L’ansia costituisce uno dei problemi psicologici più diffusi nella popolazione mondiale. Tutti noi nella nostra vita ci siamo confrontati con questo affetto in maniera più o meno consistente.
Storicamente l’ansia è l’affetto a partire da cui si è sviluppata la psicoanalisi e la psichiatria psicodinamica. Pertanto per psicologi, psicoterapeuti e psichiatri essa costituisce un’affascinante ma al tempo stesso difficilissima “sfida” da affrontare quotidianamente nelle pratica clinica. Esistono diverse categorie di disturbi d’ansia: il disturbo da attacco di panico, le fobie, il disturbo d’ansia generalizzato, l’agorafobia, il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo post-traumatico da stress, ecc.
Ma analizziamo più a fondo le dinamiche alla base dell’ansia.

                                                           

 

Ansia: un segnale di qualcosa che non va

L’ansia può essere definita come uno stato emotivo contraddistinto da paura e preoccupazione che non sono necessariamente collegate ad un qualcosa di concreto, a differenza della paura che invece insorge a seguito di un pericolo presente.
Proviamo ora a fare qualche considerazione più profonda sulle dinamiche dell’ansia e sulla sintomatologia che essa genera. L’ansia è un segnale della presenza di un pericolo nell’inconscio (la parte più profonda e primitiva del Sé). L’ansia ci comunica quindi che a livello profondo c’è qualcosa che non va, solo che di questo “qualcosa” non ne abbiamo coscienza. In risposta a questo segnale di ansia, l’Io (che è la parte più consapevole di noi) attiva delle specifiche operazioni mentali che ci vengono in aiuto per diminuire l’ansia: i meccanismi di difesa. Tali meccanismi, una volta attivi, impediscono a pensieri o vissuti inaccettabili di arrivare alla coscienza. Quando questi meccanismi di difesa funzionano bene, l’ansia viene adeguatamente tenuta a bada. Quando però il segnale d’ansia non è in grado di mobilitare in maniera soddisfacente i meccanismi di difesa, ne deriva un aumento ulteriore dell’ansia e l’insorgenza di tutta una serie di sintomi nevrotici.
Ecco che l’ansia in questi contesti diventa la manifestazione concreta di un conflitto inconscio fonte di sofferenza che deve essere individuato e integrato con il resto della personalità attraverso la psicoterapia.

                                         

 

Dinamiche alla base dell’ansia e considerazioni terapeutiche

L’ansia è un vissuto alquanto complesso e sfaccettato ed è sempre connessa ad una situazione di pericolo che la persona sente come molto concreta. Tali situazioni di pericolo percepito possono essere di varia natura. Un pericolo che spesso viene vissuto può essere quello di perdere una persona significativa, con conseguenti sentimenti di abbandono. Un altro pericolo di base connesso all’ansia è quello della perdita dell’amore e dell’affetto degli altri, un vero e proprio terrore del rifiuto. Vi è poi la paura della perdita dell’integrità del proprio corpo (con annesse paure ipocondriache), di danno o di mutilazione di parti del proprio corpo. Abbiamo poi la paura della perdita del riconoscimento della propria moralità con relativi sentimenti di colpa o di vergogna.
Un’altra paura importante spesso connessa a forti vissuti di ansia è quella della perdita del controllo di Sé, come per esempio perdere il controllo dei propri pensieri, movimenti, azioni oppure dei propri sentimenti e delle proprie sensazioni.
Come si può intuire, l’ansia presenta delle forti implicazioni a livello emotivo ma non solo: anche a livello cognitivo vi sono delle conseguenze nefaste quali distraibilità, confusione, problemi di concentrazione e deficit nell’efficacia del pensiero.
Nel trattamento psicoterapeutico ad orientamento psicodinamico l’obiettivo principale è quello di integrare le componenti affettive e cognitive legate ai disturbi d’ansia alla propria personalità, oltre ad un accurato lavoro teso a ridurre la tendenza a somatizzare ansia e angoscia, aspetto quest’ultimo che non aiuta a riconoscere le origini squisitamente psicologiche dei problemi d’ansia (in quanto vengono spostati sul corpo).
Benché l’ansia possa essere affrontata con una serie di tecniche focalizzate sul sintomo, un’analisi accurata delle cause profonde di questo penoso stato emotivo può favorire le relative capacità di controllo da parte del paziente per prevenire potenziali crisi di angoscia o problemi di natura psicosomatica.

                                                  

 

 

 

 

 

 

Con questo articolo apriamo una rassegna sui principali protagonisti della psicoanalisi e della psicoterapia descrivendo non solo la storia degli psicologi e degli psicoterapeuti che hanno posto le basi teoriche e metodologiche della psicoanalisi e della psicoterapia a indirizzo psicodinamico, ma anche i principali concetti di questa disciplina. Ovviamente, le scuole di pensiero che hanno segnato e impreziosito la psicoanalisi sono state molteplici e hanno contribuito ad affinare la tecnica e l’efficacia, di fronte anche alle nuove sfide di psicopatologie che si sono presentate col passare degli anni. In questa approfondita ed articolata serie di articoli sulla storia della psicoanalisi e della psicoterapia, non potevamo non partire dal padre indiscusso della psicoanalisi: Sigmund Freud.

                                                               

 

Nascita e giovinezza di Freud

Sigmund Freud nacque a Freiberg, in Moravia, il 6 maggio del 1856 da Jacob Freud e da Amalia Nathanson (terza moglie di Jacob Freud). Jacob, ebreo originario della Galizia, lavorava come commerciante e a causa della crisi politico-economica della sua terra, decise di trasferirsi con la sua famiglia a Vienna nel 1860.
Sigmund si laureò in Medicina nel 1881 presso l’università di Vienna e nel 1885, una volta divenuto docente in neuropatologia, si recò a Parigi per assistere alle ricerche sull’isteria del professore Jean Charcot, un importante neurologo francese celebre per i suoi studi neuropsichiatrici sull’isteria. Dal punto di vista formativo, assistere a questi studi sull’isteria fu di fondamentale importanza per il futuro sviluppo della teoria psicoanalitica di Freud.
Rientrato a Vienna, diresse in seguito il reparto di malattie nervose della clinica pediatrica di Kossowitz.
Nel 1889 tornò in Francia per approfondire le sue conoscenze sulla teoria ipnotica, altro elemento cardine per la futura formulazione delle teorie psicoanalitiche. La tecnica ipnotica assorbì Freud per diverso tempo e fu per diverso tempo una pratica terapeutica di riferimento per lui. Successivamente però abbandonò tale tecnica per concentrarsi su un nuovo metodo terapeutico: il metodo delle libere associazioni. Siamo agli “albori” della psicoanalisi.

                                                      

Età matura e morte

Nel 1899 Freud pubblica l’opera che fa da “spartiacque” per quel che concerne la nascita della psicoanalisi: “L’interpretazione dei sogni”. Nel 1901 Freud scrive un’altra opera fondamentale per il movimento psicoanalitico: “Psicopatologia della vita quotidiana”. A questo punto le sue teorie si diffusero molto velocemente: ha inizio una fervente collaborazione con altri grandi psichiatri e clinici quali Ferenczi, Jones, Abraham, Rank, Stekel, Sodger. In Svizzera conosce un altro grande clinico: Carl Gustav Jung. Con lui inizierà un’intensa collaborazione: nel 1909 Freud e Jung si recano negli Stati Uniti per una serie di conferenze sulla psicoanalisi. L’anno dopo fondano insieme l’Associazione Internazionale di Psicoanalisi. Successivamente tale collaborazione si interromperà per forti differenze di vedute sula psicoanalisi: Freud continuerà sulla strada della psicoanalisi cercando di affinare il suo impianto teorico-metodologico. Jung, invece, fonderà la psicologia analitica. Nel 1915 Freud pubblica un’opera importantissima: “Metapsicologia”. Essa consiste in una serie di scritti volti a descrivere il funzionamento mentale tramite concetti simbolici mutuati dalla fisica: questo rappresenta un importante tentativo di conferire dignità scientifica alla disciplina psicoanalitica.
Nel 1920 Freud viene nominato professore straordinario titolare all’Università di Vienna. Nel periodo che va dal 1920 al 1930 Freud pubblica testi importantissimi quali “L’avvenire di un’illusione”, “Il disagio della civiltà”, “L’Io e l’Es”. Nel 1938, a causa delle persecuzioni del regime nazista, Freud si trasferisce a Londra dove muore il 23 settembre del 1939.

 

 

Tutti in noi, in maniera più o meno significativa, presentiamo aspetti di aggressività. L’aggressività è una forma di interazione sociale con cui ci confrontiamo sin dalla più tenera età e che viene modulata in maniera diversissima a seconda delle proprie caratteristiche e delle dinamiche relazionali che si vengono a creare con le figure di attaccamento (mamma, papà, figure di riferimento). L’aggressività è una tendenza che possiamo individuare in qualsiasi comportamento o fantasia ed è finalizzata ad un danno verso l’altro o verso se stessi oppure ancora all’autoaffermazione.
Con il termine “aggressività” intendiamo un fenomeno assai complesso con valenze e significati differenti, a seconda del contesto in cui si sviluppa e delle relative implicazioni relazionali.

                                                    

Che cos’è l’aggressività?

In ambito psicologico, è importante fare le giuste differenziazioni per quel che riguarda l’aggressività: esiste per esempio un’aggressività insita nella persona funzionale al suo sviluppo individuale e sociale.
Il termine “aggressività” deriva dal latino “aggredi” che non significa soltanto aggredire ma anche “andare verso”, “camminare verso”, “avvicinarsi a”. Quindi l’etimologia di questo concetto rimanda ad un avvicinamento verso qualcuno che non implica per forza un movimento caratterizzato da intenzioni malevole o dannose. Ecco che quindi l’esperienza aggressiva presenta un valore di adattamento alle situazioni della vita, non soltanto una valenza di natura difensiva. L’aggressività può aiutarci nelle situazioni di pericolo, ci permette di difenderci dagli altri qualora subissimo un attacco, ma non solo: l’aggressività può essere messa in atto per salvaguardare bisogni vitali o per consentirci di far valere alcune nostre ragioni, diritti, esigenze.
Il problema tuttavia è dato dalla complessità del fenomeno dell’aggressività che ahimé non è legato soltanto a questioni di adattamento o sopravvivenza. L’aggressività infatti diventa disfunzionale quando entra in gioco la crudeltà ossia quella spietata e talvolta compiaciuta insensibilità di fronte alle sofferenze altrui. Nella crudeltà l’individuo sembra non essere in grado di immedesimarsi nello stato d’animo dell’altro. In un contesto del genere, l’aggressività diventa un fenomeno dalle conseguenze spesso devastanti.

                                                                

 

Origini dell’aggressività

È la natura crudele dell’aggressività che disorienta e crea disagio: un’aggressività con caratteristiche distruttive può fornirci tuttavia informazioni molto preziose sul fatto che nel percorso di sviluppo e crescita di un individuo qualcosa è andato storto. Spesso tale tipo di aggressività sembra correlata al piacere di provocare distruzione e generare sofferenza negli altri.
Sembrano molteplici le cause che portano a condotte aggressive: in parte possono essere implicate componenti genetiche e di costituzione, una naturale predisposizione ad attivarsi in maniera molto vigorosa di fronte ad emozioni negative intense. Un ruolo importante è giocato anche dai fattori ambientali. La famiglia, per esempio, riveste una funzione fondamentale in tutto ciò: schemi relazionali disorganizzati e caotici in famiglia, traumi, abusi fisici e sessuali, abbandoni, pesanti svalutazioni incidono in maniera considerevole nell’insorgenza di gravi condotte aggressive. Come per tutti gli altri fenomeni psichici, anche l’aggressività sembra il risultato di un complesso intreccio di fattori genetici e psicosociali. Talvolta in alcune famiglie emozioni smisurate e debordanti prendono il sopravvento e accompagnano poi il bambino nella sua vita scolastica, con gli insegnanti, con le figure di riferimento, con il gruppo di coetanei ecc.
In generale, per una buona gestione dell’aggressività è necessario un ambiente familiare provvidente in grado di accogliere e bonificare i vissuti di frustrazione con cui il bambino piccolo si confronta inevitabilmente nel suo percorso di crescita. Se la risposta familiare all’aggressività è contraddistinta da rabbia, indifferenza, angoscia o abbandono, il bambino non sarà in grado di attribuire significato ai vissuti che avverte, tramutando col tempo questo “terrore senza nome” in condotte aggressive di varia natura.
Nei prossimi articoli approfondiremo ulteriormente il tema dell’aggressività e le dinamiche profonde alla base di questo fenomeno.

                                                                 

 

 

In diversi articoli abbiamo affrontato il delicato tema dei meccanismi di difesa. Abbiamo potuto vedere come tali operazioni psichiche ci consentano di ridurre ansia e angoscia di fronte a turbamenti provenienti dal mondo esterno. Queste operazioni pertanto sono per la maggior parte protettive, ci difendono da condizioni di profonda sofferenza. Tuttavia, se alcuni meccanismi di difesa vengono utilizzati (per lo più inconsciamente) in maniera massiccia, produrranno un irrigidimento della personalità e delle modalità di relazionarsi con gli altri, con conseguente compromissione della qualità della vita. Il meccanismo di difesa che andremo ad approfondire oggi è un meccanismo arcaico, nel senso che viene messo in atto sin dalla più tenera età e presenta delle evidenti funzioni protettive: il diniego. Tuttavia, se il diniego viene usato in modo disfunzionale, può avere delle conseguenze negative dal punto di vista psicologico.

                                         

Che cos’è il diniego?

Tutti gli psicologi e gli psicologi online si sono confrontati in terapia con pazienti che mettevano in atto il meccanismo difensivo del diniego. Ma che cos’è nello specifico?
Il diniego è una difesa con cui l’individuo si sottrae dal riconoscere emozioni, vissuti, esperienze spiacevoli, aspetti di sé inaccettabili. Il bambino piccolo impara ad utilizzare questa operazione psichica sin da subito, in quanto è una delle prime modalità per affrontare le esperienze penose rifiutandosi di accettare che si verifichino: è come se il bambino piccolo, nel suo mondo interno ancora arcaico e magico, pensasse: “Se nego l’esistenza di una cosa brutta che mi fa star male, allora cessa di esistere”. Esso è un meccanismo arcaico che conserviamo per tutta la vita e che adottiamo sistematicamente tutti noi in svariate situazioni. Proviamo ad immaginare come reagiamo quando riceviamo una terribile notizia: quando per esempio ci viene comunicata la morte di un familiare o di un amico, la prima risposta che diamo è sempre “Oh, no!”. Tale risposta è indicativa di un processo psichico “antico” che ha origine, come accennato già in precedenza, nell’egocentrismo infantile che induce il bambino a maturare la seguente convinzione primitiva: “Se non riconosco quella cosa, allora quella cosa non capita”. È una convinzione riconducibile al “pensiero magico” tipico dei bambini piccoli, ma che molti adulti inconsapevolmente portano con sé per il resto della loro vita strutturando in tal senso il loro modo di funzionare psichicamente.

                                        

Diniego nella vita quotidiana e nella psicopatologia

Sia ben chiaro: molti di noi utilizzano il diniego anche in situazioni non gravi. Il diniego aiuta alcune persone ad avvertire la vita come meno penosa: se nego qualche problema fisico che mi affligge oppure qualche evento passato che ha condizionato la mia vita, posso affrontare la giornata in maniera più positiva. Altre persone ricorrono al diniego per evitare manifestazioni di sofferenza. Per esempio alcuni individui, una volta feriti nei sentimenti, invece che piangere (perché magari il contesto non è appropriato) negano i loro sentimenti feriti non riconoscendoli, in modo tale da evitare il pianto. Il diniego però ci viene in aiuto anche in situazioni particolarmente gravi o di pericolo, dove negare la consapevolezza che la nostra vita sia seriamente a rischio ci permette di salvarci. Talvolta, molte azioni eroiche sono il frutto di un uso massiccio del diniego che consente di andare oltre il pericolo della situazione salvando la propria vita e quella di altre persone. In contesti un po’ più problematici invece (ma molto diffusi) il diniego può portare a scenari opposti: per esempio, non effettuare un controllo medico a seguito di un sintomo, come se rifiutare l’eventualità di una malattia permetta di farla sparire.
In psicopatologia, la conseguenza di un uso massiccio del diniego porta allo stato maniacale che consiste in quella fase dei disturbi dell’umore contraddistinta da umore euforico e anormalmente elevato. L’episodio maniacale è il fenomeno del diniego portato all’estremo: a volte il dolore depressivo diventa talmente insopportabile che alcuni individui rifiutano tale sofferenza tramutandola in euforia allo stato puro, con conseguenze devastanti a livello comportamentale e relazionale.
Come si può intuire, dietro il diniego patologico si cela una sofferenza depressiva insopportabile.

                                             

Ciascuno di noi possiede una serie di peculiarità psichiche e comportamentali che vanno a costituire il proprio modo di essere e che rimangono relativamente invariate nelle differenti situazioni sociali in cui ci si viene a trovare. Questo insieme di caratteristiche e modalità di comportamento è ciò che possiamo definire personalità. Ogni personalità presenta pertanto delle caratteristiche che definiamo tratti. I tratti di personalità sono dei modi di comportarsi, di vivere le emozioni e di pensare costanti nel tempo che vanno appunto a caratterizzare la personalità dell’individuo. Naturalmente, i tratti di personalità differiscono molto da persona a persona. I tratti di un individuo possono essere riconosciuti molto precocemente e presentano un certa stabilità nel tempo: le variazioni che si possono riscontrare nel tempo sono minime, Nel senso che se una persona presenta una personalità narcisistica, non è che col tempo potrà trasformarsi in una personalità ossessiva. Ma i dettagli relativi alle tipologie di personalità li approfondiremo in seguito.

                                                      

 

Le origini della personalità: il temperamento

Nella costruzione della propria personalità incidono sia fattori genetici che fattori ambientali. Nello specifico, la personalità ha origine dal temperamento e dai processi di apprendimento all’interno dell’ambiente sociale in cui si vive. Il temperamento è quell’insieme di predisposizioni comportamentali che ritroviamo nel bambino sin dalla nascita. In termini più psicologici, il temperamento può essere considerato quel “bagaglio” di tratti emotivi che ha origine da componenti fisiologiche: tutti i bambini, sin da neonati, presentano differenze più o meno marcate per quel che concerne il livello di attività e intraprendenza, l’apertura sociale, il livelli di tolleranza della frustrazione, la disponibilità ad essere consolati, la maggiore o minore predisposizione al turbamento, ecc.
È importante tenere presente che non vi è necessariamente continuità tra il temperamento iniziale di un bambino e il successivo sviluppo della personalità. In questo percorso di crescita saranno principalmente tre i fattori che andranno a “modellare” a poco a poco il temperamento di un bambino: fattori biologici, fattori psicologici e fattori sociali. L’interazione di questi tre importantissimi fattori darà origine alla personalità e ai relativi tratti di personalità.
Ma cosa succede quando questi tre fattori generano condizioni psichiche problematiche portando ad un’esasperazione di determinati tratti di personalità? Succede che l’individuo sviluppa un disturbo di personalità.

 

                                             

 

I diturbi di personalità: caratteristiche e tipologie

Quando questi tratti assumono un carattere di esagerazione, la personalità assume una dimensione patologica, fonte di disagio: ci troviamo di fronte ai disturbi di personalità.
Il disturbo di personalità implica inevitabilmente delle alterazioni notevoli nel funzionamento generale della persona, con conseguenze negative sulle relazioni sociali, sull’immagine di sé e sull’efficacia del pensiero.
Il DSM-IV, che è il principale manuale diagnostico dei disturbi menali, definisce il disturbo di personalità come una modalità prolungata di vivere se stessi e di comportarsi che si allontana in maniera considerevole dalle aspettative della cultura di cui l’individuo fa parte: è un modo di essere, di avvertirsi e di comportarsi che crea problemi in almeno due delle seguenti aree: esperienza cognitiva, affettività, relazioni sociali, controllo degli impulsi. Tali tratti patologici devono risultare particolarmente rigidi e pervasivi, così tanto pervasivi da generare una condizione di forte disagio a livello personale, sociale e nella vita lavorativa.
Solitamente il disturbo di personalità insorge in adolescenza o all’inizio della fase adulta, quando si conforma e stabilizza la personalità dell’individuo.
Abbiamo tre macro-categorie di disturbi di personalità che presentano peculiarità differenti, a seconda del tipo di personalità che si va costituendo. Tali macro-categorie vengono definite “cluster” e sono:
Il CLUSTER A, definito anche “cluster eccentrico”: a questo cluster appartengono quei soggetti che mostrano profonde difficoltà ad instaurare relazioni soddisfacenti. Le caratteristiche principali di tali disturbi sono l’eccentricità, il ritiro sociale e le distorsioni del pensiero.
A questo cluster appartengono tre disturbi di personalità: il disturbo schizoide di personalità, il disturbo schizotipico di personalità e il disturbo paranoide di personalità.
Il CLUSTER B, definito anche “cluster impulsivo”: in questo gruppo troviamo invece quei disturbi di personalità contraddistinti da impulsività, egocentrismo, mancanza di empatia, rabbia e aggressività. A questo cluster appartengono il disturbo narcisistico di personalità, il disturbo istrionico di personalità, il disturbo borderline di personalità e il disturbo antisociale di personalità.
Il CLUSTER C, definito anche “cluster ansioso”: qui la componente determinante è l’ansia che diventa l’elemento cardine della vita dell’individuo. I tratti di queste personalità ostacolano pesantemente le capacità lavorative e la possibilità di instaurare relazioni interpersonali adeguate, così come relazioni intime soddisfacenti. A questo cluster appartengono il disturbo evitante di personalità, il disturbo dipendente di personalità e il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità.
Data la natura complessa dei disturbi di personalità, ne consegue che il trattamento di questi disturbi varierà notevolmente a seconda della tipologia con cui si ha a che fare. Una sfida davvero complessa per lo psicologo che ogni volta si confronta con le infinite sfaccettature di un disagio così articolato e “fluido” come il disturbo di personalità.