Tutti noi ci confrontiamo quotidianamente (in maniera più o meno consistente) con una condizione fastidiosa e frustrante che può creare notevoli problemi: l’ansia.
Col termine ansia si apre un vero e proprio “mondo” nell’ambito del disagio psicologico e della psicopatologia. Essa può avere innumerevoli cause, consce e inconsce. Ce ne possono essere di svariati tipi e con molteplici caratteristiche. È ovvio che nessuno di noi vorrebbe confrontarsi con questo stato d’animo così spiacevole, tuttavia, in molti casi, l’ansia rappresenta un “segnale” e come tutti i segnali significa che viene inviato un messaggio: un messaggio a noi stessi che ci comunica che qualcosa non va.

                                          

Le varie tipologie d’ansia

L’ansia è uno stato emotivo con connotazioni negative caratterizzato da un vissuto di attesa, allarme e paura che qualcosa di pericoloso possa verificarsi.
Innanzitutto abbiamo due macro-aree di ansia con cui possiamo confrontarci: 1) l’ansia fisiologica, generata da contesti traumatici o di reale pericolo. In questo caso l’ansia è di vitale importanza in quanto ci consente di attivare comportamenti finalizzati a superare efficacemente la situazione di pericolo reale; 2) l’ansia patologica, quel tipo di ansia che risulta invece sproporzionata allo stimolo fonte di ansia: questo significa che ci sono altre cause, ben più profonde, che generano tale stato d’animo spiacevole. Nell’ansia patologica, oltre allo stato di attesa snervante, possono essere presenti altri sintomi di natura più somatica, quali tachicardia, difficoltà a respirare, tremori, sudorazione eccessiva, secchezza della bocca, disturbi intestinali, ecc.
Nell’ambito dell’ansia patologica abbiamo svariati tipi di ansia. Esaminiamo i principali:
L’ansia generalizzata è quello stato ansioso non particolarmente intenso ma persistente nel tempo, generalmente collegato ad eventi di vita o attività quotidiane del soggetto ansioso.
L’ansia anticipatoria è invece uno stato di allarme smisurato che precede un evento specifico, per esempio un’interrogazione, un importante appuntamento di lavoro, un esame, una visita, un intervento chirurgico, ecc.
Ma ci sono altri tipi di ansia.

                                                 

Altre tipologie d’ansia e approcci terapeutici

Abbiamo poi l’ansia libera che consiste in uno stato di terrore generalizzato senza un riferimento specifico e senza alcun legame con idee o preoccupazioni.
L’ansia organica: una condizione di allarme e attivazione particolarmente spiacevole che insorge a seguito di problematiche fisiche gravi (infarto, ischemia, ecc.,)
L’attacco di panico: uno stato di ansia breve ma tremendamente acuto, serio, in grado di destabilizzare in maniera considerevole l’equilibrio psichico del soggetto. Tale condizione si concretizza in un pesante vissuto di angoscia che induce ad un vissuto di pericolo o morte imminente con conseguenti richieste di aiuto presso pronto soccorso o presidi sanitari.
La fobia consiste invece in una duratura, esagerata e immotivata paura per cose, persone, animali, situazioni: una paura di cui il soggetto non riesce a liberarsi e che lo porta a mettere in atto condotte di evitamento, con pesanti conseguenze nella vita sociale e lavorativa.
Lavorare psicologicamente sull’ansia è di importanza fondamentale. Il trattamento farmacologico da solo non basta, anzi, alla lunga rischia di creare problemi di assuefazione alle benzodiazepine.
È necessario un percorso psicoterapeutico che lavori su un doppio binario: 1) da un lato lavorare sulle origini profonde dell’ansia cercando di elaborarle e di cambiare aspetti della propria vita che hanno generato i problemi ansiosi; 2) dall’altro lavorare su una re-interpretazione positiva dell’ansia al fine di trasformarla in energia e motivazione nelle situazioni quotidiane e re-indirizzarla in attività costruttive e produttive.
Il trattamento dell’ansia richiede pazienza, in quanto lavorare sul cambiamento di aspetti conflittuali di Sé radicati nel tempo non può essere cosa facile né risolvibile in poche sedute.
Nel prossimo articolo ci concentreremo su uno specifico approccio terapeutico all’ansia.

                                                                 

 

 

Molte persone presentano dei tratti di personalità improntati alla precisione e al perfezionismo. È una caratteristica che può sortire effetti benefici, per esempio in ambito lavorativo, nello svolgimento di attività e nella gestione della propria quotidianità.
Tuttavia ci sono delle situazioni in cui la tendenza alla precisione e alla scrupolosità diventa qualcosa di eccessivo che alla lunga sfugge di mano, fino a generare dei problemi più o meno seri a livello di relazioni con gli altri e nella gestione della vita familiare. In questi casi il perfezionismo diventa l’unico elemento organizzante della propria esistenza. La conseguenza di un approccio del genere sarà un marcato irrigidimento della personalità intorno a questo tratto. Ecco che ci troviamo di fronte al Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità.

                                               

Differenze tra il Disturbo Ossessivo e il Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità

Innanzitutto è importante fare una distinzione tra due disturbi col nome quasi identico ma diversi tra loro: il disturbo ossessivo-compulsivo e il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità.
Come descritto nell’articolo dedicato a tale problematica (https://www.psicologo-online24.it/blog/la-mente-assediata-il-disturbo-ossessivo-compulsivo), nel disturbo ossessivo-compulsivo la persona è tormentata da pensieri ricorrenti dal contenuto negativo. Per difendersi da queste ossessioni il soggetto ossessivo-compulsivo esegue dei rituali che alleviano l’angoscia generata da questi pensieri ossessivi: le compulsioni. Questi sintomi sono vissuti dal paziente come qualcosa di spiacevole e di estraneo a sé: egli soffre molto per la presenza di tali ossessioni e compulsioni. Nei colloqui con lo psicologo e con lo psicologo online, questa difficoltà nella gestione dei sintomi emerge in maniera palese e il paziente ossessivo compulsivo esprime il desiderio di liberarsene.
Nel disturbo ossessivo compulsivo di personalità, invece, il paziente non prova affatto disagio per i suoi sintomi di perfezionismo e ossessione per la precisione! Anzi, essi vengono spesso considerati come dei veri e propri punti di forza. Questo in parte può essere vero, in quanto tali tratti di precisione e perfezionismo permettono talvolta di ottenere ottimi risultati in diversi ambiti professionali. Tuttavia, il successo nel campo del lavoro viene spesso pagato “a caro prezzo” da questi individui: familiari, amici e persone care si trovano in grande difficoltà a relazionarsi, in quanto la loro puntigliosità rende quasi impossibile una convivenza serena e lo spazio per gli affetti e il coinvolgimento emotivo è alquanto ridotto.
Analizziamo ora le caratteristiche principali di questo disturbo.

                                                                  

Caratteristiche del Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità

Il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità può essere definito come una condizione di perenne e dilagante preoccupazione per l’ordine, il perfezionismo, il controllo mentale e relazionale.
Solitamente questo disturbo insorge nelle prime fasi dell’età adulta e presenta molteplici caratteristiche.
Innanzitutto si riscontra un’attenzione maniacale per le regole, i particolari, l’ordine, la pulizia, gli schemi e l’organizzazione mentale. L’attenzione per questi aspetti è talmente assillante che questi individui tendono a perdere l’obiettivo finale della loro attività: insomma tendono spesso a “perdersi in un bicchiere d’acqua”.
In molte circostanze emerge un perfezionismo portato agli estremi che diventa dannoso, in quanto non consente di portare a termine i compiti. Questo ovviamente interferisce con la realizzazione di progetti perché ci sarà sempre qualche dettaglio che andrà corretto.
I pazienti con Disturbo Ossessivo di Personalità manifestano un attaccamento al lavoro tale da compromettere le altre aree della loro vita: amicizie, hobbies, vita familiare, ecc.
Un altro ambito problematico per questi soggetti è quello della rigidità: essi si dimostrano eccessivamente zelanti, rigorosi e inflessibili in termini di etica e morale.
È possibile ravvisare in questo disturbo di personalità una profonda difficoltà a buttare via oggetti usati che non servono più, anche quando non presentano alcun valore affettivo, oltre ad una marcata avarizia.
La conseguenza di tutto ciò è uno stile cognitivo ed affettivo inflessibile e intransigente di fronte al quale tali soggetti si trovano perfettamente a loro agio: il problema è che sono le persone che interagiscono con loro a non trovarsi a loro agio con il soggetto affetto da Disturbo Ossessivo Compulsivo di Personalità. Pertanto, i problemi principali saranno a livello relazionale e nel rapporto con le persone significative.
Nel prossimo articolo sull’argomento affronteremo le cause profonde alla base dell’insorgenza di questo complesso disturbo di personalità.

 

 

                                                   

La schizofrenia è uno dei disturbi psichici più gravi nell’ambito della psicopatologia. Fa parte dell’ampia area delle psicosi. Essa consiste in una pesante compromissione dei nessi associativi e dell’affettività che porta ad una notevole alterazione della realtà, con conseguenze negative nelle interazioni sociali e nella percezione di sé.
Nell’insorgenza di questa malattia mentale incidono molteplici fattori. Quelli genetici rivestono un ruolo molto importante, ma anche quelli psicologici e sociali giocano un ruolo decisivo. Ognuno di noi presenta una soglia attivazione per l’insorgenza delle malattie mentali, anche della schizofrenia. La maggior parte delle persone ha una soglia di attivazione per la schizofrenia molto alta.

Che cos’è la schizofrenia?

In una percentuale molto ridotta della popolazione mondiale invece, questa soglia è molto bassa. Pertanto, fattori stressanti, così come dinamiche familiari non adeguate o traumatiche contribuiscono in maniera decisiva allo sviluppo della malattia. La schizofrenia colpisce lo 0,7% della popolazione mondiale.
Schizofrenia in greco significa “mente divisa” ed infatti in questa psicopatologia si assiste ad una vera e propria dissociazione dell’esperienza psichica che porta la persona che ne è affetta ad avvertire un profondo senso di estraniamento e alienazione dall’ambiente circostante.
La schizofrenia è una malattia complessa e articolata che presenta molteplici sintomi che lo psicologo e lo psichiatra devono cogliere tempestivamente per poter fornire l’intervento farmacologico e psicoterapeutico più adeguato.
Per quanto riguarda la sintomatologia, abbiamo tre aree del funzionamento psichico che risultano ampiamente compromesse: il pensiero (compromissione dei nessi associativi), l’affettività e il comportamento (comportamenti bizzarri).
I sintomi a loro volta possono essere suddivisi in sintomi positivi, sintomi negativi e relazioni personali disturbate. Ma in cosa consistono i sintomi positivi e i sintomi negativi?
I sintomi positivi sono il frutto di produzioni patologiche del paziente mentre i sintomi negativi sono sintomi che rimandano alla chiusura del paziente e ad un suo progressivo ritiro sociale. Vi sono diverse tipologie di sintomi positivi e negativi. Analizziamoli.

Sintomi della schizofrenia

I sintomi positivi nell’ambito schizofrenico comprendono i disturbi del contenuto del pensiero, i disturbi della percezione, i disturbi formali del pensiero e le manifestazioni comportamentali.
I disturbi del contenuto del pensiero sono meglio noti come deliri. Il delirio è una falsa credenza su una persona o su una cosa che si basa su prove infondate. Caratteristica di tale fenomeno è la fermissima convinzione con cui tale credenza viene sostenuta dal paziente. Come si può intuire, i deliri hanno delle conseguenze nefaste nelle relazioni interpersonali. Abbiamo diversi tipi di deliri. Eccone alcuni esempi:
- Deliri di persecuzione: la convinzione che qualcuno stia tramando contro il soggetto o che voglia fargli del male, senza che ci sia nessuna prova a sostegno di ciò;
- Deliri di riferimento: l’individuo ritiene che eventi o dichiarazioni facciano riferimento a lui;
- Deliri di veneficio: convinzione che i cibi o le bevande siano avvelenati da qualcuno;
- Deliri erotomanici: il soggetto è convinto erroneamente che un’altra persona sia innamorata di lui.
I disturbi della percezione consistono invece nelle allucinazioni. Le allucinazioni sono percezioni senza oggetto, ossia si vedono, si sentono o si percepiscono cose che in realtà non ci sono. L’allucinazione è una delle esperienze psichiche più angoscianti e disorientanti che si possano vivere è ha ovviamente delle pesanti conseguenze nella qualità della vita e delle relazioni interpersonali.
Abbiano diversi tipi di allucinazioni. Ecco i principali:
- Allucinazioni uditive: sono le più frequenti nella schizofrenia e consistono nel sentire delle voci. Abbiamo tre tipi di voci: voci dialoganti (che parlano tra di loro), voci commentanti (che fanno dei commenti sul soggetto), voci esortative. Le voci esortative sono quelle più pericolose perché ordinano al soggetto di fare delle cose, talvolta delle azioni aggressive;
- Allucinazioni visive: consistono nel vedere cose o persone che non ci sono. Sono più rare nell’ambito schizofrenico essendo più frequenti nei gravi disturbi neurologici;
- Allucinazioni olfattive: sentire odori che non ci sono;
- Allucinazioni cenestesiche: l’individuo percepisce un’alterazione del proprio corpo e delle proprie sensazioni corporee.
Nei prossimi articoli sull’argomento approfondiremo gli altri sintomi caratteristici di questo complesso e articolato disturbo, oltre alle dinamiche psicologiche alla base di questa psicopatologia, aspetti che lo psicologo e lo psichiatra devono avere ben chiari per impostare il percorso psicoterapeutico più efficace, da associare ovviamente ad una terapia farmacologica.

 

Il disturbo borderline di personalità va a toccare un’area di disagio psichico molto ampia, di fronte alla quale psicologi e psicoterapeuti si confrontano da decenni lavorando su approcci terapeutici sempre più mirati e specifici. Lo psicologo e lo psicologo online devono fare molta attenzione alla diagnosi di questo disturbo, in quanto intraprendere un percorso psicologico sbagliato con un paziente borderline porterà a conseguenze disastrose, con relativo abbandono della psicoterapia o della psicoterapia online.
Nel precedente lavoro sull’argomento abbiamo analizzato le caratteristiche generali del disturbo borderline di personalità. Oggi ci concentreremo su un’area molto delicata del funzionamento borderline: l’affettività. E nello specifico, il cronico sentimento di vuoto.

                                                 

Il senso di vuoto: un’altra “coloritura” della depressione

Come già accennato, il disturbo borderline di personalità è contraddistinto da una marcata instabilità nelle relazioni interpersonali, nell’immagine di sé e nell’affettività, oltre ad una forte impulsività.
Iniziamo dunque ad analizzare l’emotività borderline.
Uno degli elementi cardine dell’affettività borderline è data dalla presenza di vissuti depressivi. Tant’è che talvolta le manifestazioni di tristezza delle persone con disturbo borderline di personalità possono essere confuse con una depressione vera e propria. Ma ci sono delle notevoli differenze.
Nella depressione classica l’alterazione dell’umore si manifesta con la profonda difficoltà ad avere risonanza affettiva (quando il disturbo è attenuato) oppure con tristezza profonda, dolore psichico, disperazione, perdita di piacere (quando il disturbo è più grave). Questi pazienti vanno incontro ad un pesante abbattimento della propria autostima, associata a sentimenti di colpa, autosvalutazione e autoaccuse. In questo contesto la rabbia è rivolta verso l’interno, verso se stessi: è molto raro che l’ostilità sia rivolta verso l’esterno. Nei pazienti borderline invece l’ostilità verso l’esterno è molto presente, così come è poco presente il senso di colpa.
Eppure anche la persona con funzionamento borderline presenta delle manifestazioni di depressione! Tuttavia questi vissuti depressivi sono contraddistinti da un cronico sentimento di vuoto. Il senso di vuoto che avvertono questi pazienti non è un qualcosa di transitorio bensì un vissuto stabile che non è influenzato da eventi specifici.
Tale sensazione può esprimersi in molteplici forme: può concretizzarsi in un senso di estraniamento dagli altri oppure nella sensazione di non essere in grado di volere bene a nessuno. Ma c’è dell’altro.

                                                 


Depressione anaclitica e vissuti di abbandono

Queste sensazioni di vuoto interiore sono spesso accompagnate da vissuti di non autenticità, falso sé e distacco dalla realtà che portano a ricorrenti esperienze di noia e frustrazione.
Pertanto, anche con gli individui borderline possiamo parlare di depressione ma si tratta di un altro tipo di depressione che prende il nome di depressione “anaclitica”. Cosa significa? Significa semplicemente che la persona che soffre di questo disagio avverte il costante bisogno di avere un appoggio esterno, di avere una persona concreta che funga da supporto in grado di confermargli perennemente che “esiste”. Questo succede perché l’individuo borderline non è riuscito a interiorizzare delle figure di riferimento adeguate. Tale mancanza lo induce a non accettare la solitudine, la frustrazione e le difficoltà quotidiane. Questo spiega perché il soggetto borderline non tolleri l’assenza di una persona di riferimento e faccia di tutto per tenerla sempre “attaccata a sé”, per esempio con atteggiamenti manipolatori, con provocazioni oppure con comportamenti inadeguati. Il “dramma” dei soggetti borderline è dato dal fatto che senza gli altri non sono in grado di avere un minimo di fiducia in se stessi sentendosi svuotati e soli. In tal modo riproducono il “trauma” dell’abbandono che hanno vissuto nei primi stadi della loro infanzia.
La depressione di un paziente borderline si può differenziare quindi da quella di un soggetto depresso per un pressante e continuativo senso di solitudine.
Pertanto, in un percorso psicoterapeutico, lo psicologo e lo psicologo online dovranno muoversi in maniera differente con questi due tipi di depressione. Nella depressione classica sarà fondamentale instaurare un rapporto emotivamente “caldo” e coinvolgente, per poi approfondire le cause del senso di colpa e dei vissuti di autosvalutazione. Nella depressione borderline, invece, sarà importante lavorare sui “confini” e sulle regole dei rapporti tra terapeuta e paziente che il soggetto borderline tenderà sempre a violare per ridurre le distanze dallo psicologo, onde evitare quel tremendo senso di abbandono che accompagna tristemente la sua esistenza. A partire da ciò, inizierà la lunga e complessa “sfida” del percorso psicoterapeutico col paziente borderline.

                                            

 

 

Come già evidenziato nel precedente lavoro, l’attaccamento consiste in quella predisposizione dell’essere umano, quando piccolo, a ricercare e ottenere protezione e accudimento dalle figure genitoriali, soprattutto nelle condizioni di pericolo o di maggiore fragilità.
Abbiamo potuto notare anche come le dinamiche dell’attaccamento abbiano un ruolo chiave per quel che concerne la sopravvivenza psichica del “cucciolo d’uomo”. Infatti, in base al tipo di dinamica di attaccamento che si verrà ad instaurare tra genitore e figlio, si strutturerà una specifica organizzazione di personalità in età adulta. Infine, si è riscontrato come il tipo di risposta di accudimento fornita dal genitore andrà ad incidere sullo stile di attaccamento che il bambino svilupperà col passare del tempo. La teoria dell’attaccamento ha dato origine a moltissime ricerche empiriche sugli stili di attaccamento che si possono strutturare nelle prime interazioni tra genitore e bambino. In questo articolo approfondiremo la cosiddetta Strange Situation e i relativi modelli di attaccamento che si sono individuati.

                                                                           

La Strange Situation: come vive il bambino la separazione?

Il comportamento di attaccamento nel corso dei primi due anni di vita del bambino è stato analizzato in un esperimento di osservazione empirica che ci ha fornito preziosissime informazioni su come il rapporto tra madre e bambino nelle primissime fasi di sviluppo vada ad influenzare le successive interazioni del bambino con le figure di riferimento e con l’ambiente circostante. Questo esperimento prende il nome di Strange Situation.
Il bambino, in età compresa tra i 12 e i 18 mesi, viene introdotto in una stanza da lui mai vista in compagnia di uno dei suoi genitori. In questa stanza il genitore e il piccolo vengono ricevuti da un estraneo e si intrattengono per un po’ di tempo. Dopo qualche minuto, il genitore si assenta dalla stanza e rimangono l’estraneo e il bambino. A questo punto si osservano le reazioni del piccolo alla separazione momentanea dalla figura di riferimento. Una volta passati al massimo tre minuti, il genitore torna all’interno della stanza e si analizza a questo punto la reazione del bambino al momento del ricongiungimento. Secondo la teoria dell’attaccamento, infatti, il momento della separazione dal genitore innesca il comportamento di attaccamento mentre la fase del ricongiungimento lo arresta. Il tipo di comportamento messo in atto dal bambino al momento della separazione dalla figura di riferimento ci informa sullo stile di attaccamento che ha sviluppato il bambino, aspetto che influenzerà il suo futuro funzionamento psichico e le sue modalità relazionali col mondo esterno. Analizziamo le differenti tipologie di comportamento.

                                                              

I 4 stili di attaccamento che il bambino può sviluppare

Ci sono bambini che reagiscono alla separazione dalla figura di attaccamento con apparente freddezza e indifferenza. Tuttavia, tale freddezza è davvero soltanto apparente, in quanto la frequenza cardiaca del bambino in tali fasi aumenta manifestando pertanto una forte attivazione dal punto di vista emotivo: in pratica il bambino non è affatto indifferente all’allontanamento del genitore! Successivamente, al momento del ricongiungimento, non soltanto continuano a dimostrare indifferenza per l’accaduto ma cercano pure di evitare il contatto e la vicinanza fisica ed affettiva col genitore. Questo stile di attaccamento prende il nome di “modello A”, in quanto è stato il primo stile di attaccamento ad essere individuato e viene anche definito stile “ansioso-evitante”
Lo stile di attaccamento di “tipo B” è invece tipico di bambini che protestano in maniera decisa e veemente al momento della separazione e che cercano in maniera attiva il genitore nel corso della sua assenza e si placano facilmente al momento del ricongiungimento. Questo tipo di risposta viene anche definito “sicuro”, poiché il bambino dimostra di essere sicuro sia nella fase di ricerca del genitore sia nel momento in cui riceve vicinanza emotiva quando il genitore ritorna da lui.
Altri bambini, come quelli dello stile di attaccamento di tipo B, protestano con grande intensità durante la fase di separazione. Tuttavia continuano a protestare anche al momento del ricongiungimento, nonostante i tentativi del genitore di calmarlo e stargli vicino. Questo modello di attaccamento, indicato con la lettera C, prende anche il nome attaccamento “ambivalente” o “ansioso-resistente”.
Il quarto e ultimo stile di attaccamento, contrassegnato con la lettera D, presenta una marcata disorganizzazione del comportamento da parte del bambino che, sia di fronte alla separazione che di fronte al ricongiungimento, rispondono con atteggiamenti contraddittori e disorientanti.
Questo tipo di modello di attaccamento prende anche il nome di stile disorganizzato.
In una prospettiva psicopatologica e di strutturazione di personalità, i bambini con stile di attaccamento sicuro tenderanno ad avere una percorso di crescita psichica relativamente adeguato. I bambini con attaccamento di tipo ansioso-evitante avranno maggiore probabilità a sviluppare disturbi depressivi, i bambini con attaccamento ansioso resistente tenderanno a manifestare disturbi di natura ansiosa, mentre i bambini con attaccamento disorganizzato disturbi psicotici o gravi disturbi di personalità.

                                                                             

 

 

 

 

Internet offre agli psicoterapeuti un mezzo di comunicazione straordinario e innovativo attraverso il quale fornire interventi psicologici e psicoterapici mirati. Tuttavia la psicoterapia online offre anche nuove sfide etiche per gli psicologi interessati a fornire percorsi psicologici online. Ci sono ovviamente delle differenze nella gestione del setting tra psicoterapia in studio e psicoterapia online. Così come alcune differenze si possono riscontrare tra la comunicazione basata sul testo (mail interattive, chat, ecc.) oppure tramite Skype e la comunicazione verbale di persona.
Tutto ciò rappresenta un’importante sfida sia dal punto di vista etico che dal punto di vista metodologico per il futuro della professione dello psicologo online.

                                           

 

Il ruolo del testo scritto in psicoterapia: il supporto di emoticon ed emoji

In questo articolo ci concentreremo principalmente sul ruolo della comunicazione testuale (mail interattive, mail di supporto, chat) nei servizi di consulenza e counseling online.
La comunicazione interattiva basata su testo implica inevitabilmente la perdita di segnali non verbali che forniscono preziose informazioni contestuali nella conversazione e possono influenzare l'interpretazione del significato nel colloquio psicologico. Pertanto, le incomprensioni e i fraintendimenti possono essere più probabili con le comunicazioni interattive via chat o email. La perdita di segnali sociali fisici può anche aumentare la tendenza del paziente a proiettare materiale psicologico personale sul vuoto della comunicazione data dai tempi di attesa di risposta nello scambio di chat o e-mail. Questa tendenza accresciuta verso la proiezione di materiale personale nella comunicazione testuale può essere utile in alcune forme di interventi psicoterapici e può offrire vantaggi distinti rispetto alla comunicazione di persona. Dall’altro lato, con altri tipi di pazienti, può rappresentare un potenziale rischio a livello di comunicazione. Può esserci un maggior rischio di “misunderstanding” e fraintendimenti.
All’assenza del linguaggio del corpo nella comunicazione tra psicologo online e paziente in chat e e-mail (aspetto fondamentale nell’ambito di un percorso psicologico) possono venire in aiuto le famose emoji, ormai diventate elemento portante del linguaggio testuale e delle comunicazioni tramite chat.

                                                   

 

Chat e e-mail nel setting di un percorso psicologico

Le emoji sono delle immagini utilizzate per sostituire le parole che rappresentano con esattezza il significato dei vocaboli. Esse sono un’evoluzione delle emoticon.
L’emoticon è invece una rappresentazione grafica che è il frutto di soli elementi di testo, per esempio punti, virgole, due punti, punto e virgole e qualsiasi altro elemento dell’alfabeto. Anche esse ovviamente rimandano a stati d’animo come le emoji ma sono meno efficaci rispetto a queste ultime. Attraverso l’integrazione delle emoji la comunicazione può risultare più efficace e possono passare anche in maniera altrettanto efficace emozioni e vissuti.
Ovviamente NON può essere impostata una psicoterapia online esclusivamente tramite chat o e-mail. Questi strumenti possono rappresentare tuttavia una preziosa integrazione.
Chat e e-mail risultano dei preziosi strumenti di integrazione per la psicoterapia online ma anche per la classica psicoterapia in studio. Essi consentono al paziente di continuare il processo terapeutico tra una sessione e l’altra. Per esempio, lo psicologo e lo psicologo online possono proporre determinati compiti di scrittura al cliente, quali diari, considerazioni e riflessioni scritte, disegni, ecc. che possono essere inviati via e-mail o via chat al terapeuta tra una seduta e l’altra. Le questioni sollevate via chat o via e-mail possono poi essere affrontate durante la seduta successiva.. Alcune persone potrebbero sentirsi più a loro agio nel rivelare specifici contenuti tramite tali modalità di comunicazione online. Alcuni pazienti potrebbero utilizzare la comunicazione via chat o e-mail per trattare questioni molto delicate, come esperienze passate di abuso, inizialmente di difficile gestione nelle sedute psicoterapeutiche “vis à vis”. Ovviamente ogni paziente fa “storia a sé” e questo tipo di strumento di comunicazione va valutato accuratamente a seconda della situazione che ci si trova di fronte. Le modalità di utilizzo di chat e e-mail nei percorsi di psicoterapia e psicoterapia online andranno poi concordate in maniera chiara e precisa tra psicologo e paziente e inserite in un preciso contesto di setting psicologico.

                                              

 

Tutti noi, appena nati, sviluppiamo un legame speciale e fortissimo con i nostri genitori che ci consente di sopravvivere e crescere. Questo fenomeno, di vitale importanza per ogni essere umano, prende il nome di attaccamento. È un fenomeno che lo psicologo e lo psicologo online devono avere ben presente per comprendere appieno il paziente.
L’attaccamento può considerarsi quel legame che si vien a creare tra il bambino e colui che se ne prende cura.
La teoria dell’attaccamento sostiene che l’uomo abbia una predisposizione innata a cercare protezione e vicinanza da una figura di riferimento nelle condizioni di pericolo, sofferenza, difficoltà o solitudine. Questa teoria presenta dei solidi fondamenti di natura etologica: gli animali in grado di chiedere supporto e protezione hanno maggiori probabilità di procurarsi cibo e di non essere catturati dai predatori rispetto agli animali che invece non possiedono questa peculiarità. Il fenomeno dell’attaccamento è pertanto fondamentale per la sopravvivenza fisica nell’ambiente circostante. Vale anche per la sopravvivenza psichica?

                                

Attaccamento e sopravvivenza

Ovviamente l’attaccamento è di importanza fondamentale anche per la sopravvivenza psichica, così come per l’evoluzione psichica: a seconda della qualità e del tipo di attaccamento che si sviluppa tra bambino e genitore, si strutturerà uno specifico tipo di personalità e di funzionamento mentale.Nel mondo animale il meccanismo dell’attaccamento ha una connotazione squisitamente istintuale: il legame che si crea tra madre e cucciolo viene ritenuto il frutto di un articolato sistema di comportamenti a base innata.
L’attaccamento può essere considerato una sorta di “sistema”: un sistema di controllo che si fonda sull’elaborazione delle informazioni e che mette in atto specifici comportamenti finalizzati alla sopravvivenza.
I comportamenti di attaccamento sono funzionali all’ottenimento di vicinanza e cura da parte del caregiver: essi si attivano in specifiche situazioni (quelle che richiedono appunto sostegno e accudimento) e smettono di funzionare nel momento in cui si vengono a creare altre situazioni: per esempio, quando il piccolo crescerà, non saranno più necessari i comportamenti di attaccamento per richiedere supporto ai più grandi ma si attiveranno altri meccanismi innati, funzionali alle nuove tappe di sviluppo e di crescita.
Tramite i comportamenti dell’attaccamento si viene a creare una vera e propria regolazione delle distanze dalla figura di attaccamento (la mamma solitamente) in rapporto a quanto è pericoloso l’ambiente circostante: più sarà minaccioso l’ambiente esterno, più gli schemi di attaccamento si attiveranno; meno sarà pericoloso l’ambiente circostante, meno intensi saranno i meccanismi di attaccamento.

                                                   

 

 Caratteristiche dell’attaccamento

Abbiamo potuto vedere come gli schemi comportamentali dell’attaccamento siano a base innata, cioè siano pre-programmati: essi vengono messi in atto in maniera istintiva dal cucciolo, così come dal bambino piccolo.
Nell’ambito umano essi appaiono e iniziano a consolidarsi già a partire dai primi mesi di vita e si organizzano intorno ad una specifica figura di riferimento nel corso della seconda metà del primo anno di vita del bambino.
Abbiamo diversi tipi di comportamento di attaccamento:
- i comportamenti distali: come il piangere e il seguire la figura di riferimento;
- i comportamenti prossimali: sono quei comportamenti volti ad assicurare al bambino la vicinanza e il contatto fisico con la mamma, quali il sorridere, il succhiare, l’aggrapparsi. Sono pertanto questi comportamenti che garantiscono (o meglio, dovrebbero garantire) la sicurezza data dall’essere protetti. Tali movimenti assumeranno caratteristiche differenti a seconda della disponibilità da parte della madre di rispondere in maniera soddisfacente ai bisogni di protezione del bambino piccolo. Ed è qui che si gioca una buona dose della crescita psicologica adeguata dell’individuo oppure della sua psicopatologia, qualora nel periodo dell’attaccamento qualcosa sia andato storto.
La risposta di accudimento del genitore può infatti variare a seconda delle caratteristiche di personalità che il genitore stesso ha sviluppato nel suo percorso di crescita. Tale risposta, influenzerà poi lo stile di attaccamento che il piccolo manifesterà col tempo.
Lo psicologo e lo psicologo online devono sviluppare una sottile sensibilità alla tematica dell’attaccamento e ai vari stili di attaccamento che si possono instaurare tra bambino e genitore.
Nel prossimo articolo affronteremo il delicato tema degli stili di attaccamento, aspetti decisivi nell’evoluzione psichica del bambino.

                                                        

 

Ci sono condizioni depressive talmente dolorose che portano l’individuo ad avvertire la vita come qualcosa di straziante e insostenibile, talmente insostenibile da desiderare di liberarsene con un gesto estremo e dall’impatto emotivo tremendo: il suicidio.
Il suicidio è un fenomeno che sconvolge quando viene messo in atto da qualcuno a noi caro o che si conosce soltanto di vista. L’idea di togliersi la vita è un qualcosa che disturba e che può suscitare le più disparate reazioni: tristezza, incredulità, disorientamento ma anche rabbia, disappunto e disapprovazione. Questo perché inevitabilmente un gesto di questa portata scuote la coscienza di chiunque e spesso genera un senso di impotenza e paura.

                                                                               

Fattori che predispongono al suicidio e peculiarità del fenomeno

È importante sapere che nei paesi più industrializzati il suicidio è tra le dieci cause di morte più frequenti. È un fenomeno molto raro nel periodo dell’infanzia, esso aumenta come incidenza col passare del tempo e presenta una frequenza doppia negli uomini rispetto alle donne.
Un elemento che contribuisce alla messa in atto del suicidio è senza dubbio la solitudine e l’isolamento sociale. È stata riscontrata a tal proposito una maggiore incidenza nelle metropoli e tra soggetti che vivono da soli rispetto alle persone coniugate. È stato inoltre rilevato un maggior tasso di suicidio tra le classi sociali più abbienti rispetto a quelle più povere.
Le modalità di suicidio più frequenti sono tramite il dosaggio spropositato di farmaci e l’avvelenamento da gas. Risultano un po’ più rare le modalità violente.
Svariate patologie psichiatriche possono portare al tragico epilogo del suicidio. Ciò nonostante, tale fenomeno è principalmente legato ai disturbi dell’umore e, nello specifico, agli episodi depressivi maggiori.
I fattori determinanti il suicidio possono essere sia di natura biologica (una predisposizione a sviluppare gravi disturbi depressivi che possono sfociare nel gesto estremo) sia di natura psicologica.
È importante tenere in considerazione questo aspetto: la psicoterapia in questi casi è molto importante ma quasi sempre non è sufficiente. È fondamentale associare alla psicoterapia un’adeguata farmacoterapia antidepressiva e un efficace supporto di rete che coinvolga anche i familiari.

                              

Cosa si cela spesso dietro il suicidio?

Ovviamente (e per fortuna) non tutti i soggetti che soffrono di gravi disturbi depressivi giungono al suicidio. L’elemento chiave della psicodinamica del suicidio è quello dell’aggressività: è necessaria un’elevata dose di aggressività e impulsività per porre fine alla propria esistenza. Insomma, per quanto insensato possa sembrare, è un gesto che richiede un certo coraggio ed una certa quota di disinibizione.
Freud sosteneva che l’Io di una persona può arrivare ad autoeliminarsi soltanto nel momento in cui riesce a considerare se stesso come un oggetto. In questo contesto, gli impulsi omicidi e l’aggressività verso figure del passato o del presente interiorizzate vengono spostate. E come si concretizza questo spostamento? Dirigendo questi impulsi omicidi verso di sé.
Dietro la dinamica del suicidio, tuttavia, può nascondersi anche una sorta di gratificazione di un desiderio di ricongiungersi con una figura amata del passato che non tornerà più, oppure con una fase importante della propria vita che ha significato molto per la persona e che purtroppo non si ripresenterà mai più. Spesso i pazienti suicidi manifestano vissuti di profonda dipendenza verso figure significative del passato. A livello più profondo, il suicidio può spesso essere considerato un desiderio regressivo di ricongiungimento con la figura materna perduta.
La perdita è pertanto un elemento cardine nella psicologia del suicidio, aspetto che purtroppo non viene adeguatamente elaborato fino a diventare aspetto dominante della vita mentale del paziente, tanto da saturarla completamente privandola di ogni significato.
Nel prossimo lavoro sull’argomento, affronteremo i fattori predittivi del suicidio, l’evoluzione del progetto mentale di tale gesto e gli approcci terapeutici con pazienti che presentano ideazioni suicidarie.

                                             

 

 

Con questo articolo riprendiamo il complesso tema del disturbo borderline di personalità, un disagio psichico alquanto articolato e con innumerevoli sfaccettature.
Come già accennato nel precedente lavoro (https://www.psicologo-online24.it/blog/la-terra-di-mezzo-della-sofferenza-psichica-il-disturbo-borderline-di-personalita), il disturbo borderline di personalità presenta molteplici caratteristiche tra cui tuttavia spiccano l’instabilità e l’ambivalenza, elementi che, come abbiamo potuto vedere, incidono in maniera considerevole nel modo di vivere l’esperienza di se stessi e il modo di rapportarsi agli altri. Non è un caso che le persone con disturbo borderline di personalità presentino notevoli difficoltà nelle relazioni sociali. Oggi andremo ad approfondire altri aspetti caratteristici di questo disturbo che ci permettono di avere un quadro clinico ancora più chiaro.

                   

 

Caratteristiche del funzionamento borderline

Come evidenziato dal Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali, il disturbo borderline di personalità può essere considerato un quadro pervasivo di instabilità.
L’instabilità è l’elemento cardine del disturbo borderline e va ad incidere in tre aree della vita dell’individuo: l’umore, l’immagine di sé e le relazioni interpersonali.
Nello specifico, questa marcata instabilità emotiva va ad incidere nel rapporto con gli altri e con le figure di riferimento: i rapporti sono spesso complicati, carichi di tensione, fluttuanti. Si passa dall’idealizzare l’altro in maniera incondizionata a svalutarlo a seguito di un’insignificante incomprensione. Come conseguenza di tale approccio relazionale, i vissuti di vuoto, solitudine e depressione sono molto frequenti e prolungati nel tempo. Nelle fasi di maggior tensione, il soggetto borderline prova sentimenti molto più “caldi” e intensi rispetto a quelli appena citati, come rabbia, scoppi di ira, con conseguenti sfuriate immotivate. La rabbia e la profonda difficoltà nel controllo degli impulsi sono altri due elementi chiave del funzionamento borderline che molte volte portano l’individuo ad abbandonarsi ad abuso di sostanze, a condotte aggressive o illegali, a condotte sessuali promiscue e nei casi più gravi a gesti suicidari. In altre situazioni si assiste principalmente a gesti autolesivi che consistono nel procurarsi tagli, graffi o ferite.

                                               

Sintomi e criteri diagnostici

Le aree precedentemente citate, ossia l’umore, l’immagine di sé e le relazioni interpersonali, richiederanno delle trattazioni a parte, poiché i contenuti da approfondire a tal proposito sono davvero numerosi: questo rende l’idea della complessità del disturbo nelle sue varie sfaccettature e nei suoi molteplici livelli di gravità.
In generale, per iniziare a inquadrare la problematica da un punto di vista squisitamente descrittivo, il disturbo borderline di personalità presenta una serie di elementi caratteristici.
Innanzitutto, il soggetto borderline si ritrova spesso a dover mettere in atto dei tentativi disperati per evitare l’abbandono, reale o immaginario che sia: il timore dell’abbandono è un elemento cardine nella psicologia borderline.
Troviamo poi una rete di relazioni molto instabili, contraddistinte da fenomeni di idealizzazione e svalutazione primitiva: la stessa persona che fino ad poco tempo prima era considerata un “Dio”, subito dopo viene considerata come “la peggiore delle persone”.
Si ravvisa spesso un’alterazione della propria identità e una profonda instabilità nella percezione di se stessi, oltre che una marcata impulsività.
Come già accennato, sono sovente presenti gesti/minacce suicidarie oppure atteggiamenti autolesionistici.
L’instabilità si manifesta in maniera intensa nell’ambito degli affetti: sono molto presenti episodi di forte irritabilità, ansia e umore depresso, così come rabbia e un pervasivo senso di vuoto.
Nei casi più gravi possiamo riscontrare anche un funzionamento paranoide, dove l’ambiente esterno e le persone intorno a sé possono essere percepite come una minaccia.
Sono molteplici i sintomi caratteristici del disturbo borderline di personalità: ovviamente non devono essere presenti tutti per porre diagnosi di questo disturbo. La combinazione e l’intensità dei vari sintomi sopraccitati ci dà la misura della tipologia e della gravità del disturbo e permette allo psicologo e allo psicologo online di valutare il trattamento psicoterapeutico più indicato.

                                                   

 

 

 

I disturbi dell’alimentazione sono ormai considerati i disturbi dei nostri tempi. Questo, ahimé, è abbastanza comprensibile alla luce della cultura della nostra epoca dove i mass-media offrono in maniera continuativa e ripetitiva (quasi ossessiva) immagini di donne magre e “di successo”. I disturbi dell’alimentazione sono presenti nei paesi occidentali, ricchi e industrializzati dove vi sono risorse e cibo in abbondanza e dove la magrezza viene considerata come l’unico canone di bellezza. Nei paesi dove la magrezza non viene considerata una particolare qualità, l’anoressia nervosa è pressoché inesistente. Andiamo ad approfondire meglio caratteristiche e cause di un disturbo che si sta diffondendo sempre di più e che risente molto degli stereotipi culturali dei nostri tempi.

                              

Caratteristiche di anoressia e bulimia

Un dato su cui riflettere è il seguente: l’incidenza dell’anoressia è praticamente raddoppiata a partire dagli anni ’60, periodo in cui si è riscontrato un “boom economico” in molti paesi occidentali. Questo dato ci fa capire come i disturbi dell’alimentazione siano diventati una “soluzione psichica” sempre più adottata a fronte di sollecitazioni familiari, emotive ed ambientali.
I disturbi dell’alimentazione si possono suddividere in tre categorie: anoressia nervosa, bulimia nervosa e obesità.
L’anoressia consiste in un rifiuto nel mantenimento del proprio peso corporeo al di sopra del peso minimo ritenuto adeguato per l’età. Tale disturbo si concretizza in una ricerca ossessiva della magrezza collegata intrinsecamente al terrore di ingrassare, nonostante si sia sottopeso in maniera evidente. Nell’anoressia nervosa si assiste inoltre ad un’inquietante alterazione della percezione del proprio corpo e del modo di vivere il proprio peso e la forma del corpo.
La bulimia nervosa consiste invece in ricorrenti abbuffate dove si verificano due particolari fenomeni: innanzitutto, il soggetto introduce in uno specifico lasso di tempo una quantità spropositata di cibo. In secondo luogo, la persona bulimica avverte la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione mentre si abbuffa, tant’è che spesso si fa fatica a controllare non solo quanto si mangia ma anche cosa si mangia. Molto spesso queste abbuffate sono seguite dalle cosiddette “condotte compensatorie”, ossia vomito autoindotto, digiuno, un eccessivo ricorrere ad esercizi fisici, abuso di lassativi, ecc. Ovviamente, l’obiettivo di queste condotte compensatorie è quello di evitare l’aumento del peso. Appare quindi evidente come anoressia e bulimia nervosa procedano spesso di pari passo.

         

 

Origini e cause dell’anoressia nervosa: una prima disamina

I disturbi dell’alimentazione presentano una notevole complessità per quel che riguarda l’origine e l’insorgenza. L’elemento più evidente è dato dalla preoccupazione per il cibo. Tuttavia questa preoccupazione è soltanto la “punta dell’iceberg” di un disagio più profondo legato all’immagine di sé e alle dinamiche familiari del passato. La persona con anoressia nervosa matura l’incrollabile convinzione di essere impotente e inadeguata. Molto spesso il disturbo anoressico si sviluppa in ragazze che in passato si sono sempre comportate da “brave bambine” e hanno speso tutta la loro infanzia ad assecondare i genitori e a non deluderli. Con l’arrivo dell’adolescenza queste “brave bambine” diventano oppositive, provocatorie e inflessibili. Il corpo viene vissuto dalle pazienti anoressiche come qualcosa di distinto dal proprio Sé, come un qualcosa che appartiene ai genitori. Questo porta pertanto ad una totale mancanza di autonomia e indipendenza. Queste persone si sentono di conseguenza impotenti e inutili, in quanto devono essere perfette agli occhi dei genitori e si sentono nella condizione di dover rendere conto sempre a loro. Ecco che quindi, in un contesto del genere, il disturbo anoressico diventa un maldestro tentativo di cura di sé: se il corpo viene vissuto come qualcosa che appartiene ai propri genitori (così come altre parti fragili del proprio sé), il controllo del proprio corpo e nello specifico del proprio peso corporeo costituisce un modo per affermare la propria individualità e autonomia rispetto ai genitori, oltre che una forma di autorealizzazione e di senso di potere sulla propria vita.
Le pazienti anoressiche, pertanto, convertono il loro disagio psicologico in forme malsane di controllo e alterazione della quantità del cibo assunto.
Nei prossimi articoli affronteremo le dinamiche familiari e le implicazioni terapeutiche di questo delicatissimo disturbo psichico.

                

 

 

Come già accennato, il servizio di psicologo online offerto da psicologo-online24.it consente di intraprendere dei veri e propri percorsi psicologici e psicoterapeutici tramite Skype. È stato infatti riscontrato che lo strumento tecnologico di Skype permette di riprodurre condizioni ottimali per effettuare un colloquio di psicoterapia. Tramite Skype ci si può infatti avvalere sia del canale verbale che del canale visivo, grazie alla videochiamata.
Il servizio di psicologo online si sta diffondendo sempre di più nel contesto italiano, anche se al momento in misura minore rispetto ad altri paesi del mondo: pensiamo per esempio agli Stati Uniti, dove la figura dello psicologo online è già da diversi anni diffusa e consolidata.

                                                             

Non solo il servizio di psicologo online, anche servizi per gestire le crisi

Ma torniamo al servizio che offre psicologo-online24.it. Uno dei principali punti di forza è la comodità: ci si può avvalere di percorsi psicologici e di psicoterapia comodamente da casa, in modalità online. Inoltre il canale di comunicazione online consente di integrare il percorso psicologico con strumenti utili quali chat, mail di supporto e mail interattive.
I costi per ogni singola seduta sono di 40 euro, quindi c’è la possibilità di spendere molto meno rispetto ad un classico percorso psicologico in studio: ecco un altro importante vantaggio di questo servizio di psicologo online.
Tuttavia è possibile risparmiare ulteriormente avvalendosi di pacchetti di colloqui con dei costi a seduta ancora più vantaggiosi. A tal proposito, rimando alla seguente sezione del mio sito psicologo-online24.it per conoscere più nel dettaglio le varie tariffe del mio servizio di psicologo online: https://www.psicologo-online24.it/un-servizio-innovativo/canali-di-comunicazione.
Ma oggi è possibile avvalersi anche di un altro servizio innovativo e di grande utilità: quello di Pronto Intervento Psicologico online.
A molte persone sarà capitato di trovarsi in situazioni di crisi o di profondo scoramento, senza avere ovviamente la possibilità di consultare nell’immediato uno psicologo o uno psicoterapeuta: è normale che sia così, in quanto i colloqui che fanno parte di un percorso psicoterapeutico devono essere concordati su appuntamento, non possono essere improvvisati. Questo aspetto costituisce un elemento importantissimo del setting di una psicoterapia.

                                            

 

Pronto Intervento Psicologico: in cosa consiste

Tuttavia, possono esserci situazioni di profonda crisi che richiederebbero un intervento il più immediato possibile per tamponare la condizione di difficoltà psicologica del momento e per fornire un adeguato supporto psicologico. Ecco che psicologo-online24.it con il suo servizio di pronto intervento psicologico online può venire incontro a questi problemi di difficile gestione sul momento. Una precisazione importante: questo servizio di pronto intervento psicologico online NON deve essere utilizzato nei casi gravi quali scompenso psicotico o impulsi suicidari irrefrenabili. In questi casi è fondamentale rivolgersi al Pronto Soccorso più vicino!
Ma vediamo in cosa consiste nello specifico e come funziona questo servizio online fornito da psicologo-online24.it:
Pronto Intervento Psicologico online è un servizio di reperibilità che consente di accedere a due differenti “codici”:
CODICE ROSSO: una volta richiesto, ci si attiva per ricontattare il paziente entro 4 ORE dalla prima richiesta di aiuto e intervenire sull’emergenza del momento. La chiamata può durare fino a 30 minuti e può essere effettuata via telefono, via Skype oppure via videochiamata whatsapp.
Il costo è di 80 euro.
CODICE GIALLO: una volta richiesto, ci si attiva per ricontattare il paziente entro 6 ore dalla richiesta di intervento. La chiamata presenta le stesse modalità citate nel codice rosso.
Il costo è di 70 euro.
CODICE BIANCO: una volta richiesto, ci si attiva per ricontattare il paziente entro 12 ore dalla richiesta di intervento. La chiamata presenta le stesse modalità citate nel codice rosso.
Il costo è di 50 euro.
Il servizio di reperibilità online costituisce una preziosa opportunità per intervenire sulle criticità del momento.