Il lutto non elaborato come "mostro inquietante": analisi psicologica del film “Babadook”

Articolo scritto da Giusy Evelin Licata

Con questo articolo analizzeremo dal punto di vista psicologico un film che presenta tutta una serie di dinamiche riconducibili al lutto non elaborato e ai suoi risvolti più inquietanti e psicopatologici: The Babadook. The Babadook è un film horror.
In ebraico, ba-badook ha un significato per niente rassicurante: significa “sta arrivando davvero”.
Non è un film “di paura” ma un film “di angoscia” che unisce sensazioni claustrofobiche a terrori mortiferi.
Qual è la trama di questo film?
Non è un film facile, specialmente all’inizio. I due protagonisti sono Amelia e suo figlio di sette anni.
Madre e figlio vivono insieme in un’atmosfera surreale, privata di ogni slancio futuro e incapace di tornare sul passato traumatico.

                                            

Una diade chiusa in un lutto non elaborato

Nella famiglia manca il padre, morto in un incidente stradale mentre portava la moglie all’ospedale per il parto.
La morte del padre è un tabù: Amelia non ne parla da sette anni.
Una sera, durante il solito rito della favola della buonanotte, il figlio presenta alla madre un libro che lei non ha mai visto e che vorrebbe che gli venisse letto: “Babadook”.
Si scopre che Babadook è un'anima nera che aleggia su questa famiglia, sulla diade madre-bambino, tormentandone le notti.
Dapprima Amelia rinnega la realtà del mostro che invece Samuel vede e cerca di allontanare con armi costruite in cantina, la stessa cantina dove gli è proibito andare perché lì ci sono “le cose” del padre defunto.
Sam prova a proteggere la madre dai suoi fantasmi funzionando da figlio “para-lutto”, come lo chiamava Racamier, ergendosi a suo difensore.
Amelia dapprima prova a eliminare fisicamente il libro da casa, libro che però continua a tornare fino a quando lo spirito del Babadook non si impossessa di lei.
Dopo molte resistenze, Amelia cede e Babadook entra e ne cambia la personalità. da donna flebile e spaventata, si trasforma in una vera e propria psicopatica sempre più preda di impulsi omicidi verso il figlio.
La rabbia, le minacce, i rimproveri, le fantasie aggressive verso il figlio escono allo scoperto.
Babadook all’inizio sembra incarnare proprio la fantasia di uccidere il figlio, simbolicamente la “causa” della separazione dal marito.
La vicenda quindi si sposta verso l’esperienza materna della possessione demoniaca.
Amelia ha lasciato entrare, di colpo, il lutto del padre, la sua mancanza.
Qui inizia il lutto, quello sofferto, detto, rappresentabile.
Il Reale entra prepotentemente nella vita di Amelia: il marito è morto.
Il film mostra un’elaborazione traumatica quanto il lutto stesso, quasi una catarsi.

                                                          

Chi è realmente Babadook?

“Se è in una parola o in uno sguardo, non puoi liberarti di Babadook.” Questa frase inquietante della storia trovata da Samuel spiega il significato più profondo del mostro: la depressione.
Babadook è una figura che rappresenta il dolore e la depressione.
Proprio come la malattia mentale che rappresenta, il Babadook può bussare alla porta di ognuno di noi. E quando succede, bisogna affrontarlo.
Amelia riesce a far uscire Babadook e lo blocca nel seminterrato.
Come dice la storia, non puoi liberarti di lui, quindi lei e Samuel sono invece costretti a permettergli di prendere residenza nella loro casa; esso ripara la sua relazione con il figlio.
La madre si confronta con lui, vedendone gli aspetti minacciosi ma non più mortiferi.
Questo è un aspetto che fa luce su come le persone che lottano con le malattie mentali, specialmente la depressione, devono spesso vivere con i loro demoni e le loro difficoltà interiori cercando di tenerli a bada, invece di estinguerli una volta per tutte.
Il lutto può e deve essere sopportato. Sicuramente, il dolore non se ne va.
Babadook si nasconde nella cantina, dove ci sono le “cose” del padre defunto.
Qui Amelia gli porta giorno dopo giorno dei vermi da mangiare. Lo tiene in vita con ciò che sta “sotto terra”. Ogni giorno Amelia si confronta con le angosce che Babadook gli presenta e che ogni giorno la spaventano. Lei è più forte e non crolla. Conferisce a Babadook il suo statuto di defunto che, in quanto lutto, non può essere dimenticato del tutto.
Questa è l’elaborazione nel tempo. Samuel chiede di poter scendere con lei. Amelia risponde con un “no” accogliente; Samuel è ancora piccolo. Adesso la madre può dire al figlio: “Tuo padre è morto ma non è sparito”. Adesso si può dire, se ne può parlare.

Il film, che offre moltissimi spunti alla riflessione clinica, coglie un aspetto su cui molto la psicoanalisi ha indagato: gli effetti catastrofici della non elaborazione del lutto, la paura dell’uomo nero, la nascita, il lutto mai accettato, la patologia mentale e il senso claustrofobico che tutti questi elementi rievocano nell’anima e alla vista.
Il significato di Babadook ruota, non a caso, attorno a questo concetto di domesticazione del male che, al pari di un animale, va educato in modo da apparire agli occhi esterni innocuo e parte integrante della casa o della vita umana in genere.
Nel momento in cui la protagonista riesce ad affrontare le sue paure e a gridare in faccia al mostro, difendendo con le unghie e con i denti il suo bambino, l’essere si indebolisce e si lascia imprigionare.
Dopo questa mossa il mostro non è sparito, semplicemente è stato identificato e adesso è come un animale in gabbia da accudire, nutrire e lasciare in eredità.
Il senso più profondo di Babadook è questo e se qualcuno di voi si sta chiedendo se questa è una storia vera, possiamo ampiamente rispondere di sì: non perché esistano i mostri nelle fattezze rappresentate dalla “settima arte”, bensì perché esistono le nostre paure e se non le affrontiamo esse diventeranno insormontabili, degli “esseri” che si muovono dentro di noi e, nel momento in cui non riusciamo ad ingabbiarli e istruirli, saranno capaci di fagocitare interamente la nostra anima, trasformandosi interamente nel mostro che tanto temiamo.