Quali sono le caratteristiche di una personalità borderline? Come si muove nel mondo e in terapia? Cosa prova? Quali meccanismi di difesa adotta? E quali sono i principali affetti che la guidano? Negli ultimi anni, il termine “borderline” è diventato sempre più inflazionato, spesso utilizzato in modo improprio per descrivere comportamenti emotivi intensi o persone percepite come instabili.
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ToggleQuesta semplificazione, alimentata dai media e dal linguaggio comune, rischia di ridurre un concetto complesso a uno stereotipo superficiale. Tuttavia, la personalità borderline è una realtà molto più articolata e richiede una comprensione profonda.
La sua complessità risiede nella natura multiforme delle sue manifestazioni: dalla difficoltà a integrare un’identità coerente, alle relazioni intense e turbolente, fino ai meccanismi di difesa primitivi come la scissione o l’identificazione proiettiva. Questi aspetti non costituiscono semplici tratti di personalità ma riflettono una lotta interna profonda, spesso radicata in esperienze di attaccamento disfunzionale e traumi precoci.
Ridurre il termine “borderline” a un’etichetta generica banalizza non solo la sofferenza dei pazienti ma anche la complessità del lavoro terapeutico, che richiede empatia, pazienza e competenze specifiche. Comprendere la personalità borderline significa accettare di affrontare e analizzare una realtà psichica fatta di ambivalenze, vulnerabilità e conflitti irrisolti, lontana dalle semplificazioni che spesso dominano il sentire comune.
In questo lavoro cercheremo proprio di fare questo.
Una delle caratteristiche principali delle persone con personalità borderline è il frequente utilizzo di meccanismi di difesa primitivi. Questi includono strategie psicologiche molto arcaiche, come il diniego, l’identificazione proiettiva e la scissione. Quando i pazienti borderline si trovano in uno stato regressivo, possono somigliare molto ai pazienti psicotici rendendo difficile distinguerli.
Tuttavia, una differenza significativa emerge quando il terapeuta interpreta il funzionamento di questi meccanismi: i pazienti borderline, sebbene con difficoltà, possono mostrare una reazione temporanea di comprensione o accettazione, mentre i pazienti psicotici tendono a ritrovarsi in crescente stato di agitazione.
Un esempio eloquente è rappresentato dal meccanismo della svalutazione primitiva, un fenomeno che molti terapeuti conoscono bene e che è relativamente semplice da riconoscere. Questa difesa può essere interpretata dal terapeuta in modo simile al seguente: “Forse sottolineare i miei difetti è il suo modo di evitare di affrontare la possibilità di avere bisogno del mio aiuto. Potrebbe temere di sentirsi vulnerabile o provare vergogna se non lo facesse.”
Un paziente borderline potrebbe reagire a un’interpretazione del genere con scetticismo, irritazione o accettandola con riluttanza, ma in ogni caso si noterà una qualche riduzione della sua angoscia. Al contrario, per un paziente con psicosi, la svalutazione del terapeuta potrebbe essere un mezzo cruciale per gestire un terrore profondo e per sentirsi protetto. Mettere in discussione questa difesa senza riconoscerne il ruolo vitale potrebbe destabilizzarlo gravemente.
Nell’area dell’integrazione dell’identità, i pazienti borderline presentano somiglianze ma anche differenze rispetto ai pazienti psicotici. Spesso, la loro percezione di sé è frammentata e incoerente. Se invitati a descrivere la propria personalità, tendono a reagire con imbarazzo o confusione. Allo stesso modo, se devono descrivere persone importanti nella loro vita, forniscono risposte generiche e poco dettagliate, come:
“Mio padre? Beh, un uomo come tanti, niente di speciale”;
“Mia sorella? Ah, è solo una persona molto difficile”;
“Il mio ex? Era un egoista, non c’è molto altro da dire”;
“Mia madre? Fa solo quello che deve fare, come tutte le madri”.
Tuttavia, a differenza dei pazienti psicotici, le loro risposte non risultano mai completamente bizzarre o incomprensibili. Sembrano invece respingere l’interesse del terapeuta per la complessità di se stessi e degli altri.
Inoltre, i pazienti borderline spesso reagiscono con ostilità quando vengono messi di fronte alle loro difficoltà nell’integrazione dell’identità.
Il rapporto che i pazienti borderline hanno con la propria identità si distingue da quello dei pazienti psicotici in due modi principali, pur condividendo una mancanza di integrazione. Innanzitutto, la confusione e la frammentazione dell’identità tipiche dei borderline non sono accompagnate dal profondo terrore esistenziale che caratterizza i pazienti schizofrenici.
I borderline possono sentirsi confusi riguardo a chi sono ma non mettono in dubbio la propria esistenza. In secondo luogo, le personalità borderline reagiscono spesso con ostilità a domande sull’identità personale o sulle relazioni, a differenza dei pazienti psicotici, i quali sono troppo concentrati sul timore di perdere il proprio senso di esistenza, per quanto fragile o incoerente, per sentirsi offesi dall’attenzione del terapeuta.
Nonostante queste differenze, entrambi i gruppi, a differenza dei nevrotici, utilizzano in modo massiccio difese primitive e presentano una vulnerabilità di base nel senso del sé. Tuttavia, c’è una differenza fondamentale tra borderline e psicotici: la capacità di mantenere un esame di realtà adeguato.
In un contesto clinico sensibile, i pazienti borderline sono in grado di distinguere ciò che è reale, anche quando i loro sintomi possono apparire strani o particolarmente intensi. In psichiatria, è comune valutare la consapevolezza di malattia per distinguere tra pazienti psicotici e non psicotici, ma Kernberg (1975) ha proposto di sostituire questo criterio con quello dell’“adeguatezza dell’esame di realtà”.
Questo perché, nonostante il borderline possa negare di avere una psicopatologia, riesce comunque a discriminare ciò che è reale o socialmente accettato, un’abilità che lo distingue dal paziente psicotico.
Per fare una diagnosi differenziale tra personalità borderline e funzionamento psicotico, Kernberg suggerisce di esplorare la percezione della realtà convenzionale.
Un metodo consiste nel notare un aspetto insolito nella presentazione del paziente e chiedergli se ritiene che altre persone potrebbero trovarlo strano. Ad esempio, si potrebbe dire:
“Ho notato che ha appeso alla collana una chiave arrugginita. Pensa che qualcuno potrebbe chiedersi cosa significhi per lei o trovarlo curioso?”
Un paziente borderline, pur con difficoltà, ammetterebbe che quel dettaglio potrebbe essere percepito come poco convenzionale. Al contrario, un paziente psicotico potrebbe reagire con ansia, paura o confusione, poiché l’idea di non essere compreso lo destabilizza profondamente.
Queste differenze sono state documentate da Kernberg e dai suoi collaboratori basandosi sia sull’esperienza clinica sia su studi empirici. Esse riflettono le caratteristiche centrali delle due patologie: la psicosi è spesso associata a una percezione simbiotica della realtà, mentre i problemi di separazione e individuazione sono centrali per la patologia borderline.
Le personalità borderline spesso faticano a osservare e comprendere in modo consapevole i tratti problematici della loro patologia, soprattutto quelli evidenti a un osservatore esterno. Questi pazienti tendono a rivolgersi alla terapia per disturbi specifici, come attacchi di panico, problemi di depressione o disturbi fisici legati allo stress segnalati dal medico.
In alcuni casi, arrivano su pressione di familiari o conoscenti ma raramente con l’intenzione di trasformare aspetti della propria personalità che gli altri considerano problematici. Non avendo mai sperimentato un’identità integrata o l’uso di difese più mature, non riescono a concepire cosa significhi avere un equilibrio interno, tollerare l’ambivalenza o posticipare una gratificazione. Ciò che desiderano realmente è smettere di soffrire o evitare di sentirsi giudicati dagli altri.
In situazioni non regressive, i pazienti con personalità borderline possono mantenere un buon esame di realtà e spesso si presentano in modi che suscitano empatia nel terapeuta. Per questo motivo, inizialmente potrebbero non sembrare particolarmente “malati”. È solo con il progredire della terapia che il clinico può intuire la presenza di un’organizzazione borderline sottostante.
Un segnale tipico è che interventi ritenuti utili vengono percepiti dal paziente come critiche o attacchi personali. Questo accade perché il terapeuta si rivolge a un’idea di sé osservante che il paziente non ha sviluppato; tutto ciò che il paziente percepisce è che il suo Sé viene giudicato e svalutato. Di conseguenza, il terapeuta cerca di costruire un’alleanza terapeutica simile a quella che instaurerebbe con pazienti nevrotici ma incontra ripetuti fallimenti.
Con il tempo diventa chiaro che il primo obiettivo terapeutico non è tanto quello di interpretare i sintomi, quanto piuttosto di sopravvivere alle “turbolenze relazionali” che emergono costantemente. Il terapeuta, così come il terapeuta online, in questi contesti deve cercare di rappresentare qualcosa di diverso da tutto ciò che in passato ha alimentato la sofferenza del paziente e la sua resistenza a ogni forma di aiuto.
Solo dopo un periodo significativo di terapia, che spesso richiede almeno due anni, si possono osservare cambiamenti strutturali. A quel punto, il paziente può iniziare a comprendere retrospettivamente il lavoro svolto sulla propria personalità, anche se molti dei sintomi emotivi saranno già stati alleviati lungo il percorso. Tuttavia, il processo sarà stato inevitabilmente caratterizzato da frustrazioni per entrambe le parti.
Masterson (1976) descrive in modo incisivo il conflitto centrale vissuto dai pazienti borderline.
Questi individui vivono un dilemma costante: quando si avvicinano troppo a qualcuno, provano panico per il timore di essere sopraffatti o controllati; quando si allontanano, sperimentano un profondo senso di abbandono. Questo conflitto si manifesta nel loro alternare vicinanza e distanza nelle relazioni, incluse quelle terapeutiche, dove nessuna posizione sembra soddisfacente.
Tale dinamica è estremamente faticosa non solo per i pazienti ma anche per amici, familiari e terapeuti. I pazienti con personalità borderline sono spesso conosciuti dai servizi di emergenza psichiatrica, ai quali si rivolgono in situazioni di crisi, esprimendo pensieri suicidari e mostrando il tipico comportamento scisso di “richiesta di aiuto-rifiuto di aiuto”.
Secondo Masterson, i pazienti con personalità borderline rimangono bloccati nella sottofase di riavvicinamento del processo di separazione-individuazione descritto da Mahler (1972). Questa fase, che si verifica intorno ai due anni di età, è caratterizzata dal conflitto del bambino tra il desiderio di autonomia e il bisogno di rassicurazione da parte del genitore. Un bambino in questa fase può alternare momenti di determinazione, come esclamare “Posso farlo da solo!”, a momenti di fragilità in cui cerca conforto rifugiandosi nelle braccia della madre.
Masterson ipotizza che le persone con personalità borderline abbiano vissuto esperienze precoci in cui le madri non solo hanno ostacolato i loro tentativi di indipendenza ma sono state anche indisponibili quando i figli cercavano conforto dopo aver fatto esperienze di autonomia. Sebbene questa ipotesi eziologica possa essere discutibile, è efficace nel descrivere il dilemma emotivo centrale di questi pazienti, che spiega il loro comportamento mutevole, esigente e talvolta manipolativo.
I transfert nei pazienti borderline sono spesso intensi, estremi e resistenti alle interpretazioni standard. Il terapeuta può essere percepito come completamente buono o completamente cattivo, senza sfumature intermedie. Ad esempio, un terapeuta meno esperto che tenti un’interpretazione del transfert come farebbe con un paziente nevrotico dicendo qualcosa come: “Forse ciò che prova per me riflette un sentimento che aveva verso suo padre”, spesso non ottiene alcuna comprensione significativa.
Al contrario, il paziente borderline potrebbe semplicemente concordare sul fatto che il terapeuta si comporta esattamente come il genitore. Inoltre, lo stesso terapeuta potrebbe essere visto in un momento come una figura quasi divina, piena di virtù, e poco dopo essere svalutato come debole e incapace.
Questo dinamismo rende le reazioni di controtransfert con i pazienti borderline particolarmente intense e complesse. Anche quando il terapeuta prova compassione per il “bambino disperato” che intravede nel paziente, le sue emozioni possono comunque risultare disturbanti e, a volte, controproducenti.
In contesti ospedalieri, come osservato da diversi autori (ad esempio G. Adler, 1973; Kernberg, 1981), gli operatori sanitari tendono a schierarsi in due posizioni opposte nei confronti dei pazienti borderline. Da un lato, ci sono quelli che li considerano individui vulnerabili e privati di amore, che hanno bisogno di protezione e affetto. Dall’altro lato, ci sono quelli che li vedono come manipolatori e pieni di pretese, che necessitano di limiti severi.
Questa divisione è talmente frequente che, nei reparti ospedalieri, le discussioni sui trattamenti per i pazienti borderline spesso creano veri e propri “schieramenti” tra i membri del personale (Gunderson, 1984).
Anche i terapeuti che lavorano in contesti ambulatoriali possono oscillare tra queste due posizioni rispecchiando inconsciamente i conflitti interni del paziente. Non è raro che il clinico si senta come una madre esasperata da un bambino di due anni: il paziente sembra rifiutare ogni tentativo di aiuto ma allo stesso tempo, senza quel supporto, cade in uno stato di frustrazione e disperazione. Questo conflitto centrale rende il lavoro terapeutico con la personalità borderline estremamente impegnativo e, al contempo, profondamente significativo.
Il termine “borderline” racchiude una grande varietà di significati e descrive persone con caratteristiche molto diverse. Ad esempio, una persona depressa con una struttura di personalità borderline è profondamente diversa da una persona borderline con tratti narcisistici, isterici o paranoici.
Inoltre, all’interno di questa categoria, c’è una vasta gamma di gravità che spazia dal limite con le nevrosi a quello con le psicosi, confini che, come osservato da Grinker e colleghi (1968), sono in parte arbitrari. Non sorprende che chi si avvicina di più al polo nevrotico risponda meglio a un trattamento volto a portare alla luce aspetti inconsci, mentre chi si colloca più vicino al polo psicotico tragga maggiore beneficio da un approccio terapeutico di sostegno.
È importante ricordare che ogni individuo è complesso e multidimensionale. Anche una persona con una struttura nevrotica può mostrare alcune tendenze borderline, e viceversa. Tuttavia, la psicoterapia espressiva è generalmente considerata il trattamento più indicato per chi presenta un’organizzazione di personalità borderline.
Lo scopo principale della terapia è aiutare il paziente a sviluppare un senso di sé più integrato, stabile e positivamente percepito. Parallelamente, la terapia favorisce anche una maggiore capacità di amare gli altri in modo autentico e maturo accettandone i difetti e le contraddizioni.
Nel tempo, le persone con personalità borderline possono compiere un passaggio significativo: da una modalità di reazione impulsiva e capricciosa a una maggiore stabilità, basata su percezioni, sentimenti e valori personali. Questo percorso, tuttavia, presenta notevoli difficoltà per i terapeuti, specialmente nelle fasi iniziali del trattamento.
Diversi teorici, tra cui Balint (1968), Kernberg (1975) e Masterson (1976), hanno approfondito aspetti specifici della personalità borderline e del suo trattamento.
La letteratura psicoanalitica generale, come quella di Eissler (1953) o Stone (1954), evidenzia inoltre requisiti tecnici particolari per lavorare con persone che, pur non essendo psicotiche, mostrano problematiche significative. Tuttavia, il dibattito tra gli studiosi su quali siano i metodi più efficaci è così vasto che non può essere riassunto in pochi paragrafi. Ciò detto, è possibile individuare alcuni principi di trattamento generalmente condivisi e accessibili anche a chi non ha una formazione specialistica in psicoanalisi.
La terapia espressiva con pazienti borderline condivide alcune caratteristiche sia con le tecniche che puntano a svelare contenuti inconsci sia con quelle di sostegno. Il paziente è incoraggiato a esprimere liberamente i propri pensieri, mentre il terapeuta lo aiuta a dare un senso a ciò che emerge. Entrambi si aspettano che il cambiamento e la crescita si realizzino attraverso l’insight e una relazione terapeutica positiva.
Tuttavia, ci sono differenze fondamentali. La personalità borderline, per definizione, manca di un Io osservante integrato che permetta al paziente di vedere se stesso e i propri comportamenti con la stessa chiarezza del terapeuta. Al contrario, i borderline spesso oscillano caoticamente tra stati emotivi opposti, senza riuscire a integrare atteggiamenti contraddittori.
Nonostante abbiano una maggiore capacità di fidarsi rispetto ai pazienti psicotici, le persone con personalità borderline possono impiegare anni per sviluppare un’alleanza terapeutica che, nei pazienti nevrotici, spesso si crea in pochi incontri.
A differenza dei nevrotici, che mantengono un’identità ben definita, e degli psicotici, che tendono a fondersi psicologicamente con il terapeuta, i borderline oscillano tra due stati opposti: da un attaccamento simbiotico a una separatezza ostile e isolata. Entrambi questi stati sono fonte di sofferenza: nel primo temono di essere “inglobati”, nel secondo vivono il dolore dell’abbandono.
Un aspetto cruciale del trattamento con pazienti borderline è stabilire e mantenere confini chiari nella relazione terapeutica, ciò che Robert Langs (1973) ha definito “schema terapeutico”. Questo include non solo dettagli pratici, come orari e compensi ma anche questioni più ampie legate ai limiti della relazione.
Domande come: “Posso chiamarla a casa?”, “Che succede se penso al suicidio?” o “Può scrivere una lettera al mio professore?” sono esempi di preoccupazioni tipiche. Spesso queste problematiche non vengono espresse direttamente ma si manifestano attraverso comportamenti che testano i limiti, come trovare il paziente addormentato nella sala d’attesa.
Il terapeuta deve stabilire regole chiare e coerenti adattandole al singolo paziente, e applicarle con costanza, includendo sanzioni quando non vengono rispettate. Sebbene i pazienti borderline possano reagire con rabbia a questi limiti, tali regole trasmettono due messaggi fondamentali: primo, il terapeuta riconosce il paziente come un adulto capace di tollerare la frustrazione; secondo, il terapeuta si rifiuta di essere manipolato mostrando così un modello di rispetto per se stessi.
Questa coerenza aiuta a contrastare l’ambiguità che molti borderline hanno sperimentato nelle relazioni passate, dove spesso ricevevano indulgenza quando regredivano e venivano ignorati quando si comportavano in modo adeguato.
I terapeuti meno esperti spesso si chiedono quando potranno iniziare il “vero” lavoro terapeutico, dopo aver stabilito l’alleanza. Tuttavia, il lavoro sui limiti non è una fase preparatoria: è il trattamento. Il momento in cui un paziente borderline riesce a stabilire un’alleanza terapeutica simile a quella di un nevrotico rappresenta già un enorme progresso evolutivo.
Questo può essere frustrante, soprattutto perché molti borderline sono persone brillanti, talentuose e apparentemente evolute con cui il terapeuta desidererebbe affrontare altri temi. Tuttavia, lavorare sui limiti è una parte indispensabile del percorso.
Infine, un dettaglio importante nella terapia con pazienti borderline è che, salvo rare eccezioni, è preferibile condurre le sedute a faccia a faccia. Sebbene non abbiano transfert travolgenti come i pazienti psicotici, i borderline ne sperimentano già a sufficienza senza aggiungere ambiguità creando distanza fisica.
Un aspetto fondamentale da considerare nel lavoro con pazienti borderline è il modo in cui vengono formulate le interpretazioni. Con i pazienti nevrotici, le interpretazioni devono essere rare e mirate, in modo da catturare l’attenzione ed essere emotivamente incisive.
Secondo autori come Fenichel (1941) e Colby (1951), il terapeuta spesso esplora il lato nascosto di un conflitto che il paziente conosce solo in parte. Per esempio, se una donna nevrotica parla con entusiasmo di un’amica con cui è in competizione ignorando i suoi sentimenti negativi, il terapeuta potrebbe osservare: “Ma c’è anche una parte di lei che la vorrebbe eliminare!”.
Allo stesso modo, se un uomo insiste sulla sua indipendenza e libertà intellettuale, il terapeuta potrebbe commentare: “Eppure sembra che sia preoccupato di ciò che penso di lei.”
In questi casi, il paziente nevrotico è in grado di riconoscere che il terapeuta ha portato alla luce una parte della sua esperienza emotiva di cui non era consapevole. Non si sente attaccato ma capito, e questa nuova prospettiva amplia la sua consapevolezza di sé. Tuttavia, un approccio simile con un paziente con personalità borderline può essere interpretato come una critica diretta.
Il messaggio percepito sarebbe: “Ti sbagli completamente su quello che provi realmente.” Questo fraintendimento nasce dalla tendenza dei borderline a oscillare tra stati emotivi separati, senza riuscire a integrarli in un’identità complessa che tolleri ambivalenza e ambiguità.
Di conseguenza, i terapeuti alle prime armi possono commettere l’errore di pensare di mostrare comprensione, solo per scoprire che il paziente reagisce come se fosse stato attaccato. Per evitare questo problema, è utile ricordare che nella personalità borderline manca un Io osservante in grado di elaborare l’interpretazione come un’informazione aggiuntiva sul Sé. È quindi necessario che il terapeuta integri questa funzione all’interno dell’interpretazione stessa rendendola più empatica e sfumata.
Ad esempio, anziché dire a una paziente: “Vorrebbe eliminarla”, sarebbe più efficace un intervento come: “Capisco quanto la sua amica sia importante per lei. Tuttavia, potrebbe esistere una parte di lei, una parte che forse preferisce non ascoltare, che prova fastidio verso la sua amica, specialmente quando sente che c’è una competizione tra voi.”
Oppure, a un uomo che enfatizza la sua indipendenza: “Lei ha dimostrato grande sicurezza e autonomia. È interessante però notare che questa sicurezza potrebbe convivere con una certa sensibilità a ciò che io penso di lei.”
Questi interventi, anche se meno sintetici e incisivi rispetto a quelli usati con pazienti nevrotici, sono più adatti alle specificità dei problemi psicologici delle persone borderline. Formulare interpretazioni in questo modo aumenta la probabilità che vengano comprese nel loro reale significato contribuendo a costruire una relazione terapeutica più efficace.
Un elemento fondamentale per una terapia efficace con pazienti che presentano una personalità borderline è l’interpretazione delle difese primitive che emergono nella relazione terapeutica. Sebbene l’analisi delle difese sia una pratica comune anche con i pazienti nevrotici, nei borderline richiede un approccio specifico. Questo perché le difese di questi pazienti sono molto pervasive e si manifestano attraverso transizioni caotiche tra stati dell’Io completamente diversi rendendo complesso il lavoro analitico.
Con le personalità borderline, le interpretazioni genetiche — cioè quelle che collegano una reazione emotiva attuale a esperienze passate — risultano spesso inefficaci. Ad esempio, mentre un paziente nevrotico può accettare un’osservazione come “Forse è arrabbiato con me perché le ricordo sua madre”, per un borderline queste interpretazioni possono generare confusione o frustrazione.
Il paziente potrebbe reagire con pensieri come: “Lei è proprio come mia madre, quindi è ovvio che io mi senta così”, oppure: “Perché mi sta dicendo questo? Non mi sta aiutando davvero”. Alcuni possono persino concordare ma fraintendendo il messaggio, pensano che il problema sia unicamente legato alla figura materna e che il terapeuta debba “risolverlo”.
Queste reazioni possono destabilizzare i terapeuti meno esperti, soprattutto se abituati a usare interpretazioni genetiche come strumento primario. Invece, nel trattamento delle persone con personalità borderline è spesso più utile concentrarsi sul presente interpretando le dinamiche emotive del “qui e ora” nella relazione terapeutica.
Per esempio, se un paziente esprime rabbia, è probabile che la difesa dominante non sia una semplice proiezione ma un meccanismo più complesso come l’identificazione proiettiva. In questo caso, il paziente cerca di liberarsi di sentimenti di colpa o rabbia attribuendoli al terapeuta. Tuttavia, diversamente dai pazienti psicotici, il borderline mantiene un certo contatto con questi sentimenti e tenta di renderli coerenti con la realtà. Questo processo genera sofferenza sia per il paziente che per il terapeuta, che può sentirsi intrappolato nella dinamica.
La differenza fondamentale tra i pazienti borderline e quelli nevrotici o psicotici risiede nella gestione delle proiezioni. I pazienti psicotici, privi di contatto con la realtà, non si preoccupano di quanto sia coerente la loro proiezione. I nevrotici, invece, riescono a riconoscere la proiezione come un prodotto del loro inconscio.
I borderline, invece, non possono “lasciar andare” il sentimento proiettato, poiché non possiedono un Io osservante sufficientemente differenziato per riconoscere questa dinamica come un prodotto interno. Rimangono intrappolati tra il desiderio di rendere la proiezione congruente con la realtà e il bisogno di non sentirsi pazzi insistendo che il terapeuta condivida la loro interpretazione. Questo può portare a una situazione frustrante in cui il terapeuta, sotto pressione, si sente manipolato e, infine, ostile.
Per affrontare questa complessa dinamica, le interpretazioni devono mirare a illuminare la difesa nel momento presente. Un esempio efficace potrebbe essere: “Sembra che lei senta di essere cattivo, e questo la fa arrabbiare. Per gestire questa rabbia, attribuisce a me il ruolo del cattivo, come se la mia collera fosse la causa della sua. Possiamo considerare che entrambi possiamo avere lati buoni e cattivi, e che questa non è necessariamente una cosa negativa?”.
Questo tipo di intervento cerca di aiutare il paziente a passare da una visione dicotomica della realtà in cui tutto è bianco o nero, a una più integrata, in cui diversi aspetti di sé e delle proprie emozioni possono coesistere all’interno di un’identità più stabile.
Questa attività interpretativa richiede pratica e pazienza. Non si tratta di un cambiamento rapido ma di un processo graduale che spesso richiede mesi o anni. Tuttavia, con il tempo, questo approccio può aiutare il paziente borderline a sviluppare una visione più complessa e integrata del proprio Sé e delle relazioni con gli altri migliorando significativamente la qualità della vita e la capacità di affrontare le emozioni.
Un altro aspetto molto utile nel trattamento dei pazienti con personalità borderline è coinvolgerli attivamente nella gestione delle difficoltà che il terapeuta incontra nella relazione terapeutica. In questa tecnica, il paziente viene invitato a collaborare con il terapeuta per affrontare situazioni complicate che emergono durante il trattamento. Questo approccio può sembrare insolito ma è particolarmente efficace per affrontare la tendenza tipica dei pazienti borderline a interpretare la realtà in modo rigido, secondo una logica “tutto-o-nulla”.
Le personalità borderline tendono a mettere il terapeuta di fronte a dilemmi che sembrano non avere una soluzione soddisfacente. Spesso creano una dinamica in cui il terapeuta sente di avere solo due scelte possibili per rispondere a una determinata situazione, entrambe percepite come sbagliate, ma per motivi diversi.
Ad esempio, se il terapeuta decide di rispondere in un certo modo, potrebbe sembrare che stia ignorando o trascurando una parte importante del conflitto emotivo del paziente. Al contrario, se opta per l’altra soluzione, rischia di invalidare o perdere di vista un’altra dimensione altrettanto rilevante del problema. Questa dinamica mette spesso il clinico in una posizione scomoda in cui ogni scelta sembra portare a un fallimento.
Chiedere al paziente di riflettere insieme al terapeuta su questi dilemmi può essere un modo per ridurre la tensione e trasformare un momento di difficoltà in un’opportunità terapeutica. In pratica, il paziente viene incoraggiato a svolgere un ruolo attivo nel processo diventando una sorta di supervisore o collaboratore. Questo non solo aiuta il paziente a sentirsi valorizzato e ascoltato ma permette anche di ridurre il senso di impotenza che spesso caratterizza sia il terapeuta sia il paziente nei momenti di maggiore complessità emotiva.
Questo approccio funziona bene perché, coinvolgendo il paziente, si cerca di spostare il focus dalla rigidità del pensiero dicotomico tipico della personalità borderline. Si passa dall’idea che ci siano solo due opzioni inconciliabili a una riflessione più ampia che può aprire la strada a nuove possibilità.
Inoltre, questa tecnica permette di modellare un modo diverso di affrontare i conflitti aiutando il paziente a riconoscere che le situazioni difficili non sono necessariamente irrisolvibili e che è possibile trovare un equilibrio tra punti di vista apparentemente opposti.
Questo processo richiede tempo, pazienza e una certa dose di creatività da parte del terapeuta ma può produrre risultati significativi. In definitiva, permette di costruire una relazione terapeutica più collaborativa e di aiutare il paziente a sviluppare una maggiore capacità di affrontare i propri conflitti interni in modo più integrato e meno rigido.
Le persone con una personalità borderline, come tutti, hanno bisogno di empatia ma i loro sbalzi d’umore e le continue oscillazioni del loro stato interiore rendono difficile per il terapeuta sapere quando e come esprimerla.
Questi pazienti possono suscitare reazioni emotive opposte nel terapeuta: quando appaiono depressi o spaventati, evocano sentimenti di compassione e desiderio di aiutarli; al contrario, quando si comportano in modo oppositivo o aggressivo, possono far emergere sentimenti di irritazione o frustrazione.
Questo meccanismo può portare, involontariamente, a un ciclo in cui il terapeuta tende a “ricompensare” i comportamenti regressivi e a “punire” quelli più assertivi replicando dinamiche problematiche del passato.
I terapeuti che lavorano principalmente con pazienti nevrotici sono spesso abituati a incoraggiare una regressione contenuta, che in questi casi è utile.
Tuttavia, con i pazienti borderline, lo stesso approccio può rinforzare alcuni degli schemi più disfunzionali. Una comprensione accurata della personalità borderline aiuta invece il terapeuta a comportarsi in modo controintuitivo: mostrarsi relativamente insensibile ai momenti di debolezza emotiva e, al contrario, apprezzare e valorizzare i tentativi di assertività, anche quando si manifestano attraverso opposizione o rabbia.
Il lavoro di Masterson e dei suoi collaboratori offre una chiave per gestire queste dinamiche concentrandosi sui problemi legati alla vicinanza e alla distanza nelle relazioni.
Masterson ipotizza che, durante l’infanzia, le madri di persone con personalità borderline abbiano avuto un attaccamento molto intenso con i figli ma abbiano scoraggiato la loro naturale spinta verso l’autonomia, che di solito emerge tra i 18 mesi e i tre anni. Questo tipo di relazione genitoriale può portare il bambino, e poi l’adulto, a sentirsi al sicuro solo in relazioni di dipendenza regressiva.
Tuttavia, quando si trovano da soli, questi pazienti sperimentano un dolore emotivo profondo che Masterson definisce “depressione abbandonica.” La vicinanza offre conforto ma può far sentire il paziente intrappolato, controllato o infantilizzato. La separazione, pur essendo dolorosa, può invece contribuire a rafforzare la loro autostima e indipendenza.
Secondo il modello di Masterson, il terapeuta deve agire in modo diverso rispetto alla figura materna descritta evitando di alimentare la dipendenza e promuovendo invece l’autonomia del paziente. Questo significa intervenire attivamente per evidenziare i comportamenti regressivi o autodistruttivi, ad esempio dicendo: “In che modo pensa che frequentare certi ambienti pericolosi possa aiutarla a stare meglio con se stesso?”.
Allo stesso tempo, è fondamentale valorizzare empaticamente ogni segnale di progresso verso l’autonomia, come riconoscere: “Mi fa piacere che sia riuscito a dirmi che l’ho fatta arrabbiare.” Questo tipo di approccio incoraggia il paziente borderline a sviluppare una base più solida per la propria autostima evitando l’attaccamento dipendente che non offre benefici a lungo termine.
Il terapeuta deve anche prestare attenzione agli elementi positivi che possono emergere persino nei comportamenti più problematici di autoaffermazione cercando di trasformarli in occasioni di crescita. Tuttavia, non è sempre facile assumere questo atteggiamento, poiché i naturali sentimenti di controtransfert del terapeuta spesso spingono nella direzione opposta. La sfida sta nel resistere a queste reazioni e mantenere un approccio che aiuti il paziente a costruire un maggiore senso di sé, più stabile e indipendente.
Pine (1985) ha introdotto una regola fondamentale per il trattamento di pazienti con difficoltà legate ai temi della separazione e dell’individuazione: la cosiddetta regola del “Batti il ferro finché è caldo.” Tuttavia, mentre questa massima si applica ai pazienti di livello nevrotico, con i pazienti borderline il principio deve essere modificato.
Per le persone nevrotiche, infatti, il momento ideale per fare interpretazioni è durante un picco di agitazione emotiva. In questi momenti, le osservazioni del terapeuta hanno maggior probabilità di essere percepite nel loro significato affettivo, senza essere ridotte a una semplice riflessione intellettuale. Il coinvolgimento emotivo garantisce che il paziente colga pienamente il peso emotivo della dinamica che viene interpretata.
Con i pazienti borderline, invece, si adotta l’approccio opposto. Durante episodi di intensa emotività — come rabbia esplosiva, panico o regressione profonda — il paziente è troppo turbato per recepire un’interpretazione in modo costruttivo. In quei momenti, qualunque intervento rischia di essere percepito come una critica personale o una richiesta di abbandonare aspetti del sé a cui il paziente è fortemente legato.
Per questo motivo, è più efficace rimandare le interpretazioni a un momento successivo, quando l’intensità emotiva si è ridotta e il paziente si sente rassicurato di essere uscito dalla crisi. In questo stato di maggiore calma, i borderline sono più disponibili ad ascoltare, riflettere e trarre sollievo dalla comprensione delle proprie dinamiche.
Un esempio di intervento potrebbe essere il seguente: “Riflettevo su ciò di cui parlava poco fa, la sua tendenza a provare un’invidia molto forte che la porta ad attaccare gli altri quando si trova in quello stato. Potrebbe essere simile a quello che è accaduto la settimana scorsa, quando si è arrabbiato con me? Sembrava quasi che volesse distruggere qualunque cosa io cercassi di offrirle”.
Proposto in un momento di tranquillità emotiva, un commento di questo tipo può aiutare il paziente borderline a riconoscere e comprendere una dinamica che altrimenti gli risulterebbe difficile da elaborare. Inoltre, ricevere questa interpretazione in uno stato di calma gli permette di coglierla non come una critica ma come un’opportunità per esplorare la propria esperienza e sentirsi compreso.
Al contrario, cercare di fare un’interpretazione simile durante un episodio di rabbia intensa o di invidia potrebbe avere effetti controproducenti. Dire a un paziente che, in quel momento, sta cercando di “distruggere il terapeuta” rischia di esasperare il suo senso di vergogna per i propri impulsi e di intensificare la sua rabbia. Il paziente potrebbe sentirsi umiliato, giudicato e ulteriormente incompreso. Questo tipo di intervento, in una fase di forte emotività, non farebbe altro che amplificare la frustrazione e il senso di impotenza.
Per questo motivo, è importante che il terapeuta riconosca il momento giusto per affrontare queste dinamiche. Parlare di episodi emotivi intensi quando il paziente è calmo permette di creare uno spazio sicuro in cui può riflettere su ciò che è accaduto, trarne nuove comprensioni e sentirsi sostenuto nel processo. Questo approccio non solo favorisce una maggiore introspezione ma riduce anche il rischio di alimentare sentimenti di vergogna o di amplificare la conflittualità nella relazione terapeutica.
Un aspetto fondamentale della diagnosi di personalità borderline, e delle sue implicazioni per la psicoterapia, riguarda l’importanza di comprendere il controtransfert da parte del terapeuta. Con i pazienti borderline, il controtransfert, ossia l’insieme delle reazioni emotive e inconsce del terapeuta verso il paziente influenzate dalla propria storia personale e dalla relazione terapeutica, non è solo una reazione del terapeuta ma uno strumento cruciale per comprendere ciò che sta accadendo nella relazione terapeutica.
Questo perché, rispetto ai pazienti di livello nevrotico o psicotico, le persone con personalità borderline comunicano in un modo unico e particolarmente intenso. Anche se parlano molto durante le sedute, le informazioni più significative non si trovano nelle parole che usano ma nella “musica di sottofondo” delle loro emozioni. In altre parole, il loro stato emotivo trasmette messaggi profondi e complessi che spesso non vengono esplicitati verbalmente.
Le reazioni intuitive, emotive e immaginative del terapeuta di fronte a un paziente borderline possono offrire indicazioni fondamentali su cosa stia accadendo tra loro. Queste risposte, che emergono quasi a livello istintivo, spesso sono più utili per comprendere la dinamica terapeutica rispetto a una riflessione puramente cognitiva sul contenuto delle parole del paziente o al ricorso esclusivo alla teoria psicoterapeutica.
Il controtransfert diventa, quindi, uno strumento indispensabile per cogliere i messaggi emotivi che il paziente sta inviando, anche quando non sono espressi in modo diretto.
Ad esempio, se il terapeuta si accorge di sentirsi improvvisamente annoiato, arrabbiato, ansioso, o sopraffatto da un desiderio di “salvare” il paziente, è molto probabile che queste emozioni siano una risposta indotta inconsciamente dal paziente. Questi stati interiori del terapeuta possono riflettere la realtà emotiva del paziente che sta inconsapevolmente trasmettendo il proprio vissuto.
Anche immagini o fantasie inaspettate, come pensieri di natura sessuale o sentimenti di panico, possono fornire indizi preziosi sullo stato psicologico del paziente borderline.
In sintesi, lavorare con pazienti con personalità borderline richiede al terapeuta non solo di ascoltare attentamente le parole del paziente ma anche di prestare attenzione alle proprie reazioni emotive durante le sedute. Il controtransfert non deve essere visto come un ostacolo ma come uno strumento che può offrire una comprensione più profonda del mondo interno del paziente. Questa capacità di leggere le emozioni “tra le righe” è essenziale per stabilire una relazione terapeutica efficace e per aiutare il paziente a esplorare e integrare le proprie emozioni.
Un individuo con personalità borderline manifesta comportamenti caratterizzati da instabilità emotiva, relazionale e identitaria. Le relazioni interpersonali possono essere intense e altalenanti oscillando tra idealizzazione e svalutazione degli altri. Sul piano emotivo, la persona borderline può sperimentare frequenti cambiamenti di umore, con stati di rabbia, ansia, senso di vuoto o disperazione che emergono spesso in risposta a situazioni percepite come rifiuto o abbandono.
Dal punto di vista comportamentale, sono frequenti atteggiamenti impulsivi, come spese eccessive, abuso di sostanze, condotte sessuali rischiose o autolesionismo, utilizzati come strategie per gestire il dolore emotivo o il senso di vuoto. A livello identitario, la persona borderline tende a mostrare un’immagine di sé frammentata, con difficoltà a mantenere un senso di sé stabile nel tempo.
Questi comportamenti riflettono una lotta interna legata a una profonda paura dell’abbandono, unita a difficoltà nella regolazione emotiva e nella gestione dei conflitti relazionali. Tuttavia, con un trattamento adeguato, è possibile migliorare significativamente la qualità di vita e il funzionamento interpersonale di chi vive con questa condizione.
Una personalità borderline tende a ragionare in modo dicotomico oscillando tra opposti estremi, come “tutto-buono” o “tutto-cattivo”. Questa modalità di pensiero riflette difficoltà nell’integrare aspetti complessi e ambivalenti della realtà. Le interpretazioni degli eventi sono spesso influenzate da un’intensa emotività, con una percezione amplificata di rifiuti o abbandoni. Inoltre, il ragionamento può essere guidato da meccanismi di difesa primitivi, come la scissione o l’identificazione proiettiva. Questo rende alquanto difficile una valutazione stabile e coerente delle esperienze.
Una personalità borderline fatica a tollerare situazioni percepite come rifiuto, abbandono o critica, che possono scatenare intense reazioni emotive. Allo stesso modo, l’incertezza relazionale e l’ambivalenza emotiva sono difficili da gestire, poiché attivano ansia e paura del vuoto. Inoltre, le persone con questa struttura di personalità trovano insopportabile sentirsi invalidate o trascurate, poiché ciò amplifica il senso di vulnerabilità e fragilità emotiva.
Una personalità borderline soffre principalmente per la paura dell’abbandono, la percezione di rifiuto e il senso di vuoto cronico. Le difficoltà nel regolare le emozioni rendono intensi e dolorosi i vissuti relazionali, spesso amplificati da dinamiche di idealizzazione e svalutazione. Inoltre, l’incapacità di integrare aspetti positivi e negativi di sé e degli altri contribuisce a generare conflitti interni e sofferenza emotiva profonda.
Quando una persona con personalità borderline si arrabbia, può manifestare reazioni intense e impulsive, come scatti di rabbia verbale, comportamenti autolesionistici o atteggiamenti aggressivi, diretti verso se stessa o gli altri. Questa rabbia spesso deriva da una percezione di rifiuto, abbandono o invalidazione ed è amplificata dalla difficoltà a regolare le emozioni e a tollerare l’ambivalenza nelle relazioni.
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Dott. Davide Ivan Caricchi
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