Il tema del narcisismo e del Disturbo Narcisistico di Personalità è stato trattato in due articoli precedenti del blog che hanno iniziato ad illustrare la grande complessità di questa forma di disagio psichico. Nel primo articolo (https://www.psicologo-online24.it/blog/cosi-forte-e-cosi-debole-la-personalita-narcisista) sono state esaminate le caratteristiche principali del Disturbo Narcisistico di Personalità, oltre al vissuto principale che condiziona l’esistenza del paziente narcisista: la vergogna. Nel secondo articolo(https://www.psicologo-online24.it/blog/depressione-e-narcisismo-due-macigni-nella-sofferenza-psichica) è stata invece analizzata la sofferenza depressiva che molto spesso accompagna il disagio narcisistico: una depressione caratterizzata da senso di vuoto e inconsistenza, a differenza dei disturbi depressivi veri e propri, contraddistinti da senso di colpa e malinconia cronica. Ma nel Disturbo Narcisistico di Personalità troviamo anche diverse difese psichiche messe in atto per fronteggiare le relazioni e la vita di tutti i giorni. Scopriamole.

Continua a leggere

Nel precedente lavoro sull’argomento (https://www.psicologo-online24.it/blog/quando-il-trauma-annienta-la-mente-il-disturbo-post-traumatico-da-stress ) abbiamo scoperto come un evento traumatico provochi degli effetti nefasti sull’equilibrio psichico di un individuo. Il Distrubo Post-Traumatico da Stress è spesso il risultato finale di un trauma che ha effetti trasformativi sull’apparato psichico del traumatizzato. In tale disturbo, l’evento traumatico viene rivissuto in maniera ripetitiva, talvolta ossessiva, sottoforma di ricordi spiacevoli, sogni legati al trauma, comportamenti tesi a riprodurre l’evento traumatico, vissuti di profondo disagio e iper-reattività di fronte a situazioni che rievocano l’esperienza traumatica.
In questo articolo andremo invece ad approfondire le cause e le dinamiche psicologiche responsabili dell’insorgenza del Disturbo Post-Traumatico da Stress.

Continua a leggere

Nel precedente lavoro sull’analisi abbiamo iniziato a definire e descrivere il metodo psicoanalitico.
L’analisi può essere considerata come una tecnica terapeutica finalizzata a rendere interpretabili i sintomi e i contenuti psichici di un individuo e a collegare i meccanismi mentali che vi sottendono.
In questo articolo ci concentreremo sulle regole base su cui si fonda la situazione analitica.
La situazione analitica consiste nella cornice formale che va a costituire la seduta psicoanalitica e da cui deve partire il percorso psicoanalitico.
Le regole per intraprendere l’analisi sono poche ma di fondamentale importanza: il contratto analitico, l’incognito dell’analista, l’astinenza, il lettino su cui si deve accomodare il paziente.

                                            

Il contratto analitico e l’incognito dell’analista

Il contratto analitico è quell’accordo tra psicologo e paziente che stabilisce tempi, frequenza, modalità di svolgimento delle sedute, onorari delle sedute, sincerità da parte del paziente. Quest’ultimo aspetto è definito da Freud “regola fondamentale”. La regola fondamentale richiede al paziente di dire tutto ciò che gli viene in mente, senza mentire (per pudore o per offrire un’immagine di sé adeguata o desiderabile) e senza scegliere ciò che a suo parere è più significativo o rilevante. Insomma, secondo la regola fondamentale, è necessario dire le prime cose che passano per la testa e nella maniera più sincera possibile.
Questa regola è preziosa perché consente allo psicologo di farsi un’idea su come si struttura il pensiero del soggetto, oltre che fornire degli importanti “indizi” sulla sua organizzazione di personalità.
Altra regola chiave dell’analisi è data dall’incognito dell’analista.
L’incognito dell’analista è una condizione fondamentale affinché il paziente possa “trasferire” sullo psicologo i propri vissuti e i propri sentimenti, senza che essi possano essere condizionati dalla conoscenza di dati personali del terapeuta. Questa regola, che prende anche il nome di “regola dello specchio”, costituisce una di quelle condizioni necessarie per determinare ruoli, funzioni e confini adeguati tra paziente e psicologo per consentire il miglior svolgimento possibile del processo psicoanalitico, un processo che deve essere trasformativo per il soggetto in analisi.

                                                          

L’astinenza e il lettino dell’analisi

Un elemento cardine del setting psicoanalitico è la cosiddetta astinenza. Tale regola impedisce allo psicologo di soddisfare bisogni, desideri, curiosità del paziente e gli impone di esimersi da consigli concreti sulla vita reale. Anche se talvolta la regola dell’astinenza viene vissuta dal paziente come un atteggiamento freddo e distaccato da parte del terapeuta, essa consente di far emergere nella maniera più chiara ed evidente possibile i contenuti transferali del paziente (ossia i sentimenti e i vissuti provati nella prima infanzia con le figure di riferimento proiettati successivamente sull’analista): questa regola può considerarsi la “fonte di nutrimento” del percorso psicoanalitico.
Infine abbiamo la regola del lettino. Il lettino su cui si accomoda il paziente crea le condizioni ottimali per la regressione. La regressione consiste in quel fenomeno psichico in cui il soggetto ritorna a stadi evolutivi precedenti dello sviluppo psichico. Il pianto è un esempio di regressione che esprime in maniera intensa il proprio sconforto e la propria tristezza. Sono numerosissime le forme di regressione e sono di fondamentale importanza per il trattamento psicoanalitico. La regressione allontana il paziente dalle consuete forme di comunicazione quotidiana favorendo il contatto col mondo dei ricordi, dei sogni e della fantasia.
Queste sono le regole base da cui partire per l’inizio del percorso psicoanalitico. Se rispettate, si creano le condizioni ottimali per esplorare l’inconscio del paziente.

                                    

 

 

In questo articolo inizieremo ad esplorare un disturbo che nel corso degli ultimi anni è stato riconosciuto e compreso in misura maggiore e che ha permesso di comprendere come il trauma possa avere degli effetti devastanti nell’equilibrio psichico di un individuo: il Disturbo Post-Traumatico da Stress.
In uno studio condotto nell’area metropolitana di Detroit, per esempio, è stato riscontrato che il rischio di insorgenza di un Disturbo Post-Traumatico da Stress dopo l’esposizione ad un trauma era del 9.2% (Breslau et al., 1998).
Il Disturbo Post-Traumatico da Stress è stato spesso associato ad eventi traumatici tremendi e al limite della sopportazione umana. Ma non è proprio così.

               

Come si può reagire al trauma

È stato infatti evidenziato che l’evento più frequente che porta all’insorgenza del Disturbo Post-Traumatico da stress è la morte improvvisa e inaspettata di una persona cara. Pertanto tale disturbo non è correlato soltanto ad eventi fortemente traumatici quali guerre, abusi sessuali o fisici.
Ma proviamo a comprendere come un individuo possa reagire di fronte ad una situazione traumatica.
La vittima di un trauma può reagire in due modalità differenti: 1) tramite la negazione di ciò che è accaduto; 2) attraverso la ripetizione compulsiva dell’evento traumatico sottoforma di flashback o incubi ricorrenti. Nel secondo caso la mente tenta di elaborare ciò che di spiacevole e angosciante le è appena capitato. Insomma, in qualche modo la mente deve cercare di “digerire” un contenuto traumatico.
Sono molteplici i vissuti con cui un individuo può reagire a seguito di un trauma: tristezza, senso di colpa per le emozioni negative che si possono provare dopo il trauma, timore di diventare distruttivi, vissuti di colpa per essere sopravvissuti ad un evento traumatico, vergogna per essersi sentiti impotenti e fragili, paura che il trauma possa ripresentarsi, rabbia nei confronti di ciò che è accaduto. Tutti questi fattori possono combinarsi in maniera completamente differente a seconda del soggettivo modo di manifestare il disturbo post traumatico da stress.

                                                     

Caratteristiche del Disturbo Post-Traumatico da Stress

Un altro aspetto da tenere in considerazione è il seguente: il Disturbo Post-Traumatico da stress non è tanto legato alla gravità dell’evento stressante, quanto a fattori soggettivi. La risposta soggettiva all’evento traumatico è un fattore di decisiva importanza. Questo spiega perché alcune persone sviluppino un Disturbo Post-Traumatico da Stress a seguito di una morte improvvisa mentre altre non manifestino tale disturbo di fronte ad un evento di gravissima violenza in cui è stata messa seriamente a repentaglio la propria incolumità.
Entriamo nel merito del Disturbo Post-Traumatico da Stress.
Innanzitutto l’evento traumatico viene vissuto in maniera continuativa in uno o più dei seguenti modi: 1) ricordi inquietanti e pervasivi relativi all’evento traumatico, 2) sogni spiacevoli relativi all’evento, 3) messa in atto di comportamenti come se l’evento traumatico si stesse ripresentando, 4) intenso disagio e profonda reattività al momento dell’esposizione a situazioni che ricordano o simbolizzano l’evento traumatico.
Per non esporsi al rischio di rivivere momenti riconducibili al trauma vissuto, i soggetti con Disturbo Post-Traumatico da Stress mettono in atto condotte di evitamento e sviluppano condotte di distacco e indifferenza. Ecco alcuni dei sintomi caratteristici relativi a ciò: 1) sforzi finalizzati ad evitare pensieri, sensazioni collegate al trauma, 2) evitamento di luoghi o persone che ricordano l’evento traumatico, 3) incapacità a ricordare elementi importanti relativi al trauma, 4) perdita di interesse verso attività, 5) senso di distacco e disinteresse verso gli altri, 6) riduzione dell’affettività, 7) ridotta percezione di prospettive future per la vita.
Questi sintomi, se da un lato comportano delle serie conseguenze nelle relazioni sociali e nella qualità della vita, dall’altro rappresentano uno dei pochi modi per difendersi dal terrore provato di fronte al trauma.
Nel prossimo articolo sull’argomento esploreremo le origini e le dinamiche psicologiche alla base del Disturbo Post-Traumatico da Stress.

                                           

 

 

 

 

 

 

 

Esattamente due anni fa vedeva la luce il progetto di psicologo-online24.it, un servizio innovativo il cui intento era quello di fornire percorsi psicologici, psicoterapeutici e consulenze psicologiche in modalità “online”, ossia tramite i canali di videochiamata Skype o Whatsapp. È stato tuttavia sin da subito preferito il canale di Skype per impostare i percorsi psicologici online, in quanto Skype (tramite l’utilizzo del computer) permette di ricreare al meglio le condizioni di una classica seduta psicologica in studio “vis à vis”.
Sin da subito è stata offerta la possibilità di fornire consulenze psicologiche online anche via chat, per esempio tramite le chat di Messenger o di Whatsapp.

                                                 

Percorsi psicologici online e counseling online tramite chat

È importante però precisare una cosa: non sono mai stati offerti percorsi psicologici o psicoterapeutici online esclusivamente via chat. Alcuni servizi di “psicologo online” forniscono questo tipo di prestazione: non è nella filosofia di lavoro di psicologo-online24.it muoversi in questa modalità. Un conto è una prestazione di counseling online, dove ci si concentra sulla risoluzione psicologica di uno specifico problema, un conto è impostare un percorso articolato e complesso quale una psicoterapia online. In un percorso di questo tipo è di fondamentale importanza prestare la massima attenzione non soltanto ai contenuti verbali espressi dal paziente ma anche a quelli del linguaggio non verbale (la prossemica, la mimica facciale, l’inflessione e il tono della voce, le pause, i silenzi ecc.). Tutti questi aspetti non si possono cogliere in un percorso psicologico online via chat. È vero che (come descritto nell’articolo del blog https://www.psicologo-online24.it/blog/l-utilizzo-di-chat-e-e-mail-nei-percorsi-psicoterapeutici-nuove-frontiere-da-analizzare ) l’utilizzo delle emoji ci fornisce delle preziose informazioni sullo stato d’animo del soggetto quando esprime un contenuto, tuttavia questo tipo di segni non può essere paragonato alla potenza comunicativa del linguaggio verbale e non verbale in un contesto di colloquio psicologico online.
Passiamo ora in rassegna altri aspetti che hanno caratterizzato questi due anni di servizio di psicologo online.

                                          

 

Punti di forza di psicologo-online24.it

Uno dei punti di forza che sicuramente è emerso con questo servizio è dato dalle consulenze gratuite. Il servizio di “psicologo online” prevede infatti la possibilità di avvalersi, previo appuntamento, di una consulenza gratuita della durata di venti minuti via telefono, via Skype oppure attraverso videochiamata Whatsapp: la consulenza gratuita di psicologo-online24.it, oltre ad essere gratuita, è totalmente senza impegno. Questo aspetto ha consentito a numerosissime persone di accedere al servizio e di avere l’opportunità di inquadrare il problema a livello preliminare. Ovviamente una prima consulenza gratuita di 20 minuti non può risolvere nulla: è importante acquisire la consapevolezza che neanche 3-4 colloqui possono cambiare granché. Ai pazienti pressati dalla fretta di cambiare “tutto e subito” sono solito fare presente che hanno impiegato un “tot” di anni per arrivare ad essere quello che sono, con i loro punti di forza, i loro punti di debolezza, i loro sintomi, i conflitti e le relative sofferenze: non si può pretendere in qualche seduta di modificare aspetti della propria personalità consolidati nel corso di una vita.
Pur non cambiando nulla, una prima consulenza gratuita può comunque aiutare la persona ad intuire ad un livello “embrionale” di avere davvero bisogno di aiuto e di comprendere che probabilmente ci sono degli aspetti della propria personalità che vanno compresi e “smussati”.
In questi due anni di attività, il servizio di “psicologo online” offerto da psicologo-online24.it è riuscito pertanto a fornire un concreto aiuto psicologico sia attraverso le consulenze gratuite che (soprattutto) con i percorsi psicologici e psicoterapeutici tramite Skype.

Colgo l'occasione per ringraziare sentitamente il Webmaster di questo sito Gabriele Pantaleo: senza il suo straordinario lavoro e la sua dedizione nella costruzione di psicologo-online24.it, tale progetto non avrebbe ottenuto questi importanti risultati.

                                               

Molto spesso si sente parlare di psicoanalisi o di trattamento psicoanalitico nell’ambito della psicoterapia. Ma che cos’è nello specifico la psicoanalisi?
Passiamo in rassegna la storia di questa importantissima forma di terapia che ha formato tantissimi psicologi e psichiatri.
La psicoanalisi è una disciplina fondata da Sigmund Freud che si pone da un lato come un “corpus” di teorie psicologiche e dall’altro come una tecnica psicoterapeutica.
In questo articolo ci concentreremo sulla tecnica psicologica che prende anche il nome di analisi.
Il termine “analisi” deriva dal greco “análysi che significa “sciogliere”: l’intento di tale disciplina è quello di risolvere la complessità e la conflittualità interiore nei suoi elementi costitutivi e più basilari del soggetto.

                                                 

Definizione di “analisi” e obiettivi

L’analisi può essere definita come una procedura terapeutica con lo scopo di rendere comprensibili le manifestazioni psichiche di un soggetto collegandole ai meccanismi mentali che ne sono alla base.
L’analisi classica, ossia quella che è stata concepita da Sigmund Freud, è principalmente finalizzata al trattamento delle nevrosi, ovvero al trattamento delle sofferenze psichiche meno serie, poiché in questi contesti L’Io del soggetto è sufficientemente strutturato da tollerare gli aspetti più profondi e conflittuali che emergono dal trattamento ed è più in grado di “allearsi” con lo psicologo per tutta la durata dell’analisi. Per le psicosi invece, questo trattamento è meno indicato, o meglio, sono indicati percorsi analitici con caratteristiche differenti, di tipo più supportivo.
Sono molteplici gli obiettivi della psicoanalisi. Innanzitutto essa ha lo scopo di rendere consci i contenuti inconsci di una persona: spesso è proprio a partire dai conflitti inconsci che ha origine un sintomo psichico o un disturbo psicologico. L’altro obiettivo dell’analisi è quello di elaborare le resistenze al trattamento e i sentimenti che il paziente sviluppa nei confronti dello psicologo. A partire dall’analisi dei sentimenti verso il terapeuta, si possono comprendere i modelli relazionali che si sono venuti a creare nel paziente con le figure di riferimento: tali relazioni sono quelle che forgiano la personalità di ciascuno di noi. È a partire dall’analisi di questi sentimenti che ha inizio il percorso trasformativo del paziente.

                                                                

Le “regole del gioco”: il setting psicoanalitico

L’insieme dei sentimenti che il paziente sviluppa nei confronti del terapeuta in analisi prende il nome di transfert. L’analisi del transfert è una delle fasi cruciali del percorso psicoanalitico.
Infine, l’ultimo obiettivo dell’analisi è quello di creare le condizioni migliori per migliorare il funzionamento dell’Io, con evidenti benefici nelle relazioni, nel modo di percepire se stessi e nella qualità della vita.
Ma veniamo ora alla “cornice” che si deve costruire intorno alle sedute di analisi. La seduta psicoanalitica presenta tutta una serie di regole a cui paziente e terapeuta devono attenersi. Questo insieme di regole che scandise le sedute di analisi prende il nome di setting. Il setting è un elemento fondamentale nel percorso psicoanalitico, in quanto dà un contenimento al paziente e ci fornisce delle informazioni preziosissime su come egli si muove in un contesto dove sono fissate alcune regole precise: il modo di rapportarsi ad esse ci comunica moltissimo della struttura di personalità di un individuo. Dopo una serie di colloqui preliminari atti ad inquadrare il funzionamento psichico del paziente e la sua motivazione ad intraprendere un percorso psicologico, si comincia con le sedute di analisi vere e proprie.
Nel prossimo articolo esamineremo le (poche) regole su cui si fondano le sedute psicoanalitiche e da cui si dipana il percorso di crescita del paziente.

                                            

 

 

Il termine “narcisismo” nasce dall’antico mito di Narciso che, contemplando il proprio volto riflesso sull’acqua, si innamorò di tale immagine e annegò nel tentativo di ammirarla troppo da vicino.
Il narcisismo consiste infatti in un amore per la propria immagine. Esso è caratterizzato da un ripiegamento delle attenzioni verso se stessi a discapito degli altri: in pratica si assiste ad una sorta di auto-centratura, il centro dell’interesse diventa se stessi. Tutti noi abbiamo delle componenti narcisistiche che ci permettono di dar nutrimento alla nostra autostima e di ottenere apprezzamento dalle persone che ci stanno accanto. Tuttavia vi sono individui che basano le loro relazioni e il loro vissuto personale sul tratto del narcisismo, con pesanti conseguenze sulla qualità della vita.
In questi casi ci troviamo di fronte al Disturbo Narcisistico di Personalità.

                                         

Il trauma dell’abbandono nell’esperienza narcisistica

Nell’articolo precedente sul narcisismo e sul Disturbo Narcisistico di Personalità (https://www.psicologo-online24.it/blog/cosi-forte-e-cosi-debole-la-personalita-narcisista ) sono state esaminate le caratteristiche principali di questa problematica: esibizionismo, fantasie di onnipotenza, inaccessibilità emotiva, arroganza, superbia e svalutazione delle potenzialità altrui. Esistono tuttavia delle personalità narcisistiche che appaiono chiuse, timide e riservate e che tengono “incastonate” dentro di sé le proprie fantasie di grandezza. In entrambi i casi, comunque, si cela un marcato senso di inadeguatezza, vergogna e fragilità che viene compensato con i tratti narcisistici. Il narcisismo per queste persone diventa un’ “ancora di salvezza” per fronteggiare il profondo vissuto di impotenza provato nella prima infanzia.
Come accennato alla fine del primo articolo sul narcisismo, nonostante la difficoltà delle personalità narcisistiche nel provare sentimenti autentici di perdita e di preoccupazione per l’altro, esse vanno spesso incontro a episodi depressivi. Tuttavia, la depressione di tipo narcisistico è contraddistinta da tremende sensazioni di vuoto, torpore, inconsistenza, impotenza e fragilità.
I soggetti narcisistici hanno dovuto ahimè confrontarsi nell’infanzia con un ambiente familiare né protettivo né supportivo verso la loro profonda dipendenza e il loro bisogno di attenzioni. Pertanto, per la personalità narcisistica, la separazione dalla figura materna diventa perennemente un trauma che fa sentire totalmente inermi. Questo trauma verrà compensato con le fantasie di onnipotenza e grandezza di cui abbiamo già parlato.

                         

Tristezza e abbandono nel narcisismo: la depressione anaclitica

Ma l’ “impronta psichica” di questo trauma dell’abbandono riaffiora da adulti nei soggetti narcisistici sottoforma di depressione: la depressione che caratterizza il Disturbo Narcisistico di Personalità prende il nome di depressione anaclitica.
La depressione anaclitica (o da abbandono) origina nei primi anni di vita e nello specifico durante le prime fasi di differenziazione tra il bambino e la figura di attaccamento (madre, padre o altri caregiver), dove i bisogni di nutrimento fisico e psichico sono fondamentali. Nel soggetto narcisistico, in queste fasi così delicate, qualcosa va storto: si vengono a creare dinamiche che fanno vivere un senso di perdita che genera profondi vissuti di abbandono. Il dolore e il senso di abbandono sono talmente insopportabili da far ricercare immediatamente “sostituti” delle figure di riferimento, con lo scopo sopperire ad un intollerabile senso di vuoto sempre più crescente. Tali sostituti possono essere all’esterno, attraverso relazioni simbiotiche con altri, oppure dentro di Sé tramite quel senso di grandiosità e onnipotenza che intossica la vita di tutti i giorni.
A differenza della classica depressione, contraddistinta da senso di colpa e malinconia, la depressione anaclitica è contraddistinta da opprimenti sensazioni di impotenza, fragilità, vergogna e svuotamento, ma al tempo stesso da desideri fortissimi di essere amati e accuditi.
Tuttavia, mentre nella depressione classica (la depressione introiettiva) i vissuti principali sono il senso di colpa e l’inutilità, così come un senso pervasivo di fallimento, nella depressione anaclitica emergono sensazioni penose di inconsistenza, vergogna, vuoto e irritazione. I soggetti depressi cercano con grande difficoltà di riappropriarsi emotivamente di una persona o di una fase della loro vita che è andata perduta, ma hanno una visione integrata di sé e dell’altro. I soggetti narcisisitici con depressione anaclitica invece non tollerano il presunto “tradimento” dell’altro che ricorda loro il penoso senso di abbandono patito nelle prime relazioni familiari: questo porta a vissuti depressivi accompagnati da intollerabili sensazioni di vuoto, rabbia e irritazione. Sia nella depressione intoiettiva che in quella anaclitica (narcisistica) è presente la componente della rabbia. Tuttavia, nel primo caso la rabbia verrà rivolta verso se stessi, con sentimenti di colpa e inadeguatezza, nel secondo caso la rabbia sarà rivolta verso l’esterno, con conseguenti vissuti di irritazione, ambivalenza e risentimento nei confronti degli altri.
Appare chiaro che dietro il termine “depressione” sottenda un’ampia e complessa gamma di sofferenze psichiche che si differenziano a seconda delle esperienze di vita passate e delle proprie caratteristiche di personalità.

                                                          

 

Con l’introduzione sempre più massiccia degli strumenti tecnologici e delle comunicazioni online, diverse professioni si stano trasformando sempre più. Molte prestazioni professionali possono essere svolte in modalità online. Il mondo cambia e di conseguenza cambia anche il mondo del lavoro. E per quel che riguarda la professione dello psicologo?
Nell’immaginario collettivo la figura dello psicologo è vista esclusivamente nel suo studio a effettuare colloqui di persona con i pazienti.
Tuttavia anche la figura dello psicologo si sta gradualmente adattando ai cambiamenti dati dalla digitalizzazione servendosi sempre di più delle prestazioni psicologiche online. Strumenti quali Skype, Whatsapp, MyFace, ecc. possono risultare davvero utili per rendere più accessibile e dinamico il ruolo dello psicologo.

                                                    

Tipologie di interventi psicologici online

Sono molteplici gli interventi psicologici che si possono offrire online: percorsi di supporto psicologico online, psicoterapie online, consulenze psicologiche online, ecc.
I percorsi di supporto psicologico forniscono un sostegno al soggetto nell’ambito della propria rete familiare e sociale aiutandolo anche nel superamento di fasi delicate legate alla crescita o a cambiamenti nella vita a cui si fa fatica ad adattarsi.
La psicoterapia è invece un qualcosa di più articolato, essa consiste in un processo interpersonale finalizzato a modificare situazioni di sofferenza psichica tramite strumenti squisitamente psicologici con lo scopo di ridurre i sintomi o di modificare la struttura di personalità sofferente.
La consulenza psicologica (o counseling psicologico) è una tipologia di intervento finalizzata al sostegno terapeutico nella decisione con l’obiettivo di creare le condizioni ottimali per avere più autonomia. Questo si può ottenere grazie all’acquisizione di una maggiore consapevolezza riguardo le proprie potenzialità, i propri interessi, le proprie inclinazioni, le proprie motivazioni/aspirazioni, ecc. Tramite il counseling psicologico l’individuo dovrebbe giungere ad una visione di sé e dell’ambiente circostante più realistica e adeguata tenendo conto delle proprie esigenze e delle risorse psicologiche a disposizione.
Quest’ultimo intervento, nell’ambito online, sta iniziando ad avere molteplici sbocchi e a dimostrarsi di grande utilità e immediatezza nella sua fruizione.
Proviamo ad approfondire pertanto il grande tema delle consulenze psicologiche online.

                              

Caratteristiche e benefici del counseling psicologico online

La consulenza psicologica online è un intervento a distanza con l’obiettivo di fornire sostegno all’individuo in un momento di difficoltà, in una fase di profonda sofferenza oppure in una fase di adattamento per ragioni evolutive o per cause legate ad un cambiamento nella propria vita. Ovviamente, il tutto viene svolto in modalità online.
Ci sono situazioni in cui una persona è impossibilitata ad avere un colloquio di consulenza psicologica in studio in tempi brevi per svariati motivi: limitazioni fisiche per raggiungere lo studio, la lontananza prolungata dal paese d’origine, aspetti di personalità che inibiscono dal presentarsi in studio da uno psicologo, ecc. In contesti del genere la consulenza psicologica online rappresenta un aiuto importante.
Rispetto alla consulenza psicologica in studio, il punto di forza di quella online è data dal fatto che ci si può avvalere di molteplici strumenti per effettuarla: tramite Skype oppure tramite mail oppure ancora tramite chat. Ovviamente la modalità in videoconferenza via Skype consente di effettuare una consulenza psicologica più accurata che presenta le stesse caratteristiche della consulenza psicologica in studio.
Diversi studi hanno evidenziato come il counseling psicologico online e i percorsi psicologici online siano efficaci come quelli effettuati in studio, con il vantaggio di essere di accesso più immediato e con una maggiore fruibilità.

                                       

 

 

 

 

Tutti noi ci siamo confrontati nella nostra vita con il meccanismo difensivo della proiezione, ossia quel fenomeno psichico che ci porta a tirare fuori da noi stessi vissuti, sensazioni, emozioni spiacevoli (senza riconoscerle come nostre) attribuendole agli altri.
La proiezione è un meccanismo di difesa che sviluppiamo sin da piccolissimi e ci consente, con lo sviluppo psico-fisico, di riconoscere gradualmente quali esperienze originano dal mondo esterno e quali dal nostro mondo interno. È inoltre un meccanismo difensivo di grande aiuto nei momenti di sollecitazione emotiva o di pericolo, in quanto ci può difendere dalle minacce esterne.
Tuttavia ci sono persone che organizzano la loro esistenza intorno al meccanismo della proiezione.

                                                      

Il funzionamento paranoide: la “trappola” della sospettosità

Quando il proprio funzionamento mentale ruota intorno al meccanismo della proiezione, ci troviamo di fronte al Disturbo Paranoide di Personalità.
Piccola annotazione. È importante tenere a mente che non bisogna trincerarsi dietro rigide categorie diagnostiche nel trattamento del disagio psicologico o psichiatrico: psicologo e psicologo online devono avere ben chiaro questo aspetto. Nel caso per esempio del Disturbo Paranoide di Personalità, ciascun soggetto avrà il suo personalissimo modo di manifestare tale problematica. La diagnosi iniziale serve esclusivamente per capire quale intervento psicologico sia più consono e appropriato per quello specifico disagio. Ovviamente, il trattamento psicologico terrà poi conto dell’esclusività e unicità di ogni individuo nell’esprimere la sua sofferenza mentale.
Il Disturbo Paranoide di Personalità consiste in una condizione duratura e opprimente di sospettosità e diffidenza verso le altre persone: la quasi totalità delle intenzioni del prossimo vengono considerate come malevoli. Sono molteplici le caratteristiche che contraddistinguono questo disturbo e presentano tutte pesanti conseguenze sulla qualità della vita e sulla gestione delle relazioni sociali.
Innanzitutto, la persona paranoide nutre sospetti sul fatto di essere perennemente sfruttato o raggirato: tutti noi possiamo talvolta sospettare cose del genere. Il problema è che in questo tipo di disturbo tali sospetti non hanno un fondamento credibile o non presentano una base sufficiente e sono costanti.
Ma ci sono molti altri aspetti che contraddistinguono questa patologia.

                       

Caratteristiche principali del Disturbo Paranoide di Personalità

Nel funzionamento paranoide insorgono dubbi ingiustificati sulla lealtà e correttezza di amici e conoscenti. Il soggetto paranoide diffida dal confidarsi con gli altri per paura che questi possano utilizzare tali informazioni contro di lui. Egli scorge significati ostili o umilianti in osservazioni o raccomandazioni generando ovviamente tensioni e incomprensioni con l’interlocutore.
Il portare perennemente rancore è un’altra caratteristica fondamentale di questo disturbo: non vengono perdonati insulti, offese e sgarbi.
La personalità paranoide interpreta affermazioni o dichiarazioni degli altri come dei veri e propri attacchi al proprio ruolo e alla propria rispettabilità: a fronte di questi presunti attacchi, egli è pronto a reagire rabbiosamente e ad inveire.
I soggetti paranoidi che hanno una relazione sentimentale sospettano continuamente senza alcun motivo della fedeltà del partner, con pesantissime ripercussioni nella vita di coppia.
Lo stile cognitivo e relazionale delle personalità paranoidi è pertanto rigido e inflessibile: questo porta a ricercare costantemente significati oscuri indicativi di una “verità nascosta”, anche nella situazioni più banali. Questa snervante ricerca comporta un dispendio di energie mentali enorme da parte di questi soggetti e un’iper-attivazione dell’attenzione che si concretizza in un approccio circospetto e guardingo verso chiunque: insomma, una vita davvero difficile.
Questi pazienti tuttavia non sono consapevoli delle loro profonde problematiche, in quanto ritengono di essere sempre dalla parte dalla ragione. Questo rappresenta un vero problema in termini di percorso psicologico, poiché i soggetti paranoidi sono ovviamente molto restii dall’andare in terapia. Nei percorsi psicoterapeutici con i pazienti paranoidi è necessario un lungo e intenso lavoro di costruzione di un rapporto di fiducia, aspetto che è mancato quasi del tutto nella loro storia familiare.

                                         

 

 

Da sempre gli animali da compagnia rappresentano un importantissimo riferimento affettivo per l’essere umano. Ma il loro supporto può andare ben oltre la semplice “compagnia”.
Come già evidenziato in precedenti articoli, la pet-therapy produce notevoli benefici in svariati ambiti del disagio psico-fisico e nelle differenti età evolutive: bambini, anziani, pazienti psichiatrici, pazienti oncologici, pazienti cardiopatici, soggetti con disturbi neurocognitivi possono intraprendere percorsi di supporto davvero straordinari con risultati sorprendenti a livello di benessere psicofisico.
Alla luce delle scoperte più recenti in ambito di pet-therapy, il contatto con animali quali cani, gatti, cavalli, conigli, ecc. genera una stimolazione sensoriale gradevole che produce un’attivazione e modifica dei differenti sistemi del nostro del nostro organismo.

                                                     

I molteplici benefici della Pet-Therapy

Il primo sistema dell’organismo ad attivarsi è quello tattile e propriocettivo che genera le prime reazioni di piacere al contatto con l’animale. Successivamente si attivano il sistema motorio, il sistema limbico e quello endocrino. Tramite la pet-therapy vengono apportate delle modificazioni a livello biologico e neuroendocrino, con conseguente rilascio di endorfine. Le endorfine sono delle specie di “oppioidi naturali” che produce il nostro cervello e che genera una sensazione di benessere e rilassamento. L’azione delle endorfine è infatti simile a quella della morfina. Ecco quindi lo straordinario effetto che produce la vicinanza e l’interazione con un animale utilizzato per la pet-therapy!
Pertanto, grazie al contatto diretto con l’animale si possono attivare vissuti e sensazioni molto gratificanti ma soprattutto competenze emotivo relazionali che in soggetti con problematiche psichiatriche o neurodegenerative sono spesso compromesse. Gli psicologi hanno evidenziato che gli animali utilizzati nella pet therapy svolgono una funzione di “tramite” con gli umani favorendo lo sviluppo delle relazioni sociali e dell’affettività. In tale contesto, i benefici si riscontrano non soltanto nei percorsi di supporto psicologico multidisciplinare ma anche nei percorsi educativi e rieducativi: pensiamo all’utilità della pet-therapy con i bambini oppure con gli anziani affetti da demenza. Proviamo ad entrare un po’ più nello specifico di questi percorsi.

                        

Tipologie di Pet-Therapy

È stato scoperto che diversi interventi di pet-therapy, soprattutto con i cani, presentano una notevole efficacia nel contrastare i problemi comportamentali dei bambini, così come i deficit di attenzione e di apprendimento. La modulazione dell’interazione con l’animale e delle relative componenti impulsive è di importanza fondamentale con bambini che manifestano problemi nella gestione dell’aggressività.
Diversi studi scientifici hanno dimostrato che crescere insieme ad un animale domestico aiuta nello sviluppo della personalità dei bambini accrescendo la fiducia nelle proprie potenzialità, la propria autostima e le capacità di empatizzare con gli altri. Il prendersi cura di un animale in un percorso di pet-therapy contribuisce in maniera significativa al miglioramento del senso di responsabilità, in quanto è necessaria una serie di attenzioni nei confronti dell’animale che pongono il bambino di fronte a impegni e doveri per il benessere del suo “amico a quattro zampe”.
Abbiamo tre grandi tipologie di pet-therapy:
1)Terapie Assistite con gli Animali (TAA): sono interventi che hanno lo scopo di contrastare i disturbi della sfera fisica, psicomotoria, neuro-cognitiva ed emotivo-relazionale. Questo tipo di pet-therapy, coadiuvato da percorsi psicoterapeutici e psicoeducativi, permette un miglioramento delle competenze sociali, emotive e cognitive dei pazienti.
2)Educazione Assistita con Animali (EAA): è un intervento finalizzato a favorire l’inserimento sociale dei soggetti più deboli, persone con disabilità fisiche o psicofisiche.
3)Attività Assistite con gli Animali (AAA): lo scopo di questa tipologia di pet-therapy è il miglioramento della qualità della vita del paziente in generale e il consolidamento di un armonioso rapporto tra uomo e animale.
A seconda del tipo di problematica dell’utente, della sua specifica sensibilità e degli obiettivi terapeutici che si intende raggiungere, si imposterà uno specifico intervento di pet-therapy.

                                           

Tutti noi ci confrontiamo quotidianamente (in maniera più o meno consistente) con una condizione fastidiosa e frustrante che può creare notevoli problemi: l’ansia.
Col termine ansia si apre un vero e proprio “mondo” nell’ambito del disagio psicologico e della psicopatologia. Essa può avere innumerevoli cause, consce e inconsce. Ce ne possono essere di svariati tipi e con molteplici caratteristiche. È ovvio che nessuno di noi vorrebbe confrontarsi con questo stato d’animo così spiacevole, tuttavia, in molti casi, l’ansia rappresenta un “segnale” e come tutti i segnali significa che viene inviato un messaggio: un messaggio a noi stessi che ci comunica che qualcosa non va.

                                          

Le varie tipologie d’ansia

L’ansia è uno stato emotivo con connotazioni negative caratterizzato da un vissuto di attesa, allarme e paura che qualcosa di pericoloso possa verificarsi.
Innanzitutto abbiamo due macro-aree di ansia con cui possiamo confrontarci: 1) l’ansia fisiologica, generata da contesti traumatici o di reale pericolo. In questo caso l’ansia è di vitale importanza in quanto ci consente di attivare comportamenti finalizzati a superare efficacemente la situazione di pericolo reale; 2) l’ansia patologica, quel tipo di ansia che risulta invece sproporzionata allo stimolo fonte di ansia: questo significa che ci sono altre cause, ben più profonde, che generano tale stato d’animo spiacevole. Nell’ansia patologica, oltre allo stato di attesa snervante, possono essere presenti altri sintomi di natura più somatica, quali tachicardia, difficoltà a respirare, tremori, sudorazione eccessiva, secchezza della bocca, disturbi intestinali, ecc.
Nell’ambito dell’ansia patologica abbiamo svariati tipi di ansia. Esaminiamo i principali:
L’ansia generalizzata è quello stato ansioso non particolarmente intenso ma persistente nel tempo, generalmente collegato ad eventi di vita o attività quotidiane del soggetto ansioso.
L’ansia anticipatoria è invece uno stato di allarme smisurato che precede un evento specifico, per esempio un’interrogazione, un importante appuntamento di lavoro, un esame, una visita, un intervento chirurgico, ecc.
Ma ci sono altri tipi di ansia.

                                                 

Altre tipologie d’ansia e approcci terapeutici

Abbiamo poi l’ansia libera che consiste in uno stato di terrore generalizzato senza un riferimento specifico e senza alcun legame con idee o preoccupazioni.
L’ansia organica: una condizione di allarme e attivazione particolarmente spiacevole che insorge a seguito di problematiche fisiche gravi (infarto, ischemia, ecc.,)
L’attacco di panico: uno stato di ansia breve ma tremendamente acuto, serio, in grado di destabilizzare in maniera considerevole l’equilibrio psichico del soggetto. Tale condizione si concretizza in un pesante vissuto di angoscia che induce ad un vissuto di pericolo o morte imminente con conseguenti richieste di aiuto presso pronto soccorso o presidi sanitari.
La fobia consiste invece in una duratura, esagerata e immotivata paura per cose, persone, animali, situazioni: una paura di cui il soggetto non riesce a liberarsi e che lo porta a mettere in atto condotte di evitamento, con pesanti conseguenze nella vita sociale e lavorativa.
Lavorare psicologicamente sull’ansia è di importanza fondamentale. Il trattamento farmacologico da solo non basta, anzi, alla lunga rischia di creare problemi di assuefazione alle benzodiazepine.
È necessario un percorso psicoterapeutico che lavori su un doppio binario: 1) da un lato lavorare sulle origini profonde dell’ansia cercando di elaborarle e di cambiare aspetti della propria vita che hanno generato i problemi ansiosi; 2) dall’altro lavorare su una re-interpretazione positiva dell’ansia al fine di trasformarla in energia e motivazione nelle situazioni quotidiane e re-indirizzarla in attività costruttive e produttive.
Il trattamento dell’ansia richiede pazienza, in quanto lavorare sul cambiamento di aspetti conflittuali di Sé radicati nel tempo non può essere cosa facile né risolvibile in poche sedute.
Nel prossimo articolo ci concentreremo su uno specifico approccio terapeutico all’ansia.