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Scritto dal Dott. Davide Caricchi
Scritto il 5 Mag, 2023
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Il bisogno di approvazione nella “Generazione Z” e non solo: spunti di riflessioni sull’uso dei social

“Il bisogno di approvazione nella “Generazione Z” e non solo: spunti di riflessioni sull’uso dei social” è un articolo scritto da Alessio Sidoti di @psicologia¬_di_antares.

Fin dagli albori dell’umanità, l’essere umano si è prodigato nella costituzione di
gruppi sociali, inizialmente tramite le tribù. Con l’evolversi delle competenze socializzanti dell’uomo, si iniziarono a costituire forme sempre più
‘complesse’ ed articolate di gruppi sociali. Nell’antica Grecia si parlava
di ‘paideia’, un ‘lungo percorso che permetteva la formazione dei futuri
cittadini’ (fonte: Wikipedia): attraverso la ‘paideia’ si poteva raggiungere l’‘aretè’, il conseguimento della perfezione, non solo dal
punto di vista della forma fisica ma anche attitudinale e culturale (1).
Oggi, ovviamente, la cultura è cambiata, così come la vita e le sue abitudini:
viviamo in un’epoca fatta di innovazioni e di rapide trasformazioni sociali, ma ‘non è tutto oro quel che
luccica’ (2). Spesso lo spasmodico bisogno di approvazione guida le nostre esistenze. Viviamo in un mondo fatto di illusioni, dove i social
vanno talvolta a distorcere ciò che vediamo e sentiamo e i ‘video virali’ possono generare un’illusione della realtà. Questi ‘contenuti’ e ‘realtà illusorie’ colpiscono per lo più
la cosiddetta ‘Generazione Z’ che possiamo considerare paradossalmente vittima e
carnefice di se stessa. Vittima e carnefice del bisogno di approvazione. Ma perché? Scopriamolo insieme nei paragrafi successivi.

Il bisogno di approvazione

Bisogno di approvazione e social network: ahimè un ‘binomio’ che spesso è indissolubile e che molte volte giunge all’attenzione di psicologo e psicologo online. Al giorno d’oggi si assiste ad una dipendenza spropositata dall’uso dei
social media: a livello mondiale si stima che circa 3,8mld di
persone utilizzino i social e trascorrano su di essi 142 minuti
al giorno (3). La ‘dipendenza da social media’ è una dipendenza
comportamentale nella quale vi è uno smodato utilizzo dei social media. In tutto ciò si può ravvisare una
voglia irrefrenabile e incontrollata di accedere ai canali social (4). Vi è
questo ‘desidero’ indomabile nell’esser necessariamente
collegati quasi “h24” alla rete. Molte persone avvertono la ‘necessità’ di postare in tempo reale dove sono e
cosa stanno facendo, come se cercassero l’approvazione continua da parte di
qualcuno. Il bisogno di approvazione non è negativo in sé
ma potrebbe sfociare in un comportamento disadattivo e potrebbe trasformarsi
in un comportamento ‘tossico’ quando l’opinione altrui diventa ‘legge’. Vi è un vero e proprio ‘affanno’ nell’apparire sui
social, in cerca di una ‘approvazione sociale’ nel
pubblicare ‘post’ o ‘stories’ quasi incessantemente. Lo
psicologo José Elìas (5), presidente dell’Associazione Spagnola di
Ipnosi, stabilisce il concetto di ‘postare’ come ‘l’adozione di
determinati abitudini, gesti e comportamenti volti a proiettare un’immagine positiva di sè, allo scopo di
dimostrare agli altri che siamo felici, sebbene non sia davvero
così o non ne siamo davvero convinti”.

Bisogno di approvazione e rischio di distorsione della realtà

Inoltre il nostro stato d’animo, col procedere dell’uso massiccio dei social network, può ‘modificarsi’, può andare incontro a trasformazioni. Nel mondo social si può assistere per esempio all’’effetto felicità
contagiosa’, ovvero quel tentativo di riprodurre artificiosamente e forzatamente le emozioni positive trasmesse dai post\stories degli altri (6). Secondo uno studio
pubblicato sul ‘Journal of American Medical Association
Pediatrics’, condotto su un campione di 169 alunni di
prima e seconda media, i bambini che
controllano spesso le notifiche dei social sono quelli che sviluppano un’ipersensibilità nei confronti dei feedback dei loro coetanei (7): un esempio lampante di quanto il bisogno di approvazione possa condizionare l’esistenza sin dalla tenera età.
I social network danno la possibilità di ostentare una maschera illusoria
e distorta della realtà in cui viviamo. Tale ostentazione, se portata agli estremi, rischia di generare uno sterile sistema di ‘icone’ dove ci vengono mostrati
influencer sempre felici, sempre in forma smagliante,
alimentando una “fiamma narcisistica” che impatta sulle fragilità degli utenti. Il sistema dei social, se non gestito in maniera adeguata, può contribuire nell’alimentare sempre di più un profondo disagio psicologico (oltre che
fisico). Secondo uno studio americano, vi è una correlazione
tra l’aumento di quantità di tempo speso sui social
(Facebook\Instagram\TikTok\ecc.) e l’aumento della
depressione e della solitudine (8). Infatti da qualche anno si
parla di FOMO, ovvero ‘fear of missing out’, la paura di
restare senza connessione, di restare tagliati fuori dalla
‘rete’.

L’illusione dei social e la ‘de-individuazione’

Perché parliamo di illusione? Credete che i video diventino virali perché
effettivamente ‘di qualità’? In realtà non è affatto così: in un’intervista, Jamie
Favazza, portavoce di TikTok, ha confermato a Forbes che alcuni dei suoi
dipendenti statunitensi possono decidere cosa e chi diventa virale (9). Questo può avere pertanto un effetto devastante sui modelli da seguire per dar sfogo al proprio bisogno di approvazione.
Un altro esempio emblematico che possiamo citare riguarda le ‘fit-influencer’: moltissime
di loro, per ‘pompare’ alcune parti del corpo (specialmente glutei),
utilizzano delle ‘protesi’ in silicone. Ma anche gli uomini non si salvano
da questa pratica, mettendo in mostra un corpo che di ‘natural’ ha ben
poco, specialmente a causa di sostanze estremamente dopanti e all’uso
del synthol nei muscoli. Questi esempi ci fanno capire quante illusioni si possono celare dietro i social, se non usati e non diffusi in maniera responsabile e ragionevole. A tal proposito, un altro esempio è rappresentato dalle foto ritoccate
su Instagram che mettono in mostra dei fisici che nella realtà non
esistono. Purtroppo la struttura dei social, insieme all’incessante bisogno di approvazione, contribuisce spesso all’insorgenza di
comportamenti problematici noti come ‘de-individuazione’ (chiamato
anche ‘Effetto Lucifero’, un fenomeno psicosociale indagato dallo
psicologo Zimbardo nel suo famosissimo esperimento carcerario di
Stanford).

Che cos’è la de-individuazione?

La ‘de-individuazione’ consiste nella perdita di
‘autocontrollo’ ed ‘autoconsapevolezza’ che si manifesta in
determinate dinamiche sociali o di gruppo che possono portare ad atteggiamenti di prevaricazione, oppressione e violenza verbale. Si può facilmente intuire
come le storture dei social favoriscano ‘alla grande’ questo fenomeno, motivo per cui
si assiste spesso nei social ad un’aggressività spropositata, ad una prevaricazione nell’uso sia del
linguaggio che del comportamento sociale.

Le conseguenze: il cyber-bullismo

Queste dinamiche contribuiscono in maniera significativa all’affermazione del ‘cyber-bullo’ il quale crede (erroneamente) di esser al sicuro dietro
lo schermo del suo cellulare o del suo PC e di non essere rintracciabile (è importante sapere che in realtà
tutto rimane trascritto nei social: anche se cancellate un qualsiasi
commento, la ‘traccia’ rimane). A partire da questa convinzione, il cyber-bullo inizia a tartassare la
vittima di messaggi, d’insulti, di denigrazioni, ecc. Il cyber-bullismo è ancor più infido del
bullismo ‘classico’, poiché il cyber-bullo ti ‘raggiunge’ fin dentro le
mura di casa e di conseguenza la vittima non si sente più al sicuro. Ma
ricordiamoci che dietro questi comportamenti vi è spesso un ambiente
familiare\sociale estremamente degradante: il più delle volte, il bullo agisce a causa degli abusi e dei maltrattamenti che riceve o vede in
famiglia o nella sua cerchia di amicizie.
Ricordate: non abbiate timore di
denunciare episodi di bullismo o cyber-bullismo, parlatene con qualcuno che vi possa comprendere ed
aiutare nella lotta al bullismo (famiglia, insegnanti, psicologi scolastici, ecc.).
Senza dimenticare che c’è anche a disposizione il 114, il numero di
emergenza per tutelare sia bambini che adolescenti in situazioni di
pericolo.

Alessio Sidoti (@psicologia_di_antares)

 

Bibliografia

1 Storica National Geographic, articolo scritto da Raquel Lòpez Melero.https://www.storicang.it/a/paideia-
leducazione-nellantica-grecia_14824
2 proverbio italiano, l’espressione si è diffusa tramite l’opera ‘Il mercante di Venezia’ di William Shakespeare.
3 fonte: Statista,2020https://www.istitutobeck.com/psicoterapia-disturbi-psicologici-terapie/le-nuove-
dipendenze/dipendenza-da-social-media
4 fonte: Tutgun-Unal;2020https://www.istitutobeck.com/psicoterapia-disturbi-psicologici-terapie/le-nuove-
dipendenze/dipendenza-da-social-media
5 fonte: lamenteèmeravigliosa https://lamenteemeravigliosa.it/laffanno-di-apparire-sui-social-network/
6 fonte: studio pubblicato su ‘PLOS ONE’, condotto da James Fowler della University of San Diego
https://www.leggo.it/tecnologia/news/felicit_agrave_contagiosa_su_facebook_post-325896.html
7 fonte: Journal of American Medical Association Pediatrics, studio condotto da Eva Telzer dell’università della North
Carolina a Chapel Hill https://www.agi.it/scienza/news/2023-01-03/effetti-social-internet-cervello-giovani-19467495/
8 fonte: Journal of Social and Clinical Psychology, Università della Pennsylvania
https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/neuroscienze/piu-social-piu-soli-facebook-e-instagram-fra-
solitudine-e-depressione
9 fonte: Jamie Favazza, portavoce di Tiktok, a Forbes https://www.forbes.com/sites/emilybaker-
white/2023/01/20/tiktoks-secret-heating-button-can-make-anyone-go-viral

 

 

 

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