Il corpo e la seduzione come strumenti di comunicazione: la personalità isterica

In questo articolo inizieremo ad approfondire un funzionamento psichico che è stato studiato per molto tempo e a partire dal quale si sono poste le basi della psicoanalisi: il funzionamento isterico. Sigmund Freud infatti costruì i fondamenti della disciplina psicoanalitica a partire dallo studio dell’isteria.
È importante fare sin da subito una precisazione: isteria e personalità sono due cose distinte, nel senso che nell’isteria riscontriamo una serie di sintomi fisici senza base organica che ci possono comunicare molte cose sul disagio profondo della persona che ne soffre; nel funzionamento isterico troviamo comportamenti simili a quelli tipici dell’isteria (teatralità, labilità emotiva, seduttività, attenzione al corpo) ma non necessariamente il tipico sintomo dell’isteria (il sintomo fisico senza base organica).

                                              

La possibile fragilità delle personalità isteriche

In ogni caso, tutte le personalità isteriche comunicano con il corpo: il corpo, nel funzionamento isterico, assume un significato molto importante.
Freud, dai primi studi sull’isteria, iniziò a chiedersi se il corpo possa esprimere ciò che la mente non è in grado di immaginare, fenomeno che sembrava verificarsi nelle prime pazienti isteriche da lui prese in cura. Ma come può essere definita l’isteria? L’isteria può essere considerata come una manifestazione di quadri clinici contraddistinti da sintomi fisici senza correlato organico, dove il sintomo isterico rappresenta la principale forma di comunicazione del proprio disagio.
Mentre la personalità isterica come può essere definita? Essa è un insieme di caratteristiche comportamentali, cognitive ed emotive che denotano una marcata sensibilità nei confronti del genere, della sessualità e del potere. A livello inconsapevole la personalità isterica si ritiene fragile, difettosa, inadeguata a causa del proprio genere sessuale. Questi individui si approcciano all’altro fornendo un’immagine di sé come persona maltrattata e non tutelata. Al tempo stesso tali individui considerano i rappresentanti del sesso opposto come forti, attraenti, stimolanti e meritevoli di rispetto, addirittura persone da invidiare.
In generale, le personalità isteriche presentano un elevato livello di angoscia, reattività ed emotività, soprattutto nei contesti relazionali e interpersonali. Ma quali sono le altre caratteristiche delle personalità isterica che uno psicologo e uno psicologo online possono individuare in un percorso psicodiagnostico?

                                                                       

Principali caratteristiche cliniche delle personalità isteriche

I soggetti isterici risultano spesso delle persone amabili, piacevoli, intuitive e piene di energia. Presentano una certa quota di seduttività e nutrono una forte attrazione per il rischio. Un’altra caratteristica delle personalità isteriche è rappresentata dalla marcata attenzione per i drammi personali: l’essere al centro dell’attenzione è un aspetto fondamentale per l’individuo isterico. Ma il suo bisogno di essere al centro dell’attenzione ha un intento comunicativo, non ha intenti manipolatori o di ricerca di conferma del proprio valore, come succede nelle personalità narcisistiche! Il bisogno di attenzione di una persona isterica è autentica e genuina: è il suo personalissimo modo di esprimere il suo senso di fragilità e inferiorità che viene individuato nel proprio genere.
La dimensione dell’eccitazione è di fondamentale importanza per le personalità isteriche e può essere ricercata in esperienze personali così come nelle relazioni.
Le personalità isteriche sono gravate da frequenti vissuti di angoscia e conflittualità. A causa di questi vissuti, possono risultare in apparenza delle persone con un’emotività artificiosa, superficiale o eccessiva e i loro sentimenti spesso appaiono come mutevoli e imprevedibili.
Abbiamo due tipologie di personalità isteriche: la prima presenta caratteristiche più di natura espansiva ed esuberante, con un’emotività esagerata, una tendenza alla teatralità e una marcata predisposizione alla seduttività; la seconda presenta invece caratteristiche di inibizione e riservatezza, controbilanciate da un mondo interno popolato da moltissime fantasie, una tendenza all’ingenuità sessuale e una predisposizione al somatizzare i propri conflitti interni.
Nel prossimo articolo sull’argomento inizieremo ad analizzare gli aspetti più profondi alla base del funzionamento isterico.

                                                  

 

 

UNA LENTE DI INGRANDIMENTO SUI GIOVANI E L’EFFETTO PANDEMIA

Articolo scritto dalla dott.ssa Alessandra Morosinotto, psicologa

Molti di voi avranno sentito parlare, nei giorni scorsi, del Bonus Psicologo, strumento d’aiuto inizialmente proposto nella nuova Legge Bilancio, poi evaporato in un nulla di fatto. Era infatti stato pensato di fornire un aiuto economico, da 150 a 1600 euro, in base al proprio reddito, per poter accedere ad un percorso psicologico.
Non è certamente questa la sede, né tantomeno mia intenzione, affrontare un discorso economico e politico ma credo sia importante fare luce sull’attuale situazione psicologica, soprattutto in riferimento alle fasce d’età più giovani.
Riflettendo sulle persone che si rivolgono a me e confrontandomi con i colleghi, è emerso come nell’ultimo periodo le richieste d’aiuto stiano notevolmente aumentando e soprattutto come l’età dei pazienti sia sempre più bassa.
La nostra, purtroppo, non è solo percezione, infatti, i dati pubblicati su JAMA Pediatrics e rilevati dal CNOP (Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi) hanno evidenziato che: 1 adolescente su 4 manifesta sintomi di depressione, 1 adolescente su 5 mostra segni di disturbo d’ansia e le richieste d’aiuto sono aumentate di circa il 40%.

                                                

Un disagio psicologico sempre crescente in adolescenti e giovani

Un altro aspetto che noto sempre più di frequente è la difficoltà a seguire un percorso psicologico con regolarità, a causa della difficoltà economica. È infatti emerso che oltre il 30% dei pazienti, rispetto allo scorso anno, ha dovuto interrompere il percorso perché non poteva permetterselo.
Queste le parole di David Lazzari, Presidente del CNOP: “A chiedere aiuto adesso sono soprattutto gli adolescenti e la fascia 18-35 anni. Riferiscono di ansia, attacchi di panico, tentati suicidi, atti autolesionistici, dipendenze da alcol e droghe ma anche da social e giochi, senso di smarrimento, angoscia”.
Personalmente, e come penso molti altri colleghi, mi ritrovo pienamente in linea con questa rilevazione. Spesso in seduta emergono difficoltà emotive, sbalzi d’umore, irritabilità, strategie di risoluzione dello stress dannose e pericolose, disagi connessi a noia e solitudine, oltre alla paura di investire in relazioni sociali e in attività che implicano la presenza di più persone.
“Una famiglia sempre più debole, una società troppo veloce, una tecnologia troppo invasiva. E pochissimi strumenti emotivi e psicologici per comprendere il mondo che li circonda” (D. Lazzari)
In diversi casi, sono condizioni di sofferenza che erano già riscontrabili prima dell’emergenza sanitaria. La necessità di migliorare il servizio di salute mentale era infatti già nota precedentemente al 2020 e già si riscontravano quadri allarmanti, ma certamente la pandemia non ha fatto altro che amplificare quanto prima veniva gestito individualmente, seppur in modo disfunzionale.

                                                   

Sofferenza psichica nei giovani: che tipo di sofferenza?

Diversi giovani mi raccontano della loro difficoltà ad entrare in relazione con gli altri. Una difficoltà dettata da diverse paure, tra le quali certamente la visione dell’altro come minaccia e possibile fonte di contagio, che ci ha accompagnato in questi ultimi anni.
La pandemia da Covid-19, infatti, ha modificato il modo di relazionarci, la percezione dell’altro e lo spazio di comfort nella relazione. Sono state influenzate le nostre abitudini prossemiche, cioè la gestione dello spazio e del movimento nella comunicazione, e di questo ne hanno risentito tutti i tipi di relazione.
Ad esempio, generalmente nella comunicazione siano soliti coinvolgere tutti i 5 sensi, ma la necessità di mantenere una distanza di sicurezza fisica, ha obbligato a dare maggior spazio ai canali sensoriali dell’udito e della vista (telefonate e videochiamate, smart-working, DAD,…).
Tutto ciò ci ha resi più consapevoli rispetto all’importanza del contatto e della vicinanza fisica per noi esseri umani, ma allo stesso tempo ha generato vere e propri fobie dell’interazione sociale.
Altre problematiche da considerare, nella fascia dei giovani adulti, sono la sensazione di smarrimento e di sentirsi bloccati, la frustrazione, l’imprevedibilità e l’insicurezza della situazione attuale in cui viviamo, con la difficoltà anche solamente di poter immaginare una progettualità futura.
È una situazione nuova per tutti, professionisti compresi, ma certamente possiamo dire che il livello di stress a cui siamo esposti non è mai calato del tutto in questi due anni. Questo ha comportato la necessità psicofisica di iniziare un processo di adattamento alla “nuova normalità”.
È forse qui che riscontriamo la difficoltà maggiore: trovare una nuova modalità di vita pur avendo una resilienza ormai affaticata.
Il messaggio che ci tengo ad inviare è che noi professionisti ci siamo. Si può riuscire a riprendere la propria vita in mano anche in questo contesto. È lecito stare male e soffrire per le tante difficoltà di adattamento e bisogna darsi il permesso di sentire tutto ciò, ma in noi troverete sempre un punto di riferimento a cui rivolgervi e soprattutto qualcuno che crede in voi.
Sono certa che come me, molti colleghi, saranno disponibili a strutturare percorsi psicologici su misura per voi, tenendo conto di tutte le difficoltà ed esigenze.
Non bisogna essere forti sempre e comunque e non ce la si può fare sempre da soli.
Non abbiate paura di chiedere.

                                                       

L’ombra del trauma: il Disturbo Post-Traumatico da Stress

Articolon scritto da Giusy Evelin Licata

Attacchi terroristici, guerre, bombe, incidenti aerei, stermini di massa ma anche terremoti,
inondazioni e altri tragici eventi: c’è un “fil rouge” che collega tutte queste situazioni: l’effetto sulla salute mentale delle vittime, dei sopravvissuti e delle loro famiglie.
Lo stress post-traumatico (Post Traumatic Stress Disorder, PTSD) è una forma di
disagio mentale che si sviluppa in seguito a esperienze fortemente traumatiche.
Definito e studiato negli Stati Uniti soprattutto a partire dalla guerra del Vietnam e dai suoi
effetti sui veterani, riproposti poi in tutte le più recenti esperienze belliche, il PTSD può
manifestarsi in persone di tutte le età, dai bambini e adolescenti alle persone adulte e può
verificarsi anche nei familiari, nei testimoni, nei soccorritori coinvolti in un evento traumatico.
Il PTSD può derivare anche da un'esposizione ripetuta e continua a episodi di violenza e di
degrado.

Caratteristiche e sintomatologia del Disturbo Post-Traumatico da Stress

Essendo una condizione di disagio mentale complessa e derivante da molteplici fattori, sia
personali che ambientali, la diagnosi di PTSD non è univoca.
Le persone, infatti, hanno una diversa suscettibilità e vulnerabilità alla condizione di stress,
anche in relazione al maggiore o minore coinvolgimento diretto nell’esperienza traumatica.
Tra i fattori che certamente contribuiscono allo sviluppo di diversi livelli di PTSD ci sono le
caratteristiche specifiche dell’evento che lo causa e il grado o la modalità di esposizione
della vittima, le caratteristiche degli individui in riferimento alla loro storia medica, psichica e
familiare, le modalità di intervento nel periodo post-trauma.
Alcune vittime manifestano stati d’ansia e ricordi spiacevoli che si risolvono con un adeguato
trattamento e con il tempo. All’estremo opposto, invece, ci sono individui nei quali l’evento
traumatico causa effetti negativi a lungo termine, come testimoniano numerose ricerche
sugli individui esposti a violenza, tortura, maltrattamenti continuativi.
Le persone affette da PTSD manifestano difficoltà nel controllo delle emozioni, irritabilità,
rabbia improvvisa o confusione emotiva, depressione e ansia, insonnia, ma anche la
tendenza a evitare qualunque atto che li costringa a ricordare l’evento traumatico. Un
altro sintomo molto diffuso è il senso di colpa per essere sopravvissuti o per non aver potuto
salvare altri individui. Dal punto di vista più prettamente fisico, alcuni sintomi sono dolori al
torace, capogiri, problemi gastrointestinali, emicranie, indebolimento del sistema
immunitario. La diagnosi di PTSD arriva quando, sempre secondo il NIMH, il paziente
presenta i sintomi caratteristici per un periodo di oltre un mese dall’evento che li ha causati.
I sintomi sono classificabili in tre categorie ben definite:
● Episodi di intrusione: le persone affette da PTSD hanno ricordi improvvisi che si
manifestano in modo molto vivido e sono accompagnati da emozioni dolorose e dal
‘rivivere’ il dramma. A volte, l’esperienza è talmente forte da far sembrare
all’individuo coinvolto che l’evento traumatico si stia ripetendo.
● Volontà di evitare e mancata elaborazione: l’individuo cerca di evitare contatti con
chiunque e con qualunque cosa che lo riporti al trauma. Inizialmente, la persona
sperimenta uno stato emozionale di disinteresse e di distacco, riducendo la sua
capacità di interazione emotiva e riuscendo a condurre solo attività semplici e di
routine. La mancata elaborazione emozionale causa un accumulo di ansia e tensione
che può cronicizzarsi portando a veri e propri stati depressivi. Al tempo stesso si
manifesta frequentemente il senso di colpa.
● ipersensibilità e ipervigilanza: le persone si comportano come se fossero
costantemente minacciate dal trauma. Reagiscono in modo violento e
improvviso, non riescono a concentrarsi, hanno problemi di memoria e si
sentono costantemente in pericolo. A volte, per alleviare il proprio stato di
dolore, le persone si rivolgono al consumo di alcol o di droghe.

Correlati neurofisiologici del Disturbo Post-Traumatico da Stress

Una persona affetta da PTSD può anche perdere il controllo sulla propria vita ed essere
quindi a rischio di comportamenti suicidi.
Le ricerche effettuate direttamente su diverse aree del cervello hanno dimostrato che gli
individui affetti da PTSD producono livelli anormali di ormoni coinvolti nella risposta allo
stress e alla paura.
Il centro responsabile di questa risposta sarebbe l’amigdala, una piccola ghiandola
endocrina posta alla base del cervello. Normalmente, in situazioni di paura, l’amigdala si
attiva producendo molecole di oppiacei naturali che riducono temporaneamente la sensazione di dolore.
In persone affette da PTSD questa produzione si protrae invece a lungo, anche dopo la
cessazione dell’evento, causando un’alterazione dello stato emotivo. Inoltre, verrebbero alterati
i livelli di neurotrasmettitori che agiscono sull’ippocampo, generando così alterazioni della
capacità di memoria e di apprendimento regolate dall’ippocampo stesso.
L’alterazione dei suddetti neurotrasmettitori sarebbe alla base delle dinamiche che portano al ricordo
improvviso e doloroso degli eventi traumatici.
Caratteristica principale del PTSD è rappresentata da fenomeno psichico per cui la vittima rivive ripetutamente l’esperienza
traumatizzante sotto forma di flashback, ricordi, incubi o in occasione di anniversari e
commemorazioni.
I malati di PTSD sono anche soggetti a una alterazione del flusso sanguigno cerebrale e a
cambiamenti strutturali nei tessuti del cervello.

ANSIOLITICI “FAI DA TE”: PERCHE’ PUO’ ESSERE UN RISCHIO

Articolo scritto dal dott. Calogero Virzì, medico specialista in Psichiatria e Psicoterapia.
Instagram: dott.calogerovirzi
Facebook: Dott. Calogero Virzì - Psichiatra e Psicoterapeuta

L’ansia è una delle piaghe del nostro tempo, e ci coinvolge praticamente tutti. Questo è ancora più vero in questo preciso momento storico, poiché la pandemia ha improvvisamente stravolto la nostra routine e le nostre certezze quotidiane, spazzando via un equilibrio sottile con il quale abbiamo convissuto fino a poco tempo fa. Le ripercussioni sul piano psicologico sono innumerevoli e drammatiche, e tra queste si sta osservando un incredibile aumento delle manifestazioni ansiose, in tutte le sue possibili forme.
Per questo, sono abbastanza sicuro che conosci almeno una persona che faccia uso di ansiolitici, o forse tu stesso li assumi. Questo è comprensibile ed è una pratica molto diffusa, basti pensare che gli ansiolitici sono i farmaci più consumati in assoluto, secondi soltanto agli anti-infiammatori. Tuttavia, sempre più si verifica il fenomeno dell’assunzione “fai da te” di queste molecole. E’ una situazione che, soprattutto nel lungo termine, può rappresentare un serio rischio per chi le assume. Hai capito di quali sostanze sto parlando?

                                                             

LE BENZODIAZEPINE E LA LORO EFFICACIA

Quando parlo di ansiolitici mi riferisco alle benzodiazepine, sostanze ormai conosciute e utilizzate da decenni. Sono tante molecole, puoi riconoscerle perché quasi tutti i principi attivi terminano con il suffisso –am (alprazolam, diazepam, bromazepam etc…). Perché questi farmaci sono molto utilizzati? Perché indubbiamente sono EFFICACI e agiscono più o meno velocemente, già alla prima assunzione. In particolare, hanno quattro proprietà:
• Sono appunto ANSIOLITICI, quindi rimuovono l’ansia;
• Sono IPNOTICI, cioè favoriscono il sonno;
• Sono MIORILASSANTI, quindi riducono lo stato di rigidità muscolare, tipico di chi soffre di ansia;
• Sono antiepilettici.
Questi effetti riguardano tutte le benzodiazepine, anche se ognuna di esse ha le sue caratteristiche specifiche per quanto riguarda la potenza, l’inizio dell’azione terapeutica, la durata e la rimozione dall’organismo. 

IL LATO OSCURO DELLE BENZODIAZEPINE

Allora qual è il problema? Soffro l’ansia, prendo le “gocce” o la “pillola”, l’ansia mi passa e tutto è a posto. Purtroppo, non è proprio così. Se è vero che la loro efficacia è indubbia, almeno nel diminuire l’ansia nel breve termine, il lato negativo è che hanno un potenziale di abuso! Questo significa che, nel lungo termine, provocano fenomeni di TOLLERANZA, ASSUEFAZIONE, e anche ASTINENZA se interrotte bruscamente. In poche parole, possono causare una vera e propria DIPENDENZA!
E’ proprio per questo motivo che le benzodiazepine sono inserite nella tabella ufficiale delle sostanze stupefacenti, e il loro utilizzo in campo farmacologico è regolamentato (Legge 79/2014).

                                                           

CHE COSA FARE?

Nella realtà dei fatti, tuttavia, accade un abuso di massa di questi farmaci, soprattutto per il loro facile reperimento. Troppe volte, infatti, succede di conoscere persone che ne fanno uso perché “me le ha date mia zia”, oppure “mio padre li prende da vent’anni e sta bene”, oppure qualche medico, magari non competente in materia, le ha prescritte diversi anni prima e non ha più controllato il paziente. Ecco quindi il fenomeno del “fai da te”, una pratica molto diffusa e pericolosa, perché molte persone ignare rischiano di diventare dipendenti da questi farmaci, con tutti i rischi che ne conseguono sul piano psicologico e fisico.

Le benzodiazepine sono dei farmaci molto delicati, e la loro prescrizione e assunzione deve essere attentamente monitorata. Il mio scopo non è demonizzare queste sostanze, anzi possono essere estremamente utili in molti casi, tuttavia è necessario sottolineare il concetto che bisogna rivolgersi a uno specialista psichiatra, e questo per vari motivi:
• Fare una corretta diagnosi e valutare il rapporto rischio/beneficio dell’assunzione delle benzodiazepine sul singolo paziente.
• Verificare se esistono controindicazioni, perché non tutte le persone possono assumerle.
• Scegliere con accuratezza quale benzodiazepina e il suo dosaggio specifico su misura per il paziente, valutando anche un circoscritto periodo di tempo.
• Valutare l’interruzione della terapia e le modalità per non rischiare possibili sintomi di astinenza.
• Utilizzare possibili strategie farmacologiche differenti che possano evitare la prescrizione delle benzodiazepine.
• Valutare nel corso della terapia possibili modifiche dei dosaggi e della sostanza.
• Le benzodiazepine non cancellano l’ansia, ma la “nascondono”. E’ bene iniziare anche un percorso psicoterapico che possa curare l’ansia alla radice.
Evita il fai da te e affidati a uno specialista psichiatra!

                                                 

 

 

Rabbia e aggressività: limiti e risorse di tali vissuti

Chi è genitore di un adolescente fa inevitabilmente i conti con dinamiche di rabbia e aggressività da parte del proprio figlio/a: è uno strumento per regolare e rimodulare le relazioni, così come un segnale che aiuta il ragazzo (allo stesso modo delle altre emozioni primarie). Il problema insorge quando l’aggressività adolescenziale diventa debordante e fuori controllo, indicatore di un disagio più profondo che spesso affonda le radici in sofferenze familiari.
In alcuni articoli precedenti abbiamo iniziato a inquadrare il fenomeno della rabbia adolescenziale come difesa dai numerosi pericoli emotivi che l’adolescente percepisce nella sua delicata fase di passaggio (Il difficile “mestiere” dell’adolescente: la rabbia adolescenziale).

                                                       

Diversi tipi di aggressività

Con questo articolo inizieremo un’ampia rassegna di analisi e riflessioni sul ruolo e sulle manifestazioni dell’aggressività in adolescenza. In questo articolo inizieremo ad analizzare le molteplici sfaccettature e funzioni dell’aggressività in generale.
Nell’immaginario collettivo l’aggressività viene vista come qualcosa di principalmente negativo. Tuttavia, l’aggressività assume connotazioni negative quando viene usata male. Negli altri casi essa rappresenta uno strumento importante per comunicare e per crescere. Poi è ovvio che tutti noi vorremmo ricorrere il meno possibile a questo “strumento”: si tratta di capire bene come gestirlo e metterlo al nostro servizio, a maggior ragione per quel che concerne gli adolescenti.
Sono molteplici le forme di aggressività che possono essere messe in atto nel contesto relazionale. La più nota è la cosiddetta aggressività diretta, quella evidente che si riesce a cogliere immediatamente e che si manifesta sottoforma di gesti e azioni aggressive. Tale forma di aggressività è quella che attiva e spaventa di più, perché è la più esplicita.
Esistono poi delle forme di aggressività indiretta dove il soggetto non si espone con manifestazioni aggressive dirette, bensì più nascoste, più “larvate”, per esempio con atteggiamenti di distacco e freddezza che possono tuttavia risultare in apparenza cordiali.
L’aggressività è uno strumento che va gestito e usato con buon senso e con misura, in quanto, se da un lato può avere delle finalità comunicative e anche costruttive, dall’altro, se usata fuori controllo, può avere degli effetti devastanti.

                                           

I segnali lanciati dall’aggressività

Come detto in precedenza, l’aggressività ha una sua utilità: consente di modulare le relazioni interpersonali.
Spesso le manifestazioni aggressive si utilizzano con le persone a noi più care per far capire come ci si sente, per comunicare uno stato d’animo, per dare a intendere che si è arrabbiati, che non si è d’accordo su qualcosa, ecc.
Le conseguenze dell’aggressività possono essere molteplici e talvolta di difficile gestione: l’aggressività genera sempre una reazione nell’altro, che sia un senso di colpa, un vissuto di paura o una sensazione di rabbia. Sarebbe importante pensare e riflettere di fronte ad un comportamento aggressivo, ma è difficile! Perché è difficile? Perché di fronte ad un atteggiamento aggressivo la maggior parte delle persone si sente aggredita, messa in discussione: l’aggressività porta spesso a reagire di impulso, in maniera istintiva. L’approccio migliore sarebbe pertanto prendersi una “pausa”, riflettere su cosa sta succedendo, su cosa ha portato a questa reazione rabbiosa.
Quando l’aggressività assume invece un carattere continuativo, significa che c’è un disagio di fondo che non va via e che logora l’individuo. In questo contesto, lo scopo dell’aggressività è quello di buttare fuori il proprio disagio per non tenerlo dentro di sé. Tuttavia, se da un lato queste manifestazioni aggressive aiutano a liberarsi di inquietudini irrisolte, dall’altro non fanno altro che “scaricare” su altri tale malessere, con il rischio di ricevere rifiuti, ulteriore aggressività e compromissione dei rapporti.
Nel contesto clinico, la sfida di psicologo e psicologo online è quello di riuscire ad analizzare le cause profonde alla base della rabbia e dell’aggressività disfunzionale, così da iniziare a creare uno spazio di “pensabilità” delle proprie emozioni e della propria sofferenza interiore.

                                                                          

La gestione del corpo nella psicoterapia online

Come analizzato in diversi articoli sull’argomento, la psicoterapia online rappresenta una frontiera della salute mentale sempre più diffusa e sempre più promettente. Ma per poter affinare questa pratica terapeutica, lo psicologo e lo psicologo online devono conoscerne sempre meglio gli attuali punti di forza e di debolezza.
Nei lavori precedenti abbiamo potuto vedere l’importanza della definizione degli elementi del setting online tra paziente e psicologo online, così come i vantaggi rappresentati dalla maggior fruibilità della pratica psicoterapeutica online, con diverse ricadute positive sull’alleanza terapeutica e sulla riuscita del percorso psicologico. Abbiamo analizzato anche le principali criticità legate alla perdita di alcune informazioni preziose legate al linguaggio del corpo e alla presenza fisica del paziente in seduta che nel contesto online non possono ovviamente essere prese in considerazione.

                                                          

Gli aspetti del linguaggio del corpo che si possono analizzare nella psicoterapia online

La questione del corpo e della corporeità nel contesto di psicoterapia online è alquanto delicata e va analizzata da molteplici angolature, al fine di capire se ci sono degli aspetti del linguaggio del corpo del paziente che si possono mettere nel campo della psicoterapia online. Come si può compensare l’incompletezza corporea del paziente nel percorso di psicoterapia online? Innanzitutto, è fondamentale tenere a mente che il corpo del paziente è presente anche nel contesto di seduta psicologica online, sebbene in modalità diversa: anche online il paziente occupa uno spazio (davanti alla webcam e attraverso la videochiamata).
Lo psicologo e lo psicologo online possono ottenere preziose informazioni anche dal modo in cui si dispone il paziente di fronte alla webcam, la posizione che assume, l’angolazione in cui si dispone. Questi elementi ci permettono a poco a poco di comprendere come si sente il paziente durante la seduta. Si può intuire per esempio se quel paziente si sente a suo agio, se è indifferente o oppositivo alla situazione oppure ancora se è nervoso e inquieto. Soprattutto nelle prime sedute, queste informazioni possono esserci di grande aiuto ai fini delle preliminari valutazioni psicodiagnostiche.
Così come nella seduta in studio, anche nella seduta online il corpo del paziente ci parla.

                                                         

Il corpo “parla” anche online

Il corpo del paziente, pertanto, parla anche “online” e può fornire preziose informazioni allo psicologo online attento e sensibile.
Nel contesto di psicoterapia online è di fondamentale importanza interpretare i messaggi inconsci e non del paziente tramite la mimica facciale, i gesti, lo sguardo. Ovviamente, con il procedere dei colloqui online, il linguaggio del corpo del paziente si comprenderà sempre meglio e andrà a rappresentare un fattore importante come quello verbale nel processo terapeutico.
Quello che conta nella psicoterapia in studio così come nella psicoterapia online è la relazione che si instaura tra paziente e psicoterapeuta.
Come sostiene Chiari (2026), la relazione costituisce uno “spazio” in cui il modo in cui il paziente sta con il terapeuta è intimamente correlato al percorso di cambiamento. Tuttavia, lo “spazio terapeutico” non deve obbligatoriamente essere uno spazio fisico, bensì uno “stare con l’altro” che consenta di produrre un sistema di significati condivisi tra paziente e psicologo online. La psicoterapia, che sia online o in studio, consiste principalmente in una co-costruzione di contenuti psichici e di significati che origina da un clima di fiducia e accettazione.
Nei prossimi lavori sull’argomento approfondiremo ulteriormente il tema dell’accettazione nell’ambito della psicoterapia online, oltre che il ruolo del linguaggio verbale nel contesto terapeutico.

                                                       

Psicologo-online24.it: un team di professionisti del benessere psicologico altamente qualificato

Psicologo-online24.it è un servizio di supporto psicologico e di psicoterapia online ormai radicato da tempo e che sta prendendo sempre più piede nel contesto online.
La figura dello psicologo online è sempre più diffusa nell’ambito della salute mentale, a maggior ragione in un periodo così delicato come questo, dove l’emergenza COVID-19 ha reso questa forma di psicoterapia ancora più preziosa e strategica (anche se per sfortunate cause di forza maggiore).
Ma l’intento di psicologo-online24.it per il futuro è quello di concepire un progetto di salute mentale e di benessere psicologico che vada oltre l’ambito del supporto psicologico e delle psicoterapie online coinvolgendo anche altre aree del benessere psicologico e radicandosi nel territorio.

                                       

Lo psicologo online e il servizio di psichiatria

Come detto, il campo del benessere psicologico deve ovviamente chiamare in causa i percorsi psicologici e psicoterapeutici online. Di questo aspetto lo psicologo online deve essere consapevole.
Ma se nella fase iniziale di valutazione psicodiagnostica lo psicologo online riscontrasse dei disturbi psichici più seri che richiedono un trattamento farmacologico atto ad attenuare la sintomatologia del paziente al fine di renderlo più raggiungibile e meno angosciato in un percorso psicologico? Ecco che in uno scenario del genere non è più sufficiente la figura dello psicologo o dello psicologo online: è necessario l’intervento di uno psichiatra in grado di impostare il trattamento farmacologico più consono per quella specifica situazione clinica. Ecco che con psicologo-online24.it sarà possibile avvalersi di uno psichiatra che pratichi la professione nella città del paziente che richiede un aiuto psicologico, così da creare un riferimento per ciascun territorio: tale psichiatra potrà essere scelto tra poche selezionatissime figure professionali della propria città inserite nella sezione “psichiatri” del sito psicologo-online24.it. Perché “poche selezionatissime figure”? Perché l’obiettivo di psicologo-online24.it è orientato sulla qualità piuttosto che sulla quantità: psicologo-online24.it non è un portare dove l’utente si perde in uno sterminato elenco impersonale di professionisti di cui non si sa granché e che può portare l’utente stesso a scegliere un po’ “a caso”.

                                                                           

Le altre figure fondamentali del benessere psicologico per il progetto psicologo-online24.it

No. L’intento di psicologo-online24.it è quello di creare una rete capillare di figure professionali della salute mentale e del benessere psicofisico in stretta connessione con lo psicologo online che gestisce il servizio.
Nel paragrafo precedente ci siamo concentrati sulla rete di psichiatri che verrà inserita all’interno del progetto di psicologo-online24.it., ma la stessa cosa verrà impostata con gli psicologi in studio: non tutti i pazienti si sentono a loro agio nel contesto di seduta psicologica online: obiettivo di psicologo-online24.it è quello di fornire all’utente la possibilità di scegliere tra un ristrettissimo “ventaglio” di psicoterapeuti nel territorio altamente qualificati e specializzati nel trattamento di utenti per le relative fasce di età (età evolutiva bambini, età evolutiva adolescenti, età adulta).
Ma il progetto di salute mentale e benessere psicologico di psicologo-online24.it non si ferma all’ambito della psicoterapia online, della psicoterapia in studio e della psichiatria. Esso si estende anche ad altre preziosissime figure professionali per il benessere psicologico e psicofisico. Nel sito di psicologo-online24.it verranno inserite delle sezioni per professionisti quali nutrizionisti, dietisti, logopedisti e insegnati di yoga.
Queste figure professionali svolgono una funzione preziosissima che si integra con l’attività professionale di psicologo e psicologo online. A seconda delle esigenze dell’utente e delle problematiche emerse in fase di valutazione psicodiagnostica, verrà consigliato l’ausilio di una delle figure professionali precedentemente citate.
Obiettivo finale del servizio di psicologo-online24.it è pertanto quello di creare un centro clinico online per il benessere psicologico che faccia riferimento a professionisti del settore altamente qualificati e attentamente selezionati.

                                                         

 

 

Tra mito e psicopatologia: il fenomeno dell'hikikomori

Articolo scritto da Giusy Evelin Licata

Il fenomeno dell’hikikomori ha origine da un antico mito shintoista
C’è infatti un mito shintoista sulla dea del sole Amaterasu.
Dopo lunghi scontri con il fratello, in segno di protesta la dea del sole Amaterasu si rinchiuse in una
caverna isolandosi dal mondo.
A questo punto, oscurità e morte consumarono il Giappone.
Solo con gli sforzi di milioni di altre divinità, Amaterasu fu attirata fuori dalla caverna e il
mondo tornò alla luce e alla salute.
Sebbene la storia di Amaterasu sia leggenda, oggi in
Giappone una dinamica simile è realtà per moltissimi giovani e adulti che si “sigillano” nelle loro
caverne virtuali: la propria stanza. Essi vengono denominati “hikikomori.”


Origine del termine e caratteristiche della sindrome

“Hikikomori” è un termine giapponese che deriva dal verbo hiku (tirare indietro) e komoru
(ritirarsi).
Il termine hikikomori descrive una particolare sindrome che colpisce giovani e giovanissimi.
Questo termine nasce per definire un fenomeno caratterizzato principalmente da ritiro
sociale (social withdrawal) e una volontaria reclusione dal mondo esterno.
“Stare in disparte, isolarsi” è il significato della parola hikikomori.
Il disturbo, descritto e osservato primariamente in Oriente, ad oggi non è ancora una
diagnosi ufficiale del DSM-5 anche se richiede l’intervento di uno psichiatra o altro
specialista della salute mentale.
Nonostante non esista ancora una definizione ufficiale dell’hikikomori a livello internazionale, il Ministero della Salute giapponese (MHLW) ne dà una precisa descrizione:
“L’Hikikomori è un fenomeno psico-sociologico, una delle sue caratteristiche è il ritiro dalle
attività sociali e il rimanere a casa quasi ogni giorno per più 6 mesi. Ciò si verifica tra bambini, adolescenti e adulti sotto i 30 anni.
Sebbene l’hikikomori sia definito come uno stato non psicotico, è probabile che molti
pazienti con schizofrenia possano “confondersi” in questo gruppo fino a quando non
riceveranno la diagnosi di psicosi.
Sempre il Ministero della Salute giapponese (MHLW) indica alcune
caratteristiche e sintomi specifici di tale sindrome:
-Stile di vita centrato all’interno delle mura domestiche senza alcun accesso a contesti
esterni.
-Nessun interesse verso attività esterne (come frequentare la scuola o avere un lavoro).
-Persistenza del ritiro sociale non inferiore ai sei mesi.
-Nessuna relazione esterna mantenuta con compagni o colleghi di lavoro.
Questa tipologia di sintomi può variare per intensità e
frequenza.

L’ “universo” hikikomori

La vita dei giovani hikikomori si svolge pertanto all’interno della loro casa o camera da letto.
Le uniche interazioni con l’esterno avvengono attraverso internet, attraverso l’utilizzo di chat,
social network e videogame. Gli hikikomori sono caratterizzati dall’evitamento di qualsiasi
tipo di relazione e comunicazione diretta con altri individui.
Come riconoscere un Hikikomori?
In genere gli hikikomori presentano alcune caratteristiche comuni:
-Giovane tra i 14 e i 30 anni
-Estrazione sociale medio-alta
-Di sesso maschile (nel 90% dei casi)
-Storia di abbandono scolastico
-Figlio unico
- Precedenti trattamenti psichiatrici.
-In genere genitori entrambi laureati: spesso uno dei due genitori, in genere il padre, risulta
assente in famiglia e spesso ricopre incarichi dirigenziali.
In base alla diversa intersezione di fattori psicologici, sociali e comportamentali, vi sono tre
differenti tipi di giovani socialmente ritirati:
-Gli ultradipendenti: che crescono in famiglie ultraprotettive in cui non riescono a
raggiungere uno sviluppo psicologico che permetta loro di fidarsi delle persone e di acquisire
autonomia.
-Gli interdipendenti: disfunzionali, che sono il prodotto di dinamiche familiari disadattive
che impediscono ai giovani di imparare le regole sociali di base a casa.
-I controdipendenti: ragazzi che sembrano essere caricati da eccessive aspettative genitoriali e che avvertono notevole pressione nella vita accademica ed educativa o che soffrono di
stress correlato alla carriera lavorativa.
Gli hikikomori presentano in genere un completo e totale isolamento sociale, un rifiuto di rapporti interpersonali non solo esterni ma anche all’interno del
proprio nucleo familiare.
Spesso le interazioni sociali sono nulle anche con i genitori conviventi, le uniche interazioni
sociali con loro si concretizzano nei momenti in cui viene passato il piatto con il pasto
all’interno della stanza da letto.
Spesso gli hikikomori presentano alterazione dei ritmi circadiani. Il disagio psichico può
essere espresso anche attraverso forme di aggressività e scoppi di rabbia.
Inoltre, uno studio recente ha dimostrato come l’hikikomori è associato ad un elevato
rischio di suicidio.
Il fenomeno è stato spesso associato all’internet addiction, ma gli studi mostrano che solo
nel 10% dei casi è stato riscontrato anche questo tipo di dipendenza.
Tra le principali cause dell’hikikomori troviamo:
-Forte disagio all’interno del contesto familiare e sociale.
-Eccessiva interdipendenza fra genitori e figli (lo stile genitoriale iper-protettivo e “soffocante”)
-Forti pressioni psicologiche da parte dei genitori esercitate sui figli.
-Severità del sistema educativo scolastico: il fenomeno dell’hikikomori si sviluppa
solitamente dopo che il giovane ha trascorso un lungo periodo di assenza da scuola.
L’assenteismo scolastico è spesso la prima manifestazione del comportamento di ritiro ed è
spesso un precursore di hikikomori in piena regola (attribuito al 69% dei casi osservati).
-Essere stati vittime di forme gravi di “bullismo scolastico”, una violenza psicologica fatta di
pressioni, derisione e forme di abuso ed esclusione dal gruppo subita da chi non è in grado
di competere all’interno del sistema scolastico, poiché carente di capacità e risorse
comunicative che non lo mettono in grado di interagire in maniera sufficientemente adeguata
e di inserirsi all’interno del gruppo.
-Timidezza, che nella lingua giapponese si traduce con lo stesso termine di vergogna: nel contesto di hikikomori si
esprime in una morbosa paura degli altri.
Da un punto di vista sociologico, invece, si sono indagati soprattutto i fattori legati al
particolare sistema culturale giapponese (basato sul confucianesimo) e all’atteggiamento
di anomia sociale e di rifiuto verso le severe regole morali e sociali su cui si basa la cultura
tradizionale giapponese.
L’ipotesi che ne è scaturita è quindi che questi giovani, pressati dai valori sociali basati
sull’estremo perfezionismo e sulla tendenza a voler sempre primeggiare sia a scuola che al
lavoro, non si sentano all’altezza degli standard loro richiesti e preferiscano quindi
rinchiudersi in casa per evitare di affrontare una realtà quotidiana che avvertono come
opprimente.
Il ragazzo tenderà spontaneamente ad allontanarsi e a rifugiarsi nella propria camera dove è
immune dal sentimento della vergogna, proteggendo loro stessi dal giudizio del mondo esterno.

Il lutto non elaborato come "mostro inquietante": analisi psicologica del film “Babadook”

Articolo scritto da Giusy Evelin Licata

Con questo articolo analizzeremo dal punto di vista psicologico un film che presenta tutta una serie di dinamiche riconducibili al lutto non elaborato e ai suoi risvolti più inquietanti e psicopatologici: The Babadook. The Babadook è un film horror.
In ebraico, ba-badook ha un significato per niente rassicurante: significa “sta arrivando davvero”.
Non è un film “di paura” ma un film “di angoscia” che unisce sensazioni claustrofobiche a terrori mortiferi.
Qual è la trama di questo film?
Non è un film facile, specialmente all’inizio. I due protagonisti sono Amelia e suo figlio di sette anni.
Madre e figlio vivono insieme in un’atmosfera surreale, privata di ogni slancio futuro e incapace di tornare sul passato traumatico.

                                            

Una diade chiusa in un lutto non elaborato

Nella famiglia manca il padre, morto in un incidente stradale mentre portava la moglie all’ospedale per il parto.
La morte del padre è un tabù: Amelia non ne parla da sette anni.
Una sera, durante il solito rito della favola della buonanotte, il figlio presenta alla madre un libro che lei non ha mai visto e che vorrebbe che gli venisse letto: “Babadook”.
Si scopre che Babadook è un'anima nera che aleggia su questa famiglia, sulla diade madre-bambino, tormentandone le notti.
Dapprima Amelia rinnega la realtà del mostro che invece Samuel vede e cerca di allontanare con armi costruite in cantina, la stessa cantina dove gli è proibito andare perché lì ci sono “le cose” del padre defunto.
Sam prova a proteggere la madre dai suoi fantasmi funzionando da figlio “para-lutto”, come lo chiamava Racamier, ergendosi a suo difensore.
Amelia dapprima prova a eliminare fisicamente il libro da casa, libro che però continua a tornare fino a quando lo spirito del Babadook non si impossessa di lei.
Dopo molte resistenze, Amelia cede e Babadook entra e ne cambia la personalità. da donna flebile e spaventata, si trasforma in una vera e propria psicopatica sempre più preda di impulsi omicidi verso il figlio.
La rabbia, le minacce, i rimproveri, le fantasie aggressive verso il figlio escono allo scoperto.
Babadook all’inizio sembra incarnare proprio la fantasia di uccidere il figlio, simbolicamente la “causa” della separazione dal marito.
La vicenda quindi si sposta verso l’esperienza materna della possessione demoniaca.
Amelia ha lasciato entrare, di colpo, il lutto del padre, la sua mancanza.
Qui inizia il lutto, quello sofferto, detto, rappresentabile.
Il Reale entra prepotentemente nella vita di Amelia: il marito è morto.
Il film mostra un’elaborazione traumatica quanto il lutto stesso, quasi una catarsi.

                                                          

Chi è realmente Babadook?

“Se è in una parola o in uno sguardo, non puoi liberarti di Babadook.” Questa frase inquietante della storia trovata da Samuel spiega il significato più profondo del mostro: la depressione.
Babadook è una figura che rappresenta il dolore e la depressione.
Proprio come la malattia mentale che rappresenta, il Babadook può bussare alla porta di ognuno di noi. E quando succede, bisogna affrontarlo.
Amelia riesce a far uscire Babadook e lo blocca nel seminterrato.
Come dice la storia, non puoi liberarti di lui, quindi lei e Samuel sono invece costretti a permettergli di prendere residenza nella loro casa; esso ripara la sua relazione con il figlio.
La madre si confronta con lui, vedendone gli aspetti minacciosi ma non più mortiferi.
Questo è un aspetto che fa luce su come le persone che lottano con le malattie mentali, specialmente la depressione, devono spesso vivere con i loro demoni e le loro difficoltà interiori cercando di tenerli a bada, invece di estinguerli una volta per tutte.
Il lutto può e deve essere sopportato. Sicuramente, il dolore non se ne va.
Babadook si nasconde nella cantina, dove ci sono le “cose” del padre defunto.
Qui Amelia gli porta giorno dopo giorno dei vermi da mangiare. Lo tiene in vita con ciò che sta “sotto terra”. Ogni giorno Amelia si confronta con le angosce che Babadook gli presenta e che ogni giorno la spaventano. Lei è più forte e non crolla. Conferisce a Babadook il suo statuto di defunto che, in quanto lutto, non può essere dimenticato del tutto.
Questa è l’elaborazione nel tempo. Samuel chiede di poter scendere con lei. Amelia risponde con un “no” accogliente; Samuel è ancora piccolo. Adesso la madre può dire al figlio: “Tuo padre è morto ma non è sparito”. Adesso si può dire, se ne può parlare.

Il film, che offre moltissimi spunti alla riflessione clinica, coglie un aspetto su cui molto la psicoanalisi ha indagato: gli effetti catastrofici della non elaborazione del lutto, la paura dell’uomo nero, la nascita, il lutto mai accettato, la patologia mentale e il senso claustrofobico che tutti questi elementi rievocano nell’anima e alla vista.
Il significato di Babadook ruota, non a caso, attorno a questo concetto di domesticazione del male che, al pari di un animale, va educato in modo da apparire agli occhi esterni innocuo e parte integrante della casa o della vita umana in genere.
Nel momento in cui la protagonista riesce ad affrontare le sue paure e a gridare in faccia al mostro, difendendo con le unghie e con i denti il suo bambino, l’essere si indebolisce e si lascia imprigionare.
Dopo questa mossa il mostro non è sparito, semplicemente è stato identificato e adesso è come un animale in gabbia da accudire, nutrire e lasciare in eredità.
Il senso più profondo di Babadook è questo e se qualcuno di voi si sta chiedendo se questa è una storia vera, possiamo ampiamente rispondere di sì: non perché esistano i mostri nelle fattezze rappresentate dalla “settima arte”, bensì perché esistono le nostre paure e se non le affrontiamo esse diventeranno insormontabili, degli “esseri” che si muovono dentro di noi e, nel momento in cui non riusciamo ad ingabbiarli e istruirli, saranno capaci di fagocitare interamente la nostra anima, trasformandosi interamente nel mostro che tanto temiamo.

                                                          

I disturbi di personalità di livello borderline

Nei precedenti articoli sull’argomento abbiamo iniziato a vedere cosa sono i disturbi di personalità (Che cosa sono i disturbi di personalità?) e ad analizzarne i diversi livelli di gravità (Disturbi di personalità: i diversi livelli di gravità).
Come abbiamo potuto notare, prendendo come riferimento il Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM), i disturbi di personalità si collocano lungo un continuum di gravità che va dalla polarità nevrotica a quella borderline. Per quel che concerne l’area nevrotica dei disturbi di personalità, è emerso come tali disturbi presentino principalmente una certa rigidità di fronte alle situazioni di maggiore stress e l’utilizzo di una gamma limitata di difese psichiche per fronteggiare tali sollecitazioni emotive.

                                                 

Caratteristiche dei disturbi di personalità di livello borderline

In questo lavoro concentreremo invece la nostra attenzione sui disturbi di personalità con funzionamento borderline, area del disagio psichico verso cui lo psicologo e lo psicologo online devono approcciarsi in maniera differente rispetto alle personalità nevrotiche. 
I pazienti con disturbo di personalità di livello nevrotico arrivano ad una consultazione dallo psicologo o dallo psicologo online dopo aver formulato una serie di ipotesi sulle proprie criticità e si costruiscono un’idea su come potrebbero superarle. Sovente giungono in psicoterapia con un’opinione abbastanza realistica sulle cause del loro disagio psichico: questo fattore facilita notevolmente la costruzione di una solida alleanza terapeutica con lo psicologo o lo psicologo online.
Solitamente, psicologo e psicologo online si sentono a loro agio con tali pazienti e riescono ad impostare un lavoro terapeutico piuttosto fruttuoso.
Il discorso cambia notevolmente con i pazienti che soffrono di un disturbo di personalità di livello borderline.
Il paziente con questo tipo di disturbi di personalità manifesta spesso problemi a livello relazionale, sul lavoro e nei contesti di intimità affettiva. Dal punto di vista squisitamente sintomatologico, questi pazienti possono presentare vissuti di ansia profonda, angoscia, depressione, predisposizione all’abuso di sostanze, disturbi del comportamento, condotte antisociali, dipendenze da gioco d’azzardo, dal cibo, da internet, sesso compulsivo, ecc. Una vastissima gamma di sintomi.

                                                     

Personalità introversive ed extratensive

Come detto, stiamo parlando di un ampio ventaglio di sintomi che possiamo ravvisare nei soggetti con disturbo di personalità di livello borderline. Ovviamente in ciascun caso di disturbo di personalità ci saranno specifici sintomi (di quelli appena citati) che si manifesteranno, a seconda del tipo di disturbo di personalità di livello borderline che verrà diagnosticato.
In questo tipo di patologie ravvisiamo molto spesso un forte rischio di condotte autolesionistiche, pericolose, sessualmente rischiose, a causa della marcata impulsività che con una certa frequenza si presenta in tali disturbi. Non a caso è stata utilizzata l’espressione “con una certa frequenza”, in quanto esistono anche delle forme più “larvate” e meno esplicite di funzionamento di personalità borderline. Ci sono infatti soggetti con disturbi di personalità di livello borderline più introversi e inibiti (per esempio personalità schizoidi o depressive) che presentano condotte altamente autodistruttive ma che non manifestano quell’impulsività tipica delle personalità borderline con funzionamento più extratensivo (estroverso o drammatico/teatrale). Tali soggetti sono caratterizzati da un cronico sentimento di vuoto o di disperazione, scarso appagamento nella vita sentimentale e lavorativa.
In generale, si può dire comunque che il tratto più caratteristico dei disturbi di personalità con funzionamento borderline è rappresentato da problemi nella regolazione degli affetti che può manifestarsi sia nella polarità più inibita che nella polarità più estroversa.
Nel prossimo articolo sull’argomento ci soffermeremo sui principi terapeutici necessari per psicologo e psicologo online nel trattamento di questi pazienti.

                                                   

Lo yoga: uno strumento prezioso per il benessere psicologico

In alcuni articoli del blog abbiamo analizzato l’importanza della meditazione nell’ambito del benessere e del rilassamento. Oggi ci concentreremo su una ben nota pratica contemplativa con una storia millenaria: lo yoga. Si ritiene che le prime tracce di questa disciplina risalgano addirittura al 3000 a.C. La conferma è data dal fatto che in alcune zone dell’India (per la precisione nell’Indo) sono state trovate alcune piccole statue rappresentanti delle posizioni di yoga. Tali ritrovamenti confermerebbero che alcune pratiche di questa disciplina fossero già note all’epoca.
Ovviamente anche lo yoga ha un legame strettissimo con il benessere psicologico e l’armonia interiore.
Iniziamo a scoprire qualcosa di più di questa affascinante pratica.

                                              

Cenni sulle origini dello yoga

La radice del termine “yui”, che significa “legare insieme”, “tenere stretto”, rimanda ad una serie di tecniche contemplative che hanno l’obiettivo di raggiungere l’unificazione tra l’anima umana e quella divina. In termini più “filosofici” la pratica dello yoga mira alla liberazione del Sé come principio trascendente dell’essere umano.
Sono principalmente due i testi di riferimento della tradizione yoga: le Upanishad e gli Yoga Sutra di Patanjali.
Cosa sono le Upanishad? Il termine rimanda al “sedersi”, allo “stare ai piedi di qualcuno”, con riferimento, nella cultura yoga, all’iniziale rapporto che si viene ad instaurare tra discepolo e maestro.
Upanishad, pertanto, può essere concepito come il gesto della venerazione e della contemplazione, l’approccio ideale per accostarsi a questa antichissima disciplina.
Le Upanishad racchiudono i testi mistici della pratica dello yoga che si sono tramandati nei secoli da maestro a discepolo, di generazione in generazione.
In cosa consistono invece gli Yoga Sutra? Essi rappresentano un insieme di fondamenti che costituiscono un riferimento per una vista all’insegna del rispetto e dell’amore verso se stessi e verso gli altri.
Quest’opera descrive i cosiddetti 8 “anga” dello yoga, ossia quella serie di tappe fondamentali per il raggiungimento della liberazione definitiva. Esse sono: le astinenze (yama), le discipline (niyama), le posizioni del corpo (asana), il ritmo della respirazione (prananyama), l’emancipazione dell’attività sensoriale dagli oggetti esterni (pratyahara), la concentrazione (dharana), la meditazione (dhyana) e infine la tappa ultima, ossia l’illuminazione (samadhi).

                                                       

Yoga e psicologia

È possibile individuare un legame tra yoga e psicologia? Tra yoga e benessere psicologico? Senza dubbio: è importante che lo psicologo e lo psicologo online ne acquisiscano consapevolezza senza che ovviamente si addentrino su tali aspetti con pazienti che praticano questa antica disciplina, non essendo affatto loro competenza. Tuttavia, per psicologo e psicologo online, è importante avere qualche conoscenza di yoga per capire appieno il tipo di percorso un paziente sta praticando con lo yoga (e il significato che il paziente stesso dà a tale disciplina).
Carl Gustav Jung concepisce lo yoga come una disciplina psicologica parlando di un “metodo di igiene psichica in cui l’”emozione fisica”, intesa come sistema di innervazione, si collega all’”emozione spirituale”.
Secondo Jung, lo yoga rappresenterebbe una rappresentazione “plastica” della completezza dell’essere vivente dove lo psichico e il fisico si completano armoniosamente. La disciplina dello yoga sarebbe la strada maestra per fondere corpo e spirito fino a renderlo un’entità indissolubile. Tale pratica favorirebbe una predisposizione psicologica in grado di giungere a intuizioni che trascendono la coscienza.
Lo yoga è una disciplina orientale che ha avuto col tempo grande diffusione nel mondo occidentale, tant’è che successivamente si sono sviluppate diverse tecniche di rilassamento derivanti dallo yoga stesso, una su tutte il training autogeno.