Il “corpo” che comunica: l’isteria

Il termine isteria rimanda inevitabilmente ai primi studi di Freud e alla nascita del metodo psicoanalitico. Isteria e psicoanalisi sono intrinsecamente legati. Il termine “isteria” tuttavia è un termine antico derivante dal greco “usteron” che significa “utero”. Già gli antichi Greci facevano uso di questa terminologia: essi ritenevano che fosse un disturbo soltanto femminile riconducibile ad un presunto malfunzionamento dell’utero all’interno del corpo che generava sintomatologie legate alla sfera sessuale.
In effetti, nel disturbo isterico la sessualità, l’uso del corpo, della teatralità, della seduzione nelle sue forme più sottili e la manifestazione intensa degli affetti rivestono un ruolo fondamentale. Approfondiamo meglio il funzionamento isterico.

                                            

Caratteristiche cliniche dell’isteria

Nell’isteria si ha un sovraddimensionamento degli affetti che vengono vissuti con una certa drammaticità. Nel disturbo isterico si assiste spesso ad una teatralizzazione delle emozioni. In questo tratto la nevrosi isterica si contrappone alle cosiddette nevrosi ossessive dove invece le emozioni tendono ad essere “blindate”, isolate. Ma torniamo al fenomeno della teatralità isterica: esistono diverse forme di manifestazione “teatrale” delle emozioni. Vi è per esempio una teatralità che può risultare attraente e che tende a catturare l’altro: avremo in questo caso un possibile funzionamento isterico. Esiste poi una teatralità molto più intensa ed “aggressiva” che tende a distanziare l’altro: in questo caso avremo a che fare con un funzionamento psichico istrionico, una forma di isteria molto più grave e invalidante. La personalità isterica presenta pertanto una seduttività spesso attraente, mentre la personalità istrionica presenta una seduttività che distanzia.
Le personalità isteriche sono caratterizzate da una seduttività costante, tesa a soddisfare i propri bisogni ma senza un reale interesse per l’altro: nelle relazioni dell’isterico, la presenza dell’altro può essere intercambiabile. Spesso in queste persone è insita una certa superficialità nei rapporti, affiancata da un’intimità precoce che tende a spiazzare l’interlocutore. C’è pertanto nel funzionamento di questi individui una superficialità nelle interazioni, superficialità che quasi sempre contraddistingue anche lo stile cognitivo.

                                                        

Fragilità emotiva, impulsività e sessualità del paziente isterico

Ad una prima analisi psicologica, lo psicologo nota spesso che il paziente isterico è caratterizzato da un’alta impressionabilità e adattabilità alle caratteristiche dell’interlocutore: il soggetto isterico con una persona assumerà i relativi aspetti di quella persona, con un’altra assume gli aspetti di quest’ultima.
Un’altra peculiarità della personalità isterica è data dall’impulsività e labilità emotiva, oltre che dall’indifferenza nei confronti delle conseguenze dei propri scoppi impulsivi e aggressivi. Molto spesso, dopo le sue “sfuriate”, il paziente isterico si stupisce se l’altro si distacca o si allontana.
Il paziente isterico tende ad essere impulsivo e fa fatica a mentalizzare la propria impulsività, ossia a mettere in pensieri e parole i vissuti impulsivi che ha appena provato. È importante notare, però, che questa difficoltà è molto meno marcata rispetto a disturbi più seri, quali il disturbo borderline ed altri gravi disturbi di personalità.
La fragilità emotiva dell’individuo isterico è riconducibile a problematiche sessuali. Tali questioni, ritenute inaccettabili dall’Io, vengono rimosse e trasformate in sintomi sensitivi, sensoriali o motori: è il cosiddetto fenomeno di conversione isterica. Di qui l’utilizzo del corpo per esprimere il proprio disagio, per esempio sotto forma manifestazione fisica, di paralisi, parestesia, vertigine, sintomi somatici, ecc. Tali problematiche tendono ad essere più serie nei pazienti con disturbo istrionico di personalità.
La personalità isterica ha spesso una vita relazionale intensa, ha molti corteggiatori in campo sentimentale, ma poi i sintomi e i problemi sessuali vanno a compromettere la qualità delle interazioni.
Lo psicologo, nel percorso psicologico con questi pazienti, deve lavorare a fondo sulla relativa storia di vita e sulla storia dove risiedono vissuti traumatici che hanno portato alla rimozione del contenuto psichico o dell’affetto ritenuto intollerabile, con conseguente insorgenza della sintomatologia isterica.

                                                          

 

 

 

DSA: una risorsa importante per il mondo del lavoro

I disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) rappresentano una tematica centrale per la popolazione mondiale, che coinvolge più di 8,6 milioni di individui.
La dislessia e gli altri disturbi specifici dell’apprendimento (disgrafia, disortografia e discalculia) emergono a scuola, con possibilità di diagnosi a partire dalla seconda elementare.
E’ bene però ricordarsi che i DSA non scompaiono alla fine della scuola dell’obbligo o dell’università: le difficoltà continuano ad essere presenti anche nell’età adulta e nel mondo lavorativo.
Questa tematica desta dubbi, preoccupazioni e paure specialmente nei genitori i quali temono che il loro piccolo non potrà mai trovare una buona collocazione a livello lavorativo.

                                     

DSA e tutele oltre il percorso scolastico

Da qui emerge la necessità di riconoscere queste difficoltà non solo nell’ambito scolastico ma nell’intero arco della vita del soggetto. Purtroppo si tende spesso a dare per scontato che l’individuo adulto sia in grado di leggere e scrivere in maniera automatica. Tuttavia, tale condizione non si verifica in un soggetto con diagnosi di dislessia nemmeno in età adulta.
Riconoscendo l’importanza di tale aspetto, nel 2017 è stata attuata in Italia una proposta di legge che mira ad estendere le misure descritte nella legge 170 anche all’ambito lavorativo.
In linea con la frase “La diversità è ricchezza”, è bene soffermarsi non solo sui limiti e le difficoltà dei soggetti con dislessia, ma soprattutto sui loro punti di forza.
La dislessia, infatti, porta i soggetti a mostrare difficoltà nella lettura e nella scrittura, nella memoria, negli aspetti emotivi e anche nell’orientamento visuo-spaziale. Di conseguenza, questo conduce a ricadute specifiche a livello lavorativo, visibili negli errori ortografici che può commettere il soggetto, nella sua difficoltà a produrre una relazione scritta, a compilare moduli e ad organizzare le attività. Inoltre, a causa di aspetti emotivi come ansia, paura ed imbarazzo, questi lavoratori mostrano molte difficoltà nel chiedere aiuto ad altri.
Soffermandoci solo su ciò, però, si perde tutta la vasta gamma di abilità, competenze e punti di forza presenti in questi soggetti. Quali sono? Scopriamoli.

                                                  

DSA e mondo del lavoro

Molto spesso gli individui con dislessia presentano un’intelligenza superiore alla norma, hanno un’immaginazione fervida, sono creativi ed in grado di sviluppare facilmente nuove idee e soluzioni. Inoltre, riescono spesso ad avere una maggiore visione d’insieme, a percepire un’immagine nel suo complesso e ad apprendere facilmente dall’esperienza. Di conseguenza, queste abilità determinano un vantaggio in moltissimi settori come l’arte, la meccanica, l’architettura, le interpretazioni di immagini, così come il management.
Nella storia passata e nell’attuale società, sono numerosissimi i casi di individui con DSA che hanno fatto di questo “limite” il loro punto di forza. Partendo dal passato, ricordiamo personaggi che hanno cambiato le nostre vite come Newton, Einstein nel campo scientifico; Van Gogh e Picasso nell’arte; Mozart, Beethoven e John Lennon nell’ambito musicale.
Alla luce di queste evidenze, la diversità può rappresentare un vantaggio significativo per il mondo lavorativo. Tale diversità deve essere pertanto tutelata e non limitata. Per fare ciò, si rende opportuno individuare adeguate “location” e condizioni lavorative che possano garantire al soggetto il massimo sviluppo delle sue capacità.

Autori:

Francesca Natoli

Psicologa, specializzata in psicodiagnosi e in psicopatologia dell’apprendimento. Referente centro specializzato “ReTrentatrè”, Rimini.

Cellulare: 3929281321

Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Nicole Zavoli

Laureanda in Psicologia presso l’Università di Bologna. Operatrice presso il centro Specializzato “ReTrentatrè”, tirocinante presso il “Centro di Neuropsicologia Riminese”.

Cellulare: 3209551581

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Le cause profonde dell’aggressività adolescenziale e come affrontarla

Nel precedente articolo sull’argomento ( Il difficile "mestiere" dell'adolescente: la rabbia adolescenziale ) è emerso come
la rabbia adolescenziale non presenti soltanto aspetti negativi: anzi! Essa ha un’importante valenza comunicativa, come l’intenso spaesamento che l’adolescente prova nei confronti di una fase di passaggio come quella che sta attraversando in cui deve fare i conti con un mondo degli adulti che attrae ma che al tempo stesso spaventa. La rabbia e l’aggressività adolescenziale rappresentano anche un modo per interfacciarsi con gli adulti, con i loro valori e le loro regole (che ora vengono messi in discussione, a differenza di quando si era bambini) ma anche con le loro contraddizioni e le loro criticità
Ma come gestire l’aggressività e la rabbia adolescenziale? Scopriamolo.

                                                                     

Aggressività in adolescenza: il problema della mentalizzazione

Il comportamento aggressivo è una delle forme di comunicazione con cui l’adolescente prova a differenziarsi, a costruirsi un’identità e a definire un proprio spazio nel mondo.
Può essere considerata un tentativo di ottenere autonomia dal mondo degli adulti. L’aggressività in adolescenza è pertanto fisiologica, non lo è più quando è eccessiva. In questo caso è indicativa di disagio da parte dell’adolescente. Nel relazionarsi con l’adolescente è sempre prezioso tenere a mente che dietro ogni comportamento aggressivo si nasconde una ricerca di relazione. L’aggressività ha sempre una direzione e segnala costantemente un disagio che fa soffrire l’adolescente e di conseguenza lo fa arrabbiare. Possono essere molteplici i vissuti che generano il comportamento aggressivo: senso di colpa, paura, rabbia, disapprovazione. Questi sono tutti vissuti con cui l’adolescente si confronta con grande frequenza.
In generale, l’aggressività può essere considerata come la conseguenza di un mancato sviluppo della funzione riflessiva, detta anche “mentalizzazione”. Ma che cos’è la mentalizzazione? È la capacità di costruire una “teoria della mente” di sé e degli altri, aspetto che implica inevitabilmente la capacità di entrare a contatto con le proprie e emozioni e di conseguenza con le emozioni e i vissuti altrui.
È solo attraverso una buona sintonizzazione emotiva che si può sviluppare la capacità di comprendere se stessi e gli altri. Questa capacità affonda le sue radici nell'attaccamento.

                                          

Come gestire e comprendere l’aggressività in adolescenza?

Spesso nell’adolescente particolarmente aggressivo è carente la capacità di mentalizzazione. In questi casi, l’aggressività del ragazzo non viene messa al servizio dei propri bisogni bensì assume connotazioni di crudeltà e cattiveria e ciò rappresenta un problema di adattamento. Questo tipo di aggressività ci informa del fatto che nell’adolescente ci sono state difficoltà a livello di sviluppo emotivo che spesso si concretizzano nel piacere di far soffrire il prossimo.
Come si può muovere l’adulto (genitore o insegnante) di fronte all’eccesso di aggressività? Innanzitutto, senza far finta di niente: talvolta si pensa che avere un atteggiamento permissivo e accondiscendente nei confronti del comportamento aggressivo dell’adolescente sia un modo maturo e comprensivo di porsi nei suoi confronti. Niente di più sbagliato: è importante far notare quello che il ragazzo ha fatto e, a seconda della gravità, parlarci, riprenderlo oppure adottare un provvedimento. Come detto, il comportamento aggressivo è spesso un modo per comunicare qualcosa, per esprimere un disagio. Adottare un approccio iper-permissivo è un modo per “non vedere” l’adolescente, per non considerarlo. Ciò porterà l’adolescente ad “alzare il tiro”.
Dall’altro, ovviamente, non ha alcun senso neanche il singolo “discorsetto”, la singola “ramanzina” o il singolo provvedimento, se non seguiti da una ricerca di significato a quello che è successo.
L’adulto, di fronte all’atteggiamento aggressivo o provocatorio, deve innanzitutto capire e descrivere meglio la situazione (ciò che è successo) insieme al ragazzo, per poi provare a dare un significato psicologico a quello che si vede cercando di aprire un confronto: questo è un passo fondamentale per intraprendere un percorso di aiuto alla crescita, anche (e soprattutto) quando si ha che fare con manifestazioni di rabbia adolescenziale.

                                   

 

L’online come unico appiglio: ma a quale prezzo?

Se ancora prima dell’avvento del Covid-19 giovani e adulti passavano già molto tempo online, con l’avvento della pandemia questo mondo è diventato l’unico mezzo per il mantenimento dei rapporti umani e sociali.
Fino ad un anno fa, il pensare di fare lezioni online o incontri di supporto psicologico a distanza ci sarebbe sembrato, probabilmente, una follia, follia che, ad oggi, è diventata un’abitudine e una nuova normalità.
Questo nuovo mondo sicuramente racchiude in sé, come ogni oggetto della vita reale, punti di forza e limiti. Sicuramente ha rappresentato l’unica alternativa possibile al fine di evitare i contagi e la diffusione del virus, permettendoci di mantenere le relazioni più significative, ma qual è stato il prezzo da pagare?

                                     

La modalità “online”, la mancanza del contatto fisico e il rischio di chiusura in sé

“Stiamo vivendo solo la parte più brutta della scuola: lezioni e verifiche” riportano molti ragazzi delle scuole medie e superiori a cui è stata tolta la possibilità di concedersi momenti di spensieratezza, di risate tra i banchi di scuola. Limitati a vedersi solo tramite una fotocamera, i ragazzi sono stati sottratti delle interazioni sociali, in un momento in cui ciò significa tutto per loro. Durante un’esperienza lavorativa, per ironia della sorte, due bambini della stessa classe si sono incontrati nell’atrio di un centro adibito alla valutazione neuropsicologica.
La luce nei loro occhi, la loro contentezza, la voglia di stringersi e di lasciarsi indietro tutta questa situazione era enorme, trovandosi uno di fronte all’altro e non più dietro uno schermo.
Una contentezza circoscritta, durata per poco e che ha lasciato subito il posto alla tristezza di considerare quell’evento come l’eccezione e non poi come la normalità.
Inoltre, all’interno dell’attività di supporto ai bambini, con questa situazione è venuto a mancare tutto il contatto non verbale, un mezzo con cui comunichiamo ancora di più che con la parole: un gesto, una stretta, un abbraccio. Un ulteriore limite è che sicuramente la situazione attuale ha portato i bambini con difficoltà relazionali a chiudersi ancora di più nel loro piccolo mondo, sapendo di poter spegnere la videocamera ogni volta che qualcosa va storto. È capitato spesso che nelle lezioni online, di fronte ad una difficoltà, il bambino, trovandosi a casa, sviasse l’argomento usando la scusa di essere chiamato, di dover andare in bagno o di avere problemi di connessione. Di conseguenza, tutto ciò può portare il bambino a preferire la didattica a distanza, piuttosto che quella in presenza. Ma sappiamo bene che la vita reale non è così: di fronte ad essa non basta spegnere la webcam per sfuggire da una situazione.

                                             

Moldalità online: solo svantaggi?

Un fenomeno riscontrato tra i più giovani nell’ambito del disagio psicologico è stato sicuramente l’aumento dell’ansia. non sono pochi i bambini che in questo periodo tendono a manifestare degli attacchi di panico di fronte allo schermo. Tutto ciò deriva dall’esposizione prolungata ad una situazione di incertezza, dove le nostre abitudini sono state cambiate radicalmente e i bambini, come tutti i soggetti delle altre fasce d’età, ne hanno risentito enormemente. Tuttavia, sebbene fin qui siano emersi principalmente i limiti del mondo online, è giusto sottolinearne anche i vantaggi: sicuramente, anche se in un modo diverso, questa nuova modalità di interagire ci ha permesso di supportare i bambini, di riprodurre in parte la normalità che era venuta a mancare. L’utilizzo del mondo online ci ha permeaso di proseguire con le attività di routine, evitando di far sentire tutti “più soli”, in una situazione già di per sé critica. Basta pensare alle conseguenze che ci sarebbero state sospendendo direttamente tutte le attività, senza neanche la possibilità di seguire lezioni da casa.
Il vedersi in videocamera ci ha permesso di mantenere una continuità nelle relazioni, pur mantenendo sempre la speranza di ritornare ad abbracciarci e a parlarci uno di fronte all’altro, senza l’ostacolo della webcam.


Francesca Natoli
Psicologa, specializzata in psicodiagnosi e in psicopatologia dell’apprendimento. Referente centro specializzato “ReTrentatrè”, Rimini.

Cellulare: 3929281321

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Nicole Zavoli
Laureanda in Psicologia presso l’Università di Bologna. Operatrice presso il centro Specializzato “ReTrentatrè”, tirocinante presso il “Centro di Neuropsicologia Riminese”.

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Le resistenze dei genitori ad accettare le difficoltà del bambino

Sin dai primi mesi di gravidanza, i genitori sono soliti immaginarsi come sarà il proprio figlio, di quale colore saranno i suoi occhi, quale sarà il temperamento del suo carattere, se assomiglierà di più a papà o più a mamma. Queste rappresentazioni si scontrano poi con il bambino “reale” alla nascita il quale avrà caratteristiche individuali forse diverse da quelle che i genitori avrebbero voluto che avesse.
Quando, poi, nella vita del bambino emergono difficoltà di
diverso tipo, come un disturbo del neuro-sviluppo o un disturbo specifico dell’apprendimento, i genitori vengono travolti da un vortice di emozioni, un
senso di inadeguatezza, di angoscia, di dolore.
In fondo, molto spesso si è soliti pensare che queste difficoltà debbano succedere sempre agli altri.

                                                      

 

La fase della diagnosi e l’inquietudine dei genitori

La mente dei genitori si riempie di pensieri quali “Come sarà il futuro del mio bambino? Sarà accettato dalla società?”, finendo molto spesso per mettersi in discussione e chiedersi dove abbiano sbagliato.
Un genitore, di fronte ad una possibilità di diagnosi del proprio figlio, può sperimentare due fasi.
In primo luogo, emerge una reazione di shock, di impotenza e di estrema confusione che impedisce ai genitori di comprendere cosa stia davvero accedendo.
“Non sapevo davvero cosa fare, facevo fatica a comprendere ciò che provavo” è una tra le frasi più comuni riportate da coloro che vivono questa situazione.
Questa prima fase può portare i genitori alla negazione del problema. Si può infatti ricorrere a diversi consulti specialistici al fine di ricercarne almeno uno che possa disconfermare la diagnosi fatta al figlio.
Ogni reazione del genitore, però, deve essere accettata e compresa poiché ogni persona fa riferimento alla propria esperienza passata e alle proprie risorse per affrontare le difficoltà e i momenti di sofferenza.
Per questo motivo si rende necessario supportarli nel faticoso percorso di accettazione della diagnosi, conducendoli verso un adattamento alla realtà. In questo modo, i genitori riusciranno a soffermarsi non più solo sui limiti legati alla difficoltà, ma anche sulle risorse e le potenzialità del piccolo.

                                                      

L’importanza del supporto psicologico nel percorso di accettazione

Questo supporto consentirà ai genitori di vivere questo momento non come un punto di arrivo, bensì come un punto di partenza per la totale comprensione del piccolo.
E’ necessario comprendere che, sebbene il bambino abbia una diagnosi che lo accomuna ad altri bambini, essa, da sola, non definirà mai univocamente il bambino. Di conseguenza, è fondamentale accogliere il bambino per ciò che è, per il suo modo di vivere il mondo e di interagire con esso.
Dobbiamo ricordarci che la diagnosi non dice nulla né sul bambino, né sui suoi genitori.
Forse, ad oggi, ciò che spaventa di più i genitori non è tanto la difficoltà del bambino in sé, quanto la diagnosi, la paura di essere stigmatizzati, ghettizzati, considerati diversi dagli altri.
Per aiutare i genitori in questo momento di elaborazione sono disponibili dei percorsi psicoeducativi per accettare ciò che sta accadendo e per fornire un supporto concreto nella relazione con il figlio.
Le diagnosi, infatti, non devono costituire delle etichette che stigmatizzano il bambino e i genitori, bensì vanno considerate come dei “grandi contenitori che vanno riempiti con le caratteristiche specifiche ed individuali del bambino”.

Francesca Natoli
Psicologa, specializzata in psicodiagnosi e in psicopatologia dell’apprendimento. Referente centro specializzato “ReTrentatrè”, Rimini.

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Nicole Zavoli
Laureanda in Psicologia presso l’Università di Bologna. Volontaria presso il centro Specializzato “ReTrentatrè”, tirocinante presso il “Centro di Neuropsicologia Riminese”.
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DAD: Tra difficoltà e punti di vista

Cosa ha comportato questa nuova modalità di fare scuola? Cosa succede quando oltre alle difficoltà legate a questa modalità si associa una diagnosi di un bambino?
Intervenire ed alzare la mano, di fronte ad una classe ed un insegnante, è da sempre un atto di coraggio per ogni studente, celante ogni volta un’implicita paura di sbagliare, di essere giudicato o criticato. Quanto è diventato tutto ciò ancora più difficile nella didattica a distanza?
In questa nuova modalità di fare lezioni, imposta dalla pandemia che stiamo vivendo, i giovani studenti riportano molte più difficoltà nell’azione di prendere parola, all’interno dell’aula virtuale.

                                                

La “fatica” della Didattica a Distanza

Per prendere parola, infatti, non basta più alzare la mano e attendere in silenzio, aspettando che l’insegnante si accorga dello studente.

Gli alunni devono accendere il microfono e chiedere di poter intervenire, un’azione che cela, in realtà, dubbi e timori: “E se il microfono non funziona bene e nessuno mi sente, dovrò ripetere di nuovo tutto quello che ho detto? Quando inizio a parlare la mia faccia comparirà nello schermo di tutti i miei compagni, ne vale la pena? Se la connessione salta, che cosa penseranno gli altri?” Questi sono solo alcune delle migliaia di perplessità che possono portare lo studente a pensare che, forse, è meglio non intervenire.
Inoltre, anche il semplice vedere continuamente la propria immagine nella schermata dell’aula virtuale rappresenta un elemento non indifferente, il quale contribuisce ad incrementare la distraibilità degli studenti.
Quindi, è facile comprendere che viene a mancare tutta la spontaneità e la naturalezza, che caratterizzava l’interazione sociale prima dell’avvento del Covid-19.
Un altro aspetto cruciale che dovrebbe essere considerato è la difficoltà degli insegnanti ad attuare anche valutazioni, costantemente pressati dall’eventualità che gli studenti possano copiare ed imbrogliare. Tutto ciò, inoltre, conduce a provvedimenti più severi, emblematico è il caso della ragazza di Padova, costretta a bendarsi durante l’interrogazione.
“Mi sono sentita a disagio, come se mi stessero accusando di imbrogliare”, riporta la ragazza (Ferro, 2021).
Gli adolescenti, privati già della libertà in un periodo in cui l’interazione sociale è tutto, riportano un incremento significativo di stati di disagio emotivo, difficoltà a dormire, a rimanere concentrati; sintomi riconducibili all’ansia (Benfenati, 2021).

                                                                                         

Didattica a Distanza: la difficoltà di cogliere e valorizzare l’unicità di ogni alunno

Se tutte queste difficoltà e criticità si manifestano in ogni studente che sta vivendo la didattica a distanza, immaginiamo quanto tutto ciò possa essere ancora più frustrante per un bambino con difficoltà diagnosticate
Le già presenti difficoltà, per questi bambini, nella didattica a distanza diventano muri sempre più difficili da superare.
Pensiamo, ad esempio, ad un bambino con diagnosi di dislessia e alla sua difficoltà di leggere e seguire un testo proiettato sullo schermo o al suo disagio nel riuscire a comprendere quanto dice l’insegnante e, al tempo stesso, prendere appunti.
Un ulteriore esempio potrebbe essere quello di bambini con diagnosi di discalculia che faticano enormemente a seguire procedimenti rapidi matematici proiettati sullo schermo o all’immensa difficoltà per un bambino con diagnosi di ADHD (Deficit dell’Attenzione con iper-attività) di rimanere concentrato, in un ambiente, di per sé, distraente com’è la propria casa.
Tutti questi aspetti, purtroppo, portano il bambino a percepirsi come inadeguato, inferiore agli altri, non compreso. Di conseguenza, le già presenti difficoltà, unite a quelle nuove legate alla nuova modalità di didattica, portano ad istaurare un comportamento difensivo nel bambino.
Di fronte a tutti questi elementi di grande frustrazione, il piccolo sarà portato sempre meno ad interagire e potrebbe mostrare anche la volontà di non mostrarsi, attraverso la videocamera, agli altri. Questa condotta di evitamento, però, in realtà nasconde un grande bisogno di comprensione.
In conclusione, sicuramente la Didattica a distanza rappresenta una difficoltà significativa per chiunque, causando importanti ripercussioni dal punto di vista fisico e psicologico, per questo motivo, è necessario valutare il disagio emotivo eventualmente riportato dal ragazzo.
A maggior ragione, bisogna prestare attenzione a tutti i campanelli di allarme nel momento in cui si relazione con un ragazzo con difficoltà comprovate.
Dobbiamo infatti ricordarci che, anche nella didattica a distanza, come riporta la favola pedagogica del ReTrentatrè: “Per trattare tutti allo stesso modo bisogna, prima di tutto, riconoscere che ciascuno è diverso dagli altri. La giustizia non è dare a tutti la stessa cosa, ma dare a ciascuno il suo”.

Autrici:

Francesca Natoli
Psicologa, specializzata in psicodiagnosi e in psicopatologia dell’apprendimento. Referente centro specializzato “ReTrentatrè”, Rimini.

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Nicole Zavoli
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Tra dipendenza e indipendenza: le cause all’origine delle fobie sociali

Nel precedente articolo sull’argomento (Quando gli altri diventano giudici: la fobia sociale) abbiamo scoperto le principali caratteristiche della fobia sociale, un disturbo d’ansia che blocca il soggetto nei contesti sociali generando in lui una vera e propria condizione di paralisi.
Abbiamo potute vedere come i contesti in cui può manifestarsi tale problema psicologico sono svariati: dall’ambito scolastico a quello lavorativo, dall’ambito sociale ai contesti in cui è necessario parlare in pubblico. Lo psicologo ha spesso a che fare con tale tipologia di disturbi d’ansia: dietro questo disagio si cela quasi sempre un conflitto inconscio che affonda le sue radici nella storia familiare e di vita del bambino. Analizziamo dunque le cause alla base della fobia sociale.

                                   

Fobia sociale e meccanismo dello “spostamento”

Secondo l’approccio psicodinamico, dietro le manifestazioni sintomatologiche delle fobie sociali si nascondono dei contenuti inconsci (sotto forma di angosce, paure desideri, impulsi ritenuti inaccettabili dalla coscienza) che ad un certo punto affiorano contro la volontà dell’individuo: è importante tenere a mente che i meccanismi che si innescano nelle fobie non sono attivati in maniera volontaria dal soggetto e sovente non sono mai stati presenti nel sistema conscio dell’individuo.
In generale, nelle fobie si assiste al cosiddetto fenomeno dello spostamento, un meccanismo di difesa psichico in cui una pulsione, un’emozione o un comportamento viene spostato dal suo oggetto originario ad un altro, in quanto l’emozione associata all’oggetto originario genera ansia: nel funzionamento fobico si produce inconsciamente uno spostamento di vissuti interiori fonte di angoscia verso l’esterno, nello specifico verso oggetti relativamente “neutri”. Insomma, piuttosto che provare angoscia per un contenuto interno che fa star male, si preferisce provare angoscia per qualcosa di estraneo alla causa reale fonte di inquietudine. Il contenuto interno in questione può essere di vari tipi: un impulso sessuale o aggressivo che viene ritenuto inaccettabile dall’individuo e che viene pertanto “messo da parte” (meccanismo di rimozione) e successivamente proiettato nell’ambiente esterno. Ma non necessariamente il contenuto in questione è rappresentato da un impulso ritenuto inaccettabile.

                                                                                   

Fobia sociale: lavorare sul conflitto inconscio

Tale contenuto infatti può essere costituito anche da un conflitto che viene rimosso e fatto “traslocare” al di fuori di sé. Quasi sempre, nell’ambito delle fobie sociali, tale conflitto ha a che fare con il conseguimento della propria indipendenza e autonomia o con la semplice sperimentazione di tale condizione. Nella dinamica della fobia sociale si viene a creare una sorta di “paradosso”: c’è desiderio cosciente di autonomia in un contesto (inconscio) di paura di condanna e non approvazione dalle figure di attaccamento. Si viene pertanto a creare un conflitto tra indipendenza e dipendenza emotiva che si concretizza sotto forma di sintomo fobico. È fondamentale che lo psicologo, in sede di percorso psicoterapeutico, vada ad individuare i conflitti inconsci alla base della fobia sociale, in quanto il rischio è che la sintomatologia fobica si vada ad “incistare” nella quotidianità del paziente con un progressivo peggioramento della qualità di vita e delle relazioni sociali.
Nelle condotte fobiche l’elemento cardine è rappresentato dalla paura, e nello specifico della fobia sociale, dalla paura di mettersi in gioco. Questa paura va ad inficiare inesorabilmente le risorse e le qualità del soggetto.
Tuttavia, dietro ogni paura per qualcosa si cela un profondo desiderio. Ed è proprio a partire da questo aspetto che lo psicologo dovrà impostare il proprio percorso con il paziente che soffre di fobia sociale: affrontare quella frattura tra la parte più desiderosa di “spendersi” nel mondo e quella parte più fragile e timorosa che teme di tradire le sue “origini” e il suo ambiente familiare, con i suoi valori e le sue tradizioni.

                             

 

 

 

Un prezioso strumento psicologico: il counseling online

La sempre più crescente affermazione delle tecnologie e delle nuove forme di comunicazione online ha spinto molte figure professionali a ridefinire il proprio ruolo e i propri confini lavorativi, insomma, a ripensare la propria professionalità. Questo fenomeno ha coinvolto ovviamente anche la figura dello psicologo che col passare del tempo e in concomitanza delle restrizioni legate all’emergenza COVID-19, ha dovuto ricorrere in maniera più massiccia alla modalità online per l’espletamento della propria professione. La figura dello psicologo online è divenuta sempre più centrale nell’ambito della “talking cure”. Questa riflessione vale anche per l’ambito del counseling, e quindi del counseling online. Analizziamo in maniera più approfondita questo aspetto.

                            

Che cos’è il counseling online?

La richiesta di consulenza psicologica, counseling psicologico e supporto psicologico online è sempre più pressante e i professionisti della salute mentale a poco a poco si stanno adattando a queste esigenze. In tutto il mondo si stanno diffondendo in maniera capillare i servizi di “psicologo online” e di counseling psicologico online. Ma cosa si intende per counseling psicologico online?
Si definisce counseling psicologico online una serie di colloqui svolti dallo psicologo online con lo scopo di affrontare e risolvere un problema psicologico che mette in profonda difficoltà il paziente. Il counseling psicologico si concentra principalmente sul “qui e ora” della vita del paziente. Per andare invece più a fondo del percorso di vita e del disagio più ampio del paziente, lo psicologo online dovrà avvalersi dei colloqui psicologici, del supporto psicologico e della psicoterapia online.
Chi può ricorrere al counseling psicologico online? Ci può ricorrere quella persona che sta attraversando una fase di problematicità emotiva e relazionale in specifici ambiti della sua vita: in famiglia, nel contesto di coppia, con gli amici, sul posto di lavoro, in contesi in cui il soggetto mette in atto specifici comportamenti che gli creano disagio ma che non può fare a meno di mettere in atto, ecc.

                                                    

Obiettivi e benefici del counseling e del counseling online

Quali sono i principali benefici che offre il counseling psicologico online? Innanzitutto, quello della maggiore fruibilità: un soggetto che per svariati motivi (di natura economica, psicologica, motoria o logistica) è impossibilitato ad effettuare un colloquio psicologico in presenza con uno psicologo ha la possibilità di ovviare agevolmente a questo impedimento.
Il counseling si fonda sul rapporto tra due soggetti, il counselor e il cliente, che intraprendono un percorso di conoscenza del problema all’insegna della comprensione e della reciprocità in un contesto in cui la persona che richiede una consulenza si sente accolto e ascoltato nella definizione del suo problema.
Il counselor può essere considerato un facilitatore del processo di risoluzione di un problema nel presente del cliente, oltre che una figura in grado di favorire un efficace percorso di crescita personale.
Obiettivo principale del counseling e del counseling online è quello di aiutare il soggetto ad individuare una o più possibili soluzioni ad una difficoltà del momento cercando di rafforzare l’autostima e di riconoscere appieno le proprie potenzialità e le proprie risorse.
Uno dei principali punti di forza del counseling e del counseling online è dato dal fatto che può essere utilizzato in svariati contesti: nell’ambito familiare, lavorativo, di coppia, ecc.
Come già accennato, il percorso di counseling, che solitamente dura 5-6 colloqui, non può andare in profondità come una psicoterapia o una psicoterapia online. Pertanto sarà lo psicologo (o lo psicologo online) a valutare per il paziente quale sia il percorso più indicato per lui.

                               

 

Quando gli altri diventano “giudici”: la fobia sociale

La paura di mettersi in gioco e interagire con gli altri è uno stato d’animo molto frequente tra le persone, anche se in diversi casi essa non va a incidere in maniera decisiva nella vita di tutti i giorni. Ci sono però delle personalità in cui questa paura prende il sopravvento generando un vero e proprio blocco nel rapportarsi all’interno dei vari contesti sociali. Tale disagio prende il nome di fobia sociale. La fobia sociale porta inevitabilmente a conseguenze pesanti in ambito scolastico, lavorativo/relazionale e, se non trattata tempestivamente, può cronicizzarsi provocando un prolungato isolamento sociale e difficoltà a livello relazionale.

                                                                                       

Caratteristiche e criteri diagnostici della fobia sociale

Quali sono le caratteristiche sintomatologiche delle fobie sociali? Innanzitutto una potente reazione ansiogena di fronte a contesti relazionali in cui si è esposti al rischio di giudizio o valutazione. Un altro tratto caratteristico è dato dalla crescente paura che i sintomi d’ansia risultino evidenti agli altri e vengano di conseguenza giudicati negativamente. Altri criteri diagnostici necessari per porre diagnosi di fobia sociale sono: movimenti di evitamento delle situazioni fonte di ansia e marcata inquietudine nel momento in cui si è esposti agli stimoli ansiogeni; paure sproporzionate rispetto alla reale entità dell’evento ansiogeno; un evidente peggioramento della qualità della vita.
Come accennato, la persona che soffre di fobia sociale è tormentata dalla paura che nei contesti sociali a lui non familiari possa essere valutato, giudicato o peggio ancora ridicolizzato. Il problema è che a causa di questi timori egli inizia a produrre manifestazioni che lo espongono realmente al rischio di essere notato e giudicato, quali arrossamenti del volto, tremolio della voce e delle mani, sudorazione abbondante, difficoltà ad articolare le parole. Talvolta a queste sgradevoli manifestazioni possono aggiungersi sintomi ancora più invalidanti quali secchezza delle fauci, nausea, dispnea, bruciori di stomaco, disturbi urinari: condizioni davvero penose da vivere e da gestire, soprattutto se ci trova ad interagire con altre persone.

                                                                 

Fobia sociale: ansia anticipatoria e condotte di evitamento

Ci sono molteplici forme di fobia sociale che presentano diversi livelli di gravità e compromissione della qualità della vita. Le paure legate alle interazioni con gli altri possono essere limitate a poche situazioni oppure estendersi alla stragrande maggioranza dei contesti sociali: alcune persone possono temere di parlare in pubblico, altre di mangiare davanti ad altre persone, altre ancora possono essere terrorizzate da qualsiasi contesto che implichi un minimo di esposizione al pubblico. È importante tenere a mente che nelle fobie sociali più è temuta la situazione sociale più il disagio e la sofferenza psichica sarà estesa.
La principale strategia messa in atto dal soggetto con fobia sociale è rappresentata dall’evitamento. La strategia dell’evitamento se da un lato “protegge” la persona fobica dall’ansia della situazione stressante, dall’altro genera un circolo vizioso che innesca l’ansia anticipatoria la quale a sua volta potenzia le condotte di evitamento con conseguente rafforzamento dei sintomi ansiosi. Il risultato di questa dinamica è l’inesorabile isolamento sociale che sfocia in molti casi in forme croniche di disturbi depressivi.
È ovvio che di fronte a stati di ansia di questo genere, la persona fobica andrà incontro a interazioni e prestazioni scadenti che andranno a rinforzare il suo senso di inadeguatezza e il profondo vissuto di vergogna per il giudizio che possono farsi gli altri sul suo conto.
Nell’individuo con fobia sociale l’oggetto fobico per eccellenza è rappresentato dall’ “altro”, dietro al quale si celano angosce e paure inconsce che affondano le loro radici nella storia di vita e familiare. Nel prossimo articolo sull’argomento approfondiremo le cause profonde alla base delle fobie sociali.

                                                                         

 

 

Il team di psicologo-online24.it: un nuovo stimolante progetto

Psicologo-online24.it è una realtà sempre più radicata e diffusa nell’ambito del supporto psicologico online.
Psicologo-online24.it opera nel campo della salute mentale online da ben tra anni.
Inizialmente il servizio forniva percorsi psicologici online ad una decina di pazienti. Ad oggi, tocca numeri ben più elevati che vanno dai 30 ai 35 pazienti settimanali: vi sono percorsi psicologici online che seguono una cadenza settimanale, altri che seguono una cadenza quindicinale.
Nel computo delle attività psicologiche online di psicologo-online24.it non possiamo dimenticare le consulenze psicologiche gratuite, uno dei punti di forza di questo servizio di psicologo online.
Vediamo in cosa consiste questo tipo di prestazione psicologica.

                                                         

Psicologo-online24.it: la prima consulenza psicologica gratuita

Quando l’utente accede al servizio di psicologo-online24.it ha la possibilità di usufruire di una preliminare consulenza gratuita della durata di 20 minuti. Tale consulenza gratuita può essere effettuata tramite telefonata vocale, videochiamata Skype, videochiamata whatsapp, attraverso chat di whatsapp oppure tramite l’apposita chat di psicologo-online24.it. Qualora l’utente decidesse di avvalersi della modalità “via chat” per effettuare la consulenza gratuita online, sarà necessario compilare e firmare preliminarmente un modulo per il consenso informato e il trattamento dei dati personali, in quanto nella consulenza psicologica gratuita via chat rimangono per iscritto dei dati sensibili che devono essere conservati nelle giuste modalità, nel pieno rispetto della privacy di colui che usufruisce della breve consulenza psicologica gratis online. Ovviamente una prima consulenza gratuita online di venti minuti non può risolvere assolutamente NULLA; questo concetto deve essere ben chiaro: per un adeguato inquadramento psicodiagnostico servono almeno un 3-4 colloqui della durata di 50-60 minuti, atti a raccogliere l’anamnesi e ad analizzare la sintomatologia del paziente. Tuttavia la prima consulenza gratuita telefonica o online ha una sua utilità: allo psicologo online serve per farsi un’idea preliminare della persona che richiede un aiuto psicologico e per analizzare la domanda di aiuto, mentre all’utente serve per farsi un’idea del professionista con cui a che fare e del suo approccio nell’accogliere la domanda di aiuto psicologico.

                                                         

Nuove frontiere per psicologo-online24.it

Il servizio di psicologo-online24.it è gestito attualmente da un unico professionista, il dottor Davide Ivan Caricchi, psicologo, psicoterapeuta, specialista in Psicologia Clinica. Moltissime sono state le problematiche psicologiche giunte al servizio di psicologo-online24.it, soprattutto disturbi riconducibili ad ansia, depressione, fobie, difficoltà nell’elaborazione di lutti e separazioni, problemi nella gestione di ansia e aggressività, e, nell’ultimo anno, disturbi dell’adattamento causati dall’emergenza COVID-19. Ad oggi però il numero di richieste di consulenze psicologiche e di percorsi psicologici online sta aumentando in maniera esponenziale, rendendo difficile la gestione del servizio da parte di un singolo professionista.
Il nuovo progetto di psicologo-onlline24.it è quello di allestire un gruppo di psicologi (preferibilmente psicoterapeuti) che possa prendersi in carico le numerose e specifiche richieste di aiuto psicologico provenienti da tutta Italia per pianificare gli interventi psicologici più adeguati e mirati in modalità online o in studio.
Un intervento specifico e mirato per ogni singolo paziente è la “mission” di psicologo-online24.it, in quanto ogni individuo presenta le sue particolari esigenze nell’ambito dell’intervento psicologico: ci sono pazienti che presentano una maggiore predisposizione per la psicoterapia in studio e altri per la psicoterapia online.
Pertanto, se sei psicologo o psicoterapeuta e hai una buona esperienza nell’ambito della psicologia clinica, della psicopatologia clinica e della psicoterapia online, contattami per un colloquio conoscitivo allo scopo di valutare la possibilità di una proficua collaborazione e di entrare nel team di psicologo-online24.it.
Se sei interessato, puoi contattarmi al numero 3776604829, nelle apposite chat di Instagram e Messenger di psicologo-online24.it oppure all’indirizzo email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

                                                                

Il difficile “mestiere” dell’adolescente: la rabbia adolescenziale

Come abbiamo già potuto scoprire in un lavoro precedente ( https://www.psicologo-online24.it/blog/un-emozione-scomoda-ma-preziosa-la-rabbia ) la rabbia è un’emozione caratterizzata da un intenso turbamento che può culminare in comportamenti aggressivi a livello verbale o fisico. Ma abbiamo potuto anche comprendere come la rabbia, allo stesso modo di tutte le altre emozioni primarie, ci può comunicare qualcosa di importante su noi stessi, così come ci può aiutare a difenderci da minacce dell’ambiente esterno oppure da minacce di natura emotiva.
E la rabbia in adolescenza? Che significato ha? Cosa ci comunica? Come viene vissuta?
La rabbia adolescenziale è un vissuto attraverso cui tutti siamo passati. Spesso aiuta a crescere ma talvolta può generare disagi più seri.

                                             

Rabbia e adolescenza

Come detto, la rabbia costituisce un’emozione di base universale, comune a tutte le persone, indipendentemente dalla cultura di appartenenza: la sua funzione risiede nell’istinto di difendersi per sopravvivere nell’ambiente in cui ci si trova. Nel mondo animale, l’attacco e la rabbia compaiono come sistema di difesa automatico. La rabbia si manifesta non solo per proteggersi fisicamente ma anche per difendersi dai pericoli emotivi, come per esempio subire un torto, vivere un’ingiustizia, sentirsi svalutato, percepire violati i propri diritti. A volte la rabbia si presenta come reazione al proprio senso di impotenza, alla propria confusione e al proprio sentirsi spaesati nelle relazioni.
A tal proposito, gli adolescenti sono ancora più esposti a percepire i pericoli emotivi rispetto agli adulti, in quanto il loro ruolo nei processi decisionali della famiglia non è ancora consolidato e riconosciuto appieno, il senso di valore del proprio sé non è ancora stabile e ogni situazione in cui si sentono svalutati o giudicati rappresenta una vera e propria minaccia per la loro autostima.
La rabbia adolescenziale può essere pertanto un prezioso indicatore di un malessere del ragazzo all’interno della famiglia, un malessere difficile da mentalizzare, riconoscere e mettere in parole.
Approfondiamo in maniera più puntuale il fenomeno della rabbia adolescenziale.

                                                                  

Rabbia adolescenziale, rapporto con l’autorità genitoriale e col mondo degli adulti

In questa delicata fase del ciclo di vita, l’autorità è rappresentata principalmente dalle figure genitoriali. Nel corso del periodo adolescenziale, si inizia a sperimentare il graduale e (spesso) faticoso percorso di separazione e individuazione dai propri genitori che col passare del tempo non vengono più idealizzati e visti come figure infallibili e onnipotenti (visione tipica del bambino piccolo che ha ovviamente un rapporto di profonda dipendenza dalla figura genitoriale). Nella rimodulazione del rapporto con l’autorità genitoriale, spesso l’adolescente si ritrova a mettere in atto l’operazione opposta di quella che adottava da bambino, ossia la svalutazione: questa nuova dimensione genera inevitabilmente vissuti di rabbia, in quanto confronta il ragazzo con nuove sensazioni verso i propri genitori, quali delusione, tristezza, paura, timore per nuove forme di comunicazione e nuovi modi di vedere il mondo degli adulti, ma anche senso di colpa per i sentimenti ostili che emergono in maniera più intensa rispetto al passato. In un contesto del genere, i genitori iniziano a sperimentare forme di aperta contestazione da parte del figlio adolescente. Di fronte ai “no” del genitore, sopraggiungono spesso reazioni intense e talvolta drammatiche di rabbia che possono talvolta culminare in episodi di aggressività.
La rabbia adolescenziale può comunicare molte cose, come per esempio il profondo disorientamento dell’adolescente di fronte ad una fase della vita molto confusa in cui ci si allontana inesorabilmente da un periodo ben conosciuto ma che inizia a “star stretto” come l’infanzia, ad una sconosciuta, fonte di interesse ma anche di inquietudine in cui non si sa ancora cosa ci aspetterà, ossia l’età adulta.
Nel prossimo lavoro sull’argomento parleremo di come affrontare, accogliere e dare significato ai vissuti di rabbia ai comportamenti oppositivi dell’adolescente.