LA MINDFULNESS COME TERAPIA PER ANSIA E DEPRESSIONE

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L’autore: Simone Gatto è musicoterapeuta certificato, docente di Musicoterapia e Istruttore di Mindfulness presso l’Istituto Nazionale di Arti Terapie - Artedo.

MINDFULNESS E ANSIA: CHE COS’È L’ANSIA?  L’ansia è definita come una reazione istintiva di difesa, un allarme proprio dell’istinto di conservazione, ma anche come uno stato di tensione emotiva cui spesso si accompagnano sintomi fisici.
Le persone che vivono in uno stato ansioso tendenzialmente costante, sono immerse nelle preoccupazioni sproporzionate e incongrue in diversi ambiti di vita. Chi soffre di disturbo d’ansia tende a essere infatti costantemente in allerta, a preoccuparsi in modo eccessivo per qualsiasi cosa, evidenziando nel tempo una riduzione significativa della qualità di vita. Rispetto ad altre condizioni psichiatriche come la fobia sociale o gli attacchi di panico, che sono spesso riconducibili a preoccupazioni specifiche e circoscritte, nell’ansia generalizzata le preoccupazioni non riguardano un tema specifico, ma sono estese ai diversi ambiti della vita della persona.
I sintomi tipici sono:
• irrequietezza o tensione psichica costante
• sensazione di svuotamento e fatica cronica
• fatica nella concentrazione con conseguente riduzione della memoria
• facile nervosismo e irritabilità
• tensione muscolare cronica che può concentrarsi negli arti, nei muscoli del collo, della schiena e generare dolore
• difficoltà nell’addormentamento e nel mantenimento del sonno, oppure sonno agitato e non ristoratore.
Molte persone mi chiedono: quando l’ansia fa male al cuore? La risposta banale è quando per un lungo periodo di tempo ci si avvelena costantemente con i propri pensieri negativi che generano una spirale discendente di effetti negativi nel corpo.

                                                 

MINDFULNESS E RUMINAZIONE: CHE COS’È LA DEPRESSIONE?

La depressione si può manifestare in diverse forme (come per esempio quella bipolare o la distimia, una forma depressiva cronica lieve), nelle quali fattori biologici, psicologici e sociali intervengono in modo differente.
In generale il disturbo depressivo non è conseguenza di un evento specifico, ma deriva dalla sua interazione con una vulnerabilità individuale. La depressione non va confusa con la tristezza o la demoralizzazione che tutti sperimentiamo in situazioni occasionali e di breve durata, come può capitare con altri stati d’animo come l’ansia, la felicità o la paura. La depressione è una malattia vera e propria in cui si modifica il modo di percepire se stessi e il mondo circostante. I soggetti depressi perdono il piacere dell’esistenza, perdono interesse e spinta vitale, hanno l’umore a terra tutto il giorno, tutti i giorni, non sanno come andare avanti e hanno pensieri di morte. Al malessere generale, si accompagnano tanti altri disturbi: si va dalla perdita dell’appetito e quindi di peso, senza essersi messi a dieta, al suo significativo aumento; dall’insonnia all’ipersonnia; dall’agitazione al rallentamento fisico e mentale.

Quando ansia e depressione si sovrappongono e coesistono si parla di ansia depressiva che si caratterizza, appunto, per una combinazione di sintomi ansiosi e depressivi. I principali sono difficoltà di concentrazione, senso di “testa vuota”, sensazione di affaticamento o scarsa energia, ipervigilanza, preoccupazione, facilità al pianto, tendenza a previsioni negative per il futuro, disperazione, scarsa autostima o sentimenti di disprezzo per se stessi.
Questi sintomi sono accompagnati anche da disturbi fisici più o meno rilevanti, tra cui disturbi gastrointestinali, dolore muscolo-scheletrico, secchezza della fauci, tachicardia, tremori, vertigini e disturbi del sonno.
Questa sintomatologia causa un disagio notevole, con il rischio di compromettere in modo più o meno significativo la vita sociale, familiare, lavorativa ecc. La mancanza di voglia di svolgere qualsiasi attività, la tristezza e la bassa autostima, infatti, rendono difficili non solo le attività professionali, ma possono mettere a dura prova anche le relazioni con gli altri e nei più giovani il rendimento a scuola. Questa patologia, inoltre, può causare ulteriori conseguenze, come per esempio l'abuso di sostanze.

TERAPIA MINDFULNESS : COS’È E COME AIUTA CHI SOFFRE DI ANSIA E DEPRESSIONE

Il termine Mindfulness è una traduzione di un termine antico in lingua pali “sati” che significa appunto consapevolezza, attenzione, attenzione sollecita. Questo termine è caratterizzato da una sfumatura relativa al ricordo, al ricordare, alla memoria, al ricordarsi di tornare costantemente all’osservazione diretta dell’esperienza quando ci si accorge di averla perduta.
La Mindfulness deriva direttamente dalle pratiche meditative orientali e solitamente la si contrappone alla riflessione concettuale di stampo filosofico in quanto non focalizzata sull’elaborazione di nuove e importanti idee. E’ infatti centrale nella Mindfulness riconoscere e prendere confidenza con i propri processi psicologici sottostanti alla costruzione ed elaborazione delle idee. Scopri di più nell’articolo https://www.simonegatto.net/blog/mindfulness-e-meditazione-quali-differenze-e-come-si-praticano/

La mente umana tende a non vivere mai il presente e ad essere schiava del cosiddetto ‘tempo psicologico’ ovvero a preoccuparsi continuamente per ciò che ancora deve accadere oppure a rimuginare continuamente sul passato. Questa tendenza ossessiva porta spesso a sprecare la vita che si vive, a perdere informazioni, esperienze ed occasioni importanti e sopratutto a comunicare in maniera superficiale, rischiando maggiori incomprensioni nei rapporti con gli altri. La sofferenza che si genera espone la persona allo stress molto più di quanto ci si renda conto, con le varie conseguenze fisiche e mentali che ne possono derivare.
Il fattore alla base di tutta la sofferenza è sempre l’identificazione con la mente che rende compulsivo il pensiero e ostacola l’esperienza diretta della realtà, impedendo spesso di trovare quella dimensione di quiete interiore. L’identificazione con quella voce costante nella mente genera un falso sè che potremmo definire come ‘ego’, ovvero uno schermo opaco fatto di concetti, etichette, immagini, giudizi e interpretazioni che si frappone tra la persona e la sua interiorità e blocca ogni vero rapporto interpersonale. Con questa definizione non si vuole demonizzare la mente, che è uno strumento eccezionale se usata nel modo giusto, come per esempio nelle funzioni cognitive, pratiche o lavorative della vita quotidiana. Mi riferisco a quando una persona è completamente identificata con il suo ego, che equivale a far si che la mente non sia più un utile strumento ma sia lei a prendere il sopravvento totale sulla nostra vita, trascinandoci in un vortice pericoloso e incontrollabile di ruminazione.

                                                          

MINDFULNESS E STRESS : MINDFULNESS BASED STRESS REDUCTION

Il protocollo Mindfulness Based Stress Reduction (Metodo per la riduzione dello Stress basato sulla consapevolezza) solitamente etichettato come parte della medicina comportamentale o mind/body medicine è stato sviluppato dal Prof. Jon Kabat Zinn alla fine degli anni ’70 presso l’Università di Worcester (Boston) Massachusetts.Alla fine degli anni 90, erano già più di 400 gli ospedali e centri medici negli Stati Uniti dove veniva applicato l’MBSR. Negli anni, per le sue potenzialità cliniche preventive e riabilitative, ha trovato spazio in programmi di intervento nelle carceri e nelle scuole, e in varie organizzazioni al fine di affrontare molte delle problematiche sia fisiche che psicologiche legate allo stress.
La prospettiva della mindfulness introduce un modo profondamente diverso di porsi in relazione con la propria esperienza, internamente ed esternamente, soprattutto per chi vive costantemente in uno stato di ansia e depressione. E’ un modo per entrare in contatto con ciò che succede dentro e fuori di noi; un modo per prendersi cura del corpo e della mente, sviluppando la capacità di stare nel presente; un metodo sistematico per gestire stress, dolore e malattie, ma anche per affrontare efficacemente le sfide della vita quotidiana; senza dubbio una capacità intrinseca a noi esseri umani da sempre, che va semplicemente riscoperta.

La pratica costante della Mindfulness seguendo il protocollo MBSR permette alla persona che soffre di ansia e depressione di comprendere sia le emozioni alla base che di osservare le credenze mentali senza rimanere intrappolati nella spirale di pensieri negativi.
Sia nel caso dell’ansia che della depressione l’emozione alla base è la paura esistenziale, che è dovuta sia all’identificazione costante con il proprio ego (flusso di pensieri inconsapevoli, vedi sopra) che con tutte le esperienze di paura vissute fin da bambini che non sono state poi elaborate e che quindi continuano ad essere presenti in noi e vengono inevitabilmente richiamate dagli eventi della vita.
Attraverso la pratica possiamo riconoscere ed entrare in contatto con queste paure, permettendoli di esserci senza più reprimerle ma accogliendole con presenza mentale e gentilezza. Proprio come i bambini, le emozioni guariscono quando sono sentite e riconosciute con attenzione amorevole.

L’energia fondamentale opposta alla paura è l’amore. Per comprendere meglio come questi due poli apparentemente opposti siano invece connessi attraverso la metafora del buio e della luce.
Il buio è uno stato delle cose che non è di per se negativo, esiste quando la luce è assente. Il buio non va analizzato o contrastato, basta aprire la finestra o accendere la luce ed esso svanisce. Lo stesso vale per la nostra sofferenza emotiva e la luce in questo caso è l’amore. Se attraverso la luce della nostra presenza mentale riconosciamo ed accettiamo amorevolmente l’emozione invece di contrastarla, essa svanisce ed avviene una vera e propria trasformazione in noi.

Ci sono diversi esercizi basati sulla mindfulness che si possono svolgere quotidianamente per allenarsi a riconoscere e lasciare andare pensieri ed emozioni, cambiando la propria esperienza di vita, scoprili in quest’articolo che ho scritto precedentemente su Mindfulness, ansia e depressione.
A chiunque desideri avvicinarsi a mindfulness e meditazione, anche solo per una consulenza preliminare, mi può contattare cliccando qui per prenotare sessioni personalizzate online o in presenza.

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Il percorso formativo di Marco Di Giangiacomo, counselor

Come abbiamo già illustrato in articoli precedenti, il counseling è un intervento finalizzato alla risoluzione di problemi di natura adattiva legati a sfide della vita di tutti i giorni che possono generare stress e tensione nervosa. Uno degli obiettivi del counseling e del counseling online è quello di superare tali difficoltà a partire dal potenziamento e dall’utilizzo ottimale delle proprie risorse.
In questo articolo presenteremo un nuovo professionista entrato a far parte del team di psicologo-online24.it che potrà fornire preziosissimi contributi nell’ambito del counseling e del counseling online: Marco Di Giangiacomo. Scopriamo qualcosa di più su questo specialista preparato e competente.

                                                   


Chi è il dottor Di Giangiacomo?

Marco Di Giangiacomo è un counselor.
Nasce nel 1983 in Svizzera, vive in Abruzzo da trentasette anni.
Nel 2015, in seguito ad alcuni eventi, sceglie di cominciare un percorso di crescita personale con una counselor che nota la sua predisposizione all’empatia e lo inserisce nella scuola dell’Accademia Radici di Roma.
Contestualmente ai tre anni di studio, ha accostato un intenso lavoro su se stesso, fatto di gruppi d’incontro e di sessioni individuali, al fine di svolgere profondamente la relazione d’aiuto, fondamento del counseling.
Nel 2020 consegue il diploma con il massimo dei voti e completa la sua esperienza formativa con un tirocinio durato due anni in cui si è misurato come formatore.
Attualmente accompagna i suoi clienti in percorsi di riscoperta del proprio potenziale, di accettazione dell’interiorità e di gestione delle emozioni, tutto volto al benessere ed alla cura della persona.
Un’altra passione di Marco Di Giangiacomo è la musica: è un produttore musicale e associa le sue creazioni all’attività di counseling.
Marco Di Giangiacomo esercita la sua professione a Sant’Egidio alla Vibrata, in provincia di Teramo, presso il suo studio in via Kennedy 34.
Marco Di Giangiacomo non svolge sessioni soltanto presso il suo studio ma anche in modalità online, tramite videochiamate con Skype, Zoom e Whatsapp.
Per prenotare una sessione di counseling o di counseling online basta contattarlo telefonicamente al seguente numero: 3383369425.

                                                     

Che cos’è il counseling e in cosa si differenzia da una psicoterapia?

Approfondiamo ulteriormente il concetto di counseling, innanzitutto analizzando l’etimologia del termine. Tale parola deriva dall’inglese “to counsel” che significa consigliare. Il counseling (e il counseling online) è un’attività che si prefigge l’obiettivo di apportare miglioramenti nella qualità di vita dell’individuo.
Sono molteplici le tecniche a disposizione del counselor per migliorare la qualità di vita del cliente e per risolvere le principali problematiche della quotidianità. Ma quali sono le aree su cui può lavorare un counselor con il suo cliente? Queste le principali: migliorare le proprie capacità comunicative e interpersonali, acquisire nuove conoscenze e consapevolezze su di sé, trovare le giuste risorse per affrontare fasi di criticità, acquisire maggiori competenze nel campo del problem-solving, saper gestire meglio le situazioni di stress.
Per diventare counselor è necessario acquisire molte competenze nell’ambito della psicologia, delle scienze della comunicazione e della sociologia.
Ma qual è la differenza tra counseling e psicoterapia? Nel counseling si cerca di analizzare le possibili potenzialità e opzioni per risolvere specifici problemi e criticità con l’obiettivo di giungere ad una nuova condizione di benessere interiore. Con la psicoterapia si fa invece un lavoro di più ampio respiro che chiama in causa l’intera personalità del paziente concentrandosi sui tratti di personalità, sulla struttura del pensiero e sulla regolazione emotiva e cercando di individuare nessi tra il proprio passato familiare/storia di vita e il proprio funzionamento psichico.

                                                     

Legame madre-bambino: l’importanza dell’amore materno

Articolo scritto dalla dott.ssa Rossana Ferrara, psicologa clinica

Sono molte le cose che appaiono come ovvie e scontate ma che, in realtà, rivestono un ruolo fondamentale nella nostra crescita ed esistenza. Come evidenziato da diverse ricerche psicologiche e sostenuto da numerose ricerche scientifiche, è di particolare importanza la relazione che il bambino, nei primi anni di vita, instaura con i propri caregivers (persone che si prendono cura del bambino piccolo che possono essere non soltanto i genitori ma tutte le figure di riferimento ed accudimento). Il caregiver funge da base sicura ed ha un ruolo fondamentale nello sviluppo psicologico del bambino nonché nella capacità di regolazione emotiva. Focalizzeremo però la nostra attenzione sulla relazione madre-figlio negli esseri umani e sull’importanza dell’amore materno.

                                                     

L’attaccamento: descrizione e riferimenti teorici

Madre e bambino sono due esseri diversi, corpi diversi, menti diverse, unità diverse ma in costante relazione: la loro interazione è importante e presente fin dai primi istanti di vita del piccolo. Tale interazione influenza notevolmente lo sviluppo cognitivo, emotivo nonché di personalità del bambino, con importanti ripercussioni nel lungo termine. È importante tenere a mente cha anche il neonato riveste un ruolo attivo nel mantenere viva la relazione con la mamma.
Colui che si è occupato maggiormente del legame madre-bambino è stato J. Bowlby che altro non è che il padre fondatore della teoria dell’attaccamento. L’attaccamento di per sé viene ad essere definito come “il legame emotivamente significativo per entrambe le parti della diade e di lunga durata che si instaura tra un bambino e la propria madre sulla base di scambi interattivi reciproci, costituito da un insieme di comportamenti mirati a mantenere la prossimità verso una persona specifica che viene riconosciuta in grado di gestire adeguatamente la situazione in atto” (Bowlby, 1973). Freud descrive la relazione madre-bambino come un’energia fisica o libido che permette al bambino di attaccarsi alla madre che, attraverso la funzione di nutrice, gratifica e soddisfa i suoi bisogni orali. Per Melanie Klein le pulsioni di cui parla Freud sono collegate ad un oggetto ed il primo oggetto con cui il bambino si relaziona è il seno materno; egli può idealizzarlo attribuendogli piacere e amore oppure convertirlo in un oggetto capace di indurre dolore o angoscia: nel primo caso parleremo di “seno buono”, nel secondo caso di “seno cattivo”. Se la madre riesce a soddisfare i bisogni sia fisici che emotivi del bambino, quest’ultimo potrà stabilire con lei dei buoni rapporti orali; in caso contrario, nel momento in cui dovessero predominare le frustrazioni orali, il bambino percepirà il rapporto come negativo.

                                                                   

L’esperimento di Harlow: l’importanza del “calore materno”

Nella diade madre-bambino contano anche molte altre variabili tra cui la vicinanza e il contatto fisico, elementi che permettono al figlio di soddisfare i suoi bisogni primari.
A tal proposito, segnaliamo i diversi studi dell’etologo Konrad Lorenz e dello psicologo Harry Harlow.
Emblematico per il nostro discorso è l’esperimento dello psicologo statunitense che, oltre a verificare e validare la teoria di Bowlby, ha permesso di dimostrare l’importanza dell’amore, soprattutto da più piccoli. Egli si avvalse delle scimmie Rhesus, le più simili agli esseri umani per quel che concerne i comportamenti di attaccamento.
Harlow divise i piccoli di scimmia dalle madri e li pose in gabbie in cui vi aveva posto precedentemente due “madri” surrogate: la prima consisteva in una “mamma di metallo” fatta di fili di ferro su cui era attaccato un biberon per nutrire i cuccioli, la seconda in una “mamma di pezza” morbida e calda ma che al contrario non dava alcun nutrimento. I cuccioli avrebbero ricevuto cibo e contatto corporeo, due elementi importantissimi nel momento dell’allattamento. Harlow analizzò attentamente il loro comportamento. Chi avrebbero prediletto? Chi li nutriva o chi trasmetteva loro calore? Cosa accadde? Le scimmiette cercarono solo nel momento in cui avevano fame la “mamma metallica”, mentre per il resto del tempo rimanevano abbracciati alla tenera “mamma di pezza”. Emerse pertanto che le scimmiette preferivano il contatto corporeo ed affettivo.
Si può comprendere bene quanto sia importante il ruolo della madre al di là del mero soddisfacimento dei bisogni fisiologici e primitivi: l’allattamento materno, oltre che fonte di cibo, rafforza il rapporto tra madre e figlio grazie al contatto fisico. La vicinanza materna dimostra di essere molto utile a superare momenti di stress e a infondere sicurezza al cucciolo, che in presenza della madre riesce ad affrontare in autonomia situazioni nelle quali prova paura. Respirazione, vigilanza, difese immunitarie, socievolezza e senso di sicurezza sono essenziali per un regolare sviluppo psicosessuale del piccolo. Tali contributi sono importantissimi e derivano essenzialmente dal contatto fisico con la madre.



Bibliografia
- Ammaniti M., Dazzi N., Psicologia clinica dello sviluppo, 1999.
- Offredi A, La natura dell’amore, l’esperimento di H. Harlow – I grandi esperimenti di psicologia, State of Mind- Il giornale delle scienze psicologiche, 2016.
- Pallini S., Psicologia dell’attaccamento, Franco Angeli, Milano, 2008.

                                                     

 

La sofferenza per il presunto “sesso debole”: le relazioni familiari della personalità isterica

Nel precedente articolo sull’argomento (Il corpo e la seduzione come strumenti di comunicazione: la personalità isterica) abbiamo iniziato ad analizzare i tratti caratteristici della personalità isterica soffermandoci sulle peculiarità comportamentali, cognitive ed emotive di questo tipo di personalità, caratteristiche che denotano una certa fragilità verso aspetti riconducibili alla sessualità e al potere legato al genere. Tali aspetti portano tali soggetti a sentirsi deboli e in difetto a seguito del proprio genere sessuale. Abbiamo potuto anche vedere come seduttività, labilità emotiva, stile cognitivo “impressionistico”, desiderio di essere al centro dell’attenzione e forte sensiblità nei confronti del corpo siano le caratteristiche predominanti delle personalità isteriche. Nella personalità isterica il corpo “parla” in maniera costante e intensa.

                                             

Personalità isterica e genere sessual

In questo articolo analizzeremo invece le relazioni significative intorno a cui origina la personalità isterica, le dinamiche familiari e le figure significative che vengono interiorizzate dai soggetti con funzionamento isterico.
Nella storia di vita e familiare delle personalità isteriche si individuano quasi sempre degli atteggiamenti che conferiscono al sesso maschile e femminile valore e potere differenti. Molte volte in alcune famiglie vengono mandati (più o meno inconsapevolmente) dei messaggi che vanno a ad attribuire un valore maggiore ad un sesso rispetto all’altro. Tutto ciò può concretizzarsi sottoforma di presunte preferenze nei confronti del fratellino rispetto alla sorellina oppure con affermazioni che alludono ad una presunta inferiorità del sesso femminile rispetto al sesso maschile (per es. “Non fare la femminuccia”, “Calci il pallone come una ragazzina”, “Sono io l’uomo di casa”, ecc.).
Molto spesso, nelle dinamiche familiari di una personalità isterica, la bambina ottiene attenzioni e riconoscimenti positivi per caratteristiche esteriori quali l’aspetto fisico oppure peculiarità non pericolose e non aggressive quali l’innocenza, la sensibilità, ecc.
In queste dinamiche capita che la bambina riconosca il sesso maschile come quello più forte legandosi in maniera intensa alla figura paterna. Con la crescita fisica, la bambina si differenzia ovviamente dalla figura paterna in maniera sempre più considerevole e a livello inconscio avverte che il papà si sta allontanando da lei. Questo provoca un disagio per lo sviluppo della sua sessualità: la bambina, nella sua “realtà psicologica”, si sente rifiutata a causa del proprio sesso. Al tempo stesso, però, inizia a realizzare che la femminilità ha un potere particolare sul genere maschile. È a partire da questa ambivalenza nei confronti della femminilità che si plasma la personalità isterica.

                                               

Le dinamiche familiari con cui si confronta la personalità isterica

Molto spesso i padri dei bambini che svilupperanno una personalità isterica presentano caratteristiche di minacciosità alternate ad aspetti di seduttività: un padre affettuoso e premuroso che al tempo stesso incute timore alla figlia genera una certa conflittualità nella vita psichica della figlia tra le polarità “vicinanza-evitamento”. In queste dinamiche familiari la figura paterna diventa un qualcosa di intrigante e seducente ma al tempo stesso che fa paura e inibisce. Un approccio paterno di questo tipo avrà un effetto del tutto particolare: veicolerà alla figlia il messaggio secondo cui le persone del sesso della bambina hanno meno potere e meno qualità, soprattutto quando smetteranno di essere “piccole” e si differenzieranno sempre più dall’amato padre. Contemporaneamente arriverà alla bambina un altro messaggio disorientante, ossia che è opportuno approcciarsi con prudenza e accortezza alle figure dello stesso sesso del padre. Questo duplice messaggio ha degli effetti nefasti sul percorso di crescita psichica della bambina che matura pertanto questa profonda ambivalenza nei confronti del suo genere e nei confronti del genere maschile.
Lo psicologo, nei primi colloqui psicologici di valutazione psicodiagnostica, individua quasi sempre una figura materna debole e talvolta succube del compagno/marito e una figura paterna caratterizzata da narcisismo e egocentricità. A lungo andare, questa combinazione genera nella persona isterica la convinzione che la propria identità sessuale sia debole e problematica ma che al tempo stesso abbia una sua particolare forma di potere. E su queste problematicità che ruota il funzionamento psichico della personalità isterica.

                                                       

 

 

L’importanza della relazione e della gestione dello spazio in seduta per lo psicologo online

La psicoterapia online è un percorso per il trattamento dei disturbi psicologici che si sta diffondendo sempre più e che con il passare del tempo sta assumendo sempre più autorevolezza e importanza.
In questo campo ci sono sempre nuove sfide teoriche e metodologiche che attendono lo psicologo online.
Nei precedenti lavori sull’argomento abbiamo potuto analizzare molteplici aspetti relativi alla psicoterapia online e al tipo di relazione terapeutica che si instaura tra paziente e psicologo online.
Nell’ultimo articolo sull’argomento (La gestione del corpo nella psicoterapia online) abbiamo affrontato l’annosa questione del ruolo del corpo all’interno della psicoterapia online, ruolo inevitabilmente diverso rispetto alla classica psicoterapia in studio. Abbiamo potuto iniziare ad analizzare e limiti e risorse nella gestione della corporeità di paziente e psicologo online nel setting della psicoterapia online.

                                                  

La gestione dello spazio: aspetto trasformativo per paziente e per psicologo online

In questo articolo ci occuperemo invece del ruolo della relazione e dell’importanza della gestione dello spazio (virtuale) all’interno della psicoterapia online. La relazione stessa tra paziente e psicologo online rappresenta uno spazio dove lo stare insieme al paziente è intimamente legato all’opportunità di giungere ad un cambiamento insieme al paziente. Questo spazio non deve essere tassativamente uno spazio fisico, semmai costituisce una condizione mentale, una consapevolezza di “stare con l’altro”, una consapevolezza in grado di costruire a poco a poco (una volta consolidatasi un’adeguata alleanza terapeutica) un sistema di significati condivisi tra paziente e psicologo online che ponga le basi per il cambiamento. È importante tenere a mente che in questo processo non cambia soltanto il paziente ma anche lo psicologo online: egli cresce insieme al paziente sia come individuo che come figura professionale acquisendo un bagaglio di competenze ed esperienza clinica sempre maggiore. Per giungere a questo percorso trasformativo che coinvolge sia paziente che psicologo online, è necessario che tra essi si crei un clima di accettazione e di fiducia: l’accettazione è l’elemento cardine per poter mettersi nelle condizioni di cambiare. Ma cosa si intende nello specifico con il termine “accettazione” nell’ambito della psicoterapia e della psicoterapia online? Scopriamolo insieme.

                                                

L’importanza dell’accettazione

Con “accettazione” si intende l’attenzione e la sensibilità dello psicologo e dello psicologo online ad osservare il mondo interno del paziente, con un approccio non giudicante e teso ad immedesimarsi nel suo punto di vista e nei suoi vissuti. Questi sono movimenti che solitamente il paziente riesce a cogliere e che lo fanno sentire compreso e accettato dal terapeuta. Il dare dignità al personalissimo modo del paziente di vedere il mondo è già di per sé un’esperienza trasformativa per il paziente stesso.
Lo psicologo e lo psicologo online nella loro pratica clinica devono impegnarsi a vedere il mondo con gli occhi del paziente e a capire a fondo il suo modo di rapportarsi agli altri, e questo lo si può capire ancora meglio analizzando il modo in cui il paziente si relaziona al terapeuta e ai sentimenti che sviluppa nei suoi confronti (transfert). È su questi aspetti che si va creare e consolidare l’alleanza terapeutica tra paziente e psicologo online. L’elemento più terapeutico del rapporto che si viene a instaurare tra paziente e psicologo online consiste nel permettere al paziente di vivere un’esperienza relazionale differente da quelle che di solito ha messo in atto con le figure di riferimento (genitori, parenti) e con gli altri significativi (amici, partner, ecc.)
Questo tipo di esperienza ha una preziosissima valenza trasformativa che può anche essere definita “esperienza emotiva correttiva”.

E' possibile effettuare consulenze e percorsi ppsicologici con il dott. Caricchi non soltanto online ma anche presso i suoi studi a Torino

                                                                     

 

Il corpo e la seduzione come strumenti di comunicazione: la personalità isterica

In questo articolo inizieremo ad approfondire un funzionamento psichico che è stato studiato per molto tempo e a partire dal quale si sono poste le basi della psicoanalisi: il funzionamento isterico. Sigmund Freud infatti costruì i fondamenti della disciplina psicoanalitica a partire dallo studio dell’isteria.
È importante fare sin da subito una precisazione: isteria e personalità sono due cose distinte, nel senso che nell’isteria riscontriamo una serie di sintomi fisici senza base organica che ci possono comunicare molte cose sul disagio profondo della persona che ne soffre; nel funzionamento isterico troviamo comportamenti simili a quelli tipici dell’isteria (teatralità, labilità emotiva, seduttività, attenzione al corpo) ma non necessariamente il tipico sintomo dell’isteria (il sintomo fisico senza base organica).

                                              

La possibile fragilità delle personalità isteriche

In ogni caso, tutte le personalità isteriche comunicano con il corpo: il corpo, nel funzionamento isterico, assume un significato molto importante.
Freud, dai primi studi sull’isteria, iniziò a chiedersi se il corpo possa esprimere ciò che la mente non è in grado di immaginare, fenomeno che sembrava verificarsi nelle prime pazienti isteriche da lui prese in cura. Ma come può essere definita l’isteria? L’isteria può essere considerata come una manifestazione di quadri clinici contraddistinti da sintomi fisici senza correlato organico, dove il sintomo isterico rappresenta la principale forma di comunicazione del proprio disagio.
Mentre la personalità isterica come può essere definita? Essa è un insieme di caratteristiche comportamentali, cognitive ed emotive che denotano una marcata sensibilità nei confronti del genere, della sessualità e del potere. A livello inconsapevole la personalità isterica si ritiene fragile, difettosa, inadeguata a causa del proprio genere sessuale. Questi individui si approcciano all’altro fornendo un’immagine di sé come persona maltrattata e non tutelata. Al tempo stesso tali individui considerano i rappresentanti del sesso opposto come forti, attraenti, stimolanti e meritevoli di rispetto, addirittura persone da invidiare.
In generale, le personalità isteriche presentano un elevato livello di angoscia, reattività ed emotività, soprattutto nei contesti relazionali e interpersonali. Ma quali sono le altre caratteristiche delle personalità isterica che uno psicologo e uno psicologo online possono individuare in un percorso psicodiagnostico?

                                                                       

Principali caratteristiche cliniche delle personalità isteriche

I soggetti isterici risultano spesso delle persone amabili, piacevoli, intuitive e piene di energia. Presentano una certa quota di seduttività e nutrono una forte attrazione per il rischio. Un’altra caratteristica delle personalità isteriche è rappresentata dalla marcata attenzione per i drammi personali: l’essere al centro dell’attenzione è un aspetto fondamentale per l’individuo isterico. Ma il suo bisogno di essere al centro dell’attenzione ha un intento comunicativo, non ha intenti manipolatori o di ricerca di conferma del proprio valore, come succede nelle personalità narcisistiche! Il bisogno di attenzione di una persona isterica è autentica e genuina: è il suo personalissimo modo di esprimere il suo senso di fragilità e inferiorità che viene individuato nel proprio genere.
La dimensione dell’eccitazione è di fondamentale importanza per le personalità isteriche e può essere ricercata in esperienze personali così come nelle relazioni.
Le personalità isteriche sono gravate da frequenti vissuti di angoscia e conflittualità. A causa di questi vissuti, possono risultare in apparenza delle persone con un’emotività artificiosa, superficiale o eccessiva e i loro sentimenti spesso appaiono come mutevoli e imprevedibili.
Abbiamo due tipologie di personalità isteriche: la prima presenta caratteristiche più di natura espansiva ed esuberante, con un’emotività esagerata, una tendenza alla teatralità e una marcata predisposizione alla seduttività; la seconda presenta invece caratteristiche di inibizione e riservatezza, controbilanciate da un mondo interno popolato da moltissime fantasie, una tendenza all’ingenuità sessuale e una predisposizione al somatizzare i propri conflitti interni.
Nel prossimo articolo sull’argomento inizieremo ad analizzare gli aspetti più profondi alla base del funzionamento isterico.

                                                  

 

 

UNA LENTE DI INGRANDIMENTO SUI GIOVANI E L’EFFETTO PANDEMIA

Articolo scritto dalla dott.ssa Alessandra Morosinotto, psicologa

Molti di voi avranno sentito parlare, nei giorni scorsi, del Bonus Psicologo, strumento d’aiuto inizialmente proposto nella nuova Legge Bilancio, poi evaporato in un nulla di fatto. Era infatti stato pensato di fornire un aiuto economico, da 150 a 1600 euro, in base al proprio reddito, per poter accedere ad un percorso psicologico.
Non è certamente questa la sede, né tantomeno mia intenzione, affrontare un discorso economico e politico ma credo sia importante fare luce sull’attuale situazione psicologica, soprattutto in riferimento alle fasce d’età più giovani.
Riflettendo sulle persone che si rivolgono a me e confrontandomi con i colleghi, è emerso come nell’ultimo periodo le richieste d’aiuto stiano notevolmente aumentando e soprattutto come l’età dei pazienti sia sempre più bassa.
La nostra, purtroppo, non è solo percezione, infatti, i dati pubblicati su JAMA Pediatrics e rilevati dal CNOP (Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi) hanno evidenziato che: 1 adolescente su 4 manifesta sintomi di depressione, 1 adolescente su 5 mostra segni di disturbo d’ansia e le richieste d’aiuto sono aumentate di circa il 40%.

                                                

Un disagio psicologico sempre crescente in adolescenti e giovani

Un altro aspetto che noto sempre più di frequente è la difficoltà a seguire un percorso psicologico con regolarità, a causa della difficoltà economica. È infatti emerso che oltre il 30% dei pazienti, rispetto allo scorso anno, ha dovuto interrompere il percorso perché non poteva permetterselo.
Queste le parole di David Lazzari, Presidente del CNOP: “A chiedere aiuto adesso sono soprattutto gli adolescenti e la fascia 18-35 anni. Riferiscono di ansia, attacchi di panico, tentati suicidi, atti autolesionistici, dipendenze da alcol e droghe ma anche da social e giochi, senso di smarrimento, angoscia”.
Personalmente, e come penso molti altri colleghi, mi ritrovo pienamente in linea con questa rilevazione. Spesso in seduta emergono difficoltà emotive, sbalzi d’umore, irritabilità, strategie di risoluzione dello stress dannose e pericolose, disagi connessi a noia e solitudine, oltre alla paura di investire in relazioni sociali e in attività che implicano la presenza di più persone.
“Una famiglia sempre più debole, una società troppo veloce, una tecnologia troppo invasiva. E pochissimi strumenti emotivi e psicologici per comprendere il mondo che li circonda” (D. Lazzari)
In diversi casi, sono condizioni di sofferenza che erano già riscontrabili prima dell’emergenza sanitaria. La necessità di migliorare il servizio di salute mentale era infatti già nota precedentemente al 2020 e già si riscontravano quadri allarmanti, ma certamente la pandemia non ha fatto altro che amplificare quanto prima veniva gestito individualmente, seppur in modo disfunzionale.

                                                   

Sofferenza psichica nei giovani: che tipo di sofferenza?

Diversi giovani mi raccontano della loro difficoltà ad entrare in relazione con gli altri. Una difficoltà dettata da diverse paure, tra le quali certamente la visione dell’altro come minaccia e possibile fonte di contagio, che ci ha accompagnato in questi ultimi anni.
La pandemia da Covid-19, infatti, ha modificato il modo di relazionarci, la percezione dell’altro e lo spazio di comfort nella relazione. Sono state influenzate le nostre abitudini prossemiche, cioè la gestione dello spazio e del movimento nella comunicazione, e di questo ne hanno risentito tutti i tipi di relazione.
Ad esempio, generalmente nella comunicazione siano soliti coinvolgere tutti i 5 sensi, ma la necessità di mantenere una distanza di sicurezza fisica, ha obbligato a dare maggior spazio ai canali sensoriali dell’udito e della vista (telefonate e videochiamate, smart-working, DAD,…).
Tutto ciò ci ha resi più consapevoli rispetto all’importanza del contatto e della vicinanza fisica per noi esseri umani, ma allo stesso tempo ha generato vere e propri fobie dell’interazione sociale.
Altre problematiche da considerare, nella fascia dei giovani adulti, sono la sensazione di smarrimento e di sentirsi bloccati, la frustrazione, l’imprevedibilità e l’insicurezza della situazione attuale in cui viviamo, con la difficoltà anche solamente di poter immaginare una progettualità futura.
È una situazione nuova per tutti, professionisti compresi, ma certamente possiamo dire che il livello di stress a cui siamo esposti non è mai calato del tutto in questi due anni. Questo ha comportato la necessità psicofisica di iniziare un processo di adattamento alla “nuova normalità”.
È forse qui che riscontriamo la difficoltà maggiore: trovare una nuova modalità di vita pur avendo una resilienza ormai affaticata.
Il messaggio che ci tengo ad inviare è che noi professionisti ci siamo. Si può riuscire a riprendere la propria vita in mano anche in questo contesto. È lecito stare male e soffrire per le tante difficoltà di adattamento e bisogna darsi il permesso di sentire tutto ciò, ma in noi troverete sempre un punto di riferimento a cui rivolgervi e soprattutto qualcuno che crede in voi.
Sono certa che come me, molti colleghi, saranno disponibili a strutturare percorsi psicologici su misura per voi, tenendo conto di tutte le difficoltà ed esigenze.
Non bisogna essere forti sempre e comunque e non ce la si può fare sempre da soli.
Non abbiate paura di chiedere.

                                                       

L’ombra del trauma: il Disturbo Post-Traumatico da Stress

Articolon scritto da Giusy Evelin Licata

Attacchi terroristici, guerre, bombe, incidenti aerei, stermini di massa ma anche terremoti,
inondazioni e altri tragici eventi: c’è un “fil rouge” che collega tutte queste situazioni: l’effetto sulla salute mentale delle vittime, dei sopravvissuti e delle loro famiglie.
Lo stress post-traumatico (Post Traumatic Stress Disorder, PTSD) è una forma di
disagio mentale che si sviluppa in seguito a esperienze fortemente traumatiche.
Definito e studiato negli Stati Uniti soprattutto a partire dalla guerra del Vietnam e dai suoi
effetti sui veterani, riproposti poi in tutte le più recenti esperienze belliche, il PTSD può
manifestarsi in persone di tutte le età, dai bambini e adolescenti alle persone adulte e può
verificarsi anche nei familiari, nei testimoni, nei soccorritori coinvolti in un evento traumatico.
Il PTSD può derivare anche da un'esposizione ripetuta e continua a episodi di violenza e di
degrado.

Caratteristiche e sintomatologia del Disturbo Post-Traumatico da Stress

Essendo una condizione di disagio mentale complessa e derivante da molteplici fattori, sia
personali che ambientali, la diagnosi di PTSD non è univoca.
Le persone, infatti, hanno una diversa suscettibilità e vulnerabilità alla condizione di stress,
anche in relazione al maggiore o minore coinvolgimento diretto nell’esperienza traumatica.
Tra i fattori che certamente contribuiscono allo sviluppo di diversi livelli di PTSD ci sono le
caratteristiche specifiche dell’evento che lo causa e il grado o la modalità di esposizione
della vittima, le caratteristiche degli individui in riferimento alla loro storia medica, psichica e
familiare, le modalità di intervento nel periodo post-trauma.
Alcune vittime manifestano stati d’ansia e ricordi spiacevoli che si risolvono con un adeguato
trattamento e con il tempo. All’estremo opposto, invece, ci sono individui nei quali l’evento
traumatico causa effetti negativi a lungo termine, come testimoniano numerose ricerche
sugli individui esposti a violenza, tortura, maltrattamenti continuativi.
Le persone affette da PTSD manifestano difficoltà nel controllo delle emozioni, irritabilità,
rabbia improvvisa o confusione emotiva, depressione e ansia, insonnia, ma anche la
tendenza a evitare qualunque atto che li costringa a ricordare l’evento traumatico. Un
altro sintomo molto diffuso è il senso di colpa per essere sopravvissuti o per non aver potuto
salvare altri individui. Dal punto di vista più prettamente fisico, alcuni sintomi sono dolori al
torace, capogiri, problemi gastrointestinali, emicranie, indebolimento del sistema
immunitario. La diagnosi di PTSD arriva quando, sempre secondo il NIMH, il paziente
presenta i sintomi caratteristici per un periodo di oltre un mese dall’evento che li ha causati.
I sintomi sono classificabili in tre categorie ben definite:
● Episodi di intrusione: le persone affette da PTSD hanno ricordi improvvisi che si
manifestano in modo molto vivido e sono accompagnati da emozioni dolorose e dal
‘rivivere’ il dramma. A volte, l’esperienza è talmente forte da far sembrare
all’individuo coinvolto che l’evento traumatico si stia ripetendo.
● Volontà di evitare e mancata elaborazione: l’individuo cerca di evitare contatti con
chiunque e con qualunque cosa che lo riporti al trauma. Inizialmente, la persona
sperimenta uno stato emozionale di disinteresse e di distacco, riducendo la sua
capacità di interazione emotiva e riuscendo a condurre solo attività semplici e di
routine. La mancata elaborazione emozionale causa un accumulo di ansia e tensione
che può cronicizzarsi portando a veri e propri stati depressivi. Al tempo stesso si
manifesta frequentemente il senso di colpa.
● ipersensibilità e ipervigilanza: le persone si comportano come se fossero
costantemente minacciate dal trauma. Reagiscono in modo violento e
improvviso, non riescono a concentrarsi, hanno problemi di memoria e si
sentono costantemente in pericolo. A volte, per alleviare il proprio stato di
dolore, le persone si rivolgono al consumo di alcol o di droghe.

Correlati neurofisiologici del Disturbo Post-Traumatico da Stress

Una persona affetta da PTSD può anche perdere il controllo sulla propria vita ed essere
quindi a rischio di comportamenti suicidi.
Le ricerche effettuate direttamente su diverse aree del cervello hanno dimostrato che gli
individui affetti da PTSD producono livelli anormali di ormoni coinvolti nella risposta allo
stress e alla paura.
Il centro responsabile di questa risposta sarebbe l’amigdala, una piccola ghiandola
endocrina posta alla base del cervello. Normalmente, in situazioni di paura, l’amigdala si
attiva producendo molecole di oppiacei naturali che riducono temporaneamente la sensazione di dolore.
In persone affette da PTSD questa produzione si protrae invece a lungo, anche dopo la
cessazione dell’evento, causando un’alterazione dello stato emotivo. Inoltre, verrebbero alterati
i livelli di neurotrasmettitori che agiscono sull’ippocampo, generando così alterazioni della
capacità di memoria e di apprendimento regolate dall’ippocampo stesso.
L’alterazione dei suddetti neurotrasmettitori sarebbe alla base delle dinamiche che portano al ricordo
improvviso e doloroso degli eventi traumatici.
Caratteristica principale del PTSD è rappresentata da fenomeno psichico per cui la vittima rivive ripetutamente l’esperienza
traumatizzante sotto forma di flashback, ricordi, incubi o in occasione di anniversari e
commemorazioni.
I malati di PTSD sono anche soggetti a una alterazione del flusso sanguigno cerebrale e a
cambiamenti strutturali nei tessuti del cervello.

ANSIOLITICI “FAI DA TE”: PERCHE’ PUO’ ESSERE UN RISCHIO

Articolo scritto dal dott. Calogero Virzì, medico specialista in Psichiatria e Psicoterapia.
Instagram: dott.calogerovirzi
Facebook: Dott. Calogero Virzì - Psichiatra e Psicoterapeuta

L’ansia è una delle piaghe del nostro tempo, e ci coinvolge praticamente tutti. Questo è ancora più vero in questo preciso momento storico, poiché la pandemia ha improvvisamente stravolto la nostra routine e le nostre certezze quotidiane, spazzando via un equilibrio sottile con il quale abbiamo convissuto fino a poco tempo fa. Le ripercussioni sul piano psicologico sono innumerevoli e drammatiche, e tra queste si sta osservando un incredibile aumento delle manifestazioni ansiose, in tutte le sue possibili forme.
Per questo, sono abbastanza sicuro che conosci almeno una persona che faccia uso di ansiolitici, o forse tu stesso li assumi. Questo è comprensibile ed è una pratica molto diffusa, basti pensare che gli ansiolitici sono i farmaci più consumati in assoluto, secondi soltanto agli anti-infiammatori. Tuttavia, sempre più si verifica il fenomeno dell’assunzione “fai da te” di queste molecole. E’ una situazione che, soprattutto nel lungo termine, può rappresentare un serio rischio per chi le assume. Hai capito di quali sostanze sto parlando?

                                                             

LE BENZODIAZEPINE E LA LORO EFFICACIA

Quando parlo di ansiolitici mi riferisco alle benzodiazepine, sostanze ormai conosciute e utilizzate da decenni. Sono tante molecole, puoi riconoscerle perché quasi tutti i principi attivi terminano con il suffisso –am (alprazolam, diazepam, bromazepam etc…). Perché questi farmaci sono molto utilizzati? Perché indubbiamente sono EFFICACI e agiscono più o meno velocemente, già alla prima assunzione. In particolare, hanno quattro proprietà:
• Sono appunto ANSIOLITICI, quindi rimuovono l’ansia;
• Sono IPNOTICI, cioè favoriscono il sonno;
• Sono MIORILASSANTI, quindi riducono lo stato di rigidità muscolare, tipico di chi soffre di ansia;
• Sono antiepilettici.
Questi effetti riguardano tutte le benzodiazepine, anche se ognuna di esse ha le sue caratteristiche specifiche per quanto riguarda la potenza, l’inizio dell’azione terapeutica, la durata e la rimozione dall’organismo. 

IL LATO OSCURO DELLE BENZODIAZEPINE

Allora qual è il problema? Soffro l’ansia, prendo le “gocce” o la “pillola”, l’ansia mi passa e tutto è a posto. Purtroppo, non è proprio così. Se è vero che la loro efficacia è indubbia, almeno nel diminuire l’ansia nel breve termine, il lato negativo è che hanno un potenziale di abuso! Questo significa che, nel lungo termine, provocano fenomeni di TOLLERANZA, ASSUEFAZIONE, e anche ASTINENZA se interrotte bruscamente. In poche parole, possono causare una vera e propria DIPENDENZA!
E’ proprio per questo motivo che le benzodiazepine sono inserite nella tabella ufficiale delle sostanze stupefacenti, e il loro utilizzo in campo farmacologico è regolamentato (Legge 79/2014).

                                                           

CHE COSA FARE?

Nella realtà dei fatti, tuttavia, accade un abuso di massa di questi farmaci, soprattutto per il loro facile reperimento. Troppe volte, infatti, succede di conoscere persone che ne fanno uso perché “me le ha date mia zia”, oppure “mio padre li prende da vent’anni e sta bene”, oppure qualche medico, magari non competente in materia, le ha prescritte diversi anni prima e non ha più controllato il paziente. Ecco quindi il fenomeno del “fai da te”, una pratica molto diffusa e pericolosa, perché molte persone ignare rischiano di diventare dipendenti da questi farmaci, con tutti i rischi che ne conseguono sul piano psicologico e fisico.

Le benzodiazepine sono dei farmaci molto delicati, e la loro prescrizione e assunzione deve essere attentamente monitorata. Il mio scopo non è demonizzare queste sostanze, anzi possono essere estremamente utili in molti casi, tuttavia è necessario sottolineare il concetto che bisogna rivolgersi a uno specialista psichiatra, e questo per vari motivi:
• Fare una corretta diagnosi e valutare il rapporto rischio/beneficio dell’assunzione delle benzodiazepine sul singolo paziente.
• Verificare se esistono controindicazioni, perché non tutte le persone possono assumerle.
• Scegliere con accuratezza quale benzodiazepina e il suo dosaggio specifico su misura per il paziente, valutando anche un circoscritto periodo di tempo.
• Valutare l’interruzione della terapia e le modalità per non rischiare possibili sintomi di astinenza.
• Utilizzare possibili strategie farmacologiche differenti che possano evitare la prescrizione delle benzodiazepine.
• Valutare nel corso della terapia possibili modifiche dei dosaggi e della sostanza.
• Le benzodiazepine non cancellano l’ansia, ma la “nascondono”. E’ bene iniziare anche un percorso psicoterapico che possa curare l’ansia alla radice.
Evita il fai da te e affidati a uno specialista psichiatra!

                                                 

 

 

Rabbia e aggressività: limiti e risorse di tali vissuti

Chi è genitore di un adolescente fa inevitabilmente i conti con dinamiche di rabbia e aggressività da parte del proprio figlio/a: è uno strumento per regolare e rimodulare le relazioni, così come un segnale che aiuta il ragazzo (allo stesso modo delle altre emozioni primarie). Il problema insorge quando l’aggressività adolescenziale diventa debordante e fuori controllo, indicatore di un disagio più profondo che spesso affonda le radici in sofferenze familiari.
In alcuni articoli precedenti abbiamo iniziato a inquadrare il fenomeno della rabbia adolescenziale come difesa dai numerosi pericoli emotivi che l’adolescente percepisce nella sua delicata fase di passaggio (Il difficile “mestiere” dell’adolescente: la rabbia adolescenziale).

                                                       

Diversi tipi di aggressività

Con questo articolo inizieremo un’ampia rassegna di analisi e riflessioni sul ruolo e sulle manifestazioni dell’aggressività in adolescenza. In questo articolo inizieremo ad analizzare le molteplici sfaccettature e funzioni dell’aggressività in generale.
Nell’immaginario collettivo l’aggressività viene vista come qualcosa di principalmente negativo. Tuttavia, l’aggressività assume connotazioni negative quando viene usata male. Negli altri casi essa rappresenta uno strumento importante per comunicare e per crescere. Poi è ovvio che tutti noi vorremmo ricorrere il meno possibile a questo “strumento”: si tratta di capire bene come gestirlo e metterlo al nostro servizio, a maggior ragione per quel che concerne gli adolescenti.
Sono molteplici le forme di aggressività che possono essere messe in atto nel contesto relazionale. La più nota è la cosiddetta aggressività diretta, quella evidente che si riesce a cogliere immediatamente e che si manifesta sottoforma di gesti e azioni aggressive. Tale forma di aggressività è quella che attiva e spaventa di più, perché è la più esplicita.
Esistono poi delle forme di aggressività indiretta dove il soggetto non si espone con manifestazioni aggressive dirette, bensì più nascoste, più “larvate”, per esempio con atteggiamenti di distacco e freddezza che possono tuttavia risultare in apparenza cordiali.
L’aggressività è uno strumento che va gestito e usato con buon senso e con misura, in quanto, se da un lato può avere delle finalità comunicative e anche costruttive, dall’altro, se usata fuori controllo, può avere degli effetti devastanti.

                                           

I segnali lanciati dall’aggressività

Come detto in precedenza, l’aggressività ha una sua utilità: consente di modulare le relazioni interpersonali.
Spesso le manifestazioni aggressive si utilizzano con le persone a noi più care per far capire come ci si sente, per comunicare uno stato d’animo, per dare a intendere che si è arrabbiati, che non si è d’accordo su qualcosa, ecc.
Le conseguenze dell’aggressività possono essere molteplici e talvolta di difficile gestione: l’aggressività genera sempre una reazione nell’altro, che sia un senso di colpa, un vissuto di paura o una sensazione di rabbia. Sarebbe importante pensare e riflettere di fronte ad un comportamento aggressivo, ma è difficile! Perché è difficile? Perché di fronte ad un atteggiamento aggressivo la maggior parte delle persone si sente aggredita, messa in discussione: l’aggressività porta spesso a reagire di impulso, in maniera istintiva. L’approccio migliore sarebbe pertanto prendersi una “pausa”, riflettere su cosa sta succedendo, su cosa ha portato a questa reazione rabbiosa.
Quando l’aggressività assume invece un carattere continuativo, significa che c’è un disagio di fondo che non va via e che logora l’individuo. In questo contesto, lo scopo dell’aggressività è quello di buttare fuori il proprio disagio per non tenerlo dentro di sé. Tuttavia, se da un lato queste manifestazioni aggressive aiutano a liberarsi di inquietudini irrisolte, dall’altro non fanno altro che “scaricare” su altri tale malessere, con il rischio di ricevere rifiuti, ulteriore aggressività e compromissione dei rapporti.
Nel contesto clinico, la sfida di psicologo e psicologo online è quello di riuscire ad analizzare le cause profonde alla base della rabbia e dell’aggressività disfunzionale, così da iniziare a creare uno spazio di “pensabilità” delle proprie emozioni e della propria sofferenza interiore.

                                                                          

La gestione del corpo nella psicoterapia online

Come analizzato in diversi articoli sull’argomento, la psicoterapia online rappresenta una frontiera della salute mentale sempre più diffusa e sempre più promettente. Ma per poter affinare questa pratica terapeutica, lo psicologo e lo psicologo online devono conoscerne sempre meglio gli attuali punti di forza e di debolezza.
Nei lavori precedenti abbiamo potuto vedere l’importanza della definizione degli elementi del setting online tra paziente e psicologo online, così come i vantaggi rappresentati dalla maggior fruibilità della pratica psicoterapeutica online, con diverse ricadute positive sull’alleanza terapeutica e sulla riuscita del percorso psicologico. Abbiamo analizzato anche le principali criticità legate alla perdita di alcune informazioni preziose legate al linguaggio del corpo e alla presenza fisica del paziente in seduta che nel contesto online non possono ovviamente essere prese in considerazione.

                                                          

Gli aspetti del linguaggio del corpo che si possono analizzare nella psicoterapia online

La questione del corpo e della corporeità nel contesto di psicoterapia online è alquanto delicata e va analizzata da molteplici angolature, al fine di capire se ci sono degli aspetti del linguaggio del corpo del paziente che si possono mettere nel campo della psicoterapia online. Come si può compensare l’incompletezza corporea del paziente nel percorso di psicoterapia online? Innanzitutto, è fondamentale tenere a mente che il corpo del paziente è presente anche nel contesto di seduta psicologica online, sebbene in modalità diversa: anche online il paziente occupa uno spazio (davanti alla webcam e attraverso la videochiamata).
Lo psicologo e lo psicologo online possono ottenere preziose informazioni anche dal modo in cui si dispone il paziente di fronte alla webcam, la posizione che assume, l’angolazione in cui si dispone. Questi elementi ci permettono a poco a poco di comprendere come si sente il paziente durante la seduta. Si può intuire per esempio se quel paziente si sente a suo agio, se è indifferente o oppositivo alla situazione oppure ancora se è nervoso e inquieto. Soprattutto nelle prime sedute, queste informazioni possono esserci di grande aiuto ai fini delle preliminari valutazioni psicodiagnostiche.
Così come nella seduta in studio, anche nella seduta online il corpo del paziente ci parla.

                                                         

Il corpo “parla” anche online

Il corpo del paziente, pertanto, parla anche “online” e può fornire preziose informazioni allo psicologo online attento e sensibile.
Nel contesto di psicoterapia online è di fondamentale importanza interpretare i messaggi inconsci e non del paziente tramite la mimica facciale, i gesti, lo sguardo. Ovviamente, con il procedere dei colloqui online, il linguaggio del corpo del paziente si comprenderà sempre meglio e andrà a rappresentare un fattore importante come quello verbale nel processo terapeutico.
Quello che conta nella psicoterapia in studio così come nella psicoterapia online è la relazione che si instaura tra paziente e psicoterapeuta.
Come sostiene Chiari (2026), la relazione costituisce uno “spazio” in cui il modo in cui il paziente sta con il terapeuta è intimamente correlato al percorso di cambiamento. Tuttavia, lo “spazio terapeutico” non deve obbligatoriamente essere uno spazio fisico, bensì uno “stare con l’altro” che consenta di produrre un sistema di significati condivisi tra paziente e psicologo online. La psicoterapia, che sia online o in studio, consiste principalmente in una co-costruzione di contenuti psichici e di significati che origina da un clima di fiducia e accettazione.
Nei prossimi lavori sull’argomento approfondiremo ulteriormente il tema dell’accettazione nell’ambito della psicoterapia online, oltre che il ruolo del linguaggio verbale nel contesto terapeutico.