Molto spesso si sente parlare di psicoanalisi o di trattamento psicoanalitico nell’ambito della psicoterapia. Ma che cos’è nello specifico la psicoanalisi?
Passiamo in rassegna la storia di questa importantissima forma di terapia che ha formato tantissimi psicologi e psichiatri.
La psicoanalisi è una disciplina fondata da Sigmund Freud che si pone da un lato come un “corpus” di teorie psicologiche e dall’altro come una tecnica psicoterapeutica.
In questo articolo ci concentreremo sulla tecnica psicologica che prende anche il nome di analisi.
Il termine “analisi” deriva dal greco “análysi che significa “sciogliere”: l’intento di tale disciplina è quello di risolvere la complessità e la conflittualità interiore nei suoi elementi costitutivi e più basilari del soggetto.

                                                 

Definizione di “analisi” e obiettivi

L’analisi può essere definita come una procedura terapeutica con lo scopo di rendere comprensibili le manifestazioni psichiche di un soggetto collegandole ai meccanismi mentali che ne sono alla base.
L’analisi classica, ossia quella che è stata concepita da Sigmund Freud, è principalmente finalizzata al trattamento delle nevrosi, ovvero al trattamento delle sofferenze psichiche meno serie, poiché in questi contesti L’Io del soggetto è sufficientemente strutturato da tollerare gli aspetti più profondi e conflittuali che emergono dal trattamento ed è più in grado di “allearsi” con lo psicologo per tutta la durata dell’analisi. Per le psicosi invece, questo trattamento è meno indicato, o meglio, sono indicati percorsi analitici con caratteristiche differenti, di tipo più supportivo.
Sono molteplici gli obiettivi della psicoanalisi. Innanzitutto essa ha lo scopo di rendere consci i contenuti inconsci di una persona: spesso è proprio a partire dai conflitti inconsci che ha origine un sintomo psichico o un disturbo psicologico. L’altro obiettivo dell’analisi è quello di elaborare le resistenze al trattamento e i sentimenti che il paziente sviluppa nei confronti dello psicologo. A partire dall’analisi dei sentimenti verso il terapeuta, si possono comprendere i modelli relazionali che si sono venuti a creare nel paziente con le figure di riferimento: tali relazioni sono quelle che forgiano la personalità di ciascuno di noi. È a partire dall’analisi di questi sentimenti che ha inizio il percorso trasformativo del paziente.

                                                                

Le “regole del gioco”: il setting psicoanalitico

L’insieme dei sentimenti che il paziente sviluppa nei confronti del terapeuta in analisi prende il nome di transfert. L’analisi del transfert è una delle fasi cruciali del percorso psicoanalitico.
Infine, l’ultimo obiettivo dell’analisi è quello di creare le condizioni migliori per migliorare il funzionamento dell’Io, con evidenti benefici nelle relazioni, nel modo di percepire se stessi e nella qualità della vita.
Ma veniamo ora alla “cornice” che si deve costruire intorno alle sedute di analisi. La seduta psicoanalitica presenta tutta una serie di regole a cui paziente e terapeuta devono attenersi. Questo insieme di regole che scandise le sedute di analisi prende il nome di setting. Il setting è un elemento fondamentale nel percorso psicoanalitico, in quanto dà un contenimento al paziente e ci fornisce delle informazioni preziosissime su come egli si muove in un contesto dove sono fissate alcune regole precise: il modo di rapportarsi ad esse ci comunica moltissimo della struttura di personalità di un individuo. Dopo una serie di colloqui preliminari atti ad inquadrare il funzionamento psichico del paziente e la sua motivazione ad intraprendere un percorso psicologico, si comincia con le sedute di analisi vere e proprie.
Nel prossimo articolo esamineremo le (poche) regole su cui si fondano le sedute psicoanalitiche e da cui si dipana il percorso di crescita del paziente.

                                            

 

 

Il termine “narcisismo” nasce dall’antico mito di Narciso che, contemplando il proprio volto riflesso sull’acqua, si innamorò di tale immagine e annegò nel tentativo di ammirarla troppo da vicino.
Il narcisismo consiste infatti in un amore per la propria immagine. Esso è caratterizzato da un ripiegamento delle attenzioni verso se stessi a discapito degli altri: in pratica si assiste ad una sorta di auto-centratura, il centro dell’interesse diventa se stessi. Tutti noi abbiamo delle componenti narcisistiche che ci permettono di dar nutrimento alla nostra autostima e di ottenere apprezzamento dalle persone che ci stanno accanto. Tuttavia vi sono individui che basano le loro relazioni e il loro vissuto personale sul tratto del narcisismo, con pesanti conseguenze sulla qualità della vita.
In questi casi ci troviamo di fronte al Disturbo Narcisistico di Personalità.

                                         

Il trauma dell’abbandono nell’esperienza narcisistica

Nell’articolo precedente sul narcisismo e sul Disturbo Narcisistico di Personalità (https://www.psicologo-online24.it/blog/cosi-forte-e-cosi-debole-la-personalita-narcisista ) sono state esaminate le caratteristiche principali di questa problematica: esibizionismo, fantasie di onnipotenza, inaccessibilità emotiva, arroganza, superbia e svalutazione delle potenzialità altrui. Esistono tuttavia delle personalità narcisistiche che appaiono chiuse, timide e riservate e che tengono “incastonate” dentro di sé le proprie fantasie di grandezza. In entrambi i casi, comunque, si cela un marcato senso di inadeguatezza, vergogna e fragilità che viene compensato con i tratti narcisistici. Il narcisismo per queste persone diventa un’ “ancora di salvezza” per fronteggiare il profondo vissuto di impotenza provato nella prima infanzia.
Come accennato alla fine del primo articolo sul narcisismo, nonostante la difficoltà delle personalità narcisistiche nel provare sentimenti autentici di perdita e di preoccupazione per l’altro, esse vanno spesso incontro a episodi depressivi. Tuttavia, la depressione di tipo narcisistico è contraddistinta da tremende sensazioni di vuoto, torpore, inconsistenza, impotenza e fragilità.
I soggetti narcisistici hanno dovuto ahimè confrontarsi nell’infanzia con un ambiente familiare né protettivo né supportivo verso la loro profonda dipendenza e il loro bisogno di attenzioni. Pertanto, per la personalità narcisistica, la separazione dalla figura materna diventa perennemente un trauma che fa sentire totalmente inermi. Questo trauma verrà compensato con le fantasie di onnipotenza e grandezza di cui abbiamo già parlato.

                         

Tristezza e abbandono nel narcisismo: la depressione anaclitica

Ma l’ “impronta psichica” di questo trauma dell’abbandono riaffiora da adulti nei soggetti narcisistici sottoforma di depressione: la depressione che caratterizza il Disturbo Narcisistico di Personalità prende il nome di depressione anaclitica.
La depressione anaclitica (o da abbandono) origina nei primi anni di vita e nello specifico durante le prime fasi di differenziazione tra il bambino e la figura di attaccamento (madre, padre o altri caregiver), dove i bisogni di nutrimento fisico e psichico sono fondamentali. Nel soggetto narcisistico, in queste fasi così delicate, qualcosa va storto: si vengono a creare dinamiche che fanno vivere un senso di perdita che genera profondi vissuti di abbandono. Il dolore e il senso di abbandono sono talmente insopportabili da far ricercare immediatamente “sostituti” delle figure di riferimento, con lo scopo sopperire ad un intollerabile senso di vuoto sempre più crescente. Tali sostituti possono essere all’esterno, attraverso relazioni simbiotiche con altri, oppure dentro di Sé tramite quel senso di grandiosità e onnipotenza che intossica la vita di tutti i giorni.
A differenza della classica depressione, contraddistinta da senso di colpa e malinconia, la depressione anaclitica è contraddistinta da opprimenti sensazioni di impotenza, fragilità, vergogna e svuotamento, ma al tempo stesso da desideri fortissimi di essere amati e accuditi.
Tuttavia, mentre nella depressione classica (la depressione introiettiva) i vissuti principali sono il senso di colpa e l’inutilità, così come un senso pervasivo di fallimento, nella depressione anaclitica emergono sensazioni penose di inconsistenza, vergogna, vuoto e irritazione. I soggetti depressi cercano con grande difficoltà di riappropriarsi emotivamente di una persona o di una fase della loro vita che è andata perduta, ma hanno una visione integrata di sé e dell’altro. I soggetti narcisisitici con depressione anaclitica invece non tollerano il presunto “tradimento” dell’altro che ricorda loro il penoso senso di abbandono patito nelle prime relazioni familiari: questo porta a vissuti depressivi accompagnati da intollerabili sensazioni di vuoto, rabbia e irritazione. Sia nella depressione intoiettiva che in quella anaclitica (narcisistica) è presente la componente della rabbia. Tuttavia, nel primo caso la rabbia verrà rivolta verso se stessi, con sentimenti di colpa e inadeguatezza, nel secondo caso la rabbia sarà rivolta verso l’esterno, con conseguenti vissuti di irritazione, ambivalenza e risentimento nei confronti degli altri.
Appare chiaro che dietro il termine “depressione” sottenda un’ampia e complessa gamma di sofferenze psichiche che si differenziano a seconda delle esperienze di vita passate e delle proprie caratteristiche di personalità.

                                                          

 

Con l’introduzione sempre più massiccia degli strumenti tecnologici e delle comunicazioni online, diverse professioni si stano trasformando sempre più. Molte prestazioni professionali possono essere svolte in modalità online. Il mondo cambia e di conseguenza cambia anche il mondo del lavoro. E per quel che riguarda la professione dello psicologo?
Nell’immaginario collettivo la figura dello psicologo è vista esclusivamente nel suo studio a effettuare colloqui di persona con i pazienti.
Tuttavia anche la figura dello psicologo si sta gradualmente adattando ai cambiamenti dati dalla digitalizzazione servendosi sempre di più delle prestazioni psicologiche online. Strumenti quali Skype, Whatsapp, MyFace, ecc. possono risultare davvero utili per rendere più accessibile e dinamico il ruolo dello psicologo.

                                                    

Tipologie di interventi psicologici online

Sono molteplici gli interventi psicologici che si possono offrire online: percorsi di supporto psicologico online, psicoterapie online, consulenze psicologiche online, ecc.
I percorsi di supporto psicologico forniscono un sostegno al soggetto nell’ambito della propria rete familiare e sociale aiutandolo anche nel superamento di fasi delicate legate alla crescita o a cambiamenti nella vita a cui si fa fatica ad adattarsi.
La psicoterapia è invece un qualcosa di più articolato, essa consiste in un processo interpersonale finalizzato a modificare situazioni di sofferenza psichica tramite strumenti squisitamente psicologici con lo scopo di ridurre i sintomi o di modificare la struttura di personalità sofferente.
La consulenza psicologica (o counseling psicologico) è una tipologia di intervento finalizzata al sostegno terapeutico nella decisione con l’obiettivo di creare le condizioni ottimali per avere più autonomia. Questo si può ottenere grazie all’acquisizione di una maggiore consapevolezza riguardo le proprie potenzialità, i propri interessi, le proprie inclinazioni, le proprie motivazioni/aspirazioni, ecc. Tramite il counseling psicologico l’individuo dovrebbe giungere ad una visione di sé e dell’ambiente circostante più realistica e adeguata tenendo conto delle proprie esigenze e delle risorse psicologiche a disposizione.
Quest’ultimo intervento, nell’ambito online, sta iniziando ad avere molteplici sbocchi e a dimostrarsi di grande utilità e immediatezza nella sua fruizione.
Proviamo ad approfondire pertanto il grande tema delle consulenze psicologiche online.

                              

Caratteristiche e benefici del counseling psicologico online

La consulenza psicologica online è un intervento a distanza con l’obiettivo di fornire sostegno all’individuo in un momento di difficoltà, in una fase di profonda sofferenza oppure in una fase di adattamento per ragioni evolutive o per cause legate ad un cambiamento nella propria vita. Ovviamente, il tutto viene svolto in modalità online.
Ci sono situazioni in cui una persona è impossibilitata ad avere un colloquio di consulenza psicologica in studio in tempi brevi per svariati motivi: limitazioni fisiche per raggiungere lo studio, la lontananza prolungata dal paese d’origine, aspetti di personalità che inibiscono dal presentarsi in studio da uno psicologo, ecc. In contesti del genere la consulenza psicologica online rappresenta un aiuto importante.
Rispetto alla consulenza psicologica in studio, il punto di forza di quella online è data dal fatto che ci si può avvalere di molteplici strumenti per effettuarla: tramite Skype oppure tramite mail oppure ancora tramite chat. Ovviamente la modalità in videoconferenza via Skype consente di effettuare una consulenza psicologica più accurata che presenta le stesse caratteristiche della consulenza psicologica in studio.
Diversi studi hanno evidenziato come il counseling psicologico online e i percorsi psicologici online siano efficaci come quelli effettuati in studio, con il vantaggio di essere di accesso più immediato e con una maggiore fruibilità.

                                       

 

 

 

 

Tutti noi ci siamo confrontati nella nostra vita con il meccanismo difensivo della proiezione, ossia quel fenomeno psichico che ci porta a tirare fuori da noi stessi vissuti, sensazioni, emozioni spiacevoli (senza riconoscerle come nostre) attribuendole agli altri.
La proiezione è un meccanismo di difesa che sviluppiamo sin da piccolissimi e ci consente, con lo sviluppo psico-fisico, di riconoscere gradualmente quali esperienze originano dal mondo esterno e quali dal nostro mondo interno. È inoltre un meccanismo difensivo di grande aiuto nei momenti di sollecitazione emotiva o di pericolo, in quanto ci può difendere dalle minacce esterne.
Tuttavia ci sono persone che organizzano la loro esistenza intorno al meccanismo della proiezione.

                                                      

Il funzionamento paranoide: la “trappola” della sospettosità

Quando il proprio funzionamento mentale ruota intorno al meccanismo della proiezione, ci troviamo di fronte al Disturbo Paranoide di Personalità.
Piccola annotazione. È importante tenere a mente che non bisogna trincerarsi dietro rigide categorie diagnostiche nel trattamento del disagio psicologico o psichiatrico: psicologo e psicologo online devono avere ben chiaro questo aspetto. Nel caso per esempio del Disturbo Paranoide di Personalità, ciascun soggetto avrà il suo personalissimo modo di manifestare tale problematica. La diagnosi iniziale serve esclusivamente per capire quale intervento psicologico sia più consono e appropriato per quello specifico disagio. Ovviamente, il trattamento psicologico terrà poi conto dell’esclusività e unicità di ogni individuo nell’esprimere la sua sofferenza mentale.
Il Disturbo Paranoide di Personalità consiste in una condizione duratura e opprimente di sospettosità e diffidenza verso le altre persone: la quasi totalità delle intenzioni del prossimo vengono considerate come malevoli. Sono molteplici le caratteristiche che contraddistinguono questo disturbo e presentano tutte pesanti conseguenze sulla qualità della vita e sulla gestione delle relazioni sociali.
Innanzitutto, la persona paranoide nutre sospetti sul fatto di essere perennemente sfruttato o raggirato: tutti noi possiamo talvolta sospettare cose del genere. Il problema è che in questo tipo di disturbo tali sospetti non hanno un fondamento credibile o non presentano una base sufficiente e sono costanti.
Ma ci sono molti altri aspetti che contraddistinguono questa patologia.

                       

Caratteristiche principali del Disturbo Paranoide di Personalità

Nel funzionamento paranoide insorgono dubbi ingiustificati sulla lealtà e correttezza di amici e conoscenti. Il soggetto paranoide diffida dal confidarsi con gli altri per paura che questi possano utilizzare tali informazioni contro di lui. Egli scorge significati ostili o umilianti in osservazioni o raccomandazioni generando ovviamente tensioni e incomprensioni con l’interlocutore.
Il portare perennemente rancore è un’altra caratteristica fondamentale di questo disturbo: non vengono perdonati insulti, offese e sgarbi.
La personalità paranoide interpreta affermazioni o dichiarazioni degli altri come dei veri e propri attacchi al proprio ruolo e alla propria rispettabilità: a fronte di questi presunti attacchi, egli è pronto a reagire rabbiosamente e ad inveire.
I soggetti paranoidi che hanno una relazione sentimentale sospettano continuamente senza alcun motivo della fedeltà del partner, con pesantissime ripercussioni nella vita di coppia.
Lo stile cognitivo e relazionale delle personalità paranoidi è pertanto rigido e inflessibile: questo porta a ricercare costantemente significati oscuri indicativi di una “verità nascosta”, anche nella situazioni più banali. Questa snervante ricerca comporta un dispendio di energie mentali enorme da parte di questi soggetti e un’iper-attivazione dell’attenzione che si concretizza in un approccio circospetto e guardingo verso chiunque: insomma, una vita davvero difficile.
Questi pazienti tuttavia non sono consapevoli delle loro profonde problematiche, in quanto ritengono di essere sempre dalla parte dalla ragione. Questo rappresenta un vero problema in termini di percorso psicologico, poiché i soggetti paranoidi sono ovviamente molto restii dall’andare in terapia. Nei percorsi psicoterapeutici con i pazienti paranoidi è necessario un lungo e intenso lavoro di costruzione di un rapporto di fiducia, aspetto che è mancato quasi del tutto nella loro storia familiare.

                                         

 

 

Da sempre gli animali da compagnia rappresentano un importantissimo riferimento affettivo per l’essere umano. Ma il loro supporto può andare ben oltre la semplice “compagnia”.
Come già evidenziato in precedenti articoli, la pet-therapy produce notevoli benefici in svariati ambiti del disagio psico-fisico e nelle differenti età evolutive: bambini, anziani, pazienti psichiatrici, pazienti oncologici, pazienti cardiopatici, soggetti con disturbi neurocognitivi possono intraprendere percorsi di supporto davvero straordinari con risultati sorprendenti a livello di benessere psicofisico.
Alla luce delle scoperte più recenti in ambito di pet-therapy, il contatto con animali quali cani, gatti, cavalli, conigli, ecc. genera una stimolazione sensoriale gradevole che produce un’attivazione e modifica dei differenti sistemi del nostro del nostro organismo.

                                                     

I molteplici benefici della Pet-Therapy

Il primo sistema dell’organismo ad attivarsi è quello tattile e propriocettivo che genera le prime reazioni di piacere al contatto con l’animale. Successivamente si attivano il sistema motorio, il sistema limbico e quello endocrino. Tramite la pet-therapy vengono apportate delle modificazioni a livello biologico e neuroendocrino, con conseguente rilascio di endorfine. Le endorfine sono delle specie di “oppioidi naturali” che produce il nostro cervello e che genera una sensazione di benessere e rilassamento. L’azione delle endorfine è infatti simile a quella della morfina. Ecco quindi lo straordinario effetto che produce la vicinanza e l’interazione con un animale utilizzato per la pet-therapy!
Pertanto, grazie al contatto diretto con l’animale si possono attivare vissuti e sensazioni molto gratificanti ma soprattutto competenze emotivo relazionali che in soggetti con problematiche psichiatriche o neurodegenerative sono spesso compromesse. Gli psicologi hanno evidenziato che gli animali utilizzati nella pet therapy svolgono una funzione di “tramite” con gli umani favorendo lo sviluppo delle relazioni sociali e dell’affettività. In tale contesto, i benefici si riscontrano non soltanto nei percorsi di supporto psicologico multidisciplinare ma anche nei percorsi educativi e rieducativi: pensiamo all’utilità della pet-therapy con i bambini oppure con gli anziani affetti da demenza. Proviamo ad entrare un po’ più nello specifico di questi percorsi.

                        

Tipologie di Pet-Therapy

È stato scoperto che diversi interventi di pet-therapy, soprattutto con i cani, presentano una notevole efficacia nel contrastare i problemi comportamentali dei bambini, così come i deficit di attenzione e di apprendimento. La modulazione dell’interazione con l’animale e delle relative componenti impulsive è di importanza fondamentale con bambini che manifestano problemi nella gestione dell’aggressività.
Diversi studi scientifici hanno dimostrato che crescere insieme ad un animale domestico aiuta nello sviluppo della personalità dei bambini accrescendo la fiducia nelle proprie potenzialità, la propria autostima e le capacità di empatizzare con gli altri. Il prendersi cura di un animale in un percorso di pet-therapy contribuisce in maniera significativa al miglioramento del senso di responsabilità, in quanto è necessaria una serie di attenzioni nei confronti dell’animale che pongono il bambino di fronte a impegni e doveri per il benessere del suo “amico a quattro zampe”.
Abbiamo tre grandi tipologie di pet-therapy:
1)Terapie Assistite con gli Animali (TAA): sono interventi che hanno lo scopo di contrastare i disturbi della sfera fisica, psicomotoria, neuro-cognitiva ed emotivo-relazionale. Questo tipo di pet-therapy, coadiuvato da percorsi psicoterapeutici e psicoeducativi, permette un miglioramento delle competenze sociali, emotive e cognitive dei pazienti.
2)Educazione Assistita con Animali (EAA): è un intervento finalizzato a favorire l’inserimento sociale dei soggetti più deboli, persone con disabilità fisiche o psicofisiche.
3)Attività Assistite con gli Animali (AAA): lo scopo di questa tipologia di pet-therapy è il miglioramento della qualità della vita del paziente in generale e il consolidamento di un armonioso rapporto tra uomo e animale.
A seconda del tipo di problematica dell’utente, della sua specifica sensibilità e degli obiettivi terapeutici che si intende raggiungere, si imposterà uno specifico intervento di pet-therapy.

                                           

Tutti noi ci confrontiamo quotidianamente (in maniera più o meno consistente) con una condizione fastidiosa e frustrante che può creare notevoli problemi: l’ansia.
Col termine ansia si apre un vero e proprio “mondo” nell’ambito del disagio psicologico e della psicopatologia. Essa può avere innumerevoli cause, consce e inconsce. Ce ne possono essere di svariati tipi e con molteplici caratteristiche. È ovvio che nessuno di noi vorrebbe confrontarsi con questo stato d’animo così spiacevole, tuttavia, in molti casi, l’ansia rappresenta un “segnale” e come tutti i segnali significa che viene inviato un messaggio: un messaggio a noi stessi che ci comunica che qualcosa non va.

                                          

Le varie tipologie d’ansia

L’ansia è uno stato emotivo con connotazioni negative caratterizzato da un vissuto di attesa, allarme e paura che qualcosa di pericoloso possa verificarsi.
Innanzitutto abbiamo due macro-aree di ansia con cui possiamo confrontarci: 1) l’ansia fisiologica, generata da contesti traumatici o di reale pericolo. In questo caso l’ansia è di vitale importanza in quanto ci consente di attivare comportamenti finalizzati a superare efficacemente la situazione di pericolo reale; 2) l’ansia patologica, quel tipo di ansia che risulta invece sproporzionata allo stimolo fonte di ansia: questo significa che ci sono altre cause, ben più profonde, che generano tale stato d’animo spiacevole. Nell’ansia patologica, oltre allo stato di attesa snervante, possono essere presenti altri sintomi di natura più somatica, quali tachicardia, difficoltà a respirare, tremori, sudorazione eccessiva, secchezza della bocca, disturbi intestinali, ecc.
Nell’ambito dell’ansia patologica abbiamo svariati tipi di ansia. Esaminiamo i principali:
L’ansia generalizzata è quello stato ansioso non particolarmente intenso ma persistente nel tempo, generalmente collegato ad eventi di vita o attività quotidiane del soggetto ansioso.
L’ansia anticipatoria è invece uno stato di allarme smisurato che precede un evento specifico, per esempio un’interrogazione, un importante appuntamento di lavoro, un esame, una visita, un intervento chirurgico, ecc.
Ma ci sono altri tipi di ansia.

                                                 

Altre tipologie d’ansia e approcci terapeutici

Abbiamo poi l’ansia libera che consiste in uno stato di terrore generalizzato senza un riferimento specifico e senza alcun legame con idee o preoccupazioni.
L’ansia organica: una condizione di allarme e attivazione particolarmente spiacevole che insorge a seguito di problematiche fisiche gravi (infarto, ischemia, ecc.,)
L’attacco di panico: uno stato di ansia breve ma tremendamente acuto, serio, in grado di destabilizzare in maniera considerevole l’equilibrio psichico del soggetto. Tale condizione si concretizza in un pesante vissuto di angoscia che induce ad un vissuto di pericolo o morte imminente con conseguenti richieste di aiuto presso pronto soccorso o presidi sanitari.
La fobia consiste invece in una duratura, esagerata e immotivata paura per cose, persone, animali, situazioni: una paura di cui il soggetto non riesce a liberarsi e che lo porta a mettere in atto condotte di evitamento, con pesanti conseguenze nella vita sociale e lavorativa.
Lavorare psicologicamente sull’ansia è di importanza fondamentale. Il trattamento farmacologico da solo non basta, anzi, alla lunga rischia di creare problemi di assuefazione alle benzodiazepine.
È necessario un percorso psicoterapeutico che lavori su un doppio binario: 1) da un lato lavorare sulle origini profonde dell’ansia cercando di elaborarle e di cambiare aspetti della propria vita che hanno generato i problemi ansiosi; 2) dall’altro lavorare su una re-interpretazione positiva dell’ansia al fine di trasformarla in energia e motivazione nelle situazioni quotidiane e re-indirizzarla in attività costruttive e produttive.
Il trattamento dell’ansia richiede pazienza, in quanto lavorare sul cambiamento di aspetti conflittuali di Sé radicati nel tempo non può essere cosa facile né risolvibile in poche sedute.
Nel prossimo articolo ci concentreremo su uno specifico approccio terapeutico all’ansia.

                                                                 

 

 

Molte persone presentano dei tratti di personalità improntati alla precisione e al perfezionismo. È una caratteristica che può sortire effetti benefici, per esempio in ambito lavorativo, nello svolgimento di attività e nella gestione della propria quotidianità.
Tuttavia ci sono delle situazioni in cui la tendenza alla precisione e alla scrupolosità diventa qualcosa di eccessivo che alla lunga sfugge di mano, fino a generare dei problemi più o meno seri a livello di relazioni con gli altri e nella gestione della vita familiare. In questi casi il perfezionismo diventa l’unico elemento organizzante della propria esistenza. La conseguenza di un approccio del genere sarà un marcato irrigidimento della personalità intorno a questo tratto. Ecco che ci troviamo di fronte al Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità.

                                               

Differenze tra il Disturbo Ossessivo e il Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità

Innanzitutto è importante fare una distinzione tra due disturbi col nome quasi identico ma diversi tra loro: il disturbo ossessivo-compulsivo e il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità.
Come descritto nell’articolo dedicato a tale problematica (https://www.psicologo-online24.it/blog/la-mente-assediata-il-disturbo-ossessivo-compulsivo), nel disturbo ossessivo-compulsivo la persona è tormentata da pensieri ricorrenti dal contenuto negativo. Per difendersi da queste ossessioni il soggetto ossessivo-compulsivo esegue dei rituali che alleviano l’angoscia generata da questi pensieri ossessivi: le compulsioni. Questi sintomi sono vissuti dal paziente come qualcosa di spiacevole e di estraneo a sé: egli soffre molto per la presenza di tali ossessioni e compulsioni. Nei colloqui con lo psicologo e con lo psicologo online, questa difficoltà nella gestione dei sintomi emerge in maniera palese e il paziente ossessivo compulsivo esprime il desiderio di liberarsene.
Nel disturbo ossessivo compulsivo di personalità, invece, il paziente non prova affatto disagio per i suoi sintomi di perfezionismo e ossessione per la precisione! Anzi, essi vengono spesso considerati come dei veri e propri punti di forza. Questo in parte può essere vero, in quanto tali tratti di precisione e perfezionismo permettono talvolta di ottenere ottimi risultati in diversi ambiti professionali. Tuttavia, il successo nel campo del lavoro viene spesso pagato “a caro prezzo” da questi individui: familiari, amici e persone care si trovano in grande difficoltà a relazionarsi, in quanto la loro puntigliosità rende quasi impossibile una convivenza serena e lo spazio per gli affetti e il coinvolgimento emotivo è alquanto ridotto.
Analizziamo ora le caratteristiche principali di questo disturbo.

                                                                  

Caratteristiche del Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità

Il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità può essere definito come una condizione di perenne e dilagante preoccupazione per l’ordine, il perfezionismo, il controllo mentale e relazionale.
Solitamente questo disturbo insorge nelle prime fasi dell’età adulta e presenta molteplici caratteristiche.
Innanzitutto si riscontra un’attenzione maniacale per le regole, i particolari, l’ordine, la pulizia, gli schemi e l’organizzazione mentale. L’attenzione per questi aspetti è talmente assillante che questi individui tendono a perdere l’obiettivo finale della loro attività: insomma tendono spesso a “perdersi in un bicchiere d’acqua”.
In molte circostanze emerge un perfezionismo portato agli estremi che diventa dannoso, in quanto non consente di portare a termine i compiti. Questo ovviamente interferisce con la realizzazione di progetti perché ci sarà sempre qualche dettaglio che andrà corretto.
I pazienti con Disturbo Ossessivo di Personalità manifestano un attaccamento al lavoro tale da compromettere le altre aree della loro vita: amicizie, hobbies, vita familiare, ecc.
Un altro ambito problematico per questi soggetti è quello della rigidità: essi si dimostrano eccessivamente zelanti, rigorosi e inflessibili in termini di etica e morale.
È possibile ravvisare in questo disturbo di personalità una profonda difficoltà a buttare via oggetti usati che non servono più, anche quando non presentano alcun valore affettivo, oltre ad una marcata avarizia.
La conseguenza di tutto ciò è uno stile cognitivo ed affettivo inflessibile e intransigente di fronte al quale tali soggetti si trovano perfettamente a loro agio: il problema è che sono le persone che interagiscono con loro a non trovarsi a loro agio con il soggetto affetto da Disturbo Ossessivo Compulsivo di Personalità. Pertanto, i problemi principali saranno a livello relazionale e nel rapporto con le persone significative.
Nel prossimo articolo sull’argomento affronteremo le cause profonde alla base dell’insorgenza di questo complesso disturbo di personalità.

 

 

                                                   

La schizofrenia è uno dei disturbi psichici più gravi nell’ambito della psicopatologia. Fa parte dell’ampia area delle psicosi. Essa consiste in una pesante compromissione dei nessi associativi e dell’affettività che porta ad una notevole alterazione della realtà, con conseguenze negative nelle interazioni sociali e nella percezione di sé.
Nell’insorgenza di questa malattia mentale incidono molteplici fattori. Quelli genetici rivestono un ruolo molto importante, ma anche quelli psicologici e sociali giocano un ruolo decisivo. Ognuno di noi presenta una soglia attivazione per l’insorgenza delle malattie mentali, anche della schizofrenia. La maggior parte delle persone ha una soglia di attivazione per la schizofrenia molto alta.

Che cos’è la schizofrenia?

In una percentuale molto ridotta della popolazione mondiale invece, questa soglia è molto bassa. Pertanto, fattori stressanti, così come dinamiche familiari non adeguate o traumatiche contribuiscono in maniera decisiva allo sviluppo della malattia. La schizofrenia colpisce lo 0,7% della popolazione mondiale.
Schizofrenia in greco significa “mente divisa” ed infatti in questa psicopatologia si assiste ad una vera e propria dissociazione dell’esperienza psichica che porta la persona che ne è affetta ad avvertire un profondo senso di estraniamento e alienazione dall’ambiente circostante.
La schizofrenia è una malattia complessa e articolata che presenta molteplici sintomi che lo psicologo e lo psichiatra devono cogliere tempestivamente per poter fornire l’intervento farmacologico e psicoterapeutico più adeguato.
Per quanto riguarda la sintomatologia, abbiamo tre aree del funzionamento psichico che risultano ampiamente compromesse: il pensiero (compromissione dei nessi associativi), l’affettività e il comportamento (comportamenti bizzarri).
I sintomi a loro volta possono essere suddivisi in sintomi positivi, sintomi negativi e relazioni personali disturbate. Ma in cosa consistono i sintomi positivi e i sintomi negativi?
I sintomi positivi sono il frutto di produzioni patologiche del paziente mentre i sintomi negativi sono sintomi che rimandano alla chiusura del paziente e ad un suo progressivo ritiro sociale. Vi sono diverse tipologie di sintomi positivi e negativi. Analizziamoli.

Sintomi della schizofrenia

I sintomi positivi nell’ambito schizofrenico comprendono i disturbi del contenuto del pensiero, i disturbi della percezione, i disturbi formali del pensiero e le manifestazioni comportamentali.
I disturbi del contenuto del pensiero sono meglio noti come deliri. Il delirio è una falsa credenza su una persona o su una cosa che si basa su prove infondate. Caratteristica di tale fenomeno è la fermissima convinzione con cui tale credenza viene sostenuta dal paziente. Come si può intuire, i deliri hanno delle conseguenze nefaste nelle relazioni interpersonali. Abbiamo diversi tipi di deliri. Eccone alcuni esempi:
- Deliri di persecuzione: la convinzione che qualcuno stia tramando contro il soggetto o che voglia fargli del male, senza che ci sia nessuna prova a sostegno di ciò;
- Deliri di riferimento: l’individuo ritiene che eventi o dichiarazioni facciano riferimento a lui;
- Deliri di veneficio: convinzione che i cibi o le bevande siano avvelenati da qualcuno;
- Deliri erotomanici: il soggetto è convinto erroneamente che un’altra persona sia innamorata di lui.
I disturbi della percezione consistono invece nelle allucinazioni. Le allucinazioni sono percezioni senza oggetto, ossia si vedono, si sentono o si percepiscono cose che in realtà non ci sono. L’allucinazione è una delle esperienze psichiche più angoscianti e disorientanti che si possano vivere è ha ovviamente delle pesanti conseguenze nella qualità della vita e delle relazioni interpersonali.
Abbiano diversi tipi di allucinazioni. Ecco i principali:
- Allucinazioni uditive: sono le più frequenti nella schizofrenia e consistono nel sentire delle voci. Abbiamo tre tipi di voci: voci dialoganti (che parlano tra di loro), voci commentanti (che fanno dei commenti sul soggetto), voci esortative. Le voci esortative sono quelle più pericolose perché ordinano al soggetto di fare delle cose, talvolta delle azioni aggressive;
- Allucinazioni visive: consistono nel vedere cose o persone che non ci sono. Sono più rare nell’ambito schizofrenico essendo più frequenti nei gravi disturbi neurologici;
- Allucinazioni olfattive: sentire odori che non ci sono;
- Allucinazioni cenestesiche: l’individuo percepisce un’alterazione del proprio corpo e delle proprie sensazioni corporee.
Nei prossimi articoli sull’argomento approfondiremo gli altri sintomi caratteristici di questo complesso e articolato disturbo, oltre alle dinamiche psicologiche alla base di questa psicopatologia, aspetti che lo psicologo e lo psichiatra devono avere ben chiari per impostare il percorso psicoterapeutico più efficace, da associare ovviamente ad una terapia farmacologica.

 

Il disturbo borderline di personalità va a toccare un’area di disagio psichico molto ampia, di fronte alla quale psicologi e psicoterapeuti si confrontano da decenni lavorando su approcci terapeutici sempre più mirati e specifici. Lo psicologo e lo psicologo online devono fare molta attenzione alla diagnosi di questo disturbo, in quanto intraprendere un percorso psicologico sbagliato con un paziente borderline porterà a conseguenze disastrose, con relativo abbandono della psicoterapia o della psicoterapia online.
Nel precedente lavoro sull’argomento abbiamo analizzato le caratteristiche generali del disturbo borderline di personalità. Oggi ci concentreremo su un’area molto delicata del funzionamento borderline: l’affettività. E nello specifico, il cronico sentimento di vuoto.

                                                 

Il senso di vuoto: un’altra “coloritura” della depressione

Come già accennato, il disturbo borderline di personalità è contraddistinto da una marcata instabilità nelle relazioni interpersonali, nell’immagine di sé e nell’affettività, oltre ad una forte impulsività.
Iniziamo dunque ad analizzare l’emotività borderline.
Uno degli elementi cardine dell’affettività borderline è data dalla presenza di vissuti depressivi. Tant’è che talvolta le manifestazioni di tristezza delle persone con disturbo borderline di personalità possono essere confuse con una depressione vera e propria. Ma ci sono delle notevoli differenze.
Nella depressione classica l’alterazione dell’umore si manifesta con la profonda difficoltà ad avere risonanza affettiva (quando il disturbo è attenuato) oppure con tristezza profonda, dolore psichico, disperazione, perdita di piacere (quando il disturbo è più grave). Questi pazienti vanno incontro ad un pesante abbattimento della propria autostima, associata a sentimenti di colpa, autosvalutazione e autoaccuse. In questo contesto la rabbia è rivolta verso l’interno, verso se stessi: è molto raro che l’ostilità sia rivolta verso l’esterno. Nei pazienti borderline invece l’ostilità verso l’esterno è molto presente, così come è poco presente il senso di colpa.
Eppure anche la persona con funzionamento borderline presenta delle manifestazioni di depressione! Tuttavia questi vissuti depressivi sono contraddistinti da un cronico sentimento di vuoto. Il senso di vuoto che avvertono questi pazienti non è un qualcosa di transitorio bensì un vissuto stabile che non è influenzato da eventi specifici.
Tale sensazione può esprimersi in molteplici forme: può concretizzarsi in un senso di estraniamento dagli altri oppure nella sensazione di non essere in grado di volere bene a nessuno. Ma c’è dell’altro.

                                                 


Depressione anaclitica e vissuti di abbandono

Queste sensazioni di vuoto interiore sono spesso accompagnate da vissuti di non autenticità, falso sé e distacco dalla realtà che portano a ricorrenti esperienze di noia e frustrazione.
Pertanto, anche con gli individui borderline possiamo parlare di depressione ma si tratta di un altro tipo di depressione che prende il nome di depressione “anaclitica”. Cosa significa? Significa semplicemente che la persona che soffre di questo disagio avverte il costante bisogno di avere un appoggio esterno, di avere una persona concreta che funga da supporto in grado di confermargli perennemente che “esiste”. Questo succede perché l’individuo borderline non è riuscito a interiorizzare delle figure di riferimento adeguate. Tale mancanza lo induce a non accettare la solitudine, la frustrazione e le difficoltà quotidiane. Questo spiega perché il soggetto borderline non tolleri l’assenza di una persona di riferimento e faccia di tutto per tenerla sempre “attaccata a sé”, per esempio con atteggiamenti manipolatori, con provocazioni oppure con comportamenti inadeguati. Il “dramma” dei soggetti borderline è dato dal fatto che senza gli altri non sono in grado di avere un minimo di fiducia in se stessi sentendosi svuotati e soli. In tal modo riproducono il “trauma” dell’abbandono che hanno vissuto nei primi stadi della loro infanzia.
La depressione di un paziente borderline si può differenziare quindi da quella di un soggetto depresso per un pressante e continuativo senso di solitudine.
Pertanto, in un percorso psicoterapeutico, lo psicologo e lo psicologo online dovranno muoversi in maniera differente con questi due tipi di depressione. Nella depressione classica sarà fondamentale instaurare un rapporto emotivamente “caldo” e coinvolgente, per poi approfondire le cause del senso di colpa e dei vissuti di autosvalutazione. Nella depressione borderline, invece, sarà importante lavorare sui “confini” e sulle regole dei rapporti tra terapeuta e paziente che il soggetto borderline tenderà sempre a violare per ridurre le distanze dallo psicologo, onde evitare quel tremendo senso di abbandono che accompagna tristemente la sua esistenza. A partire da ciò, inizierà la lunga e complessa “sfida” del percorso psicoterapeutico col paziente borderline.

                                            

 

 

Come già evidenziato nel precedente lavoro, l’attaccamento consiste in quella predisposizione dell’essere umano, quando piccolo, a ricercare e ottenere protezione e accudimento dalle figure genitoriali, soprattutto nelle condizioni di pericolo o di maggiore fragilità.
Abbiamo potuto notare anche come le dinamiche dell’attaccamento abbiano un ruolo chiave per quel che concerne la sopravvivenza psichica del “cucciolo d’uomo”. Infatti, in base al tipo di dinamica di attaccamento che si verrà ad instaurare tra genitore e figlio, si strutturerà una specifica organizzazione di personalità in età adulta. Infine, si è riscontrato come il tipo di risposta di accudimento fornita dal genitore andrà ad incidere sullo stile di attaccamento che il bambino svilupperà col passare del tempo. La teoria dell’attaccamento ha dato origine a moltissime ricerche empiriche sugli stili di attaccamento che si possono strutturare nelle prime interazioni tra genitore e bambino. In questo articolo approfondiremo la cosiddetta Strange Situation e i relativi modelli di attaccamento che si sono individuati.

                                                                           

La Strange Situation: come vive il bambino la separazione?

Il comportamento di attaccamento nel corso dei primi due anni di vita del bambino è stato analizzato in un esperimento di osservazione empirica che ci ha fornito preziosissime informazioni su come il rapporto tra madre e bambino nelle primissime fasi di sviluppo vada ad influenzare le successive interazioni del bambino con le figure di riferimento e con l’ambiente circostante. Questo esperimento prende il nome di Strange Situation.
Il bambino, in età compresa tra i 12 e i 18 mesi, viene introdotto in una stanza da lui mai vista in compagnia di uno dei suoi genitori. In questa stanza il genitore e il piccolo vengono ricevuti da un estraneo e si intrattengono per un po’ di tempo. Dopo qualche minuto, il genitore si assenta dalla stanza e rimangono l’estraneo e il bambino. A questo punto si osservano le reazioni del piccolo alla separazione momentanea dalla figura di riferimento. Una volta passati al massimo tre minuti, il genitore torna all’interno della stanza e si analizza a questo punto la reazione del bambino al momento del ricongiungimento. Secondo la teoria dell’attaccamento, infatti, il momento della separazione dal genitore innesca il comportamento di attaccamento mentre la fase del ricongiungimento lo arresta. Il tipo di comportamento messo in atto dal bambino al momento della separazione dalla figura di riferimento ci informa sullo stile di attaccamento che ha sviluppato il bambino, aspetto che influenzerà il suo futuro funzionamento psichico e le sue modalità relazionali col mondo esterno. Analizziamo le differenti tipologie di comportamento.

                                                              

I 4 stili di attaccamento che il bambino può sviluppare

Ci sono bambini che reagiscono alla separazione dalla figura di attaccamento con apparente freddezza e indifferenza. Tuttavia, tale freddezza è davvero soltanto apparente, in quanto la frequenza cardiaca del bambino in tali fasi aumenta manifestando pertanto una forte attivazione dal punto di vista emotivo: in pratica il bambino non è affatto indifferente all’allontanamento del genitore! Successivamente, al momento del ricongiungimento, non soltanto continuano a dimostrare indifferenza per l’accaduto ma cercano pure di evitare il contatto e la vicinanza fisica ed affettiva col genitore. Questo stile di attaccamento prende il nome di “modello A”, in quanto è stato il primo stile di attaccamento ad essere individuato e viene anche definito stile “ansioso-evitante”
Lo stile di attaccamento di “tipo B” è invece tipico di bambini che protestano in maniera decisa e veemente al momento della separazione e che cercano in maniera attiva il genitore nel corso della sua assenza e si placano facilmente al momento del ricongiungimento. Questo tipo di risposta viene anche definito “sicuro”, poiché il bambino dimostra di essere sicuro sia nella fase di ricerca del genitore sia nel momento in cui riceve vicinanza emotiva quando il genitore ritorna da lui.
Altri bambini, come quelli dello stile di attaccamento di tipo B, protestano con grande intensità durante la fase di separazione. Tuttavia continuano a protestare anche al momento del ricongiungimento, nonostante i tentativi del genitore di calmarlo e stargli vicino. Questo modello di attaccamento, indicato con la lettera C, prende anche il nome attaccamento “ambivalente” o “ansioso-resistente”.
Il quarto e ultimo stile di attaccamento, contrassegnato con la lettera D, presenta una marcata disorganizzazione del comportamento da parte del bambino che, sia di fronte alla separazione che di fronte al ricongiungimento, rispondono con atteggiamenti contraddittori e disorientanti.
Questo tipo di modello di attaccamento prende anche il nome di stile disorganizzato.
In una prospettiva psicopatologica e di strutturazione di personalità, i bambini con stile di attaccamento sicuro tenderanno ad avere una percorso di crescita psichica relativamente adeguato. I bambini con attaccamento di tipo ansioso-evitante avranno maggiore probabilità a sviluppare disturbi depressivi, i bambini con attaccamento ansioso resistente tenderanno a manifestare disturbi di natura ansiosa, mentre i bambini con attaccamento disorganizzato disturbi psicotici o gravi disturbi di personalità.

                                                                             

 

 

 

 

Internet offre agli psicoterapeuti un mezzo di comunicazione straordinario e innovativo attraverso il quale fornire interventi psicologici e psicoterapici mirati. Tuttavia la psicoterapia online offre anche nuove sfide etiche per gli psicologi interessati a fornire percorsi psicologici online. Ci sono ovviamente delle differenze nella gestione del setting tra psicoterapia in studio e psicoterapia online. Così come alcune differenze si possono riscontrare tra la comunicazione basata sul testo (mail interattive, chat, ecc.) oppure tramite Skype e la comunicazione verbale di persona.
Tutto ciò rappresenta un’importante sfida sia dal punto di vista etico che dal punto di vista metodologico per il futuro della professione dello psicologo online.

                                           

 

Il ruolo del testo scritto in psicoterapia: il supporto di emoticon ed emoji

In questo articolo ci concentreremo principalmente sul ruolo della comunicazione testuale (mail interattive, mail di supporto, chat) nei servizi di consulenza e counseling online.
La comunicazione interattiva basata su testo implica inevitabilmente la perdita di segnali non verbali che forniscono preziose informazioni contestuali nella conversazione e possono influenzare l'interpretazione del significato nel colloquio psicologico. Pertanto, le incomprensioni e i fraintendimenti possono essere più probabili con le comunicazioni interattive via chat o email. La perdita di segnali sociali fisici può anche aumentare la tendenza del paziente a proiettare materiale psicologico personale sul vuoto della comunicazione data dai tempi di attesa di risposta nello scambio di chat o e-mail. Questa tendenza accresciuta verso la proiezione di materiale personale nella comunicazione testuale può essere utile in alcune forme di interventi psicoterapici e può offrire vantaggi distinti rispetto alla comunicazione di persona. Dall’altro lato, con altri tipi di pazienti, può rappresentare un potenziale rischio a livello di comunicazione. Può esserci un maggior rischio di “misunderstanding” e fraintendimenti.
All’assenza del linguaggio del corpo nella comunicazione tra psicologo online e paziente in chat e e-mail (aspetto fondamentale nell’ambito di un percorso psicologico) possono venire in aiuto le famose emoji, ormai diventate elemento portante del linguaggio testuale e delle comunicazioni tramite chat.

                                                   

 

Chat e e-mail nel setting di un percorso psicologico

Le emoji sono delle immagini utilizzate per sostituire le parole che rappresentano con esattezza il significato dei vocaboli. Esse sono un’evoluzione delle emoticon.
L’emoticon è invece una rappresentazione grafica che è il frutto di soli elementi di testo, per esempio punti, virgole, due punti, punto e virgole e qualsiasi altro elemento dell’alfabeto. Anche esse ovviamente rimandano a stati d’animo come le emoji ma sono meno efficaci rispetto a queste ultime. Attraverso l’integrazione delle emoji la comunicazione può risultare più efficace e possono passare anche in maniera altrettanto efficace emozioni e vissuti.
Ovviamente NON può essere impostata una psicoterapia online esclusivamente tramite chat o e-mail. Questi strumenti possono rappresentare tuttavia una preziosa integrazione.
Chat e e-mail risultano dei preziosi strumenti di integrazione per la psicoterapia online ma anche per la classica psicoterapia in studio. Essi consentono al paziente di continuare il processo terapeutico tra una sessione e l’altra. Per esempio, lo psicologo e lo psicologo online possono proporre determinati compiti di scrittura al cliente, quali diari, considerazioni e riflessioni scritte, disegni, ecc. che possono essere inviati via e-mail o via chat al terapeuta tra una seduta e l’altra. Le questioni sollevate via chat o via e-mail possono poi essere affrontate durante la seduta successiva.. Alcune persone potrebbero sentirsi più a loro agio nel rivelare specifici contenuti tramite tali modalità di comunicazione online. Alcuni pazienti potrebbero utilizzare la comunicazione via chat o e-mail per trattare questioni molto delicate, come esperienze passate di abuso, inizialmente di difficile gestione nelle sedute psicoterapeutiche “vis à vis”. Ovviamente ogni paziente fa “storia a sé” e questo tipo di strumento di comunicazione va valutato accuratamente a seconda della situazione che ci si trova di fronte. Le modalità di utilizzo di chat e e-mail nei percorsi di psicoterapia e psicoterapia online andranno poi concordate in maniera chiara e precisa tra psicologo e paziente e inserite in un preciso contesto di setting psicologico.