Tutti noi avremo sentito parlare, almeno una volta nella vita, di psicoterapia, soprattutto se si sono attraversati momenti difficili dal punto di vista psicologico, aspetto quest’ultimo che spinge inevitabilmente a informarsi su rimedi e cure per risolvere problemi di tale natura.
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ToggleMa che cos’è la psicoterapia? Provando a darne una definizione, essa è un percorso interpersonale tra psicologo e paziente finalizzato a modificare le sofferenze attraverso strumenti prettamente psicologici che possono essere verbali o non verbali. A seconda della problematica presentata e di quanto si intenda andare in profondità nel percorso di cambiamento psicologico, l’obiettivo finale della psicoterapia è quello di ridurre i sintomi oppure di modificare la struttura di personalità del paziente.
Ora che abbiamo una prima definizione, proviamo a esplorare più a fondo questo complesso ma al tempo stesso affascinante percorso psicologico. Che cos’è nel concreto la psicoterapia?
Sono davvero tanti gli orientamenti teorici e le tecniche di psicoterapia nello sterminato campo dell’aiuto psicologico. Esistono due macro-aree di psicoterapie: 1) Psicoterapie a orientamento psicoanalitico che mirano ad una modifica strutturale della personalità 2) Psicoterapie cognitivo-comportamentali che si focalizzano sulla modifica del sintomo. Ma ci sono molti altri approcci di grande rilevanza dal punto di vista teorico-metodologico: la terapia sistemico-relazionale, la grupoanalisi, l’analisi transazionale, l’EMDR, ecc.
Lasciando da parte per un momento questa importante classificazione, partiamo da una domanda importantissima: che cos’è davvero la psicoterapia? Innanzitutto è un percorso: un percorso che si fa in due: un percorso di cambiamento che deve rispettare i tempi e gli spazi del paziente. Cosa significa? Significa che lo psicologo deve guardarsi bene da imporre proprie idee o propri personali modi di vedere la vita: lo psicologo non deve imporre stili educativi, se no sarebbe semplicemente il sostituto di un genitore.
Lo psicologo, in psicoterapia, deve aiutare a pensare, che significa pensare in maniera autentica, non in modo automatico, significa non negare aspetti problematici di sé, conoscere in maniera approfondita se stessi per giungere al cambiamento. Ma per arrivare a questo, serve un’altra “mente”, un’altra persona che accolga la sofferenza altrui e la restituisca “trasformata”.
Questo significa semplicemente collegare tale sofferenza a qualcosa che è successo nel passato e dargli un nuovo significato: soltanto così si potranno affrontare le sfide future della vita con un approccio diverso, meno vincolato dai “sintomi” che non sono altro che i “fantasmi” del passato sottoforma di sofferenza psichica. Molte volte i pazienti in seduta lamentano di non avvertire interesse e comprensione per il proprio dolore mentale, e hanno spesso ragione!
Lo psicologo deve prima di tutto impegnarsi in un ascolto attivo delle sofferenze del paziente. Pertanto, il percorso psicoterapeutico implica un “lavoro” importante da parte di entrambi i soggetti: il paziente deve imparare a pensare poco per volta con la propria testa non affidandosi in maniera “magica” alle competenze del professionista, lo psicologo deve accogliere nella maniera più autentica e genuina possibile la sofferenza altrui per restituirla “bonificata”. Insomma, serve un vero e proprio lavoro di squadra.
Molto spesso il paziente, se ad un livello più consapevole aspira esclusivamente alla rimozione dei propri sintomi e disagi psicologici, ad un livello più profondo desidera far provare allo psicologo la stessa sofferenza psichica e lo stesso “scombussolamento” che ha vissuto in passato e che avverte tuttora. Insomma, lo mette un po’ “alla prova”. È qui che lo psicologo deve essere bravo a restituire “significato” alle sofferenze riportate in seduta.
Dovranno essere quindi create le condizioni emotive ideali per consentire al paziente di sentirsi libero di esprimere la sua sofferenza in un rapporto di fiducia, quasi come se fosse un “gioco”. Può sembrare strano ma è così. Soltanto in un clima di fiducia e di “gioco”, il paziente potrà portare i suoi sentimenti e le sue fantasie più problematiche!
Nel momento in cui il paziente avvertirà un’altra “mente” (quella dello psicologo) in grado di accogliere tutto ciò, si creerà uno spazio di “pensabilità” per tali sofferenze che in passato sono state messe da parte e non adeguatamente elaborate. Il sintomo psichico è del resto un dolore mentale che non ha avuto la possibilità di essere compreso e pensato e che si è trasformato in qualcosa di bizzarro o incomprensibile (il sintomo appunto).
Nel lavoro di psicoterapia è fondamentale prendere in esame non soltanto il contenuto verbale di quello che dice il paziente, ma anche il non verbale: la mimica facciale, il tono della voce, la postura, il ritmo con cui si esprimono certi concetti, i movimenti del corpo: sono tutti elementi che possono sembrare dettagli insignificanti ma che invece, in un percorso di psicoterapia, ci dicono molte cose sulla “storia” della persona.
Spesso dietro gli elementi del “non verbale” si nasconde la “parte bambina” di noi, quella più istintiva e naturale, e se nel nostro passato ci sono stati dei traumi, sarà senza dubbio la nostra parte più sofferente. Per lo psicologo sarà di vitale importanza accogliere questa “voce infantile” e integrarla con le altri parti della personalità del paziente: un lavoro molto ma molto complesso.
In concreto, la psicoterapia può essere considerata come una sorta di “dialogo tra menti”, un cammino fatto insieme, una condivisione di esperienze vissute dove lo psicologo, con le sue competenze, può aiutare il paziente a rimettersi in contatto con le parti più sofferenti e fragili di sé e integrarle con la sua personalità: un lavoro di squadra arduo ma che se portato a termine può davvero cambiare in meglio la vita della persona e anche quella dello psicologo.
In psicologia, la psicoterapia si sviluppa attraverso una pluralità di approcci, ciascuno dei quali si basa su consolidati modelli teorici e tecniche specifiche mirate alla comprensione e al trattamento del disagio psicologico. Ogni psicoterapeuta sceglie un orientamento teorico che funge da guida per il lavoro clinico. Questo consente di strutturare la terapia in base a una precisa organizzazione metodologica.
Gli approcci psicoterapeutici non si limitano a una semplice analisi teorica ma si configurano come strumenti pratici che offrono al paziente un sostegno concreto. L’obiettivo è quello di promuovere il cambiamento attraverso l’acquisizione di schemi comportamentali e strategie psicologiche da integrare nella vita quotidiana in grado di migliorare il benessere globale.
Tra gli approcci psicoterapeutici più noti troviamo la psicoanalisi e la psicoterapia psicodinamica che esplorano principalmente le dinamiche inconsce;
la psicoterapia cognitivo-comportamentale, centrata sulla modifica di pensieri e comportamenti disfunzionali;
la psicoterapia sistemico-relazionale, che si focalizza sulle interazioni familiari e sociali la psicoterapia sistemico-relazionale, che si focalizza sulle interazioni familiari e sociali;
la gruppo-analisi, orientata alla comprensione delle dinamiche di gruppo; l’analisi transazionale, che indaga le modalità di comunicazione e i ruoli interpersonali;
l’EMDR, utilizzato per elaborare traumi.
Questi modelli, seppur differenti tra loro, condividono l’obiettivo comune di favorire una trasformazione significativa nella vita del paziente attraverso il lavoro psicoterapeutico.
La psicoanalisi, introdotta da Sigmund Freud alla fine del XIX secolo, rappresenta una pietra miliare nella comprensione del funzionamento della mente e nel campo della psicoterapia dei disturbi psichici e nevrotici. Freud concepì questa disciplina come un metodo di indagine e di cura, capace di accedere ai processi mentali più profondi e meno accessibili andando oltre le limitazioni della coscienza razionale.
In un’epoca in cui la scienza era considerata l’unica chiave per interpretare la realtà, Freud rivoluzionò il panorama teorico e clinico opponendosi all’idea che tutti i processi mentali potessero essere spiegati unicamente attraverso la razionalità.
Fondamentale per la nascita della psicoanalisi fu il lavoro di Freud sull’isteria e sull’ipnosi, descritto dettagliatamente in Studi sull’isteria (1895), scritto con Josef Breuer. Questo testo segna il punto di partenza per la sua esplorazione dell’inconscio, concepito come un sistema dinamico dove i pensieri repressi influenzano il comportamento e il benessere psichico.
Successivamente, nell’opera L’interpretazione dei sogni (1900), Freud formulò la teoria secondo cui i sogni rappresentano una via regia per accedere ai contenuti inconsci offrendo uno strumento diagnostico e terapeutico fondamentale.
L’approccio psicoanalitico si basa sull’obiettivo di rendere conscio l’inconscio favorendo l’emersione e l’elaborazione di pensieri repressi e conflitti interiori. Questo processo consente al paziente di affrontare le proprie sofferenze interiori integrando nella consapevolezza ciò che era stato escluso o negato, con un effetto trasformativo sulla personalità e sulla qualità della vita.
Spesso capita di fare confusione tra percorsi psicologi quali psicoanalisi e psicoterapia. Pur condividendo gli stessi principi teorici, psicoanalisi e psicoterapia psicodinamica presentano importanti differenze, soprattutto dal punto di vista metodologico.
La differenza tra psicoanalisi e psicoterapia psicodinamica risiede principalmente nella profondità dell’intervento, nella durata del percorso e nella modalità di trattamento.
La psicoanalisi, come già accennato in precedenza, è un approccio intensivo che mira a esplorare in profondità l’inconscio e i conflitti psichici che influenzano il comportamento e le emozioni. In genere, le sedute sono frequenti (da tre a cinque volte alla settimana), e il paziente è invitato a sdraiarsi su un lettino per facilitare il flusso libero di pensieri e associazioni. L’obiettivo principale è ottenere una ristrutturazione profonda della personalità he porti alla luce contenuti inconsci e analizzi in dettaglio i processi interiori.
La psicoterapia psicodinamica, invece, è una derivazione moderna della psicoanalisi che mantiene molti dei suoi principi teorici ma si adatta a esigenze più pratiche e specifiche. Questa forma di psicoterapia è generalmente meno intensiva, con una frequenza delle sedute di una o due volte alla settimana e un focus più mirato sui problemi attuali del paziente. Pur esplorando i conflitti inconsci e le dinamiche relazionali, si concentra maggiormente su obiettivi concreti e raggiungibili nel breve o medio termine.
In sintesi, la psicoanalisi rappresenta un intervento profondo e prolungato, mentre la psicoterapia psicodinamica offre un approccio più flessibile e focalizzato che mantiene comunque il focus dell’attenzione sulle radici inconsce dei problemi psicologici. Entrambi i metodi condividono l’obiettivo di promuovere il cambiamento ma lo fanno con modalità e intensità diverse.
La psicoterapia cognitivo-comportamentale rappresenta un approccio strutturato che integra l’intervento sui processi mentali e comportamentali offrendo al paziente strumenti per affrontare ansia, fobie e attacchi di panico. Questo metodo mira non solo a comprendere le dinamiche psicologiche sottostanti al disagio ma anche a favorire un cambiamento attivo attraverso l’esposizione e la sperimentazione diretta nelle situazioni temute.
Il lavoro psicoterapeutico si articola in due componenti principali. La prima è quella cognitiva, che si concentra sull’identificazione e la modificazione dei pensieri disfunzionali, delle aspettative irrealistiche e delle convinzioni rigide che alimentano il malessere. La seconda componente è quella comportamentale, che si occupa di promuovere nuove modalità di azione attraverso tecniche mirate, come l’esposizione graduale o il rinforzo di comportamenti adattivi.
Il lavoro psicoterapeutico, quindi, si propone non solo di intervenire sui comportamenti manifesti ma anche di modificare emozioni, atteggiamenti e schemi cognitivi disfunzionali. Questo duplice approccio permette al paziente di sviluppare risorse per gestire in modo più efficace le sfide della vita quotidiana migliorando il benessere complessivo.
La psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT) si fonda sull’idea che pensieri, credenze e schemi cognitivi influenzino profondamente le risposte emotive e comportamentali dell’individuo. Beck, nel suo testo fondamentale Cognitive Therapy of Depression (1979), descrive come le distorsioni cognitive, ossia interpretazioni disfunzionali degli eventi, possano contribuire al mantenimento del disagio psicologico ostacolando la capacità del paziente di affrontare e superare i propri disturbi.
Il lavoro psicoterapeutico in questo contesto mira a identificare e modificare tali distorsioni cognitive aiutando il paziente a sviluppare una visione più realistica e adattiva di sé, degli altri e del mondo. Questo processo si traduce in un miglioramento della regolazione emotiva e nella capacità di fronteggiare situazioni difficili.
In termini più semplici, la CBT promuove il recupero di un “senso comune” laddove le credenze disfunzionali abbiano preso il sopravvento consentendo al paziente di adottare strategie più funzionali per affrontare la propria sofferenza e i problemi psicologici. Questo approccio, strutturato e orientato al cambiamento, si distingue per la sua efficacia dimostrata nel trattamento di una vasta gamma di disturbi psichici.
La psicoterapia sistemico-relazionale si basa sull’assunto che ogni individuo sia parte di un contesto sociale e relazionale più ampio, all’interno del quale sviluppa legami e interazioni significative. Secondo questo approccio, i sintomi e il malessere non sono esclusivamente espressione di un disagio personale ma riflettono le dinamiche relazionali e le modalità di funzionamento del sistema di appartenenza.
La psicoterapia sistemico-relazionale ha le sue origini negli anni ’50 negli Stati Uniti, fortemente influenzata dalla Teoria dei Sistemi di Ludwig von Bertalanffy, che enfatizza l’importanza di analizzare ogni fenomeno all’interno del contesto sistemico in cui si manifesta. Questo approccio è stato poi elaborato e perfezionato alla Scuola di Palo Alto, grazie ai contributi di studiosi come Gregory Bateson, Jay Haley e Paul Watzlawick.
Un elemento distintivo di questa forma di psicoterapia è il suo focus non solo sull’individuo e sul suo passato ma anche sulle relazioni attuali che definiscono il tessuto sociale del paziente. La psiche viene concepita come il prodotto di un sistema complesso di interazioni, dove il sintomo non rappresenta soltanto un disagio individuale ma una disfunzione dell’intero sistema relazionale. Il lavoro psicoterapeutico, dunque, mira a modificare le dinamiche disfunzionali del sistema nel suo insieme favorendo un miglior equilibrio tra le parti.
Spesso è il singolo individuo a rivolgersi a un professionista della psicoterapia per affrontare un disagio che percepisce come legato alle dinamiche della coppia o della famiglia. Tali difficoltà sono frequentemente radicate in relazioni complesse e conflittuali che influenzano il benessere personale.
Il trattamento psicoterapeutico sistemico-relazionale si rivela particolarmente utile nei casi in cui eventi come separazioni o divorzi generano conflitti che incidono negativamente sui membri della famiglia, inclusi i figli, causando sofferenza emotiva.
Questo approccio mira ad aiutare i pazienti a comprendere e ristrutturare quelle relazioni che sono vissute come problematiche. Attraverso un processo graduale, il trattamento punta a favorire un cambiamento non solo a livello individuale ma anche nelle dinamiche di coppia e familiari promuovendo un nuovo equilibrio relazionale e una maggiore serenità emotiva.
La gruppoanalisi, una psicoterapia di gruppo sviluppata a partire dagli studi di S. H. Foulkes, si fonda sull’idea che l’origine del disagio non risieda esclusivamente nell’individuo ma anche e soprattutto nell’interazione tra la persona e il contesto sociale e culturale. Questo approccio si basa sulla consapevolezza che il sintomo non è un fenomeno isolato ma si manifesta all’interno di una rete relazionale complessa.
Foulkes, nel suo testo Therapeutic Group Analysis (1964), sottolinea che il gruppo rappresenta un “microcosmo della società” in cui i partecipanti possono esplorare le proprie difficoltà attraverso le dinamiche interpersonali.
La psicoterapia di gruppo promuove il riconoscimento del paziente come parte attiva di un sistema stimolando la condivisione tra i membri del gruppo. Attraverso il confronto, i partecipanti comprendono di non essere soli nel loro disagio trovando uno spazio sicuro per esprimere e rielaborare le proprie difficoltà. La disposizione in cerchio, suggerita da Foulkes, facilita un dialogo paritario e consente al terapeuta di far parte del processo senza centralizzarne la dinamica.
In questa forma di psicoterapia, il lavoro terapeutico non si focalizza unicamente sui bisogni di un singolo membro ma sull’intero processo di gruppo che diventa il vero motore del cambiamento. La gruppo-analisi permette di affrontare il disagio in un’ottica collettiva favorendo l’emersione di nuovi significati e soluzioni condivise.
La gruppoanalisi è una forma di psicoterapia che si propone di affrontare una vasta gamma di disturbi psichici e difficoltà interiori, tra cui alcolismo, disturbi d’ansia, problemi di depressione, dipendenze affettive e da sostanze, disturbi alimentari, disturbi della personalità, problematiche relazionali e stress post-traumatico.
Questo approccio terapeutico si basa sulla capacità del gruppo di favorire l’elaborazione delle emozioni e delle reazioni individuali attraverso l’interazione con gli altri membri. Le dinamiche del gruppo offrono uno spazio sicuro e condiviso in cui ogni partecipante può esplorare e comprendere il proprio modo di relazionarsi con gli altri e con se stesso.
Il lavoro psicoterapeutico può essere svolto sia in gruppi omogenei, composti da individui con caratteristiche comuni, come il genere, un sintomo specifico o una fase particolare del ciclo di vita, sia in gruppi eterogenei, in cui le differenze tra i membri arricchiscono il processo terapeutico. In entrambi i casi, l’obiettivo è creare un contesto relazionale in cui il confronto con gli altri diventa un mezzo per acquisire nuove consapevolezze e promuovere un cambiamento profondo nel modo di affrontare le proprie difficoltà.
L’analisi transazionale, ideata da Eric Berne negli anni ’50 negli Stati Uniti, rappresenta sia una teoria della personalità che una forma di psicoterapia orientata alla comprensione delle dinamiche relazionali. Questa metodologia si basa su una filosofia che enfatizza alcuni principi fondamentali: ogni individuo è “ok”, è in grado di pensare e possiede la capacità di decidere e modificare il proprio destino anche rivedendo decisioni prese in precedenza nel corso della vita.
Nell’ambito della psicoterapia transazionale, lo psicoterapeuta utilizza un approccio strutturato che permette di tracciare un quadro della personalità del paziente attraverso l’analisi degli Stati dell’Io. Questi stati – Genitore, Adulto e Bambino – rappresentano dimensioni temporali specifiche dell’esperienza: il Genitore e il Bambino si riferiscono al passato, mentre l’Adulto si radica nel qui ed ora.
Il lavoro psicoterapeutico si concentra sull’equilibrio tra questi stati, promuovendo una maggiore consapevolezza delle dinamiche interiori e relazionali, con l’obiettivo di facilitare il cambiamento e il benessere del paziente all’interno delle sue relazioni interpersonali.
La psicoterapia transazionale si basa sull’analisi dei tre Stati dell’Io, stati che rappresentano modalità differenti attraverso cui una persona pensa, sente e si comporta. Lo Stato dell’Io “Genitore” emerge quando l’individuo replica pensieri, emozioni e comportamenti appresi dai genitori o da figure di riferimento dell’infanzia. Questo stato può essere sia protettivo che critico, a seconda del modello interiorizzato.
Lo Stato dell’Io “Bambino” si manifesta invece quando una persona rivive emozioni, pensieri o comportamenti caratteristici della propria infanzia. Questo stato può assumere due forme principali: il “Bambino adattato”, che risponde in modo conforme ai dettami interiorizzati del genitore, oppure il “Bambino naturale”, che esprime spontaneità ed emozioni senza sottostare a regole o controlli.
Infine, lo Stato dell’Io “Adulto” è caratterizzato da un comportamento centrato sul presente in cui l’individuo utilizza le proprie risorse cognitive ed emotive per affrontare la realtà in modo razionale e autonomo.
Nell’ambito della psicoterapia analitica transazionale, il lavoro si concentra anche sul riconoscimento e la comprensione dei cosiddetti “copioni di vita”. Il copione è un programma inconscio elaborato durante l’infanzia, influenzato e rinforzato dalle figure genitoriali e giustificato da esperienze vissute. Attraverso questa forma di trattamento, è possibile identificare i copioni che limitano l’autenticità e promuovere un cambiamento positivo verso una maggiore consapevolezza e libertà emotiva.
L’EMDR, o Eye Movement Desensitization and Reprocessing, è una forma di psicoterapia specificamente sviluppata per affrontare traumi e disturbi legati allo stress, con particolare efficacia nello stress traumatico. Questo approccio si concentra sul ricordo dell’esperienza traumatica utilizzando movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata tra emisferi cerebrali per favorire la desensibilizzazione e la rielaborazione cognitiva del ricordo.
Durante il lavoro psicoterapeutico con EMDR, i ricordi disturbanti perdono progressivamente la loro carica emotiva negativa consentendo un cambiamento rapido e significativo, indipendentemente dal tempo trascorso dall’evento traumatico.
La psicoterapia con EMDR permette di trasformare l’immagine mentale del trauma riducendo la frequenza e l’intensità dei pensieri intrusivi e delle emozioni negative. L’elaborazione promuove una ristrutturazione cognitiva consentendo al paziente di integrare l’evento traumatico in una prospettiva più adattiva.
Questo processo riduce drasticamente i sintomi tipici del disturbo post-traumatico da stress, tra cui l’intrusività dei ricordi, i comportamenti di evitamento e l’iperarousal neurovegetativo. Inoltre, il paziente sviluppa una maggiore capacità di discriminare tra pericoli reali e immaginari diminuendo l’ansia correlata.
A seguito del trattamento psicoterapeutico, il ricordo dell’esperienza traumatica viene vissuto come parte del passato, con un distacco emotivo che ne elimina il peso disturbante. I pazienti riferiscono di percepire l’evento come un “ricordo lontano” e di essere in grado di utilizzare l’esperienza in modo costruttivo integrandola in schemi cognitivi ed emotivi più positivi. Questo processo consente di apprendere e immagazzinare quanto di utile deriva dall’esperienza rendendolo disponibile per affrontare le sfide future con maggiore resilienza.
Nel terzo paragrafo dell’articolo si accennava all’importanza di concepire il lavoro di psicoterapia come una sorta di gioco. Può sembrare un qualcosa di bizzarro e controintuitivo, visto che solitamente in terapia si porta all’attenzione il proprio disagio psichico e i propri sintomi. Ma è proprio a partire da un assetto mentale improntato al “gioco” e al confrontarsi sulle “regole del gioco” del percorso psicologico o del percorso psicologico online che si può davvero giungere ad un cambiamento e a dei risultati importanti dal punto di vista terapeutico!
Il concetto di “gioco” rappresenta un aspetto cruciale della psicoterapia, soprattutto se considerato alla luce del contributo di Donald Winnicott e della sua teoria dello spazio transizionale. In psicoterapia, il “gioco” non va inteso in senso strettamente ludico ma come un processo creativo e spontaneo attraverso il quale il paziente può esplorare il proprio mondo interno, rielaborando emozioni, conflitti e vissuti relazionali.
Winnicott, nel suo celebre lavoro Gioco e realtà (1971), descrive lo spazio transizionale come una dimensione intermedia tra la realtà interna del paziente e il mondo esterno, dove è possibile sperimentare nuove modalità di espressione e relazione senza sentirsi vincolati da rigidi schemi mentali.
Durante il trattamento psicoterapeutico, il gioco offre al paziente la possibilità di abbandonare, anche solo temporaneamente, i propri meccanismi di difesa consentendo l’accesso a contenuti inconsci in un ambiente sicuro e non giudicante. Questo “spazio” creato in terapia permette al paziente di condividere parti di sé precedentemente non integrate, oltre che esplorare vissuti emotivi complessi con il supporto del terapeuta.
Il lavoro psicoterapeutico, in questo senso, si configura come un “atto co-creativo”: il terapeuta facilita il gioco e si pone come “partner” nella costruzione di significati condivisi aiutando il paziente a dare una forma nuova e più adattiva alle proprie esperienze.
Il gioco, quindi, diventa uno strumento centrale nel trattamento psicoterapeutico per elaborare traumi, sperimentare ruoli relazionali alternativi e costruire una narrativa coerente della propria storia. In questo processo, la psicoterapia permette al paziente di trasformare emozioni e pensieri frammentati in un dialogo più integrato e consapevole con se stesso.
La dimensione ludica non è solo un mezzo per l’espressione spontanea ma un vero e proprio terreno di cambiamento e crescita, dove il paziente può imparare a oscillare tra il passato, il presente e il futuro affrontando i conflitti con una maggiore flessibilità emotiva.
In definitiva, il concetto di “gioco” nella psicoterapia, quando adeguatamente esplorato, si rivela uno strumento potente per favorire la trasformazione del paziente che, attraverso il lavoro psicoterapeutico, può raggiungere una maggiore integrazione del sé e migliorare la qualità delle proprie relazioni.
Dott. Davide Ivan Caricchi
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