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Scritto dal Dott. Davide Caricchi
Scritto il 1 Apr, 2025
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Che cos’è la depressione anaclitica?

La depressione anaclitica rappresenta un fenomeno psicologico profondo e complesso che si manifesta principalmente nei bambini e nei neonati esposti a una separazione prolungata dalla figura materna o da un caregiver significativo. Questo termine, introdotto per la prima volta dallo psicoanalista René Spitz, identifica una condizione depressiva peculiare caratterizzata da sentimenti di abbandono, vuoto emotivo e una perdita generale di interesse verso il mondo esterno.

La peculiarità della depressione anaclitica risiede nella sua origine relazionale: non è infatti generata da fattori biochimici o genetici primari, quanto piuttosto dalla privazione affettiva, dalla perdita del legame di attaccamento e dal senso di abbandono percepito dal bambino.

Dal punto di vista psicologico, il fenomeno rivela quanto siano cruciali, nelle prime fasi dello sviluppo, il contatto affettivo e la presenza empatica di figure adulte stabili e rassicuranti. La mancanza di questa sicurezza relazionale può generare danni emotivi profondi, con conseguenze a lungo termine sulla struttura della personalità e sulla capacità futura di stabilire relazioni interpersonali significative.

Comprendere e riconoscere i segnali della depressione anaclitica è dunque essenziale non solo per una diagnosi precoce ma soprattutto per intervenire tempestivamente attivando strategie terapeutiche mirate a ripristinare un contesto affettivo sicuro e protettivo per il bambino coinvolto.

Ma cosa vuol dire depressione anaclitica?

Per comprendere la depressione analclitica e necessario partire dal concetto di anaclisi.

Il termine anaclisi, introdotto per la prima volta da Sigmund Freud, affonda le sue radici linguistiche nel verbo greco ἀνακλίνω, che significa letteralmente “appoggiarsi a” o “sostenersi su qualcosa”. Freud scelse questa parola per evidenziare un principio fondamentale nella sua teoria delle pulsioni e nella scelta d’oggetto affettivo e libidico.

La teoria freudiana sostiene infatti che le pulsioni sessuali, soprattutto nelle primissime fasi dello sviluppo psicologico del bambino, non esistano inizialmente come sistemi indipendenti, bensì traggano sostegno e orientamento dalle pulsioni di autoconservazione o pulsioni dell’Io.

In questo senso, si può cogliere un legame significativo con la depressione anaclitica, fenomeno in cui l’assenza di un sostegno affettivo stabile, specialmente nella prima infanzia, determina l’insorgere di sintomi depressivi legati alla perdita dell’appoggio emotivo primario.

Questa relazione tra pulsioni sessuali e pulsioni di autoconservazione appare con particolare chiarezza nelle attività orali del bambino piccolo, dove il soddisfacimento della zona erogena orale si lega intimamente al soddisfacimento del bisogno fondamentale di nutrimento.

La bocca, inizialmente volta a soddisfare la necessità fisiologica dell’alimentazione, diviene contemporaneamente sede privilegiata di esperienze affettive e sensuali trovando nel seno materno il suo primo oggetto d’amore. Freud sottolinea come, all’origine, il piacere della zona erogena orale sia profondamente intrecciato con la sensazione di sazietà derivante dall’assunzione di cibo, per poi evolversi lentamente fino a separarsi progressivamente da questo bisogno essenziale.

Da qui deriva anche il concetto di depressione anaclitica, laddove la perdita dell’oggetto che garantisce sostegno, cura e nutrimento psicologico, provoca una condizione depressiva in cui il bambino percepisce un vuoto interiore e una profonda disperazione.

Questa forma di dipendenza, che Freud definisce “appoggio pulsionale“, non riguarda esclusivamente la zona orale ma caratterizza anche altre zone corporee, definite sedi delle cosiddette pulsioni parziali, come quella anale e fallica. Questo aspetto costituisce una delle caratteristiche più importanti della sessualità infantile che si costruisce attraverso un iniziale radicamento nelle pulsioni essenziali alla sopravvivenza e soltanto successivamente acquisisce indipendenza.

È proprio l’importanza psicologica di questo processo evolutivo a evidenziare ulteriormente la gravità e la delicatezza della depressione anaclitica, fenomeno clinico che emerge quando la struttura di sostegno pulsionale e relazionale viene meno causando una vera e propria crisi evolutiva ed emotiva nella vita psichica del bambino.

Sigmund Freud giunge a una riflessione più ampia e generale sullo sviluppo delle pulsioni sessuali nel bambino osservando come esse non emergano inizialmente in forma autonoma, bensì trovino i loro primi oggetti attraverso un processo di appoggio alle pulsioni primarie dell’Io.

In altre parole, secondo Freud, le prime esperienze sessuali non nascono come realtà psichiche isolate ma si sviluppano proprio perché utilizzano inizialmente, in maniera indiretta, le funzioni vitali fondamentali necessarie alla sopravvivenza fisica e biologica del soggetto, come l’alimentazione o la cura corporea.

Pertanto, il piacere sessuale infantile non esiste inizialmente in forma separata e distinta ma trae significato e valore proprio dalla connessione diretta con il soddisfacimento delle funzioni organiche indispensabili alla vita stessa. Questo principio, che Freud denomina anaclisi, mette chiaramente in luce come le pulsioni sessuali primitive si appoggino originariamente sulle pulsioni dell’Io sfruttando la loro capacità di valorizzare certi oggetti e determinate funzioni del corpo, prima di raggiungere gradualmente una propria autonomia evolutiva.

Tale concetto offre una chiave interpretativa fondamentale per comprendere la complessità delle dinamiche pulsionali che caratterizzano lo sviluppo psicosessuale umano.

Depressione anaclitica e scelta oggettuale: il legame tra amore, dipendenza e infanzia secondo Freud

Partendo dall’ipotesi anaclitica relativa alle pulsioni, Freud ha introdotto una distinzione fondamentale nella teoria psicoanalitica della scelta affettiva: quella tra scelta oggettuale anaclitica e scelta oggettuale narcisistica. Questa distinzione si basa sul modo in cui, da adulti, selezioniamo inconsciamente i nostri oggetti d’amore.

Freud sostiene che inizialmente, nell’infanzia precoce, il piacere sessuale non è autonomo ma è strettamente connesso al soddisfacimento delle pulsioni di autoconservazione, come ad esempio il nutrimento fornito dal seno materno. Durante questo periodo iniziale, infatti, il bambino vive una relazione primaria con un oggetto esterno al proprio corpo – in questo caso il petto della madre – che diventa simbolo del soddisfacimento sia fisico che affettivo.

Con la crescita, tuttavia, tale oggetto esterno viene temporaneamente perduto. Questa perdita potrebbe avvenire proprio nel momento in cui il bambino riesce a identificare la madre come una figura completa, ossia come la persona a cui l’organo che fornisce nutrimento appartiene integralmente. A seguito di questa perdita, la pulsione sessuale diventa autoerotica, ossia rivolta principalmente al proprio corpo e al piacere che ne deriva autonomamente.

Secondo Freud, questo meccanismo subisce una trasformazione ulteriore dopo la cosiddetta fase di latenza: nell’adolescenza, la pulsione sessuale cerca nuovamente un oggetto esterno su cui dirigersi ripristinando quel rapporto originario che aveva sperimentato nella prima infanzia. Non a caso, Freud afferma con enfasi che il bambino allattato dalla madre diventa il modello inconscio e archetipico di ogni successiva relazione d’amore adulta.

In altre parole, il ritrovamento dell’oggetto amoroso in età adulta rappresenta per Freud un vero e proprio ri-trovamento, un recupero emotivo e simbolico dell’oggetto primario perduto.

Successivamente, Freud precisa ulteriormente questa teoria con una nota importante aggiunta nel 1914, nella quale distingue due modi distinti attraverso cui l’adulto può effettuare questa scelta affettiva e amorosa.

Il primo modo, definito anaclitico, consiste nella scelta di una persona che possiede caratteristiche simili a quelle dei genitori o di altre figure significative incontrate nell’ambiente affettivo della prima infanzia. Si tratta dunque di una scelta affettiva basata sull’appoggio inconscio a modelli infantili profondamente radicati nella storia personale dell’individuo.

È proprio da questa idea di “appoggio” relazionale, presente fin dalle origini del legame madre-bambino, che deriva anche il concetto psicologico della depressione anaclitica, un fenomeno depressivo che insorge proprio quando viene meno il sostegno emotivo primario garantito da figure affettive importanti.

La seconda modalità di scelta oggettuale identificata da Freud è invece quella narcisistica, in cui il soggetto sceglie un partner che riflette, come uno specchio, l’immagine del proprio Io. In questo caso, la scelta oggettuale narcisistica tende a individuare caratteristiche che rimandano a se stessi, reali o immaginarie, confermando e rinforzando il proprio valore e l’immagine ideale che si desidera conservare.

In sintesi, secondo la psicoanalisi freudiana, la scelta oggettuale anaclitica si riferisce a relazioni affettive adulte che riprendono e ricercano inconsciamente l’appoggio emotivo che il bambino ha sperimentato nei primi legami affettivi con i propri genitori, mentre quella narcisistica rimanda alla ricerca inconscia di se stessi nell’altro.

La comprensione di questo principio non soltanto illumina le dinamiche affettive e relazionali ma è anche utile per comprendere fenomeni clinici, come appunto la depressione anaclitica, che si sviluppa quando la persona non riesce più a sperimentare il sostegno affettivo necessario alla propria stabilità emotiva, con conseguenti sentimenti di abbandono e disperazione legati alla perdita dell’oggetto primario.

Che cos’è la depressione anaclitica secondo lo psicoanalista René Spitz?

Ma veniamo ora all’analisi del concetto specifico di depressione anaclitica. La depressione anaclitica è un termine coniato dallo psicoanalista René Spitz, per descrivere una particolare forma di depressione infantile che emerge nei bambini piccoli quando vengono improvvisamente privati della madre o di un caregiver significativo dopo aver trascorso con questa figura almeno i primi sei mesi della propria vita.

Spitz osservò che questa privazione affettiva improvvisa, in una fase cruciale dello sviluppo emotivo e relazionale, può generare sintomi molto specifici e facilmente identificabili che, nell’insieme, costituiscono il quadro clinico della depressione anaclitica.

Nel dettaglio, Spitz descrisse accuratamente l’evoluzione sintomatologica della depressione anaclitica lungo un arco temporale di circa tre mesi.

Durante il primo mese di separazione dalla madre, i bambini mostrano un evidente cambiamento comportamentale ed emotivo: diventano irrequieti, piagnucolosi e pieni di insicurezza manifestando costantemente un bisogno disperato di aggrapparsi a qualsiasi persona adulta entri in contatto con loro, come se cercassero inconsciamente di ricreare l’intenso legame emotivo perduto.

Con l’ingresso nel secondo mese di separazione, il quadro sintomatico della depressione anaclitica si aggrava in maniera significativa: i bambini iniziano a rifiutare apertamente il contatto con gli altri mostrando un progressivo isolamento e una chiusura emotiva preoccupante.

Spitz evidenziò come caratteristica patognomonica (cioè fortemente distintiva) una postura fisica particolare in cui i bambini restano distesi prevalentemente a pancia in giù (posizione bocconi) manifestando inoltre insonnia persistente, perdita significativa di peso corporeo e una generale predisposizione a sviluppare infezioni e malattie intercorrenti. Il disagio emotivo diventa così profondo da coinvolgere anche la mimica facciale che diventa rigida e priva di espressività comunicando chiaramente una grave sofferenza psicologica.

Nel periodo successivo, cioè dopo il terzo mese di privazione materna, il bambino sembra raggiungere uno stato emotivo e fisico ancora più critico e preoccupante: la rigidità facciale diventa cronica e permanente, il pianto intenso dei primi periodi tende a scomparire lasciando spazio a isolati e sporadici gemiti, simbolo evidente di una crescente apatia emotiva.

La compromissione dello sviluppo psicomotorio, inizialmente lieve, diventa marcata e si manifesta sotto forma di un ritardo sempre più evidente, accompagnato da una condizione generale di letargia e passività estrema.

Tuttavia, Spitz osservò anche un’importante possibilità di recupero: se la madre, o comunque un sostituto affettivamente valido per il lattante, viene reintrodotta nella vita del bambino prima del termine di un periodo critico – identificato da Spitz tra la fine del terzo e la fine del quinto mese di separazione – il quadro sintomatico della depressione anaclitica può rapidamente regredire.

Questo miglioramento repentino e sorprendente evidenzia come il legame affettivo originario rappresenti per il bambino una fonte indispensabile non solo per il benessere psicologico ma anche per uno sviluppo armonico e completo della personalità.

In quali psicopatologie possiamo trovare manifestazioni della depressione anaclitica?

​Come accennato, la depressione anaclitica è una condizione psicopatologica che tende a manifestarsi nei bambini quando si verifica una separazione prolungata e traumatica dalla figura materna o comunque dal caregiver primario che ha accompagnato i primi mesi di vita.

Questa particolare sindrome, descritta inizialmente da René Spitz grazie a osservazioni cliniche accurate, è contraddistinta da una successione progressiva di sintomi emotivi e comportamentali che mettono chiaramente in luce quanto devastante possa essere, per lo sviluppo affettivo e relazionale del bambino, la perdita improvvisa di un legame affettivo così significativo.

Sebbene Spitz abbia originariamente osservato la depressione anaclitica esclusivamente nell’infanzia, numerosi studi successivi ne hanno evidenziato manifestazioni anche nell’età adulta. Questo fenomeno si rintraccia soprattutto in quelle psicopatologie che coinvolgono una marcata difficoltà nella gestione delle emozioni e nel mantenimento di relazioni interpersonali stabili e soddisfacenti.

Un esempio emblematico è rappresentato dal Disturbo di Personalità Dipendente. I soggetti che ne soffrono esprimono una forte e continua necessità di sentirsi accuditi e protetti dagli altri, accompagnata da un’intensa ansia e paura di essere abbandonati. Spesso, queste persone delegano decisioni importanti della loro vita a figure esterne manifestando ansia e difficoltà nel fare scelte in modo autonomo.

Questa costante richiesta di rassicurazione e vicinanza affettiva può essere considerata una forma adulta della depressione anaclitica che deriva proprio da esperienze precoci di separazione o di deprivazione emotiva.

Anche il Disturbo Borderline di Personalità condivide alcune caratteristiche riconducibili alla depressione anaclitica. Nei pazienti borderline è predominante una paura profonda e persistente di essere abbandonati, paura che genera relazioni interpersonali tumultuose, instabili, spesso oscillanti tra idealizzazione e svalutazione dell’altro.

La loro estrema sensibilità alle percezioni reali o immaginarie di separazione o di rifiuto può determinare improvvisi scoppi emotivi, comportamenti impulsivi e disperati tentativi di mantenere legami affettivi. Questi meccanismi psicodinamici rappresentano una manifestazione adulta della depressione anaclitica, radicata in vissuti infantili di perdita o abbandono significativo.

Anche alcuni Disturbi dell’Attaccamento in età evolutiva possono presentare sintomi molto simili a quelli descritti nella depressione anaclitica.

In particolare, i disturbi reattivi dell’attaccamento emergono tipicamente in risposta a situazioni di grave negligenza affettiva, oppure a separazioni ripetute e traumatiche dalle figure di riferimento primarie. I bambini con questi disturbi mostrano profonde difficoltà nell’instaurare legami sicuri manifestando comportamenti di evitamento, ritiro emotivo, apatia oppure, al contrario, una rigida inibizione relazionale.

Tali sintomi riflettono chiaramente le conseguenze emotive profonde di una precoce e prolungata mancanza di cure affettive adeguate.

Infine, anche nel quadro dei Disturbi Depressivi Maggiori con Caratteristiche Anaclitiche possono comparire sintomi simili a quelli della depressione anaclitica infantile. In questi casi, la sofferenza del paziente adulto si concentra attorno a vissuti di perdita, di vuoto affettivo e di abbandono.

Questi individui manifestano una notevole dipendenza dalle relazioni interpersonali, una scarsa autostima e una forte tendenza a svalutarsi se privati della rassicurazione esterna. La loro vulnerabilità emotiva, in particolare nei momenti di solitudine o separazione, ha le sue origini proprio nelle esperienze infantili di abbandono e trascuratezza affettiva, analogamente alla descrizione clinica della depressione anaclitica offerta da Spitz.

In conclusione, la depressione anaclitica non è quindi limitata esclusivamente all’infanzia ma può manifestarsi, con modalità differenti, all’interno di numerose psicopatologie adulte che hanno in comune gravi difficoltà affettive, relazionali e profonde problematiche legate alla paura dell’abbandono. Riconoscere tempestivamente questi segnali è fondamentale non solo per un’accurata comprensione diagnostica ma anche per progettare interventi terapeutici adeguati, mirati e risolutivi.

Come trattare la depressione anaclitica nella psicoterapia psicodinamica?

Nel contesto specifico della psicoterapia e della psicoterapia online a indirizzo psicodinamico, il trattamento della depressione anaclitica si concentra particolarmente sull’esplorazione approfondita delle esperienze precoci di perdita, separazione o deprivazione emotiva, considerate elementi centrali nello sviluppo del disturbo stesso.

Uno degli obiettivi terapeutici principali consiste nel rendere il paziente consapevole dei conflitti emotivi inconsci che derivano da tali esperienze precoci traumatiche favorendo così un processo di elaborazione emotiva profonda e stimolando una maggiore integrazione psichica dei contenuti dolorosi rimasti fino ad allora non elaborati.

Un fattore essenziale nel lavoro psicoterapeutico con pazienti che soffrono di depressione anaclitica è rappresentato dall’analisi attenta e approfondita del transfert. Nelle sedute terapeutiche, infatti, il paziente tende inconsciamente a proiettare sul terapeuta aspettative, desideri, bisogni affettivi e paure che derivano direttamente dalle relazioni affettive primarie che hanno caratterizzato la sua infanzia.

Il transfert offre al paziente la possibilità unica di rivivere, in un ambiente protetto e sicuro, quelle stesse dinamiche relazionali problematiche che hanno contribuito allo sviluppo della depressione anaclitica consentendogli così di elaborarle e modificarle in modo graduale e consapevole. Attraverso questo processo terapeutico, il paziente può sviluppare nuove modalità più sane e funzionali per relazionarsi con se stesso e con le altre persone nella sua vita.

Parallelamente, il trattamento psicodinamico della depressione anaclitica pone una particolare attenzione all’identificazione e alla comprensione delle difese psicologiche che il paziente ha inconsciamente sviluppato per proteggersi dal dolore associato alla perdita e all’abbandono precoce. Analizzare e interpretare queste difese è fondamentale per consentire al paziente di riconoscere quegli schemi relazionali disfunzionali che continuano a condizionare negativamente la sua vita emotiva e sociale.

Una volta riconosciute e comprese, queste difese possono gradualmente essere sostituite con strategie più adattive e mature contribuendo così al superamento dei sintomi depressivi legati alla depressione anaclitica.

È importante ricordare che il trattamento psicoterapeutico della depressione anaclitica deve essere sempre personalizzato e attentamente calibrato sulle esperienze individuali del paziente.

In alcuni casi specifici, soprattutto quando il quadro depressivo è particolarmente severo, può essere valutata la possibilità di integrare la psicoterapia psicodinamica con una terapia farmacologica di supporto. Tuttavia, tale decisione va sempre presa dopo una valutazione attenta e approfondita delle caratteristiche del paziente e della gravità della sintomatologia presentata.

In conclusione, la psicoterapia psicodinamica interviene sulla depressione anaclitica attraverso una delicata esplorazione delle radici profonde e inconsce del disturbo permettendo al paziente di acquisire una più solida consapevolezza di sé promuovendo cambiamenti positivi e duraturi nelle sue modalità di entrare in relazione con gli altri e di regolare i propri stati emotivi.

FAQ

Esiste una forma adulta di depressione anaclitica non riconosciuta come tale?

Molti adulti che mostrano una forte dipendenza nelle relazioni affettive, una paura costante e spesso ingiustificata di essere abbandonati o una tendenza a instaurare legami relazionali problematici e ripetitivi, possono inconsapevolmente presentare forme adulte di una depressione anaclitica mai riconosciuta né diagnosticata durante l’infanzia.

In questi casi, l’intervento psicoterapeutico consiste nel far emergere e comprendere le esperienze precoci di abbandono o perdita, per valutare e trattare il modo in cui queste esperienze influenzano le modalità relazionali e affettive attuali del paziente. 

Come distinguere la depressione anaclitica da un normale disagio da separazione?

La differenza sostanziale riguarda l’intensità, la durata e la qualità dei sintomi. Un comune disagio da separazione tende ad essere passeggero e rappresenta spesso una fase transitoria legata all’adattamento a nuove condizioni.

La depressione anaclitica, invece, implica una compromissione molto più seria e profonda che si manifesta attraverso un significativo regresso emotivo, un isolamento sociale accentuato, sintomi fisici importanti (come insonnia persistente o significativa perdita di peso) e, nei casi più gravi, un arresto nello sviluppo psicomotorio del bambino. Riconoscere e intervenire tempestivamente in presenza di questi sintomi è fondamentale per prevenire danni evolutivi permanenti.

È possibile prevenire la depressione anaclitica nei primi anni di vita?

Sì, la prevenzione della depressione anaclitica è possibile, specialmente attraverso una presenza emotivamente stabile e una continuità affettiva fin dai primi mesi della vita del bambino.

Se la separazione dalla madre o dal caregiver principale è inevitabile per motivi sanitari, sociali o familiari, è fondamentale introdurre tempestivamente una figura alternativa che sia stabile e capace di offrire una relazione affettivamente significativa e rassicurante.

Inoltre, è molto importante che i genitori e gli operatori sanitari siano attenti e sensibili nel cogliere precocemente eventuali segni di disagio emotivo intervenendo prima che possano svilupparsi sintomi più profondi e duraturi.

Qual è la differenza tra depressione anaclitica e depressione reattiva nei bambini?

Sebbene entrambe queste condizioni depressive possano nascere da esperienze traumatiche o di perdita, esistono differenze cliniche e psicodinamiche rilevanti.

La depressione anaclitica è specificatamente legata a una privazione affettiva prolungata e precoce che riguarda il caregiver principale e può emergere già nei primi mesi di vita.

La depressione reattiva, invece, può verificarsi in bambini più grandi, ed è causata tipicamente da situazioni di stress acuto, come un lutto, una separazione genitoriale o un cambiamento ambientale significativo.

Inoltre, mentre nella depressione anaclitica il bambino non possiede ancora adeguati strumenti cognitivi ed emotivi per affrontare la perdita affettiva fondamentale, nella depressione reattiva il bambino ha già sviluppato delle risorse simboliche e affettive maggiormente strutturate per elaborare e gestire emotivamente tali perdite.

 

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