L’abuso e il maltrattamento psicologico ai danni delle donne rappresentano ahimè delle realtà ancora troppo diffuse, frutto di fattori culturali, sociali e psicologici. La combinazione di questi fattori è molto complessa e articolata e rende ogni situazione di maltrattamento psicologico una storia a sé. Tuttavia, dal punto di vista psicodinamico, possiamo ravvisare degli aspetti in comune nelle dinamiche di abuso psicologico che possono aiutarci a orientarci in questo drammatico fenomeno per cercare di prevenirlo.
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ToggleNel silenzio di molte relazioni apparentemente normali si nasconde una forma di violenza meno evidente ma profondamente distruttiva: essa prende appunto il nome di abuso psicologico. A differenza della violenza fisica, che lascia segni visibili sul corpo, la violenza emotiva si insinua nella mente e nell’identità della vittima erodendo progressivamente la sua autostima e il suo senso di realtà.
Le donne maltrattate psicologicamente spesso non si riconoscono come vittime, intrappolate in una dinamica in cui il dolore viene razionalizzato, minimizzato o confuso con espressioni distorte di affetto.
La manipolazione emotiva operata dall’abusante altera la percezione della realtà portando la vittima a dubitare delle proprie emozioni e a credere di essere responsabile del maltrattamento subito. Questa distorsione psicologica contribuisce al mantenimento della relazione tossica rendendo estremamente difficile per le donne maltrattate psicologicamente prendere coscienza della propria condizione e trovare la forza per uscirne.
Comprendere le radici profonde di queste dinamiche è essenziale per offrire strumenti di consapevolezza e promuovere un percorso di emancipazione dalle forme di violenza più sottili che tuttavia possono lasciare segni indelebili nella psiche delle donne maltrattate psicologicamente.
Le dinamiche che caratterizzano le donne maltrattate psicologicamente non sono uniformi ma si declinano in modi diversi a seconda della storia personale, dei meccanismi di difesa e delle esperienze relazionali che hanno plasmato il loro modo di stare nel mondo.
Da un punto di vista psicodinamico, la struttura psichica della vittima e il modo in cui questa entra in relazione con l’altro sono spesso determinati da modelli interni costruiti fin dall’infanzia, influenzati dall’attaccamento alle figure genitoriali e dalle modalità con cui il bisogno di amore, protezione e riconoscimento è stato soddisfatto o, al contrario, frustrato.
Esistono donne che sviluppano una profonda dipendenza affettiva, condizione in cui il bisogno di essere amate diventa così totalizzante da oscurare la capacità di riconoscere i segnali di pericolo. Queste persone tendono a investire completamente nella relazione vedendo nel partner la fonte esclusiva di validazione e sicurezza emotiva.
L’abuso psicologico viene vissuto come un “prezzo da pagare” pur di non perdere il legame, in una dinamica in cui il dolore viene razionalizzato o minimizzato per evitare di confrontarsi con l’angoscia della solitudine. In alcuni casi, l’idealizzazione dell’altro gioca un ruolo fondamentale: la vittima attribuisce al partner qualità che non possiede giustificando i suoi comportamenti con spiegazioni che spostano il focus dalle sue responsabilità agli eventi esterni, come stress o difficoltà personali.
Altre donne, invece, tendono a replicare inconsciamente modelli relazionali interiorizzati nel passato rientrando in quella che Freud definiva coazione a ripetere. Se da bambine sono cresciute in un ambiente in cui l’amore era associato al controllo, alla svalutazione o all’instabilità affettiva, è possibile che nell’età adulta cerchino partner che riproducono quelle stesse dinamiche.
Questo spiega perché alcune persone restano invischiate in più di una relazione tossica, senza riuscire a spezzare il circolo vizioso. In questi casi, la violenza subita viene vissuta come qualcosa di familiare e il dolore che ne deriva viene elaborato attraverso difese inconsce come la dissociazione o la negazione impedendo alla vittima di riconoscere la necessità di un allontanamento.
Un altro gruppo comprende donne che, pur avendo consapevolezza della sofferenza che vivono, faticano a uscirne a causa della manipolazione emotiva subita nel tempo. In questo caso, l’aggressore alterna momenti di affetto e vicinanza a episodi di svalutazione e controllo creando nella vittima un senso di confusione e dipendenza psicologica. Il fenomeno del gaslighting, ad esempio, è una strategia di manipolazione che porta la vittima a dubitare della propria percezione della realtà rendendola incapace di riconoscere la violenza come tale.
Questo processo mina progressivamente l’autostima portando la donna a convincersi che il problema risieda in lei e non nel comportamento abusante del partner.
Non tutte le donne maltrattate psicologicamente reagiscono nello stesso modo alla violenza subita. Alcune trovano la forza di ribellarsi rapidamente, spesso grazie a un sistema di supporto solido e alla capacità di riconoscere i segnali dell’abuso. Altre, invece, rimangono intrappolate per anni, imprigionate da paure profonde legate alla dipendenza affettiva, al senso di colpa o alla percezione di non avere alternative concrete.
L’uscita da una relazione abusante è un processo complesso, spesso fonte di ansia e stress, che non si riduce alla sola separazione fisica ma richiede una rielaborazione profonda dei modelli interiorizzati e delle ferite emotive che hanno reso possibile il perpetuarsi dell’abuso.
Dal punto di vista terapeutico, il lavoro con le vittime di abuso psicologico deve mirare a ricostruire un senso di sé autonomo, in grado di aiutare la persona a decostruire le dinamiche interne che l’hanno portata a tollerare la violenza e a riconoscere il proprio diritto a relazioni sane e rispettose. Solo attraverso un percorso di consapevolezza e rielaborazione delle esperienze passate diventa possibile interrompere il ciclo della violenza e riappropriarsi della propria identità.
Le cause profonde che portano alcune donne maltrattate psicologicamente a ritrovarsi coinvolte in relazioni abusanti non possono essere ridotte a una semplice questione di sfortuna o casualità.
Da una prospettiva psicodinamica, le esperienze infantili e i modelli relazionali interiorizzati giocano un ruolo determinante nel predisporre alcune persone a tollerare comportamenti svalutanti e coercitivi, al punto da non riconoscerli immediatamente come dannosi. Il modo in cui una donna ha sperimentato l’amore e l’accudimento nei primi anni di vita condiziona profondamente la sua capacità di stabilire relazioni sane influenzando la percezione del proprio valore e della possibilità di essere amata senza condizioni di subordinazione.
Molte donne maltrattate psicologicamente hanno vissuto, fin dall’infanzia, esperienze di attaccamento insicuro, caratterizzate da genitori emotivamente distanti, imprevedibili o eccessivamente controllanti. Se una bambina cresce in un contesto in cui l’amore viene concesso solo a fronte di sottomissione, obbedienza o annullamento di sé, tenderà a interiorizzare un modello relazionale in cui il legame affettivo è associato alla paura dell’abbandono o alla necessità di sacrificare i propri bisogni per compiacere l’altro.
Questi schemi, una volta radicati, diventano parte della struttura psichica e si ripresentano nelle relazioni adulte sotto forma di attrazione inconscia per partner dominanti, svalutanti o controllanti.
L’abuso psicologico subito nella relazione di coppia non è percepito immediatamente come una violenza, proprio perché richiama dinamiche già vissute e integrate nell’identità. L’individuo tende a replicare ciò che conosce cercando inconsciamente di risolvere conflitti emotivi irrisolti attraverso la ripetizione.
Questo fenomeno, noto come coazione a ripetere, spiega perché alcune persone rimangono intrappolate in più di una relazione tossica scegliendo inconsciamente partner che riproducono le stesse modalità relazionali patologiche sperimentate nell’infanzia.
Un altro aspetto fondamentale che predispone alcune donne maltrattate psicologicamente all’abuso è la loro vulnerabilità alla manipolazione emotiva. La progressiva erosione dell’autostima, spesso iniziata molto prima della relazione abusante, le porta a dubitare delle proprie percezioni e a cercare conferme nell’altro, anche quando queste arrivano sotto forma di svalutazione o controllo.
Il meccanismo del gaslighting, ad esempio, sfrutta proprio questa insicurezza portando la vittima a credere di essere in errore e spostando la responsabilità della violenza su di lei. Questo tipo di condizionamento psichico rafforza il senso di dipendenza dal partner rendendo estremamente difficile l’uscita dalla dinamica abusante.
L’ambivalenza emotiva che caratterizza molte vittime di abuso psicologico è un ulteriore elemento che contribuisce a mantenere il legame con l’aggressore. Molte donne sperimentano un conflitto interno tra la consapevolezza del danno subito e la speranza che l’altro possa cambiare. Questa oscillazione tra il desiderio di protezione e la paura di perdere il legame è spesso alimentata da schemi interni in cui l’amore è stato vissuto come un’esperienza instabile, condizionata da dinamiche di potere e sottomissione.
Le esperienze infantili di trascuratezza emotiva o di esposizione a modelli genitoriali disfunzionali possono portare la vittima a sviluppare una profonda incapacità di riconoscere i confini tra ciò che è accettabile e ciò che è distruttivo in una relazione.
Se l’amore è stato appreso come un legame caratterizzato da sofferenza, controllo e svalutazione, l’abuso viene vissuto come un aspetto inevitabile dell’intimità. Questa confusione porta a una tolleranza prolungata della violenza e a una difficoltà nel riconoscere i segnali d’allarme di una relazione tossica prima che questa diventi pervasiva e invalidante.
Il percorso di consapevolezza e cambiamento per le donne maltrattate psicologicamente passa attraverso un processo terapeutico che le aiuti a decostruire questi schemi disfunzionali favorendo una nuova comprensione del proprio valore e delle proprie possibilità di scelta.
Il lavoro clinico non può limitarsi a un rafforzamento dell’autostima ma deve toccare le radici più profonde di queste dinamiche aiutando la persona a riconoscere e trasformare i modelli relazionali interiorizzati che la tengono prigioniera della violenza. Solo attraverso questa rielaborazione è possibile interrompere il ciclo dell’abuso e ricostruire relazioni fondate sul rispetto e sulla reciprocità.
Le donne maltrattate psicologicamente spesso non appaiono immediatamente riconoscibili, poiché la violenza subita non lascia segni visibili sul corpo ma si insinua profondamente nella loro identità, nella percezione di sé e nella loro capacità di autodeterminazione. L’abuso psicologico, infatti, è caratterizzato da dinamiche sottili e pervasive che minano progressivamente la sicurezza interiore della vittima rendendola incapace di riconoscere la propria sofferenza come il risultato di una violenza.
A differenza della violenza fisica, che ha un’evidenza immediata, la violenza emotiva si manifesta attraverso un graduale deterioramento dell’autostima, il senso di insicurezza, di inadeguatezza e la progressiva perdita di fiducia nelle proprie percezioni.
Una delle manifestazioni più comuni è la difficoltà a esprimere opinioni personali e a prendere decisioni in maniera autonoma. Le donne maltrattate psicologicamente possono apparire insicure, esitanti nel formulare pensieri che possano contraddire il partner e spesso mostrano un atteggiamento di costante autocritica. Questo avviene perché la manipolazione emotiva operata dall’abusante ha ridotto la sua capacità di fidarsi del proprio giudizio portandola a dipendere sempre più dalle valutazioni dell’altro.
Il fenomeno del gaslighting è uno degli strumenti principali attraverso cui l’aggressore riesce a distorcere la percezione della realtà della vittima portandola a dubitare della propria memoria, delle proprie emozioni e persino della propria sanità mentale. La vittima può arrivare a giustificare comportamenti offensivi o svalutanti minimizzando il proprio disagio e attribuendo la responsabilità del conflitto a se stessa, piuttosto che al comportamento abusante del partner.
Un altro segnale distintivo è l’isolamento progressivo. Le donne maltrattate psicologicamente tendono a ritirarsi dal proprio ambiente sociale allontanandosi da amici e familiari. Questo isolamento non è sempre imposto in modo esplicito dal partner ma spesso avviene attraverso strategie sottili di controllo e colpevolizzazione.
L’abusante può insinuare che le persone vicine alla vittima siano ostili alla relazione, che non comprendano la loro storia d’amore o che siano addirittura una minaccia per la coppia. La vittima, nel tentativo di mantenere la stabilità del rapporto, può ridurre volontariamente il contatto con il mondo esterno, fino a trovarsi in una condizione di dipendenza affettiva ed emotiva, priva di punti di riferimento che possano aiutarla a riconoscere la violenza subita.
Le emozioni sperimentate da una donna coinvolta in una relazione tossica sono spesso caratterizzate da un’alternanza tra paura, senso di colpa e speranza. La paura è legata alla possibilità di perdere il partner o di subire ritorsioni emotive se prova ad affermare la propria autonomia.
Il senso di colpa nasce dalla convinzione, spesso instillata dall’aggressore, di essere lei la causa dei problemi della coppia, di non essere abbastanza comprensiva o paziente.
La speranza, invece, è ciò che la tiene legata alla relazione: la convinzione che, con il tempo e il giusto impegno, il partner possa cambiare tornando a essere la persona affettuosa e premurosa che era nei momenti iniziali della relazione. Questa alternanza di emozioni crea una confusione profonda che rende difficile prendere consapevolezza della propria condizione e attivare una reazione concreta per uscirne.
Dal punto di vista psicodinamico, la difficoltà a riconoscere e a sottrarsi a una relazione abusante è legata a schemi relazionali interiorizzati nell’infanzia. Se la persona ha sperimentato un modello affettivo caratterizzato da instabilità, svalutazione o richieste affettive ambivalenti, è più probabile che sviluppi una maggiore tolleranza verso dinamiche relazionali disfunzionali. Questo spiega perché alcune donne rimangono intrappolate a lungo in rapporti nocivi, incapaci di riconoscere la violenza subita come qualcosa di intollerabile.
Riconoscere le donne maltrattate psicologicamente che vivono un abuso psicologico significa andare oltre le apparenze, significa cogliere i segnali nascosti dietro atteggiamenti di autocritica, insicurezza e isolamento.
La comprensione di queste dinamiche è essenziale per offrire un supporto adeguato, per aiutare la donna a riconquistare fiducia in se stessa e a riprendere in mano la propria vita. Solo attraverso un processo di consapevolezza e un intervento psicoterapeutico mirato è possibile interrompere il ciclo della violenza e favorire una reale emancipazione.
Aiutare le donne maltrattate psicologicamente richiede un intervento sensibile e approfondito, fondato sulla comprensione delle dinamiche inconsce che le tengono legate alla relazione abusante. La psicoterapia psicodinamica, così come la psicoterapia psicodinamica online, si propone di esplorare le radici profonde della sofferenza aiutando la vittima a riconoscere i meccanismi interni che la portano a tollerare l’abuso psicologico e a sviluppare una nuova consapevolezza di sé e delle proprie possibilità di cambiamento.
Il primo passo è la creazione di un’alleanza terapeutica solida che rappresenti uno spazio sicuro in cui la donna possa esprimere il proprio vissuto senza paura di essere giudicata o colpevolizzata. Spesso, chi è coinvolta in una relazione tossica ha interiorizzato la convinzione di essere responsabile della violenza subita, a causa della costante svalutazione e delle dinamiche di manipolazione emotiva a cui è stata esposta.
Un ascolto empatico e validante è essenziale per permetterle di riconoscere il proprio diritto a essere rispettata e per iniziare a decostruire le narrazioni disfunzionali che la tengono imprigionata.
Dal punto di vista psicodinamico, è necessario lavorare sulla comprensione delle dinamiche inconsce che contribuiscono alla ripetizione degli schemi relazionali patologici. Spesso, le donne maltrattate psicologicamente hanno vissuto esperienze infantili di attaccamento insicuro, caratterizzate da relazioni con figure primarie ambivalenti o svalutanti.
La terapia aiuta a far emergere queste esperienze e a collegarle al presente mostrando come il bisogno di accettazione e la paura dell’abbandono possano aver favorito la scelta inconsapevole di un partner abusante. Questo processo di consapevolezza è fondamentale affinché la vittima possa gradualmente separare il passato dal presente riconoscendo che la sua sofferenza attuale non è una condizione inevitabile ma il risultato di schemi appresi che possono essere modificati.
Un altro aspetto centrale del lavoro psicoterapeutico riguarda l’analisi dei meccanismi di difesa messi in atto dalla vittima per sopravvivere alla violenza. L’abuso psicologico spesso porta a fenomeni come la dissociazione e la razionalizzazione, strategie che hanno la funzione di proteggere la psiche dal dolore ma che, al contempo, impediscono una piena presa di coscienza della realtà. La terapia lavora per favorire l’integrazione di questi aspetti rimossi o distorti aiutando la persona a riappropriarsi della propria esperienza senza negarne la gravità.
Oltre al lavoro di rielaborazione interna, è importante sostenere la donna nel processo di recupero della propria autonomia e del senso di autoefficacia. Chi ha subito manipolazione emotiva tende a perdere progressivamente la fiducia nelle proprie capacità decisionali sentendosi dipendente dal partner e incapace di affrontare la vita senza di lui. La psicoterapia psicodinamica aiuta la vittima a riconoscere e rafforzare le proprie risorse promuovendo una maggiore sicurezza in se stessi e nelle proprie possibilità di cambiamento.
Un ulteriore obiettivo è la rielaborazione del lutto legato alla fine della relazione. Anche quando le donne maltrattate psicologicamamente riconoscono il danno subito e decidono di allontanarsi, possono sperimentare un profondo dolore e una sensazione di perdita, dovuto non solo alla separazione dal partner ma anche alla fine dell’illusione che la relazione potesse trasformarsi in un legame sano.
Accettare la realtà dell’abuso psicologico, senza ricadere nella speranza che l’aggressore possa cambiare, è un passaggio difficile che richiede un sostegno costante per evitare il rischio di ricadute o di nuovi legami disfunzionali.
Infine, è cruciale lavorare sulle rappresentazioni interne dell’amore e delle relazioni. Questo è possibile aiutando la vittima a sviluppare una nuova visione di sé e degli altri. Per molte donne maltrattate psicologicamente il concetto di amore è stato associato alla sofferenza, al sacrificio e al bisogno di compiacere l’altro per essere accettate.
Il percorso terapeutico deve mirare a decostruire queste convinzioni promuovendo una nuova capacità di costruire relazioni basate sul rispetto, sulla reciprocità e sulla libertà emotiva. Solo attraverso questa trasformazione profonda è possibile spezzare il circolo vizioso della violenza e favorire un’autentica rinascita psicologica.
La rete sociale svolge un ruolo cruciale nel processo di riconoscimento e contrasto dell’abuso psicologico per molte donne maltrattate psicologicamente. Quando una persona è intrappolata in una relazione tossica, la presenza di familiari, amici e professionisti in grado di offrire supporto può fare la differenza tra il rimanere in una condizione di sofferenza e l’avviare un percorso di emancipazione.
Tuttavia, affinché la rete sociale possa essere realmente d’aiuto, è necessario che essa sia consapevole delle dinamiche dell’abuso, comprenda i meccanismi psicologici che tengono la vittima legata all’aggressore e sia in grado di offrire sostegno senza pressioni o giudizi.
Molte donne maltrattate psicologicamente non riconoscono in modo tempestivo la violenza che subiscono. La manipolazione emotiva da parte del partner le porta a minimizzare il proprio disagio, a sentirsi in colpa e a credere di essere responsabili delle reazioni aggressive dell’altro. In questo contesto, il supporto di una rete sociale consapevole è essenziale per offrire una visione alternativa della situazione.
Amici e familiari possono aiutare la vittima a ricostruire la realtà mostrando che ciò che sta vivendo non è normale né accettabile, senza però forzarla a prendere decisioni immediate ma accompagnandola gradualmente in un percorso di consapevolezza.
Un aspetto fondamentale è l’ascolto empatico. Chi ha vissuto a lungo in una condizione di svalutazione costante ha bisogno di sentirsi accolta e creduta, senza il timore di essere giudicata per non aver ancora lasciato il partner. Spesso, una donna che subisce abuso psicologico è combattuta tra il desiderio di allontanarsi e la paura della solitudine, della vendetta dell’aggressore o dell’incapacità di ricostruire una vita autonoma.
La rete sociale, anziché esprimere frustrazione o incredulità di fronte alla difficoltà della vittima di prendere una decisione netta, dovrebbe sostenerla con pazienza aiutandola a trovare risorse emotive e pratiche per rafforzarsi e riconquistare il controllo sulla propria vita.
Oltre all’aspetto emotivo, la rete sociale può fornire un aiuto concreto supportando la vittima nella ricerca di soluzioni pratiche. Questo può includere l’accompagnamento presso centri antiviolenza, la messa in contatto con professionisti specializzati in relazioni tossiche, l’aiuto nella ricerca di un’abitazione o di un’indipendenza economica.
Uno dei principali ostacoli all’uscita da una relazione abusante è proprio la dipendenza economica e abitativa che spesso porta la vittima a rimanere con il partner per mancanza di alternative concrete. Offrire supporto logistico, senza sostituirsi completamente alle sue decisioni, è un modo efficace per aiutarla a riacquisire autonomia.
Un altro ruolo essenziale della rete sociale è la protezione. In molte situazioni, il distacco dall’abusante può rappresentare un momento di forte rischio, poiché l’aggressore può intensificare il controllo o reagire con minacce e violenza più diretta. La presenza di persone di fiducia che monitorano la situazione e offrono un punto di riferimento stabile è fondamentale per garantire la sicurezza della vittima durante questo passaggio delicato.
Infine, il supporto della rete sociale deve proseguire anche dopo la separazione dalla relazione abusante. Le ferite emotive lasciate da una manipolazione emotiva prolungata non scompaiono con la fine del rapporto: richiedono tempo e un lavoro psicologico approfondito per essere elaborate. Il sostegno costante di amici, familiari e gruppi di supporto può aiutare la vittima a non ricadere negli stessi schemi relazionali favorendo la costruzione di una nuova identità affettiva e relazionale basata sul rispetto e sull’autonomia.
In conclusione, la rete sociale può rappresentare un elemento chiave per aiutare una donna a uscire dall’abuso psicologico ma deve agire con consapevolezza, empatia e rispetto dei tempi della vittima. Un sostegno equilibrato, che non sia né pressante né distante, può fare la differenza nel permettere alla persona di riconoscere la propria sofferenza, di prendere coscienza delle proprie risorse e di ricostruire una vita libera dalla violenza.
Nel contesto di una relazione sana, i conflitti sono momenti di confronto in cui entrambi i partner hanno la possibilità di esprimere le proprie opinioni e di trovare soluzioni reciproche. L’abuso psicologico, invece, si manifesta attraverso dinamiche di controllo, svalutazione e manipolazione costante in cui il potere è sbilanciato e un partner esercita un’influenza coercitiva sull’altro.
Un segnale distintivo dell’abuso è il progressivo deterioramento dell’autostima della vittima che inizia a dubitare di se stessa e a sentirsi responsabile della sofferenza all’interno della coppia. Se il conflitto porta a un costante senso di paura, insicurezza e perdita della propria autonomia, è probabile che si tratti di una relazione tossica piuttosto che di un semplice disaccordo.
Le donne maltrattate psicologicamente possono sviluppare conseguenze emotive profonde che persistono anche dopo l’uscita dalla relazione abusante. Tra gli effetti più comuni vi sono l’ansia generalizzata, la depressione, la difficoltà a fidarsi degli altri e l’alterazione dell’immagine di sé.
La manipolazione emotiva può portare a un senso di disorientamento e a una perdita di connessione con le proprie emozioni. Questo può rendere difficile la costruzione di nuove relazioni sane. In alcuni casi, le vittime sviluppano sintomi legati al disturbo da stress post-traumatico (PTSD), con episodi di flashback, ipervigilanza e una costante sensazione di minaccia. La psicoterapia psicodinamica può aiutare a rielaborare il trauma e a ricostruire un senso di sé autonomo e autentico.
Sì, è molto comune che una vittima di manipolazione emotiva non riconosca immediatamente la violenza psicologica che sta subendo. Questo accade perché l’abuso emotivo è spesso graduale e si struttura attraverso dinamiche sottili, come il gaslighting, la svalutazione intermittente e l’isolamento relazionale.
L’abusante alterna momenti di affetto a episodi di svalutazione creando confusione e dipendenza affettiva nella vittima. Inoltre, molte donne maltrattate psicologicamente hanno interiorizzato modelli relazionali disfunzionali fin dall’infanzia e questo rende più difficile distinguere un comportamento affettivo sano da uno abusante. Solo attraverso un percorso di consapevolezza, spesso supportato da una rete di sostegno o da un aiuto professionale, è possibile riconoscere la natura tossica della relazione e spezzare il ciclo della violenza.
L’uscita da una relazione tossica deve essere pianificata con cautela, soprattutto se l’abusante ha mostrato tendenze al controllo ossessivo o alla violenza psicologica intensa. Il primo passo è rafforzare la consapevolezza della propria condizione e ricostruire un sistema di supporto fidato coinvolgendo amici, familiari o centri specializzati nella tutela delle vittime di violenza.
È fondamentale evitare il confronto diretto con l’aggressore e, quando possibile, elaborare un piano di uscita che tenga conto di aspetti pratici come la sicurezza abitativa ed economica. Anche l’aiuto di un terapeuta esperto in dinamiche abusive può essere determinante per affrontare il distacco senza ricadere in meccanismi di dipendenza affettiva o sensi di colpa indotti dalla manipolazione emotiva.
La tendenza a instaurare ripetutamente relazioni disfunzionali può essere spiegata da meccanismi psicodinamici profondi tra cui la coazione a ripetere, un fenomeno descritto da Freud che porta l’individuo a ricercare inconsciamente situazioni che riproducono esperienze infantili irrisolte.
Se una donna è cresciuta in un ambiente in cui l’amore era condizionato dalla paura, dalla svalutazione o dal controllo, tenderà a percepire questo tipo di legame come familiare e, quindi, “normale”.
Inoltre, l’abuso psicologico altera la percezione di sé e delle proprie capacità di scelta generando un senso di dipendenza che può ripresentarsi in nuove relazioni. Per interrompere questo schema, è essenziale un lavoro terapeutico che aiuti la vittima a riconoscere i segnali precoci di una relazione tossica e a sviluppare strumenti per costruire rapporti affettivi più equilibrati e sicuri.
Dott. Davide Ivan Caricchi
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