Il difficile “mestiere” dell’adolescente: la rabbia adolescenziale

Come abbiamo già potuto scoprire in un lavoro precedente ( https://www.psicologo-online24.it/blog/un-emozione-scomoda-ma-preziosa-la-rabbia ) la rabbia è un’emozione caratterizzata da un intenso turbamento che può culminare in comportamenti aggressivi a livello verbale o fisico. Ma abbiamo potuto anche comprendere come la rabbia, allo stesso modo di tutte le altre emozioni primarie, ci può comunicare qualcosa di importante su noi stessi, così come ci può aiutare a difenderci da minacce dell’ambiente esterno oppure da minacce di natura emotiva.
E la rabbia in adolescenza? Che significato ha? Cosa ci comunica? Come viene vissuta?
La rabbia adolescenziale è un vissuto attraverso cui tutti siamo passati. Spesso aiuta a crescere ma talvolta può generare disagi più seri.

                                             

Rabbia e adolescenza

Come detto, la rabbia costituisce un’emozione di base universale, comune a tutte le persone, indipendentemente dalla cultura di appartenenza: la sua funzione risiede nell’istinto di difendersi per sopravvivere nell’ambiente in cui ci si trova. Nel mondo animale, l’attacco e la rabbia compaiono come sistema di difesa automatico. La rabbia si manifesta non solo per proteggersi fisicamente ma anche per difendersi dai pericoli emotivi, come per esempio subire un torto, vivere un’ingiustizia, sentirsi svalutato, percepire violati i propri diritti. A volte la rabbia si presenta come reazione al proprio senso di impotenza, alla propria confusione e al proprio sentirsi spaesati nelle relazioni.
A tal proposito, gli adolescenti sono ancora più esposti a percepire i pericoli emotivi rispetto agli adulti, in quanto il loro ruolo nei processi decisionali della famiglia non è ancora consolidato e riconosciuto appieno, il senso di valore del proprio sé non è ancora stabile e ogni situazione in cui si sentono svalutati o giudicati rappresenta una vera e propria minaccia per la loro autostima.
La rabbia adolescenziale può essere pertanto un prezioso indicatore di un malessere del ragazzo all’interno della famiglia, un malessere difficile da mentalizzare, riconoscere e mettere in parole.
Approfondiamo in maniera più puntuale il fenomeno della rabbia adolescenziale.

                                                                  

Rabbia adolescenziale, rapporto con l’autorità genitoriale e col mondo degli adulti

In questa delicata fase del ciclo di vita, l’autorità è rappresentata principalmente dalle figure genitoriali. Nel corso del periodo adolescenziale, si inizia a sperimentare il graduale e (spesso) faticoso percorso di separazione e individuazione dai propri genitori che col passare del tempo non vengono più idealizzati e visti come figure infallibili e onnipotenti (visione tipica del bambino piccolo che ha ovviamente un rapporto di profonda dipendenza dalla figura genitoriale). Nella rimodulazione del rapporto con l’autorità genitoriale, spesso l’adolescente si ritrova a mettere in atto l’operazione opposta di quella che adottava da bambino, ossia la svalutazione: questa nuova dimensione genera inevitabilmente vissuti di rabbia, in quanto confronta il ragazzo con nuove sensazioni verso i propri genitori, quali delusione, tristezza, paura, timore per nuove forme di comunicazione e nuovi modi di vedere il mondo degli adulti, ma anche senso di colpa per i sentimenti ostili che emergono in maniera più intensa rispetto al passato. In un contesto del genere, i genitori iniziano a sperimentare forme di aperta contestazione da parte del figlio adolescente. Di fronte ai “no” del genitore, sopraggiungono spesso reazioni intense e talvolta drammatiche di rabbia che possono talvolta culminare in episodi di aggressività.
La rabbia adolescenziale può comunicare molte cose, come per esempio il profondo disorientamento dell’adolescente di fronte ad una fase della vita molto confusa in cui ci si allontana inesorabilmente da un periodo ben conosciuto ma che inizia a “star stretto” come l’infanzia, ad una sconosciuta, fonte di interesse ma anche di inquietudine in cui non si sa ancora cosa ci aspetterà, ossia l’età adulta.
Nel prossimo lavoro sull’argomento parleremo di come affrontare, accogliere e dare significato ai vissuti di rabbia ai comportamenti oppositivi dell’adolescente.

                                                                  

Il rischio di essere se stessi: dissertazioni e considerazioni sulla bioenergetica ed il percorso di psicoterapia.

Articolo scritto dalla Dott.ssa Francesca Zorzetto

 

Spulciando le riviste, il web e persino le librerie mi pare di notare che l’analisi bionergetica non sia molto gettonata, se non per gli addetti ai lavori.
Credo sia importante ampliare lo scenario che comunemente si ha sui tipi di percorsi psicoterapici. Alcuni, se pensano alla psicoterapia, la associano ancora al lettino e ad un signore di una certa età, possibilmente con gli occhiali, la barba e la palpebra cadente. Ecco, non è proprio così. Esistono vari tipi di psicoterapie e altrettante scuole, solitamente quadriennali, che uno psicologo o uno psichiatra possono frequentare prima di poter praticare in tal senso. Se siete interessati anche a questo tipo di approfondimenti scrivetemi nei commenti.

                                                            

Bioenergetica: che cos’è?

Questo articolo, però, ha l’intento di fare un po' di luce sulla bioenergetica, nel modo meno didattico possibile. Quando scoprii l’esistenza di questo approccio colsi subito la grande differenza rispetto alle altre psicoterapie, e questo, devo dire, mi spaventò un po’. Ma, d’altronde si dice che ciò che non conosciamo ad un primo impatto spaventa. La differenza che menzionavo sta nel fatto che in bioenergetica non si usa solo la parola all’interno della terapia, ma anche il corpo, il quale diviene per il terapeuta, una sorta di lettura della cartella del paziente. Attraverso l’osservazione il terapeuta esperto saprà notare i punti di maggiore tensione, le contratture più croniche, la postura che da sola può spiegare molto del modo di vivere di quella persona. Qualcuno si chiederà se sia stata fondata da osteopati tale disciplina; la risposta è no, bensì da un certo signor Reich allievo di certo signore con gli occhiali, la barba e la palpebra cadente (povero Freud). Dopo di lui, fu Alexander Lowen ad aprire le danze: egli coniò il termine bioenergetica e sulle fondamenta poste da Reich edificò una scuola affascinante quanto innovativa, che non mancò e non manca di attrarre scetticismi. Scopriamo meglio le caratteristiche di questo approccio.

                                                          

Bioenergetica: l’importanza del corpo che ci “parla” e del flusso energetico

In un certo senso il linguaggio del corpo divenne centrale nell’osservazione del paziente, occhi che esprimono tristezza, ma labbra che sorridono denotano già un’incongruenza tra il sentire e l’esprimere. L’Io per Lowen, come per Freud d’altronde, ha sempre la funzione di “mediatore”. In bioenergetica questa mediazione avviene anche a livello corporeo, l’espressione di vissuti che ci hanno insegnato a non accettare o rimuovere diverranno nella persona adulta contrazioni croniche, posture incassate che chiudono la respirazione causando ansia e sensazioni di soffocamento. Questi sono solo esempi delle tantissime osservazioni di Lowen che lo portarono a teorizzare che il flusso energetico, nei suoi pazienti era bloccato e a trovare metodi nuovi per permetterne lo sblocco. Strumento principale è il corpo: in bioenergetica vengono assegnati dei compiti, che mirano ad aiutare il paziente a sciogliere le tensioni e quasi parallelamente a sciogliere i nodi che il passato ha così pesantemente inflitto al corpo cresciuto.
Qualcuno mi ha detto siamo sopravvissuti, sopravvissuti alla nostra infanzia, e qualcuno, per non restare annientato dalle inibizioni, dal dolore, dalla tensione prodotta in una vita volta a corrispondere all’amore meritato per nascita, ma che non ha ricevuto, ha sviluppato le migliori difese possibili per lui o per lei. Oggi, al tempo adulto, queste difese sono gabbie, illusioni dorate che ci impediscono di sentire ed esprimere chi siamo. Le teniamo, perché? Beh perché il prezzo è alto nel lasciarle frantumare. E’ come spezzarsi un osso per poterlo avere poi più saldo e forte. Il rischio è quello di non essere mai amati, rivelandosi all’altro nella propria innocente fragile pienezza. D’altronde, però, scegliere di perseverare in ciò che ci siamo costruiti per sopravvivere, ci espone all’altrettanto grande rischio di non conoscersi mai veramente, e di conseguenza all’impossibilità di essere amati in modo sincero.

                                                           

 

 

Quando il disagio parte da un conflitto interiore: le nevrosi

Si parla spesso del concetto di nevrosi nel linguaggio comune: spesso intorno a questo termine c’è molta confusione e approssimazione, viene scambiato per “pazzia” o per “esaurimento nervoso”, quando invece la nevrosi è un fenomeno che presenta una letteratura sterminata e che si declina in molteplici strutture di personalità (si parla infatti di nevrosi ossessiva, nevrosi fobica, nevrosi isterica, ecc.). Il fenomeno della nevrosi fu analizzato in maniera molto puntuale e approfondita da Sigmund Freud. Intorno al disturbo nevrotico egli organizzò il suo metodo psicoanalitico. Il metodo psicoanalitico fu concepito appunto per il trattamento delle nevrosi.
In questo articolo inizieremo ad comprendere più a fondo il concetto di nevrosi.

                                               

Storia del concetto di nevrosi

La nevrosi è da considerarsi un disturbo psichico senza causa organica i cui sintomi sono l’espressione simbolica di un conflitto inconscio che origina nella storia psicologica dell’individuo.
Il concetto di nevrosi fu coniato nel 1777 dal medico scozzese William Cullen che definì tali patologie dei disturbi “senza infiammazione della struttura”. Si incominciò ad intuire l’esistenza di disturbi che si focalizzavano su determinati organi ma che non presentavano una causa organica: all’epoca di Cullen si parlava di nevrosi digestive, nevrosi cardiache, nevrosi uterine, ecc.
Come accennato in precedenza, fu Freud ad approfondire il fenomeno psichico delle nevrosi. Secondo il padre della psicoanalisi, le nevrosi esprimono un conflitto tra desideri ritenuti inaccettabili e difese che vengono attivate per fronteggiare questi desideri: l’insorgenza del sintomo nevrotico sarebbe il compromesso che si viene a creare tra queste due componenti (desiderio e difesa). Sempre secondo Freud, tali conflitti affondano le loro radici nell’infanzia dell’individuo e nelle relative esperienze traumatiche o disfunzionali che l’hanno contraddistinta.
In ambito psicoanalitico, dopo i primi studi finalizzati alla differenziazione tra psicosi e nevrosi, si inizio ad approfondire e analizzare la complessità e le sfaccettature del complesso fenomeno delle nevrosi, disturbi che richiedono un trattamento psicoterapeutico differente rispetto alle psicosi.
Iniziamo ad analizzare le principali distinzioni relative al concetto di nevrosi.

                                                          

Il fenomeno delle nevrosi nelle sue molteplici sfaccettature: un’analisi iniziale

La nevrosi è pertanto una condizione di sofferenza psichica che presenta un andamento cronico e che si può manifestare con numerose affezioni quali ansia, sintomatologia isterica, paure, insicurezze, fragilità emotiva, comportamenti compulsivi, ecc. Sia ben chiaro, tutti noi nel corso della vita possiamo andare incontro a queste forme di disagio, tuttavia la persona nevrotica ne soffre in maniera continuativa e a causa di sofferenze del passato non adeguatamente elaborate. In tali casi, la strada maestra per la risoluzione di questo disagio è la psicoterapia o la psicoterapia online.
Dalla pratica clinica dei primi psicoanalisti, emerse una prima differenziazione importante nel campo delle nevrosi: quella tra nevrosi sintomatica e nevrosi del carattere. In cosa consiste questa differenza? Nel primo caso il paziente presenta una specifica nevrosi con sintomi precisi e definiti, nel secondo caso il soggetto mostra un carattere che si incentra su determinati schemi nevrotici. In sostanza, nella nevrosi sintomatica il paziente soffre per la sintomatologia nevrotica che presenta, nella nevrosi del carattere il paziente non soffre particolarmente delle sue manifestazioni sintomatologiche, in quanto è tutta la sua personalità che si approccia alla vita e a se stesso in modalità nevrotica. Le nevrosi del carattere sono quelle tipologie di disturbo psichico che in seguito verranno definite “disturbi di personalità”.
Nei prossimi articoli sull’argomento approfondiremo ulteriormente questi aspetti, in quanto, a seconda del tipo di nevrosi che si sviluppa, sarà necessario uno specifico trattamento psicologico in presenza o online.

                                      

La psicoterapia online nel trattamento della depressione: ulteriori approfondimenti

Come illustrato nel precedente articolo sull’argomento, diversi studi hanno evidenziato il fatto che anche la psicoterapia online risulta particolarmente efficace nel trattamento dei pazienti depressi (Richards D., Richardson T., 2012; Andersson G., Cuijpers P., 2009; Kaltenthaler E., Brazier J., De Nigris E., Tumur I., Ferriter M., Beverley C., Parry G., Rooney G., 2006).
Abbiamo anche scoperto come molti di questi percorsi psicologici online prendano in carico principalmente soggetti con sindromi depressive non gravi (Richards D., Richardson T., 2012; Fledderus M., Bohlmeijer E.T., Pieterse M.E., Schreurs K.M.G., 2012).
Tuttavia, nei contesti di grave depressione, la combinazione tra sedute di psicoterapia in studio e seduta di psicoterapia online si è dimostrata alquanto efficace, ovviamente con le giuste modulazioni e la giusta frequenza (van der Vaart R., Witting M., Riper H., 2014).

                                               

Psicoterapia mista con i pazienti depressi: l’importanza della metodologia

Mentre le strutture in sede che si occupano di salute mentale e patologie psichiatriche sono sempre in aumento, i progetti che conciliano percorsi psicologici in studio e online sono ancora molto scarsi. Pertanto gli studi che rinforzano ulteriormente la correlazione tra contenuti terapeutici e questo tipo di percorsi psicologici devono essere intensificati (Kaltenthaler et al. 2006; Wright JH et al. 2005). Per esempio, fattori importanti quali il livello ottimale di supporto psicologico, la natura del supporto psicologico e le premesse metodologiche necessarie per impostare al meglio un percorso psicoterapeutico di questo tipo non sono ancora stati approfonditi in maniera soddisfacente (Newman MG, Szkodny LE et al. 2011; Sharry J, Davidson R. et al. 2013). Questo tipo di studi è fondamentale per la formazione dello psicologo online e del gruppo di lavoro che si dovrà occupare della gestione e combinazione di psicoterapia in studio e psicoterapia online. Per sviluppare e implementare in maniera adeguata un metodo innovativo come questo, è necessario adottare una metodologia strutturata che coinvolga sia gli psicologi/psichiatri che i pazienti (van der Vaart R., Witting M., Riper H., 2014).
A tal proposito, dall’interessante studio di van der Vaart et al. (2014) emergono dei feddback alquanto positivi e promettenti riguardo l’integrazione della psicoterapia online con i tradizionali metodi di “talking cure”.

                                          

Psicoterapia online integrata con psicoterapia in studio: i feeback di pazienti e terapeuti

Innanzitutto, i risultati di questo studio sottolineano come sia i pazienti sia i terapeuti mostrino un approccio positivo nei confronti della psicoterapia “mista” (in studio e online). Gli aspetti che vengono percepiti come più positivi sono la maggiore possibilità di gestire il percorso psicologico in maniera autonoma da parte dei pazienti, una relazione più matura tra paziente e psicologo, la possibilità di preparare al meglio le sedute in studio (talvolta vissute come un notevole sforzo e una grande fatica da parte dei pazienti depressi più gravi). Gli svantaggi percepiti da pazienti e terapeuti riguardano principalmente le specifiche questioni da affrontare durante il colloquio psicologico: alcuni argomenti sono risultati più difficile da affrontare nella modalità online, in quanto più carente per quel che concerne la comunicazione non verbale e il linguaggio del corpo. A tale riguardo, dallo studio si conclude che alcune parti più delicate del percorso possono essere preferibilmente affrontate in studio, mentre nella modalità online.
Senza dubbio questo aspetto va ulteriormente approfondito, al fine di comprendere se col tempo si possano ulteriormente affinare le tecniche di conduzione della psicoterapia online.
Per il trattamento della depressione con questa tecnica “mista” deve essere adottata una certa quota di flessibilità, a seconda del paziente depresso con cui abbiamo a che fare. La terapia mista pertanto deve essere adattata al singolo paziente, in base al suo livello di gravità e alle sue esigenze.
Alla luce di tutto ciò, è di fondamentale importanza coinvolgere attivamente il paziente nel processo di modulazione e gestione delle sedute in studio e delle sedute online (Gega L, Marks I. et al. 2004; Kelders SM et al. 2013).

                                                   

Bibliografia

-  Richards D, Richardson T: Computer-based psychological treatments for depression: a systematic review and meta-analysis. Clin Psychol Rev 2012, 32:329–342.
- Andersson G, Cuijpers P: Internet-based and other computerized psychological treatments for adult depression: a meta-analysis. Cogn Behav Ther 2009, 38:196–205.
- Kaltenthaler E, Brazier J, De Nigris E, Tumur I, Ferriter M, Beverley C, Parry G, Rooney G: Computerised cognitive behaviour therapy for depression and anxiety update. Health Technol Assess 2006, 10.
- Fledderus M, Bohlmeijer ET, Pieterse ME, Schreurs KMG: Acceptance and commitment therapy as guided self-help for psychological distress and van der Vaart et al. BMC Psychiatry 2014, 14:355 Page 9 of 10 http://www.biomedcentral.com/1471-244X/14/355 positive mental health: a randomized controlled trial. Psychol Med 2012, 42:485–495
- van der Vaart et al. “Blending online therapy into regular face-to-face therapy for depression: content, ratio and preconditions according to patients and therapists using a Delphi study”; BMC Psychiatry 2014, 14:355.
- Wright JH, Wright AS, Albano AM, Basco MR, Goldsmith LJ, Raffield T, Otto MW: Computer-assisted cognitive therapy for depression: maintaining efficacy while reducing therapist time. Am J Psychiatry 2005, 162:1158–1164.
- Newman MG, Szkodny LE, Llera SJ, Przeworski A: A review of technologyassisted self-help and minimal contact therapies for anxiety and depression: is human contact necessary for therapeutic efficacy? Clin Psychol Rev 2011, 31:89–103.
- Sharry J, Davidson R, McLoughlin O, Doherty G: A service-based evaluation of a therapist-supported online cognitive behavioral therapy program for depression. J Med Internet Res 2013, 15:e121.
- Gega L, Marks I, Mataix-Cols D: Computer-aided CBT self-help for anxiety and depressive disorders: experience of a London clinic and future directions. J Clin Psychol 2004, 60:147–157.
- Kelders SM, Pots WTM, Oskam MJ, Bohlmeijer ET, van Gemert-Pijnen JEWC: Development of a web-based intervention for the indicated prevention of depression. BMC Med Inform Decis Mak 2013, 13:26

Depressione e psicoterapia online: nuove frontiere nel trattamento dei disturbi dell’umore

La depressione è uno dei disturbi psichici più diffusi nella popolazione adulta che ha un impatto molto pesante sulla salute pubblica. Per il trattamento di tale patologia la psicoterapia risulta essere efficace. Tuttavia, non tutti i pazienti riescono a fruire di questo tipo di cura per svariati motivi: tempo, denaro, difficoltà da parte delle strutture pubbliche di fornire il servizio di psicoterapia a tutte le persone che ne hanno bisogno, ecc. (van der Vaart R., Witting M., Riper H., 2014).
In un contesto così complesso e articolato, la tecnologia e i servizi online possono offrire delle soluzioni efficaci fornendo percorsi psicologici e psicoterapeutici online adeguati e personalizzati.
Approfondiamo meglio il fenomeno della psicoterapia online nell’ambito della depressione.

                                      

Efficacia della psicoterapia online con i pazienti depressi

Recenti studi hanno dimostrato che i percorsi psicologici online per il trattamento della depressione sono risultati efficaci quanto i percorsi psicologici in presenza (Richards D., Richardson T., 2012; Andersson G., Cuijpers P., 2009; Kaltenthaler E., Brazier J., De Nigris E., Tumur I., Ferriter M., Beverley C., Parry G., Rooney G., 2006). Tuttavia, rispetto alla psicoterapia in studio, con i percorsi psicologici online può essere più difficoltosa la continuità del trattamento e l’adesione al programma psicoterapeutico online (Gerhards S.A., Abma T.A., Arntz A., de Graaf L.E., Evers S.M., Huibers M.J.H., Widdershoven G.A., 2011; Sharry J., Davidson R., McLoughlin O., Doherty G., 2013). Diverse ricerche hanno evidenziato che alcune forme di supporto offerte dalla psicoterapia online aumentano l’efficacia del trattamento e rinforzano l’alleanza terapeutica tra psicologo online e paziente.
Ad oggi, la maggior parte degli interventi forniti dallo psicologo online nell’ambito della psicoterapia online si concentra sul trattamento di pazienti con forme di depressione lieve o moderata (Richards D., Richardson T., 2012; Fledderus M., Bohlmeijer E.T., Pieterse M.E., Schreurs K.M.G., 2012). L’utilizzo della psicoterapia online nei contesti di sanità pubblica è ancora molto scarso, sebbene le potenzialità in questo settore siano notevoli. In generale, un piano di interventi di psicoterapia online nell’assistenza sanitaria pubblica potrebbe essere implementata anche nel trattamento di pazienti affetti da forme di depressione più grave, ovviamente con programmi e piani terapeutici differenti e una presenza più assidua e capillare dell’equipe che si occupa di tale disagio in modalità online (Newman M.G., Szkodny L.E., Llera S.J., Przeworski A., 2011).

                                                       

Combinazione tra psicoterapia online e psicoterapia in presenza

Recenti studi hanno dimostrato che l’aggiunta di sessioni di psicoterapia online alle classiche sedute di psicoterapia in presenza può rinforzare l’alleanza terapeutica e l’efficacia del trattamento. Tuttavia, con questo tipo di approccio aumentano i costi dell’intervento e il carico di lavoro per i professionisti (Meglic M., Furlan M., Kuzmanic M., Kozel D., Baraga D., Kuhar I., Kosir B., Iljaz R., Novak Sarotar B., Dernovsek M.Z., Marusic A., Eysenbach G., Brodnik A., 2010; Robertson L., Smith M., Castle D., Tannenbaum D., 2006). Per superare quest’impasse, è possibile adottare una combinazione di terapia online e di psicoterapia in presenza senza andare ad incrementare il numero di sedute effettive: si tratterebbe pertanto non di un’aggiunta di sedute (quelle online) bensì di un’armoniosa alternanza tra sedute di psicoterapia online e sedute di psicoterapia in presenza. Diversi studi hanno evidenziato che in un contesto di questo tipo, la durata effettiva della terapia rimane la stessa o addirittura si accorcia lievemente (Gega L., Marks I., Mataix-Cols D; Postel M., Witting M., Van Gemert-Pijnen L., 2013).
Questa sinergia tra sedute di psicoterapia online e psicoterapia in presenza deve essere organizzata e modulata a seconda del livello di gravità del paziente depresso: nei casi in cui la depressione sia meno seria e il livello di autonomia del paziente elevato, si possono intensificare le sedute con lo psicologo online, nei casi di depressione più grave, dove il sostegno e il monitoraggio devono essere più intensi, ci si concentrerà maggiormente sulle sessioni di psicoterapia in presenza (van der Vaart R., Witting M., Riper H., 2014).
Nei prossimi articoli sull’argomento, approfondiremo ulteriormente il ruolo della psicoterapia online nell’ambito della depressione.

                                                      

 

BIBLIOGRAFIA


- van der Vaart et al. “Blending online therapy into regular face-to-face therapy for depression: content, ratio and preconditions according to patients and therapists using a Delphi study”; BMC Psychiatry 2014, 14:355.
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- Kaltenthaler E, Brazier J, De Nigris E, Tumur I, Ferriter M, Beverley C, Parry G, Rooney G: Computerised cognitive behaviour therapy for depression and anxiety update. Health Technol Assess 2006, 10.
- Gerhards SA, Abma TA, Arntz A, de Graaf LE, Evers SM, Huibers MJH, Widdershoven GA: Improving adherence and effectiveness of computerised cognitive behavioural therapy without support for depression: a qualitative study on patient experiences. J Affect Disord 2011, 129:117–125.
- Sharry J, Davidson R, McLoughlin O, Doherty G: A service-based evaluation of a therapist-supported online cognitive behavioral therapy program for depression. J Med Internet Res 2013, 15:e121.
- Gega L, Marks I, Mataix-Cols D: Computer-aided CBT self-help for anxiety and depressive disorders: experience of a London clinic and future directions. J Clin Psychol 2004, 60:147–157.
- Fledderus M, Bohlmeijer ET, Pieterse ME, Schreurs KMG: Acceptance and commitment therapy as guided self-help for psychological distress and van der Vaart et al. BMC Psychiatry 2014, 14:355 Page 9 of 10 http://www.biomedcentral.com/1471-244X/14/355 positive mental health: a randomized controlled trial. Psychol Med 2012, 42:485–495
- Meglic M, Furlan M, Kuzmanic M, Kozel D, Baraga D, Kuhar I, Kosir B, Iljaz R, Novak Sarotar B, Dernovsek MZ, Marusic A, Eysenbach G, Brodnik A: Feasibility of an eHealth service to support collaborative depression care: results of a pilot study. J Med Internet Res 2010, 12:e63.
- Robertson L, Smith M, Castle D, Tannenbaum D: Using the Internet to enhance the treatment of depression. Australas Psychiatry 2006, 14:413–417.
- Wright JH, Wright AS, Albano AM, Basco MR, Goldsmith LJ, Raffield T, Otto MW: Computer-assisted cognitive therapy for depression: maintaining efficacy while reducing therapist time. Am J Psychiatry 2005, 162:1158–1164.

                                            

 

L’ansia e i disturbi d’ansia: un “universo da esplorare e comprendere

Lo psicologo e lo psicologo online si confrontano continuamente con problematiche d’ansia più o meno gravi. L’ansia, insieme alla depressione, è il disturbo psichico più diffuso e più trattato in ambito psicoterapeutico.
Tuttavia l’ansia rappresenta un vero e proprio “universo” nell’ambito del disagio psichico che si colloca tra l’altro lungo un continuum di gravità e complessità: abbiamo l’ansia di natura nevrotica, ossia l’ansia ancorata ad un esame di realtà più stabile; l’ansia borderline, contraddistinta da un senso di dissoluzione della rappresentazione di sé; l’ansia psicotica, ansia che spesso coincide con un angoscioso terrore di disintegrazione e frammentazione. Abbiamo poi diversi tipi di ansia a seconda della patologia in cui si manifesta, come l’ansia di tratto (insita nell’individuo) e l’ansia di stato (legata ad una specifica situazione).

                                                                       

Ansia e Disturbi d’Ansia

L’ansia è pertanto un’emozione complessa e articolata, con innumerevoli sfaccettature.
Come ben noto, l’ansia è uno stato emotivo contraddistinto da una condizione perniciosa di apprensione, allerta e attivazione, con frequenti alterazioni a livello fisico, come per esempio dispnea, palpitazioni, sudorazione, aumento della pressione sanguigna, diarrea, tremori, vertigini, capogiri, ecc.
Premesso che l’ansia è un vissuto che caratterizza moltissimi disturbi psichici, come accennato in precedenza, ci sono dei disturbi specifici che ruotano intorno alla problematica dell’ansia e che prendono il nome di Disturbi d’Ansia.
Nei Disturbi d’Ansia possono emergere pensieri ossessivi, preoccupazioni assillanti oppure condotte di evitamento delle situazioni fonte di ansia.
Diverse sono le patologie annoverabili tra i Disturbi d’Ansia: il disturbo da attacco di panico, le fobie, il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo post-traumatico da stress, il disturbo acuto da stress e il disturbo d’ansia generalizzato. In ognuno di questi disturbi l’ansia si esprime in una forma e intensità differente.
Nel vissuto d’ansia patologica, lo stato di attivazione e “arousal” tipico di questo sintomo risulta non essere collegato a nessun evento, circostanza o causa: ma soltanto in apparenza. In realtà ci sono della cause più o meno profonde, più o meno inconsce, che vanno a generare lo stato d’ansia.
Iniziamo ad approfondire le origini degli studi psicodinamici sull’insorgenza dei disturbi d’ansia.
L’ansia è una condizione decisamente diversa dalla paura, in quanto la paura è strettamente collegata ad una minaccia concreta. Ma proviamo ad entrare più in profondità nell’ambito dei disturbi d’ansia.

                                     

Analisi psicodinamica dell’ansia e dei disturbi d’ansia

Secondo il modello psicodinamico, l’ansia può essere considerata come il risultato di un conflitto psichico tra desideri inconsci provenienti da una parte più “istintuale” e pulsionale di sé (in psicoanalisi viene definito “Es”) e le relative minacce di punizione e disapprovazione all’idea di soddisfare questi desideri (note in psicoanalisi con il termine di “Super-Io).
L’ansia costituisce un forte segnale che rileva la presenza di un “pericolo” proveniente dall’inconscio. In risposta a tale segnale, l’Io mette in campo dei meccanismi psichici atti a fronteggiare questa situazione: i meccanismi di difesa. I meccanismi di difesa impediscono che pensieri e vissuti emotivi inaccettabili provenienti dall’inconscio affiorino alla coscienza.
Se il segnale d’ansia non riesce a mobilitare sufficientemente le difese dell’Io, insorgerà ancora più ansia e in maniera ancora più duratura.
Secondo Freud l’ansia consiste in un affetto dell’Io: l’Io è quell’istanza del sistema psichico che controlla l’accesso alla coscienza di tutti i contenuti mentali. Tramite il meccanismo della rimozione, l’Io si distanzia non solo dagli impulsi inaccettabili ma da qualunque associazione con gli impulsi e i desideri provenienti dalla parte più profonda del sistema psichico, l’Es. L’Io pertanto censura sia l’impulso proveniente dall’Es, sia la rappresentazione psichica.
Nel momento in cui un desiderio inaccettabile o un impulso viene rimosso, esso può esprimersi comunque sottoforma di sintomo. Il sintomo ansioso rappresenta una sorta di “compromesso” tra la rimozione dell’impulso (tramite i meccanismi di difesa che fronteggiano l’ansia legata al contenuto inaccettabile che minaccia di affiorare alla coscienza) e il manifestarsi dell’impulso stesso. A seconda dei meccanismi difensivi messi in atto e delle successive manifestazioni sintomatiche, il disturbo d’ansia che ne deriva potrà essere: un pensiero ossessivo, un rituale compulsivo, una manifestazione psicosomatica oppure un evitamento fobico.

                                                        

 

 

 

 

Carl Gustav Jung e gli sviluppi della psicologia analitica

Nel precedente articolo sull’argomento abbiamo passato in rassegna la vita di Carl Gustav Jung, il suo percorso di studi e di formazione. Jung, dopo aver approfondito tutta una serie di test sui reattivi e le associazioni verbali, con relativi studi sperimentali, conosce nel 1907 Sigmund Freud, il “padre” della psicoanalisi. Quest’incontro segnerà in modo significativo la vita di Jung che deciderà subito dopo di far parte della Società Psicoanalitica Viennese.
A poco a poco, Jung andrà a rappresentare sempre più un riferimento per Freud. Carl Gustav Jung diventa sempre più un elemento di spicco all’interno della Società Psicoanalitica, grazie ai suoi importanti contributi teorici e clinici per la disciplina psicoanalitica.

La nascita della psicologia analitica: Jung si allontana definitivamente da Freud

La fama di Jung accresce col passare del tempo, e non soltanto all’interno della Società Psicoanalitica Viennese. Egli viene spesso chiamato a tenere conferenze, anche negli Stati Uniti.
Poco per volta, tuttavia, la concezione di psicoanalisi di Jung si allontana dai fondamenti freudiani ortodossi: i rapporti tra Freud e Jung iniziano a raffreddarsi.
Successivamente Carl Gustav Jung va incontro ad una profonda crisi personale della durata di 6 anni che tuttavia si rivelerà fruttuosa per la nascita della futura psicologia analitica.
Nel 1909 termina la sua collaborazione con la clinica universitaria “Burghozli”, un’esperienza che lo aveva formato.
Nel 1913 si allontana in maniera definitiva dalle teorie freudiane sancendo l’inesorabile rottura con Freud. Jung decide pertanto di abbandonare la psicoanalisi e di fondare una sua personalissima scuola di pensiero che prende il nome di psicologia analitica.
Libero da vincoli universitari e accademici (clinica Burghozli), Jung lavora unicamente nell’ambito della libera professione e per diversi anni si cimenta in una complessa e articolata autoanalisi che gli permette di scoprire i suoi contenuti inconsci e portare alla luce concetti simbolici che si riveleranno di fondamentale importanza per le sue successive formulazioni teoriche. Avrà inizio l’ennesima fase creativa che porterà Jung a consolidare i costrutti della sua psicologia analitica.

Jung e il mondo degli archetipi

Servendosi dell’analisi dei sogni, del processo di immaginazione attiva e della la scrittura di storie, Jung si avventura nella cosidetta “discesa nell’Ade”. In cosa consiste questa nuova complessa fase? Consiste in un lungo e faticoso viaggio nell’inconscio che lo porta alla scoperta degli archetipi. Che cos’è un archetipo? L’archetipo può essere definito una “forma a priori”, un modello originario, un modello di comportamento innato che organizza l’esperienza umana. Questi modelli di comportamento innato affonderebbero le loro radici nelle esperienze collettive che si perdono nella più lontana antichità, nella “notte dei tempi” della storia umana.
Secondo Jung gli archetipi influenzano in maniera significativa il funzionamento della psiche. Essi sono presenti nel nostro immaginario e nella nostra memoria inconscia collettiva. Questi alcuni esempi dei principali archetipi individuati da Jung: il Vecchio Saggio, l’Ombra, l’Eroe, il Viaggio, Animus e Anima, la Grande Madre, la Persona. Tutte queste formulazioni sono il frutto del percorso di autoanalisi di Jung e della sua cosiddetta fase di “malattia creativa”.
Jung sostiene che se ci si immerge troppo nel mondo degli archetipi, si rischia di impazzire. Jung, a suo dire, grazie ad uno stile di vita sano, ad una famiglia attenta e presente e alla sua attività professionale, avrebbe evitato di andare incontro alla pazzia. Secondo il “padre” della psicologia analitica, altri studiosi e filosofi in passato si sono avventurati in queste “terre sconosciute” ma, non avendo sufficienti legami con la realtà, sono stati invasi dalle figure archetipiche andando incontro alla pazzia.
Il percorso di autoanalisi di Jung ha permesso la scoperta di due concetti archetipici fondamentali che approfondiremo nel prossimo articolo: quelli di Animus e Anima.

 

Sulla strada verso la psicoanalisi: isteria e nevrosi ossessiva

Proseguiamo con la nostra dettagliata analisi sul complesso percorso che ha portato alla nascita della psicoanalisi. Come evidenziato nei precedenti lavori, i primi passi della psicoanalisi mossero a partire dagli studi di Freud sull’isteria, l’ipnosi e il metodo catartico. Nell’ultimo articolo sull’argomento (Sulla strada della psicoanalisi: gli studi di Freud e Breuer ), abbiamo potuto scoprire come a partire dagli studi sul caso clinico di Anna O., Freud e Breuer giunsero alla conclusione che tramite la catarsi e l’abreazione espletate durante la seduta di ipnosi era possibile riportare alla luce il trauma fonte di sofferenza psichica. Ricordiamo: per catarsi si intende quella condizione in ipnosi dove viene fatto riemergere nella mente del soggetto l’evento traumatico, mentre per abreazione si intende quel fenomeno in cui vengono scaricate le emozioni riconducibili al trauma stesso.

                              

Nevrosi ossessiva: che cos’era ai tempi di Freud

A partire da questi complessi studi, Freud e Breuer si convinsero che l’abreazione fosse in grado di risolvere la sintomatologia isterica con conseguente guarigione.
Nei suoi studi successivi, Freud estende questo metodo ad altre forme di nevrosi, come per esempio la nevrosi ossessiva, una patologia psichica molto diffusa e studiata ai tempi di Freud. Questi studi contribuiranno ad ulteriori scoperte sul cammino che porterà alla nascita della psicoanalisi. Scopriamo meglio questa patologia e come era intesa ai tempi di Freud.
La nevrosi ossessiva consiste in un disturbo psichico in cui un’emozione forte che si è provata a seguito di un evento traumatico che poi è stato dimenticato diventa “autonoma” e si stacca dall’evento traumatico che l’ha generata. Staccandosi dall’evento traumatico, andrà ad “associarsi” successivamente ad un nuovo oggetto o situazione precedentemente neutrale che non suscitava nessuna reazione particolarmente intensa. A questo punto, tale emozione si manifesta in maniera abnorme sotto forma di sintomo, ogni volta che questo evento insignificante si verificherà.
Proviamo ora a fare una differenziazione tra isteria e nevrosi ossessiva, come concepita ai tempi di Freud. Questa operazione ci consentirà di comprendere ancora meglio l’evoluzione del percorso di ricerca di Freud che lo ha poi portato alla psicoanalisi. Nevrosi isterica e nevrosi ossessiva presentano dei sintomi molto diversi tra loro che originano entrambi da situazioni conflittuali del passato che sono state rimosse. Tuttavia, nelle due patologie i risultati finali sono del tutto differenti.

                                     

Differenze tra isteria e nevrosi ossessiva

Mentre nella nevrosi isterica l’affetto viene “convertito” in sintomo somatico, nella nevrosi ossessiva l’affetto associato al trauma si “trasferisce” ad un altro oggetto o evento: si assiste ad una scarica della carica affettiva non sul corpo, come nell’isteria, bensì in un oggetto differente o su un altro contenuto mentale. Questo fenomeno prende il nome di “processo di trasposizione”. Tale processo fa sì che le emozioni che inizialmente erano legate ad un evento scatenante, adesso siano slegate da esso e vivano di “vita propria”, essendo adesso legate ad altri oggetti o eventi apparentemente insignificanti. Ma il paziente questo non può saperlo, a causa della rimozione, pertanto vivrà questi sintomi come un qualcosa di insensato, un “terrore senza nome”.
Freud cercò di comprendere perché alcuni pazienti manifestassero la nevrosi isterica mentre altri la nevrosi ossessiva. Inizialmente spiegò la cosa come un qualcosa di “genetico”, legato alla predisposizione psichica.
Alla luce di queste scoperte, Freud formulò la cosiddetta “teoria del trauma” che spiega i motivi dell’insorgenza delle due patologie.
In primo luogo, secondo Freud, all’origine della nevrosi si cela sempre un trauma sessuale verificatosi nella primissima infanzia. Freud, in questa fase del suo percorso di formazione, ritiene che tale trauma sia sempre reale e risieda nelle prime interazioni con le figure significative.
Se il ruolo giocato dal paziente nell’evento traumatico è stato passivo (cioè se ha subito l’atto traumatico), allora si svilupperà l’isteria; se il ruolo giocato dal paziente è stato invece attivo (cioè l’atto è stato imposto), insorgerà la nevrosi ossessiva.
Nel prossimo lavoro analizzeremo ulteriormente tali aspetti e la loro evoluzione.

                                      

“Ho paura di perdere il tuo amore”: il sentimento della gelosia

In questo lavoro inizieremo ad approfondire una condizione che in misura minore o maggiore appartiene a tutti noi ma che, se inserita in un contesto patologico o di fragilità psichica, può avere delle conseguenze alquanto negative: la gelosia.
La gelosia può essere definita come uno stato emotivo generato dalla paura, più o meno ragionevole, di perdere l’amore di una persona cara nel momento in cui quest’ultima manifesta interesse nei confronti di un altro individuo. Freud definisce la gelosia come uno stato emotivo che può essere considerato normale. Talvolta la gelosia può anche diventare una forma di “gioco” funzionale al benessere della coppia. Il problema insorge quando la gelosia sfugge di mano.

                                    

Gelosia: un sentimento presente in tutti noi

A conferma del fatto che la gelosia è un sentimento universale insito in ciascuno di noi, Freud nel 1921 sostiene che se la gelosia è del tutto assente in una persona, è plausibile che tale sentimento provato in età infantile sia stato completamente rimosso dalla sfera della coscienza rimanendo attivo nell’inconscio del soggetto e divenendone un contenuto fondamentale.
Sempre secondo Freud, la gelosia è un sentimento presente nell’individuo sin dalle prime fasi di crescita: essa affiora con i primi sviluppi della vita affettiva del bambino, nella rivalità con la figura genitoriale dello stesso sesso, tipica della fase edipica (ossia quella fase dove il bambino piccolo desidera a livello primordiale l’esclusività della figura materna e pertanto la figura paterna viene vissuta come un “rivale”), oppure nella rivalità tra fratelli. Nel sentimento di gelosia c’è sempre di mezzo il desiderio di esclusività dell’oggetto d’amore e il timore che esso venga irrimediabilmente perso a causa dell’altro. La persona oggetto dei sentimenti di gelosia è solitamente una figura importante, una figura di riferimento, una figura fondamentale nel rinforzare il valore del proprio Sé. È per tale motivo che il bambino avverte il profondo desiderio che questa figura di riferimento venga posseduta e amata in una maniera esclusiva.

                                           

Gelosia: tra normalità e patologia

Per il soggetto geloso la stima di Sé è garantita dalla fedeltà della persona amata che gli offre sicurezza, forza, serenità e stabilità. Tuttavia nella dinamica relazionale del geloso si viene a creare un meccanismo che alla lunga genererà incertezza e senso di fragilità: invece che fornire amore, il soggetto geloso deve necessariamente riceverlo per stare bene. Tale sovvertimento degli equilibri delle dinamiche sentimentali genera un circolo vizioso in cui la gelosia alimenta il desiderio di possesso e viceversa: più si desidera di possedere in tutto e per tutto il proprio partner, più si avverte la sensazione di non possederlo, più la gelosia aumenta.
È importante tenere a mente che gelosia e invidia sono due sentimenti ben distinti: l’invidia chiama in causa il rapporto con un singolo individuo che si stima, si ammira, si desidera ma che è irraggiungibile, la gelosia coinvolge sempre tre persone: la persona che ama, l’oggetto d’amore e il cosiddetto “terzo incomodo” che minaccia l’amore esclusivo nei confronti dell’oggetto d’amore.
La gelosia presenta molteplici sfaccettature e si può collocare lungo un “continuum” che va dal sano sentimento di gelosia alla polarità patologica che sfocia nella possessività grave.
La gelosia può essere considerata un “mix” di amore, vicinanza emotiva, desiderio di possesso ed esclusività dell’altro. La gelosia può essere pertanto vissuta come una sana “passione” che caratterizza la quotidianità della vita di coppia oppure come una patologica ossessione che può sfociare in vere e proprie ruminazioni mentali, intrusive fantasie di tradimento, desiderio di controllo asfissiante del partner.
Nei prossimi articoli sull’argomento approfondiremo le declinazioni più patologiche del sentimento della gelosia.

                                

Il “padre” della psicologia analitica: Carl Gustav Jung

Carl Gustav Jung è insieme a Freud il “pilastro” delle discipline psicologiche e della psicoanalisi. Freud e Jung sono indubbiamente delle figura da conoscere approfonditamente per lo psicologo e lo psicologo online. Se Freud è da ritenersi il fondatore della psicoanalisi, Carl Gustav Jung, che col passare del tempo si discosterà dal pensiero freudiano, è da considerarsi il padre della psicologia analitica. Anche la psicologia analitica rientra nel novero delle discipline psicoterapeutiche, anche se i fondamenti teorici e metodologici sono ben diversi dal metodo psicoanalitico.
Carl Gustav Jung è stato un seguace delle teorie di Freud, ma nel 1913, a partire da un tormentato e articolato percorso di maturazione e individuazione personale, si allontanò della teorie freudiane.
Ma iniziamo a ripercorrere le tappe fondamentali della vita di Carl Gustav Jung, tappe che contribuiranno alla nascita della sua scuola di pensiero e della sua tecnica analitica.

                                            

Jung: primi anni di vita e adolescenza

Carl Gustav Jung nasce nel 1875 a Kesswill, vicino a Basilea, in Svizzera. Figlio di un pastore protestante e di una casalinga, fu sin da subito influenzato dalla figura del nonno, personaggio poliedrico e di intelligenza sopraffina: noto medico, rettore universitario e anche poeta.
Dopo le scuole primarie, all’età di 11 anni si iscrive al ginnasio. Viene descritto come un ragazzino alquanto introverso, suscettibile, con difficoltà a socializzare ma al tempo stesso profondo e introspettivo. Dopo qualche anno va incontro ad una grave forma di nevrosi che lo porta ad evitare la scuola: il suo unico passatempo è dato da lunghe passeggiate in piena solitudine. Tale nevrosi sembra svanire “magicamente” quando il ragazzo sente di nascosto il padre che rivela ad un amico le sue profonde preoccupazioni per il figlio e per il suo futuro. Jung a questo punto, si convince ad affrontare la vita con coraggio e intraprendenza: riprende gli studi con il massimo impegno e ottenendo risultati eccellenti. Tuttavia non dimentica affatto il periodo buio che ha attraversato. Conserva inoltre la sua indole introspettiva maturando la convinzione di possedere due personalità: una esplicita e visibile a tutti, l’altra recondita e arcaica.
Ultimato il ginnasio, Jung si iscrive alla Facoltà di Medicina presso l’Università di Basilea conseguendo una borsa di studio. Inizia un periodo di fervidi e proficui studi.

                                           

Jung : il percorso universitario e la crescita professionale

Durante il percorso di studi universitari, Jung perde il papà. È lui ora il capofamiglia. Nel frattempo, oltre agli studi in medicina, Jung coltiva autonomamente gli studi in psicologia, parapsicologia e filosofia. Egli studia con interesse e fervore autori filosofici e letterari quali Nietzsche, Schopenhauer e Goethe.
Gli studi in parapsicologia inducono Jung ad approfondire i fenomeni dell’occulto con i quali si confronta in maniera concreta frequentando un circolo medianico condotto da sua cugina Helene Preiswerk, nota medium. Il materiale ottenuto da queste sedute medianiche sarà utilizzato da Jung per la sua tesi in medicina che analizzava la psicopatologia dei fenomeni occulti. Può sembrare singolare ma tutte queste esperienze avranno un ruolo fondamentale nella formazione e nella crescita personale di Jung. Intorno a tali esperienze egli costruirà il suo “corpus” di teorie.
Dopo essersi laureato in medicina, Jung decide di specializzarsi in psichiatria. Effettuerà il suo percorso di praticantato propedeutico alla specializzazione presso l’ospedale psichiatrico di Zurigo, il “Burgholzli”, diretto dal noto psichiatra Eugene Bleuler. Presso il Burgholzli ha inizio per Jung una sfolgorante carriera: in pochi anni ottiene l’incarico di vicedirettore, oltre ad una docenza universitaria. Inizia inoltre una serie di importanti studi ed esperimenti sui reattivi e sulle associazioni verbali coi pazienti psichiatrici, altra esperienza che lo segnerà in maniera significativa per la formulazione delle sue future teorie.
Nel 1907 conosce Freud, un’esperienza che gli cambia la vita. Poco dopo entra a far parte della Società Psicoanalitica Viennese.

                                             

Sulla strada verso la psicoanalisi: gli studi di Freud e Breuer

Nell’articolo inerente alla nascita della psicoanalisi e del percorso di crescita clinica e professionale di Sigmund Freud (https://www.psicologo-online24.it/blog/alle-origini-della-psicoanalisi-storia-del-percorso-di-formazione-di-freud ) abbiamo potuto scoprire come gli albori della psicoanalisi coincisero con i primi studi sull’isteria da parte di Freud. Come già accennato nel precedente lavoro, il padre della psicoanalisi, dopo i suoi studi a Parigi con Charcot e a Nancy con il professor Bernheim, stringe un intenso rapporto umano e professionale con il professor Breuer, noto medico e psichiatra austriaco. Breuer aveva in cura all’epoca Anna O., una giovane donna che presentava una florida sintomatologia isterica difficile da trattare. Approfondiamo questo importantissimo caso che rappresenterà un passo decisivo per la nascita della psicoanalisi.

                     

Anna O.: un complesso caso di isteria

Anna O. sviluppa una grave forma di isteria dopo la morte del padre di cui si era presa cura durante i suoi ultimi mesi di vita.
Breuer cerca di trattare la sintomatologia isterica di Anna O. attraverso l’ipnosi. Una sera, durante una seduta di ipnosi, egli invita Anna O. a ricostruire gli accadimenti che hanno generato la sua problematica isterica. Anna O. reagisce a questa seduta di ipnosi con un’intensa risposta emotiva a cui fa seguito la scomparsa dei sintomi. Breuer e Freud, dopo attente riflessioni cliniche, giungono alla conclusione che la sintomatologia isterica è stata eliminata grazie ad un fenomeno psichico, l’abreazione, che fa parte a sua volta di un processo terapeutico che prende il nome di metodo catartico. Analizziamo un po’ meglio questi due elementi.
Secondo Breuer, nella nostra vita possono manifestarsi dei traumi che si legano indissolubilmente a delle specifiche emozioni. Queste emozioni, in condizioni di normalità, vengono scaricate e annullate senza avere alcun effetto sull’equilibrio psichico del soggetto. Nelle condizioni traumatiche invece, tali emozioni non vengono scaricate dal nostro sistema psichico e continuano a “risuonare” nella nostra psiche. Nel disturbo isterico, tali emozioni rimaste per così dire “intrappolate” all’interno della psiche si trasformano in sintomo fisico dando luogo al sintomo isterico. Questo fenomeno viene definito “conversione” o “somatizzazione”.

                               

Trauma, catarsi e abreazione

Tale fenomeno fa sì che i sintomi prodotti si “organizzino” in maniera autonoma generando una sorta di “doppia personalità”: una personalità è quella frutto del trauma, l’altra è quella originaria. Talvolta la personalità “traumatica” si alterna alla personalità originaria, talvolta interagisce con essa. Tuttavia, la personalità generata dal trauma risulta ben distinta e separata dalla personalità originaria. Appare insomma come una personalità dissociata.
La sintomatologia isterica e la “seconda” personalità che di conseguenza si viene a creare fanno sì che il trauma originario venga dimenticato dal soggetto. Insomma, questa nuova personalità che nasce a seguito del trauma è la stessa che contribuisce a far dimenticare il trauma. Sembra un paradosso! Ma perché il soggetto dimentica il trauma che ha subito? Come può dimenticare un evento così intenso e drammaticamente significativo? Le cause possono essere due:
1) Il trauma può essersi generato in una condizione crepuscolare della mente, simile a quello che si viene a creare durante l’ipnosi;
2) Il trauma risulta talmente doloroso e angosciante che viene rimosso dalla coscienza e pertanto dimenticato.
A questo punto, qualsiasi tentativo di rievocare il trauma da parte del soggetto è vano, poiché vengono messi in atto dei meccanismi di resistenza: è come se la psiche si difendesse dal trauma tramite l’oblio.
Secondo Breuer e Freud c’è tuttavia un modo per riportare alla memoria il trauma, fonte di così grande sofferenza: attraverso la catarsi e l’abreazione all’interno della seduta ipnotica. La catarsi consiste in quel fenomeno in cui si viene a ricreare nella mente del paziente l’evento traumatico che ha generato il disturbo psichico. L’abreazione è invece la successiva scarica delle emozioni collegate al trauma.
Durante lo studio di questo caso clinico, Freud e Breuer giunsero alla conclusione che l’abreazione era in grado di rimuovere definitivamente i sintomi isterici, con relativa guarigione.
Ma in seguito le cose non si riveleranno così semplici e lineari. Siamo ancora agli albori del vero e proprio metodo psicoanalitico.