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Scritto dal Dott. Davide Caricchi
Scritto il 25 Ott, 2018

La claustrofobia: quando non si ha nessuna via di scampo

“La claustrofobia: quando non si ha nessuna via di scampo” è un articolo scritto dal Dott. Davide Ivan Caricchi, psicologo a Torino, psicologo online, psicoterapeuta, Specialista in Psicologia Clinica.

A tutti noi è capitato di avvertire, almeno una volta nella vita, quel fastidioso senso di chiusura e soffocamento di fronte a luoghi particolarmente stretti o angusti: nei casi più estremi, quando il senso di chiusura e soffocamento diventa tremendamente destabilizzante, ci troviamo di fronte alla claustrofobia.
In situazioni normali, questo è un vissuto che diminuisce a poco a poco, in quanto si ha la consapevolezza del fatto che la permanenza in tale luogo angusto sarà temporaneo e si potrà in breve tempo tornare in uno spazio aperto e meno opprimente.
Le persone che soffrono di claustrofobia, invece, di fronte a questi ambienti si ritrovano a sperimentare delle sensazioni spaventose e di panico che tuttavia sono irrazionali. Perché provano ciò?
Analizziamo più a fondo questa particolare fobia.

Che cos’è la claustrofobia?

La claustrofobia è quel disturbo in cui si prova una forte paura dei luoghi chiusi quali gallerie, grotte, cinema, ascensori, cabine di spogliatoio, scompartimenti del treno ecc. In tali situazioni la persona claustrofobica può avvertire 1) un pressante senso di soffocamento oppure 2) una penosa sensazione di essere imprigionato e senza via di scampo.
Questo tipo di fobia ha una “storia” molto antica Si può dire che affondi le sue radici nell’ “alba” del genere umano: essa è strettamente collegata alle risposte di paura e sgomento degli animali che si trovavano dinnanzi a situazioni in cui non avevano alcuna via di fuga. Quindi la risposta claustrofobica, in specifici contesti di costrizione e soffocamento, ha una sua utilità perchè può stimolare a trovare soluzioni oppure a richiedere aiuto ai propri simili. Nelle persone con claustrofobia, la risposta di terrore è a tratti sconcertante e disorganizzante. La paura prende totalmente il sopravvento portando ad una condizione di paralisi.
Nei casi più seri, questo tipo di fobia può diventare molto disturbante nella vita di tutti giorni. Molte altre persone invece gestiscono tale disagio evitando accuratamente tutti gli spazi che suscitano senso di chiusura e soffocamento. Ma la claustrofobia ha un significato profondo molto importante Spesso tale problema è un segnale di un disagio che se non accolto e non analizzato, può peggiorare e andare a coinvolgere altre aree di disagio Spesso, inoltre, la claustrofobia può intrecciarsi con altri disturbi d’ansia, come il disturbo d’ansia generalizzato, il disturbo di panico, la fobia sociale, ecc.
Ma quali sono le cause all’origine della claustrofobia?

Alla scoperta delle origini dell’esperienza claustrofobica

Dietro una problematica claustrofobica si cela sempre un conflitto tra la spinta all’indipendenza e la sicurezza data dalla protezione di un ambiente accogliente ma che col tempo può trasformarsi in qualcosa di opprimente e soffocante.
La persona claustrofobia avverte come pericolose le situazioni che vive come perdita di libertà. Nella vita di tutti i giorni pertanto sentirà come asfissianti tutti i rapporti stretti. Questo però pone il soggetto claustrofobico di fronte ad un problema, in quanto per lui essere indipendenti significa rinunciare ad un coinvolgimento emotivo, con la conseguente insorgenza del senso di colpa. Il “leit-motiv” del claustrofobico sarà questo: “Acquisisco libertà ma perdo l’amore delle persone a me care”. Tuttavia non è affatto così: si può avere una vita autonoma e indipendente senza perdere l’amore dei propri cari!

Cause profonde della claustrofobia

L’episodio calustrofobico rappresenta sì un frangente terribile per la persona che lo vive ma anche un momento di riflessione per lui: a partire da tale episodio (segnale di un disagio) può prendersi un tempo e uno spazio per “chiudersi” provvisoriamente in se stesso, ma in senso positivo…chiudersi per interrogarsi sulla propria vita esternando dubbi e timori, elaborandoli in un percorso di aiuto psicologico e mettendo in discussione la propria persona e i propri precari equilibri.
Spesso i dilemmi di fronte a cui si trova il claustrofobico sono legati al senso di oppressione e di chiusura generati dalla famiglia d’origine e dall’incapacità di liberarsi da questo “giogo”, perché liberarsi dai “legacci” del contesto familiare può essere vissuto come un tradimento, un’ingiustizia nei confronti di chi ci ha dato la vita. In realtà l’“ingiustizia” risiede proprio nel non avere la possibilità di vivere la propria vita facendo le proprie scelte in piena libertà. Sia ben chiaro: questo non significa che le cause della claustrofobia siano sempre ed esclusivamente dovute alla famiglia d’origine! A volte è così ma a volte no! I genitori fanno quel che possono dando amore e trasmettendo valori e principi ai figli. Può capitare che si creino delle incomprensioni, dei “loop” emotivi, delle comunicazioni fuorvianti che portano i figli a sentirsi troppo vincolati alla “rassicurante” realtà della famiglia d’origine…questo però, col passare del tempo, porterà a generare la cosiddetta “angoscia claustrofobica”, ossia quell’angoscia di essere chiusi dentro l’ordine della propria eredità familiare, senza poterne più uscire.
In conclusione, si può tranquillamente vivere con la claustrofobia. Basta evitare i luoghi chiusi fonte di angoscia Ma si può vivere una vita “al ribasso”? Chiusa dai “limiti” di un ambiente che non favorisce la libertà e la gioia di mettersi in gioco nel mondo?

FAQ

Che cos’è la claustrofobia?

La claustrofobia è un disturbo caratterizzato da una paura eccessiva e morbosa di spazi chiusi o ristretti. Le persone affette da questo disturbo sperimentano una sensazione intensa di ansia, di disagio o di panico quando si trovano in ambienti ristretti senza possibilità di uscita, come stanze senza finestre o situazioni che inducono una sensazione di oppressione e prigionia. In aggiunta ai sintomi di ansia, la claustrofobia può manifestarsi con sintomi fisici come sudorazione eccessiva, brividi o sensazioni di calore, aumento del battito cardiaco, nausea, sensazione di mancanza di aria e la paura di morire. Di conseguenza, le persone con claustrofobia cercano di evitare le situazioni che scatenano questa paura evitando di trovarsi in spazi ristretti o cercando la compagnia di un familiare per sentirsi più sicure.

Quali sono i sintomi della claustrofobia?

La claustrofobia è un disturbo caratterizzato da una vasta gamma di sintomi che varia in maniera significativa da individuo a individuo a seconda della tipologia e del livello di gravità. Alcune persone possono sperimentare una leggera ansia o disagio quando si trovano in spazi chiusi o ambienti ristretti, mentre altri possono vivere un intenso senso di angoscia e, in casi estremi, possono andare incontro ad episodi di attacco di panico.
Un aspetto distintivo della claustrofobia è la paura di sentirsi soffocare o intrappolati. Come con altri disturbi fobici, la claustrofobia può manifestarsi con reazioni fisiologiche come battito cardiaco accelerato, brividi, sudorazione eccessiva o vampate di calore, formicolio, nausea, vertigini, mal di testa, confusione, difficoltà respiratorie, disturbi visivi, fischi nelle orecchie, bocca secca, tremori, pianto, intorpidimento, urgenza di urinare, sensazione di oppressione al petto e altre sensazioni spiacevoli.
Alcune persone possono avvertire la penosa sensazione che in uno spazio angusto i muri “si avvicinino” a lui oppure possono sperimentare l’opprimente sensazione di soffocare. Altri soggetti cercano subito di sfuggire o allontanarsi dalle situazioni che scatenano la loro claustrofobia. Nei casi più gravi, la claustrofobia può portare alla paura di svenire, perdere il controllo o addirittura morire.

Perché si soffre di claustrofobia?

La claustrofobia è una forma di ansia patologica caratterizzata dalla paura irrazionale e morbosa degli spazi ristretti e chiusi. In alcuni casi la problematica claustrofobica deriva da esperienze traumatiche passate legate a spazi angusti che hanno generato un senso di chiusura o soffocamento. Individui affetti da questo disturbo sperimentano un profondo senso di angoscia, disagio o paura intensa quando si trovano in situazioni in cui percepiscono di essere chiusi o potenzialmente intrappolati, come ad esempio all’interno di un’auto, in un ascensore, in camerini, in ambienti sotterranei o nelle metropolitane.
Di conseguenza, le persone claustrofobiche cercano di evitare situazioni che possano scatenare questa paura, adottando strategie di evitamento o cercando il supporto di un membro della famiglia per sentirsi più sicuri. Questo comporta spesso significative limitazioni nelle loro attività quotidiane.
In moltissimi casi però la claustrofobia ha cause ben più profonde che affondano le loro radici nella storia di vita del paziente claustrofobico.
Spesso i dubbi di fronte cui si trova il soggetto claustrofobico sono associati al senso di oppressione e chiusura che possono avere sperimentato all’interno della loro famiglia d’origine. La difficoltà a liberarsi da questa “pressione” familiare può essere percepita come un tradimento o un’ingiustizia nei confronti di coloro che hanno dato loro la vita. Tuttavia, in realtà, l’ingiustizia risiede nel non avere la possibilità di vivere una vita autonoma e fare scelte personali in piena libertà.

Come si può curare la claustrofobia?

La claustrofobia può essere trattata attraverso diverse opzioni terapeutiche che possono essere combinate in base alle esigenze individuali e alla gravità del disturbo. Tra le strategie terapeutiche più efficaci figurano la psicoterapia a orientamento psicodinamico e la terapia cognitivo-comportamentale. Inoltre, l’uso di tecniche di rilassamento e la pratica della meditazione possono risultare preziose nel delicato percorso di superamento della problematica claustrofobica.
Questi interventi terapeutici mirano ad aiutare il paziente a comprendere la sua paura irrazionale dei luoghi chiusi e ristretti e a darci un significato, concentrandosi poi sulla possibilità di gestire i pensieri ansiosi e affrontando le convinzioni negative associate alla claustrofobia.
Qualora la sintomatologia legata alla claustrofobia raggiungesse in alcune fasi livelli di gravità considerevoli, in aggiunta al trattamento psicologico un medico psichiatra può prescrivere una farmacoterapia allo scopo di controllare i sintomi associati al disturbo fobico, come l’ansia. I farmaci più comunemente utilizzati per il trattamento della calustrofobia includono benzodiazepine, beta-bloccanti, antidepressivi triciclici, inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) e inibitori delle monoamino ossidasi (MAOI).
È importante sottolineare che l’uso di farmaci può fornire un sollievo temporaneo ma non risolve il problema in modo definitivo.

 

 

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