La “terra di mezzo” della sofferenza psichica: il disturbo borderline di personalità

Il disturbo borderline presenta una marcata varietà di fenomeni clinici: spesso ci si imbatte in varianti psicopatologiche sorprendenti, imprevedibili, tratti drammatici, talvolta stravaganti e bizzarri che generano nello psicologo un certo spaesamento. Tuttavia, pur trovandoci in un quadro generale incredibilmente eterogeneo e sfaccettato, si può scorgere una coerenza di fondo per quel che concerne il funzionamento psichico alla base della patologia borderline.
Tra gli anni ’30 e ’40 gli psichiatri e gli psicologi del tempo iniziarono a descrivere alcuni pazienti che non erano così gravi da essere diagnosticati come schizofrenici ma che presentavano troppi sintomi psichici per essere considerati nevrotici (ossia con un funzionamento psichico problematico ma non troppo patologico). Questi pazienti vennero inseriti in una “categoria diagnostica intermedia”, a cavallo tra la psicosi e la nevrosi. I primi tratti psicopatologici riscontrati in queste persone furono un’ansia smodata in molteplici contesti, incapacità ad avere dei progetti realistici nella vita, una notevole difficoltà a gestire gli impulsi più primitivi, una fragilità di pensiero obiettivo e scarso senso della realtà.
Gli psicologi che si imbatterono per la prima volta in questa psicopatologia possono essere considerati dei veri e propri “pionieri” della psicodiagnosi, ossia quella disciplina che si propone di individuare segni e indizi tipici di uno specifico funzionamento di personalità. La psicodiagnosi può sembrare un “antipatico” esercizio di etichettatura degli individui, tuttavia è di importanza vitale: senza di essa lo psicologo non può impostare il percorso psicoterapeutico più indicato per la persona.

                             

Storia del concetto “borderline”

Il disturbo borderline presenta una marcata varietà di fenomeni clinici: spesso ci si imbatte in varianti psicopatologiche sorprendenti, imprevedibili, tratti drammatici, talvolta stravaganti e bizzarri che generano nello psicologo un certo spaesamento. Tuttavia, pur trovandoci in un quadro generale incredibilmente eterogeneo e sfaccettato, si può scorgere una coerenza di fondo per quel che concerne il funzionamento psichico alla base della patologia borderline.
Tra gli anni ’30 e ’40 gli psichiatri e gli psicologi del tempo iniziarono a descrivere alcuni pazienti che non erano così gravi da essere diagnosticati come schizofrenici ma che presentavano troppi sintomi psichici per essere considerati nevrotici (ossia con un funzionamento psichico problematico ma non troppo patologico). Questi pazienti vennero inseriti in una “categoria diagnostica intermedia”, a cavallo tra la psicosi e la nevrosi. I primi tratti psicopatologici riscontrati in queste persone furono un’ansia smodata in molteplici contesti, incapacità ad avere dei progetti realistici nella vita, una notevole difficoltà a gestire gli impulsi più primitivi, una fragilità di pensiero obiettivo e scarso senso della realtà.
Gli psicologi che si imbatterono per la prima volta in questa psicopatologia possono essere considerati dei veri e propri “pionieri” della psicodiagnosi, ossia quella disciplina che si propone di individuare segni e indizi tipici di uno specifico funzionamento di personalità. La psicodiagnosi può sembrare un “antipatico” esercizio di etichettatura degli individui, tuttavia è di importanza vitale: senza di essa lo psicologo non può impostare il percorso psicoterapeutico più indicato per la persona.

                                        

Caratteristiche generali del disturbo borderline

Passiamo ora alla descrizione delle caratteristiche principali del disturbo borderline di personalità.
I due tratti basilari che contraddistinguono la vita dei soggetti borderline sono senza dubbio l’instabilità e l’ambivalenza. Questi due elementi inducono il paziente a provare emozioni intense, confuse e di difficile gestione, ad avere atteggiamenti incoerenti e disorientanti agli occhi degli altri e a condurre uno stile di vita all’insegna dell’impulsività e dell’imprevedibilità: spesso nel rapportarsi con i pazienti borderline si avverte quella spiacevole sensazione di “camminare sulle uova”, in quanto non si riesce mai a capire bene come potranno reagire. È difficile stare sereni e tranquilli al cospetto di queste persone.
La personalità borderline tende ad essere ostile, aggressiva, manipolatoria e drammaticamente instabile: a causa di questi tratti problematici ricevono molto spesso rifiuti dalle persone, benché loro desiderino in maniera smodata vicinanza emotiva.
La loro marcata instabilità li porta ad attraversare repentini mutamenti dell’umore. Spesso vanno incontro ad una violenta alternanza tra fasi di apatia e depressione e fasi di iper-eccitamento, rabbia e angoscia.
Come detto, la depressione è un vissuto molto frequente nei pazienti borderline ed è sovente accompagnata da impulsi autodistruttivi. Tali condotte autodistruttive sono una modalità complessa e contraddittoria di comunicare con gli altri: rappresentano uno strumento ambiguo per esprimere la propria aggressività quando non ci si sente sufficientemente valorizzati dagli altri. Il funzionamento relazionale borderline può essere sintetizzato con questa frase: “Tu non mi consideri, allora io mi autodistruggo per farti vedere che esisto, così ti dovrai preoccupare di me”. In un contesto del genere, è chiaro che la gestione delle relazioni con il paziente borderline sia sovente difficile ed estenuante.
Nei prossimi lavori approfondiremo altri aspetti del complesso “mondo” borderline, quali l’affettività e i meccanismi di difesa, elementi di fondamentale importanza per comprendere al meglio questa psicopatologia.