. Anche perché come si dà valore ad un qualcosa se
non con le vecchie e care emozioni?
Tra l’altro Bernoulli, viene criticato proprio da Kahneman, il quale gli imputa di non aver
inserito il fattore “punto di riferimento” nel processo decisionale. Ma questo lo vediamo dopo,
ora non stiamo qui a fare da spartiacque tra punti di vista.
Quindi dicevamo: Daniel Gilbert, Daniel Bernoulli e Daniel Kahneman. Mmh, ne manca uno.
Ma certo! Daniel Goleman, autore del Bestseller “L’intelligenza emotiva”! Anche Goleman
suddivide la mente in due: una emozionale ed una razionale che possiamo far corrispondere
al sistema 1 e 2 di Kahneman. Insomma, la questione è sempre la stessa ed è ribadita ad
oggi da moltissimi psicologi e scienziati: emozioni e processi decisionali vanno avanti mano
nella mano e, nel bene o nel male, le emozioni guidano le decisioni più importanti che
compiamo all’interno della nostra vita.
“Per avere qualcosa di simile ad una teoria completa della razionalità umana, dobbiamo
capire quale ruolo giocano le emozioni umane in essa” diceva l’economista e psicologo
statunitense Herbert Simon. Non sorprende che vi siano tanti economisti nel campo della
psicologia; una delle branche che studia i processi di decision-making è proprio la finanza
comportamentale, un approccio che si basa sullo studio dei bias cognitivi che portano a
compiere decisioni non proprio razionali.
Le neuroscienze cosa ci dicono a riguardo invece? Ebbene, le aree che sono deputate al
decision-making sono la corteccia prefrontale e, in maniera “indiretta”, il sistema limbico.
Del sistema limbico abbiamo l’ippocampo, nel quale risiede la memoria. Qui torniamo anche
alla critica di Kahneman a Bernoulli: il “punto di riferimento” escluso da Bernoulli e introdotto
da Kahneman si rifà proprio al fatto che noi abbiamo bisogno di confrontare le opzioni
presenti con altre opzioni che possono essere anche nel passato. Quindi, l’ippocampo ci
aiuta ad avere delle linee guida costruite sulla nostra esperienza pregressa. Poi c’è la
sempre presente amigdala: questa permea di valore emozionale le opzioni che abbiamo a
disposizione, aiutando a calibrare meglio la nostra bilancia decisionale. Tutti questi processi,
poi, vanno a lavorare assieme alla corteccia prefrontale, alla quale spetta l’ultima parola.
Non per nulla si dice sia la sede della razionalità.
Uno studio condotto da un team del quale faceva parte anche Antonio Damasio,
neuroscienziato portoghese famoso (anche) per aver studiato e divulgato il caso di Phineas
Gage, mostra come dei danni alla corteccia prefrontale ventromediale causino nei pazienti
una riduzione di abilità nel sentire emozioni e una riduzione nella capacità di prendere
decisioni ottimali.

                                       

Ma c’è ancora qualcos’altro che può influenzare le nostre decisioni!

Il nostro comportamento. Oh davvero? Ma sei un genio! Lasciate che mi spieghi meglio. La
nostra tendenza ad agire in un certo modo, quindi le abitudini che modificano
intrinsecamente il nostro modo di reagire alle situazioni, anche quelle sono un’energia che
devia le nostre scelte. Per esempio, sono stati fatti degli studi sugli High Media Multitasker
(HMM) e i Low Media Multitasker (LMM), in pratica, coloro che fanno multitasking confrontati
con coloro che ne fanno meno. Il multitasking non è proprio propedeutico alla nostra
produttività a meno che non venga eseguito in un certo modo (Slow Multitasking). In questi
studi, infatti, è stato visto come gli High Media Multitasker compiano performance peggiori
in diversi ambiti cognitivi rispetto ai Low Media Multitasker tra i quali compiti di working
memory, di soglia dell’attenzione, di inibizione e, udite udite, di abilità di decision-making.
Quindi, una persona che ha come tendenza comportamentale quella di essere un
multitasker, inevitabilmente subirà delle conseguenze deleterie che, con tutta probabilità,
non percepirà. Ed è qui che c’è la beffa! Non se ne accorge neanche.
In più abbiamo l’ambiente. Anche l’ambiente in cui ci troviamo, o i vari ambienti, tra cui
scorriamo, hanno un’influenza diretta sulle nostre scelte. In un esperimento molto particolare
condotto da degli scienziati britannici, delle persone avevano la possibilità di dare un
contributo monetario (non obbligatorio) per pagare il caffè che bevevano, inserendo i soldi
in una scatola vicino la macchinetta. In determinati giorni veniva appeso al muro della stanza
un poster con degli occhi fissi mentre, in altri, semplici poster senza alcun potere suggestivo.
Ebbene, nei giorni in cui vi erano i poster con gli occhi le quote donate erano nettamente di
più rispetto ai giorni con poster insignificanti! I soggetti si sentivano inconsciamente osservati
e, forse, giudicati.
Insomma, prima di fare una scelta dobbiamo fare i conti con il fatto che abbiamo da passare
in rassegna davvero tante cose, di cui molte inconsapevoli, per riuscire a selezionare
un’opzione al 100% giusta per noi. Quindi, come si fa? Sembra impossibile, ma per fortuna
esistono varie linee guida interessanti.

Varie linee per prendere  delle decisioni: vediamone qualcuna

C’è un modello che è stato messo a punto da Jen Lerner, una psicologa della Harvard
Kennedy School, chiamato Emotion Imbued Choice Model (EICM) che è riconosciuto da più
di 30 anni di utilizzo nella ricerca. Si trova su internet, potete provare ad utilizzarlo. Oppure
ci sono addirittura delle App che possono aiutarvi a ponderare bene le vostre opzioni
valutandone ogni aspetto, proponendovi alla fine un preciso bilancio su quale potrebbe
essere effettivamente la scelta con più pro. Una di queste è Tiny Decision.
A livello più comportamentale, Liv Boeree, una comunicatrice scientifica e specialista di
giochi, in particolare del poker, ci può aiutare. La Boeree suggerisce di non sottovalutare il
potere del caso e della fortuna: non dipende tutto dalla qualità della nostra scelta ma una
buona dose di responsabilità la ha anche la fortuna. Anche se valutassimo tutto ciò che ci
influenza, comunque non avremo il controllo sulla variabile del caso. È importante quindi
liberarci di quel brutto ceffo dell’ego che vuole tutto il merito (anche delle cose peggiori) per
sentirsi meglio, e domandarci quanto del successo o insuccesso della nostra decisione
dipenda davvero da noi.
Poi c’è un altro consiglio, forse un po’ più diretto e fazioso (ma ricordiamoci che sono punti
di vista con cui possiamo anche dissentire): non fidarsi troppo dell’intuito! Adam Grant, nel
suo libro “Think Again: The Power of Knowing What You Don't Know”, parla della cosiddetta
“fallacia del primo istinto”. Egli cita un esperimento in cui a 1500 studenti dell’Università
dell’Illinois viene chiesto di compilare un test. Ebbene, hanno scoperto che i ¾ delle volte in
cui gli studenti cambiavano la loro prima scelta, finivano poi con il selezionare la risposta
corretta! Certo, l’intuizione è una specie di fidato consigliere, ma è anche colei che muove il
sistema 1 (o la mente emozionale che dir si voglia) e, la maggior parte delle volte, è proprio
dalla parte impulsiva che veniamo dirottati in scelte che ci faranno poi sentire pentiti o a
disagio, finendo in quella che alcuni scienziati chiamano dissonanza post decisionale.
In ultimo, ma chiaramente non per importanza: consapevolezza! La consapevolezza ci
permette di essere sicuri delle scelte che facciamo e di non rimuginare sul passato in termini
di negazione e pentimento. Dobbiamo fare un gran lavoro per migliorare noi stessi, perché
scegliere non è facile, e spesso porta a stati mentali stressanti e poco piacevoli. A questi
stati però può fare da mediatrice proprio la consapevolezza, perché qualsiasi scelta, se
meditata con presenza, ha le potenzialità di essere proprio la scelta giusta, anche se è quella
sbagliata. Pensateci!

Articolo scritto da Giuseppe Gargiulo, studente di psicologia.

Bibliografia:

Dan Gilbert, Why we make bad decisions, TEDGlobal 2005, Dicembre 2008, Video, 33:38,
https://www.ted.com/talks/dan_gilbert_why_we_make_bad_decisions
Liv Boeree, 3 lessons on decision-making from a poker champion, TED2018, Ottobre 2018,
Video, 06:07,
https://www.ted.com/talks/liv_boeree_3_lessons_on_decision_making_from_a_poker_
champion
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Adam, G., (2021), Think Again: The Power of Knowing What You Don't Know. New York:
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Kahneman, D., (2020), Pensieri lenti e veloci. Italia: Mondadori Goleman,
D., (2011), Intelligenza Emotiva. Italia: Rizzoli