Il grande contributo di Otto Rank: il trauma della nascita

Come evidenziato nei precedenti lavori sull’argomento, Otto Rank rappresenta una delle figure di riferimento nel panorama psicoanalitico. Per lo psicologo, così come per lo psicologo online, questo autore dovrebbe essere un riferimento per la propria formazione e la propria pratica clinica, indipendentemente dall’approccio teorico che si è scelto.
Nei precedenti articoli, abbiamo analizzato la storia di vita e il percorso di formazione dello psicologo austriaco, aspetti che lo hanno segnato nella definizione del suo “corpus” teorico: pensiero teorico indubbiamente influenzato dal padre della psicoanalisi Sigmund Freud.
Come abbiamo visto, nei suoi primi lavori, Otto Rank fornisce un originale contributo ed un’acuta interpretazione psicologica del mondo dell’arte, operando un interessante parallelismo tra il mondo intrapsichico del nevrotico e quello dell’artista.

                                     

Trauma della nascita e crescita psichica

Ma il contributo principale che Otto Rank offrì al mondo psicoanalitico è rappresentato dalla sua opera più significativa, dal titolo “Il trauma della nascita”.
A partire da questo preziosissimo contributo per psicologi e psicoterapeuti, lo psicologo viennese Otto Rank affrontò per primo il tema del trauma della nascita. In che modo? Egli partì dall’ipotesi secondo cui la nascita sarebbe il primo trauma esperito dall’essere umano. Da un punto di vista fisico ma anche simbolico, per Rank nascere significa separarsi in maniera improvvisa dalla figura materna e di conseguenza passare da un ambiente sicuro e protetto ad un ambiente più insicuro ed avverso.
Otto Rank riteneva che il trauma della nascita rappresentasse la prima “tappa” della nevrosi che ci porta a fare i conti con la “frustrante” dimensione umana. Questa dimensione genererebbe un “sottofondo” di angoscia che ci affiancherebbe per il resto della nostra vita. Una visione della vita non proprio “ottimistica” e positiva ma che ha portato l’ambiente psicoanalitico e gli psicologi dell’epoca ad interrogarsi sul significato della nascita e sul vedere questo evento non soltanto in termini gioiosi e celebrativi ma anche da un’ottica più complessa e articolata, più centrata sui bisogni affettivi del neonato. Le ipotesi teoriche di Rank sono a tutt’oggi motivo di dibattiti e accesi confronti. Analizziamo meglio il motivo per cui le teorie di Rank sono considerate così controverse.

                                   

Trauma della nascita e nevrosi: controversie

Il fatto che l’essere umano soffra al momento della nascita è assodato: il trauma della nascita è un concetto ben noto alla medicina. In questo ambito però viene visto da una prospettiva più organica e fisiologica.
La teoria di Rank, tuttavia, trascende questa concezione medica considerando il trauma della nascita come l’evento che va a determinare la nostra vita psichica.
Otto Rank individua nel trauma della nascita l’origine dell’angoscia nevrotica. La prima avversità cui va incontro l’essere umano quando nasce è data dall’affrontare il parto, ossia quella strada stretta e angusta che porta alla fuoriuscita dall’accogliente grembo materno. La caratteristica più significativa di questa fase è data proprio dagli spazi angusti entro cui si realizza il momento del parto
In termini più squisitamente psicologici, secondo Rank la separazione del bambino dalla mamma assume anche una forte valenza emotiva. Il trauma della nascita non sarebbe riconducibile soltanto agli aspetti sensoriali e fisiologici ma anche all’inaspettato vissuto di perdita di una condizione ottimale all’interno del grembo materno. Per Rank questo evento ci colpisce in maniera significativa facendocela vivere come una dolorosa perdita e portandoci a sviluppare una più o meno marcata sensibilità a tutte le perdite che seguiranno.
La teoria del trauma della nascita provoco una vera e propria frattura all’interno dell’ambiente psicoanalitico, ponendosi in contrasto con la teoria freudiana secondo cui l’evento cardine dello sviluppo psico-sessuale dell’individuo è rappresentato dal complesso di Edipo.
Fu questa divergenza ad allontanare definitivamente Otto Rank da Freud.
Oggi la teoria del trauma della nascita è diventata un riferimento per molti psicologi, psicoterapeuti e psichiatri per i quali l’elemento cardine del percorso psicoterapeutico consiste nel superare il trauma originario della nascita e nel vivere nuove tappe della propria vita come una rinascita.

                                             

 

 

La psicoterapia online: una pratica clinica in continua espansione

In una fase storica dove viaggiare per lavoro e spostarsi con frequenza all’estero è ormai all’ordine del giorno e dove gli strumenti tecnologici sono sempre più all’avanguardia, la psicoterapia online può costituire un importantissimo riferimento. Numerose ricerche sostengono ormai da tempo l’efficacia di questa nuova forma di psicoterapia. A seguito dell’emergenza COVID-19, lo psicologo si è sempre più adattato a questa nuova modalità di pratica clinica. In questo contesto, la figura dello psicologo online si è affermata e diffusa in maniera sempre più crescente. La psicoterapia online presenta un suo specifico setting che naturalmente la differenzia dalla psicoterapia in studio. Ovviamente la psicoterapia online presenta i suoi vantaggi e svantaggi, così come le sue specifiche peculiarità.
Così come nella psicoterapia in studio, nella psicoterapia online è fondamentale la relazione terapeutica che si viene a instaurare tra paziente e psicologo e la relativa alleanza terapeutica.

                                                                            

Efficacia della psicoterapia online

In questo articolo inizieremo ad approfondire alcuni aspetti fondanti della psicoterapia online e della pratica clinica dello psicologo online, a partire dall’interessante articolo di Sara Fornari e Chiara Terranova “La psicoterapia online in videochiamata” (2020).
Diversi lavori scientifici affermano da parecchi anni che la psicoterapia online è praticabile ed efficace allo stesso modo della psicoterapia in presenza.
Molteplici lavori che si sono occupati della tematica hanno evidenziato che i trattamenti psicologici online consentono la costruzione di un’ottima alleanza terapeutica. È emersa infatti un’alta correlazione tra lo svolgimento della psicoterapia online e i risultati clinici ottenuti sul medio-lungo termine. I trattamenti psicologici online si sono rivelati molto efficaci per svariati disturbi psichici: i valori medi di efficacia terapeutica della psicoterapia online sono risultati pressoché sovrapponibili a quelli della psicoterapia in studio.
In Italia la psicoterapia online ha iniziato a diffondersi più tardivamente rispetto ad altri paesi. L’atteggiamento degli psicologi italiani nei confronti della pratica clinica online è stato più restio e il divario tra Italia e gli altri paesi di Europa e Nord-America è risultato notevole per diverso tempo.
Tuttavia, negli ultimi tempi, la situazione è radicalmente mutata anche in Italia e si sta evolvendo in maniera sempre più repentina. Sono diversi i fattori che hanno contribuito alla diffusione di questo nuovo scenario in Italia.

                                                    

Psicoterapia online e contesto italiano

La sempre crescente collaborazione con i colleghi psicologi online degli altri paesi ha contribuito all’accrescimento e al consolidamento delle competenze cliniche nell’ambito della psicoterapia online anche nel contesto italiano. Un triste evento ha inoltre contribuito ad accelerare la diffusione e la pratica dei trattamenti psicologici online, oltre che la diffusione della figura professionale rappresentata dallo psicologo online: la pandemia da COVID-19 che è dilagata soprattutto nel corso del 2020 e che ha portato ad una serie di restrizioni e lock-down, con l’impossibilità di svolgere la quasi totalità delle attività lavorative in presenza.
A partire da questi due fattori, la psicoterapia online ha assunto pari dignità e riconoscimento rispetto alla classica psicoterapia in studio.
Tutto ciò è stato ulteriormente favorito dall’avanzare “tumultuoso” delle tecnologie. Grazie a connessioni internet sempre più veloci e a piattaforme di videochiamata sempre più efficaci e intuitive, la comunicazione online è diventata ancora più fruibile dalla maggior parte degli utenti, con ulteriori ricadute positive nell’implementazione delle psicoterapie online. Già diversi anni fa lo psicologo online poteva usufruire di dispositivi tecnologici e supporti digitali che consentivano di svolgere l’attività terapeutica online in maniera molto più efficace rispetto a prima.
Ad oggi la psicoterapia online assume sempre più importanza e significato nel mondo, alla luce dei cambiamenti cui stiamo assistendo, cambiamenti che implicano spostamenti sempre più frequenti, trasferte per lavoro o studio continue e durature. A seguito poi dell’attuale pandemia, la psicoterapia online è risultata essere l’unica forma di pratica clinica in grado di proseguire percorsi psicologici
già avviati o di iniziarne di nuovi garantendo una continuità nei trattamenti e nella promozione della salute mentale in periodi così critici per la stragrande maggioranza dei Paesi del mondo.

                                                            

 

Le dinamiche intrapsichiche e relazionali alla base della depressione

In diversi lavori abbiamo affrontato la complessa tematica della depressione, disagio psichico con cui lo psicologo e lo psicologo online si confrontano in continuazione nel corso della pratica clinica.
In questo articolo inizieremo un’attenta analisi dell’“universo” depressivo seguendo un approccio psicodinamico. Ma che cos’è l’approccio psicodinamico? È quell’approccio che analizza il “campo” relazionale tra paziente e terapeuta tenendo in considerazione elementi cardine quali il conflitto inconscio, le criticità, le storture delle strutture intrapsichiche e le relazioni con le figure significative. Con l’approccio psicodinamico il comportamento e i sintomi che affiorano alla superficie sono ritenuti il risultato di processi inconsci che ci preservano da contenuti mentali inaccettabili e sentimenti rimossi.
Iniziamo ad analizzare i disturbi depressivi a partire da questo importantissimo approccio teorico che si rifà ai principi fondamentali della psicoanalisi.

                                                                      

                                     

Depressione e vulnerabilità narcisistica

A causa delle esperienze significative dei primi anni di vita, il mondo interiore dell’individuo depresso si va sempre più a popolare di vissuti di frustrazione, vergogna, perdita, senso di impotenza, colpa, inadeguatezza e solitudine. Questo “crogiolo” di contenuti psichici va a influire in maniera decisiva sulla percezione di se stessi e degli altri. Ne conseguirà pertanto un costante vissuto di sfiducia e insicurezza in sé e nella stabilità degli affetti da parte delle figure significative.
Secondo il modello psicodinamico sono essenzialmente due gli elementi che possono andare ad organizzare il funzionamento psichico della personalità depressiva: la vulnerabilità narcisistica e la rabbia. Questi due vissuti sono presenti in molti altri disturbi psichici, ma nel disagio depressivo essi vanno a declinarsi e modellarsi in modalità specifiche e particolari.
La vulnerabilità narcisistica consiste in quella predisposizione ad esperire i rimproveri e le delusioni con una coloritura cupa e disperata che porta ad una compromissione dell’autostima e della sicurezza nei propri mezzi. Le conseguenze di una condizione del genere sono ovviamente nefaste, una su tutte la marcata sensibilità alle perdite e ai rifiuti. L’individuo depresso spesso associa più o meno inconsapevolmente queste esperienze a profonde delusioni subite nella prima infanzia oppure ad esperienze precoci di perdita, abbandono, rifiuto, oppure ancora a scenari in cui è stata percepita una non disponibilità all’aiuto e al supporto da parte di importanti figure di riferimento.

                                                      

Depressione e rabbia

Le conseguenze di queste dinamiche relazionali sono riconducibili a serie difficoltà nella regolazione della propria autostima (che sarà sempre tremendamente bassa) e uno scarso senso della realtà riguardo le aspettative e le speranze sulle proprie risorse e potenzialità.
L’altro fattore psicodinamico che avrebbe un ruolo determinante nell’insorgenza del disturbo depressivo è la rabbia.
La rabbia nel soggetto depresso è molto presente ma è quasi del tutto negata e non riconosciuta. Nel funzionamento depressivo il vissuto di rabbia è sentito come alquanto pericoloso a livello più profondo, in quanto fonte di forti sentimenti di colpa che vanno ad appesantire la quotidianità dell’individuo depresso. I vissuti di colpa vanno poi ad alimentare quegli atteggiamenti autopunitivi, autosvalutanti innescanti quelle perverse dinamiche di auto-sabotaggio che conducono la persona che soffre di depressione a esperienze continuative di fallimento.
Tutti noi esperiamo e mettiamo in atto maniera più o meno intensa l’emozione della rabbia: è una emozione primaria che ci aiuta a far valere le nostre ragioni e a chiarirci in modo autentico con gli altri. Anche la persona depressa prova rabbia e ha dentro di sé notevoli quote di aggressività, solo che questa aggressività la proietta sugli altri per poi rivolgerla contro se stesso sottoforma di critiche e giudizi sferzanti verso di sé. Tali critiche non sono altro che il risultato dell’interiorizzazione delle prescrizioni e dei rimproveri genitoriali vissuti dal paziente depresso come punitivi e giudicanti. È a partire da questo fenomeno psichico che si costruisce il funzionamento depressivo con conseguente perdita di autostima e perenni sensi di colpa.

                                                           

Il “mondo psicoanalitico” di Rank: primi approfondimenti sul suo pensiero

Nel precedente articolo sull’argomento abbiamo descritto la vita e il percorso formativo di un importante esponente del movimento psicoanalitico che per varie sfortunate vicende e per successive divergenze con Freud, fu dimenticato per molto tempo e non adeguatamente valorizzato: Otto Rank.
La conoscenza di un autore come Otto Rank è di notevole importanza per il percorso di formazione di uno psicologo e psicologo online, così come degli altri psicologi e studiosi del movimento psicoanalitico: Sigmund Freud, Carl Gustav Jung, Sandor Ferenczi, Melanie Klein, Anna Freud, Donald Winnicott, Wilfred Bion, ecc.
In questo lavoro inizieremo ad analizzare i primi importanti contributi di Rank in ambito psicoanalitico, oltre alla graduale evoluzione del suo pensiero che a poco a poco lo ha portato a distaccarsi da Freud e dall’ortodossia psicoanalitica.

                                                                      

Rank e il significato profondo dell’arte

I primi lavori di Rank si incentrano sul tema dell’arte e sui significati profondi alla base della produzione artistica. Inizialmente Rank riprende l’idea di base di Freud secondo cui l’arte sarebbe il risultato di una sublimazione delle pulsioni, nel senso che attraverso l’opera d’arte l’artista tira fuori le parti più profonde di sé (precedentemente rimosse) riproducendole in una forma “nobilitata” che si traduce in produzione creativa. Secondo Rank, quindi, il sintomo proveniente dal conflitto psichico viene colto dall’artista che lo proietta sull’Io (cioè sulla sua parte più cosciente) e non sul sogno (che sarebbe la via maestra dei contenuti più profondi e inconsci). Perché questo? Perché tale conflitto ormai è troppo maturo per diventare “sogno” e al tempo stesso non è ancora così patologico da tramutarsi in sintomo. Ecco che tale contenuto diventa opera d’arte.
L’utilità dell’opera d’arte non coinvolge soltanto l’artista bensì anche colui che apprezza l’opera e fruisce della sua bellezza e originalità. Tuttavia i meccanismi che sottendono il funzionamento dell’artista e del fruitore sono ben diversi: mentre al fruitore l’opera d’arte fornisce la possibilità di “scaricare” le sue tensioni inconsce senza spendere eccessive energie mentali, per l’artista l’opera d’arte richiede un lavoro psichico per sé e per chi ne usufruisce finalizzato a rimuovere le inibizioni e le conflittualità interne.
L’osservatore dell’opera d’arte, pertanto, attratto dalla creatività e dalla forma dell’opera stessa, si immedesima nell’artista scaricando i suoi affetti nella produzione artistica che vede: tale dinamica assume pertanto una funzione quasi purificatoria, una sorta di abreazione.

                                           

Parallelismo tra il mondo “nevrotico” e il mondo dell’artista

Secondo il pensiero di Rank, c’è un parallelismo importante tra la persona nevrotica e l’artista, ma mentre il nevrotico cerca di “digerire” ciò che sente penoso attraverso il sintomo, l’artista lo “erutta” come farebbe un vulcano. L’arte pertanto avrebbe origine da un particolare rapporto che si viene a instaurare tra le forze psichiche.
Rank, addentrandosi ulteriormente nel funzionamento psichico dell’artista, sostiene che egli soddisfi un bisogno libidico tramite la realizzazione dell’opera d’arte, similmente a ciò che accade nel sogno.
Rifacendosi molto al concetto junghiano di istinto creativo, Rank teorizza la presenza nell’essere umano e nell’immaginario collettivo dell’ “impulso creativo umano”, impulso che l’artista esprimerebbe nella sua forma più alta ed efficace.
Il concetto di creatività, secondo Rank, si costituirebbe all’interno della polarità tra il singolo individuo, guidato da una spinta innata alla creazione e i prodotti della collettività che si esprimono nel mito, nell’epica e nelle fiabe.
Ancora una volta Rank traccia una distinzione tra individuo “normale” (accezione da “contestualizzare” al periodo storico in cui ha vissuto Rank), nevrotico e artista. L’individuo normale non si distanzia quasi mai dalle convenzioni e dalle consuetudini vivendo in un mondo di certezze ingannevoli; il soggetto nevrotico ha colto la necessità di liberare il Sé e di individualizzarlo ma ha fallito nel compito (da qui il conflitto inconscio) e rimane paralizzato in una condizione in cui non riesce ad andare né avanti né indietro; l’artista, infine, tenta di creare, a partire da se stesso, un mondo a sé stante con lo scopo di assoggettare la realtà esterna al mondo interno da lui creato.
Nel prossimo lavoro sull’argomento approfondiremo ulteriormente questi concetti e inizieremo ad analizzare l’opera più rappresentativa di Otto Rank: Il trauma della nascita.

                                             

 

Un grande esponente della psicoanalisi: Otto Rank

Per lo psicologo e lo psicologo online la conoscenza dei principali autori psicoanalitici è di fondamentale importanza per la relativa formazione ed esperienza professionale.
In diversi lavori abbiamo descritto la vita e le teorie dei principali esponenti della psicoanalisi: Sigmund Freud e Carl Gustav Jung. Il primo è da considerarsi a tutti gli effetti il “padre” della psicoanalisi, il secondo il fondatore della psicologia analitica. Nei prossimi articoli analizzeremo i principali contributi dei principali psicoanalisti che hanno sviluppato le prime teorie e le prime metodologie psicoanalitiche. In questo lavoro inizieremo ad analizzare la vita di un grande psicologo allievo di Freud: Otto Rank. Approfondiamo questa figura importante del movimento psicoanalitico che apportò dei contributi molto originali.

                                                    

Vita e formazione

Otto Rank costituisce una delle figure più innovative all’interno del circolo di fedelissimi freudiani. In una prima fase Rank si attenne rigorosamente ai riferimenti teorici di Freud per poi distaccarsene in un secondo tempo. Se ne distaccò talmente tanto che ad oggi il suo pensiero è più accostabile alla psicologia analitica di Jung. Rank fu autore di molte ricerche in ambito antropologico e della mitologia, studi che riflettevano molto i suoi complessi e le sue problematiche esistenziali.
Otto Rank originariamente si chiamava Otto Rosenberg, nacque a Vienna nel 1884, secondo di tre figli. La figura del padre, uomo violento e alcolizzato, ebbe un impatto talmente negativo sui figli e sull’ambiente familiare in generale, che Otto, una volta maggiorenne, decise di cambiare il suo cognome in Rank.
La sua struttura fisica, esile e fragile, gli impedì di continuare il suo primo lavoro presso una fabbrica di vetro soffiato. Ripiegò su una modesto lavoro impiegatizio dal quale cercò perennemente di evadere approfondendo studi di arte, letteratura e filosofia. Durante il suo percorso di approfondimento di questi studi umanistici, conobbe lo psicoanalista Alfred Adler dal quale assimilò molti dei suoi insegnamenti e dei suoi principi teorici. Grazie ad Adler, nel 1906, conobbe Freud che divenne sin da subito quel riferimento paterno che nella sua infanzia e adolescenza gli mancò terribilmente. Inizialmente il rapporto tra Rank e Freud fu molto stretto e costruttivo.

                                                           

Divergenze e allontanamento da Freud

Sin da subito Rank si dedicò con grande dedizione alle attività del circolo psicoanalitico di Vienna, tanto che Freud lo aiutò finanziariamente per completare i suoi studi universitari in lettere con una tesi di laurea di impostazione psicoanalitica. Segui una fase di ferventi attività all’interno della Società Psicoanalitica: nel 1912 fondò la rivista psicoanalitica Imago e ad altre importanti riviste. In poco tempo Rank assunse una posizione di grande prestigio agli occhi di Freud, aspetto che suscitò notevoli invidie tra gli altri membri della Società Psicoanalitica, tali da spingerli a mettere in circolazione voci su tutta una serie di presunti disturbi mentali di Rank. Rank fu inoltre accusato di aver provocato una serie di attriti tra diversi membri della Società Psicoanalitica.
Nel 1918 Rank iniziò a distanziarsi dalla figura di Freud e dalle sue teorie, fino a giungere alla rottura definitiva nel 1924 con la pubblicazione del caposaldo del suo pensiero: Il trauma della nascita.
Dopo una serie di allontanamenti e riavvicinamenti all’ambiente psicoanalitico, Rank decise di lasciare Vienna, per trasferirsi prima a Parigi e poi negli Stati Uniti dove si occupò di psicoanalisi, pedagogia e scienze sociali.
Rank morì nel 1939 all’età di 52 anni a causa di una malattia infettiva, un mese dopo la scomparsa di Sigmund Freud.
Nel prossimo articolo approfondiremo i fondamenti teorici del pensiero di Otto Rank.

                                                          

 

 

Il “corpo” che comunica: l’isteria

Il termine isteria rimanda inevitabilmente ai primi studi di Freud e alla nascita del metodo psicoanalitico. Isteria e psicoanalisi sono intrinsecamente legati. Il termine “isteria” tuttavia è un termine antico derivante dal greco “usteron” che significa “utero”. Già gli antichi Greci facevano uso di questa terminologia: essi ritenevano che fosse un disturbo soltanto femminile riconducibile ad un presunto malfunzionamento dell’utero all’interno del corpo che generava sintomatologie legate alla sfera sessuale.
In effetti, nel disturbo isterico la sessualità, l’uso del corpo, della teatralità, della seduzione nelle sue forme più sottili e la manifestazione intensa degli affetti rivestono un ruolo fondamentale. Approfondiamo meglio il funzionamento isterico.

                                            

Caratteristiche cliniche dell’isteria

Nell’isteria si ha un sovraddimensionamento degli affetti che vengono vissuti con una certa drammaticità. Nel disturbo isterico si assiste spesso ad una teatralizzazione delle emozioni. In questo tratto la nevrosi isterica si contrappone alle cosiddette nevrosi ossessive dove invece le emozioni tendono ad essere “blindate”, isolate. Ma torniamo al fenomeno della teatralità isterica: esistono diverse forme di manifestazione “teatrale” delle emozioni. Vi è per esempio una teatralità che può risultare attraente e che tende a catturare l’altro: avremo in questo caso un possibile funzionamento isterico. Esiste poi una teatralità molto più intensa ed “aggressiva” che tende a distanziare l’altro: in questo caso avremo a che fare con un funzionamento psichico istrionico, una forma di isteria molto più grave e invalidante. La personalità isterica presenta pertanto una seduttività spesso attraente, mentre la personalità istrionica presenta una seduttività che distanzia.
Le personalità isteriche sono caratterizzate da una seduttività costante, tesa a soddisfare i propri bisogni ma senza un reale interesse per l’altro: nelle relazioni dell’isterico, la presenza dell’altro può essere intercambiabile. Spesso in queste persone è insita una certa superficialità nei rapporti, affiancata da un’intimità precoce che tende a spiazzare l’interlocutore. C’è pertanto nel funzionamento di questi individui una superficialità nelle interazioni, superficialità che quasi sempre contraddistingue anche lo stile cognitivo.

                                                        

Fragilità emotiva, impulsività e sessualità del paziente isterico

Ad una prima analisi psicologica, lo psicologo nota spesso che il paziente isterico è caratterizzato da un’alta impressionabilità e adattabilità alle caratteristiche dell’interlocutore: il soggetto isterico con una persona assumerà i relativi aspetti di quella persona, con un’altra assume gli aspetti di quest’ultima.
Un’altra peculiarità della personalità isterica è data dall’impulsività e labilità emotiva, oltre che dall’indifferenza nei confronti delle conseguenze dei propri scoppi impulsivi e aggressivi. Molto spesso, dopo le sue “sfuriate”, il paziente isterico si stupisce se l’altro si distacca o si allontana.
Il paziente isterico tende ad essere impulsivo e fa fatica a mentalizzare la propria impulsività, ossia a mettere in pensieri e parole i vissuti impulsivi che ha appena provato. È importante notare, però, che questa difficoltà è molto meno marcata rispetto a disturbi più seri, quali il disturbo borderline ed altri gravi disturbi di personalità.
La fragilità emotiva dell’individuo isterico è riconducibile a problematiche sessuali. Tali questioni, ritenute inaccettabili dall’Io, vengono rimosse e trasformate in sintomi sensitivi, sensoriali o motori: è il cosiddetto fenomeno di conversione isterica. Di qui l’utilizzo del corpo per esprimere il proprio disagio, per esempio sotto forma manifestazione fisica, di paralisi, parestesia, vertigine, sintomi somatici, ecc. Tali problematiche tendono ad essere più serie nei pazienti con disturbo istrionico di personalità.
La personalità isterica ha spesso una vita relazionale intensa, ha molti corteggiatori in campo sentimentale, ma poi i sintomi e i problemi sessuali vanno a compromettere la qualità delle interazioni.
Lo psicologo, nel percorso psicologico con questi pazienti, deve lavorare a fondo sulla relativa storia di vita e sulla storia dove risiedono vissuti traumatici che hanno portato alla rimozione del contenuto psichico o dell’affetto ritenuto intollerabile, con conseguente insorgenza della sintomatologia isterica.

                                                          

 

 

 

DSA: una risorsa importante per il mondo del lavoro

I disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) rappresentano una tematica centrale per la popolazione mondiale, che coinvolge più di 8,6 milioni di individui.
La dislessia e gli altri disturbi specifici dell’apprendimento (disgrafia, disortografia e discalculia) emergono a scuola, con possibilità di diagnosi a partire dalla seconda elementare.
E’ bene però ricordarsi che i DSA non scompaiono alla fine della scuola dell’obbligo o dell’università: le difficoltà continuano ad essere presenti anche nell’età adulta e nel mondo lavorativo.
Questa tematica desta dubbi, preoccupazioni e paure specialmente nei genitori i quali temono che il loro piccolo non potrà mai trovare una buona collocazione a livello lavorativo.

                                     

DSA e tutele oltre il percorso scolastico

Da qui emerge la necessità di riconoscere queste difficoltà non solo nell’ambito scolastico ma nell’intero arco della vita del soggetto. Purtroppo si tende spesso a dare per scontato che l’individuo adulto sia in grado di leggere e scrivere in maniera automatica. Tuttavia, tale condizione non si verifica in un soggetto con diagnosi di dislessia nemmeno in età adulta.
Riconoscendo l’importanza di tale aspetto, nel 2017 è stata attuata in Italia una proposta di legge che mira ad estendere le misure descritte nella legge 170 anche all’ambito lavorativo.
In linea con la frase “La diversità è ricchezza”, è bene soffermarsi non solo sui limiti e le difficoltà dei soggetti con dislessia, ma soprattutto sui loro punti di forza.
La dislessia, infatti, porta i soggetti a mostrare difficoltà nella lettura e nella scrittura, nella memoria, negli aspetti emotivi e anche nell’orientamento visuo-spaziale. Di conseguenza, questo conduce a ricadute specifiche a livello lavorativo, visibili negli errori ortografici che può commettere il soggetto, nella sua difficoltà a produrre una relazione scritta, a compilare moduli e ad organizzare le attività. Inoltre, a causa di aspetti emotivi come ansia, paura ed imbarazzo, questi lavoratori mostrano molte difficoltà nel chiedere aiuto ad altri.
Soffermandoci solo su ciò, però, si perde tutta la vasta gamma di abilità, competenze e punti di forza presenti in questi soggetti. Quali sono? Scopriamoli.

                                                  

DSA e mondo del lavoro

Molto spesso gli individui con dislessia presentano un’intelligenza superiore alla norma, hanno un’immaginazione fervida, sono creativi ed in grado di sviluppare facilmente nuove idee e soluzioni. Inoltre, riescono spesso ad avere una maggiore visione d’insieme, a percepire un’immagine nel suo complesso e ad apprendere facilmente dall’esperienza. Di conseguenza, queste abilità determinano un vantaggio in moltissimi settori come l’arte, la meccanica, l’architettura, le interpretazioni di immagini, così come il management.
Nella storia passata e nell’attuale società, sono numerosissimi i casi di individui con DSA che hanno fatto di questo “limite” il loro punto di forza. Partendo dal passato, ricordiamo personaggi che hanno cambiato le nostre vite come Newton, Einstein nel campo scientifico; Van Gogh e Picasso nell’arte; Mozart, Beethoven e John Lennon nell’ambito musicale.
Alla luce di queste evidenze, la diversità può rappresentare un vantaggio significativo per il mondo lavorativo. Tale diversità deve essere pertanto tutelata e non limitata. Per fare ciò, si rende opportuno individuare adeguate “location” e condizioni lavorative che possano garantire al soggetto il massimo sviluppo delle sue capacità.

Autori:

Francesca Natoli

Psicologa, specializzata in psicodiagnosi e in psicopatologia dell’apprendimento. Referente centro specializzato “ReTrentatrè”, Rimini.

Cellulare: 3929281321

Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Nicole Zavoli

Laureanda in Psicologia presso l’Università di Bologna. Operatrice presso il centro Specializzato “ReTrentatrè”, tirocinante presso il “Centro di Neuropsicologia Riminese”.

Cellulare: 3209551581

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Le cause profonde dell’aggressività adolescenziale e come affrontarla

Nel precedente articolo sull’argomento ( Il difficile "mestiere" dell'adolescente: la rabbia adolescenziale ) è emerso come
la rabbia adolescenziale non presenti soltanto aspetti negativi: anzi! Essa ha un’importante valenza comunicativa, come l’intenso spaesamento che l’adolescente prova nei confronti di una fase di passaggio come quella che sta attraversando in cui deve fare i conti con un mondo degli adulti che attrae ma che al tempo stesso spaventa. La rabbia e l’aggressività adolescenziale rappresentano anche un modo per interfacciarsi con gli adulti, con i loro valori e le loro regole (che ora vengono messi in discussione, a differenza di quando si era bambini) ma anche con le loro contraddizioni e le loro criticità
Ma come gestire l’aggressività e la rabbia adolescenziale? Scopriamolo.

                                                                     

Aggressività in adolescenza: il problema della mentalizzazione

Il comportamento aggressivo è una delle forme di comunicazione con cui l’adolescente prova a differenziarsi, a costruirsi un’identità e a definire un proprio spazio nel mondo.
Può essere considerata un tentativo di ottenere autonomia dal mondo degli adulti. L’aggressività in adolescenza è pertanto fisiologica, non lo è più quando è eccessiva. In questo caso è indicativa di disagio da parte dell’adolescente. Nel relazionarsi con l’adolescente è sempre prezioso tenere a mente che dietro ogni comportamento aggressivo si nasconde una ricerca di relazione. L’aggressività ha sempre una direzione e segnala costantemente un disagio che fa soffrire l’adolescente e di conseguenza lo fa arrabbiare. Possono essere molteplici i vissuti che generano il comportamento aggressivo: senso di colpa, paura, rabbia, disapprovazione. Questi sono tutti vissuti con cui l’adolescente si confronta con grande frequenza.
In generale, l’aggressività può essere considerata come la conseguenza di un mancato sviluppo della funzione riflessiva, detta anche “mentalizzazione”. Ma che cos’è la mentalizzazione? È la capacità di costruire una “teoria della mente” di sé e degli altri, aspetto che implica inevitabilmente la capacità di entrare a contatto con le proprie e emozioni e di conseguenza con le emozioni e i vissuti altrui.
È solo attraverso una buona sintonizzazione emotiva che si può sviluppare la capacità di comprendere se stessi e gli altri. Questa capacità affonda le sue radici nell'attaccamento.

                                          

Come gestire e comprendere l’aggressività in adolescenza?

Spesso nell’adolescente particolarmente aggressivo è carente la capacità di mentalizzazione. In questi casi, l’aggressività del ragazzo non viene messa al servizio dei propri bisogni bensì assume connotazioni di crudeltà e cattiveria e ciò rappresenta un problema di adattamento. Questo tipo di aggressività ci informa del fatto che nell’adolescente ci sono state difficoltà a livello di sviluppo emotivo che spesso si concretizzano nel piacere di far soffrire il prossimo.
Come si può muovere l’adulto (genitore o insegnante) di fronte all’eccesso di aggressività? Innanzitutto, senza far finta di niente: talvolta si pensa che avere un atteggiamento permissivo e accondiscendente nei confronti del comportamento aggressivo dell’adolescente sia un modo maturo e comprensivo di porsi nei suoi confronti. Niente di più sbagliato: è importante far notare quello che il ragazzo ha fatto e, a seconda della gravità, parlarci, riprenderlo oppure adottare un provvedimento. Come detto, il comportamento aggressivo è spesso un modo per comunicare qualcosa, per esprimere un disagio. Adottare un approccio iper-permissivo è un modo per “non vedere” l’adolescente, per non considerarlo. Ciò porterà l’adolescente ad “alzare il tiro”.
Dall’altro, ovviamente, non ha alcun senso neanche il singolo “discorsetto”, la singola “ramanzina” o il singolo provvedimento, se non seguiti da una ricerca di significato a quello che è successo.
L’adulto, di fronte all’atteggiamento aggressivo o provocatorio, deve innanzitutto capire e descrivere meglio la situazione (ciò che è successo) insieme al ragazzo, per poi provare a dare un significato psicologico a quello che si vede cercando di aprire un confronto: questo è un passo fondamentale per intraprendere un percorso di aiuto alla crescita, anche (e soprattutto) quando si ha che fare con manifestazioni di rabbia adolescenziale.

                                   

 

L’online come unico appiglio: ma a quale prezzo?

Se ancora prima dell’avvento del Covid-19 giovani e adulti passavano già molto tempo online, con l’avvento della pandemia questo mondo è diventato l’unico mezzo per il mantenimento dei rapporti umani e sociali.
Fino ad un anno fa, il pensare di fare lezioni online o incontri di supporto psicologico a distanza ci sarebbe sembrato, probabilmente, una follia, follia che, ad oggi, è diventata un’abitudine e una nuova normalità.
Questo nuovo mondo sicuramente racchiude in sé, come ogni oggetto della vita reale, punti di forza e limiti. Sicuramente ha rappresentato l’unica alternativa possibile al fine di evitare i contagi e la diffusione del virus, permettendoci di mantenere le relazioni più significative, ma qual è stato il prezzo da pagare?

                                     

La modalità “online”, la mancanza del contatto fisico e il rischio di chiusura in sé

“Stiamo vivendo solo la parte più brutta della scuola: lezioni e verifiche” riportano molti ragazzi delle scuole medie e superiori a cui è stata tolta la possibilità di concedersi momenti di spensieratezza, di risate tra i banchi di scuola. Limitati a vedersi solo tramite una fotocamera, i ragazzi sono stati sottratti delle interazioni sociali, in un momento in cui ciò significa tutto per loro. Durante un’esperienza lavorativa, per ironia della sorte, due bambini della stessa classe si sono incontrati nell’atrio di un centro adibito alla valutazione neuropsicologica.
La luce nei loro occhi, la loro contentezza, la voglia di stringersi e di lasciarsi indietro tutta questa situazione era enorme, trovandosi uno di fronte all’altro e non più dietro uno schermo.
Una contentezza circoscritta, durata per poco e che ha lasciato subito il posto alla tristezza di considerare quell’evento come l’eccezione e non poi come la normalità.
Inoltre, all’interno dell’attività di supporto ai bambini, con questa situazione è venuto a mancare tutto il contatto non verbale, un mezzo con cui comunichiamo ancora di più che con la parole: un gesto, una stretta, un abbraccio. Un ulteriore limite è che sicuramente la situazione attuale ha portato i bambini con difficoltà relazionali a chiudersi ancora di più nel loro piccolo mondo, sapendo di poter spegnere la videocamera ogni volta che qualcosa va storto. È capitato spesso che nelle lezioni online, di fronte ad una difficoltà, il bambino, trovandosi a casa, sviasse l’argomento usando la scusa di essere chiamato, di dover andare in bagno o di avere problemi di connessione. Di conseguenza, tutto ciò può portare il bambino a preferire la didattica a distanza, piuttosto che quella in presenza. Ma sappiamo bene che la vita reale non è così: di fronte ad essa non basta spegnere la webcam per sfuggire da una situazione.

                                             

Moldalità online: solo svantaggi?

Un fenomeno riscontrato tra i più giovani nell’ambito del disagio psicologico è stato sicuramente l’aumento dell’ansia. non sono pochi i bambini che in questo periodo tendono a manifestare degli attacchi di panico di fronte allo schermo. Tutto ciò deriva dall’esposizione prolungata ad una situazione di incertezza, dove le nostre abitudini sono state cambiate radicalmente e i bambini, come tutti i soggetti delle altre fasce d’età, ne hanno risentito enormemente. Tuttavia, sebbene fin qui siano emersi principalmente i limiti del mondo online, è giusto sottolinearne anche i vantaggi: sicuramente, anche se in un modo diverso, questa nuova modalità di interagire ci ha permesso di supportare i bambini, di riprodurre in parte la normalità che era venuta a mancare. L’utilizzo del mondo online ci ha permeaso di proseguire con le attività di routine, evitando di far sentire tutti “più soli”, in una situazione già di per sé critica. Basta pensare alle conseguenze che ci sarebbero state sospendendo direttamente tutte le attività, senza neanche la possibilità di seguire lezioni da casa.
Il vedersi in videocamera ci ha permesso di mantenere una continuità nelle relazioni, pur mantenendo sempre la speranza di ritornare ad abbracciarci e a parlarci uno di fronte all’altro, senza l’ostacolo della webcam.


Francesca Natoli
Psicologa, specializzata in psicodiagnosi e in psicopatologia dell’apprendimento. Referente centro specializzato “ReTrentatrè”, Rimini.

Cellulare: 3929281321

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Nicole Zavoli
Laureanda in Psicologia presso l’Università di Bologna. Operatrice presso il centro Specializzato “ReTrentatrè”, tirocinante presso il “Centro di Neuropsicologia Riminese”.

Cellulare: 3209551581

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Le resistenze dei genitori ad accettare le difficoltà del bambino

Sin dai primi mesi di gravidanza, i genitori sono soliti immaginarsi come sarà il proprio figlio, di quale colore saranno i suoi occhi, quale sarà il temperamento del suo carattere, se assomiglierà di più a papà o più a mamma. Queste rappresentazioni si scontrano poi con il bambino “reale” alla nascita il quale avrà caratteristiche individuali forse diverse da quelle che i genitori avrebbero voluto che avesse.
Quando, poi, nella vita del bambino emergono difficoltà di
diverso tipo, come un disturbo del neuro-sviluppo o un disturbo specifico dell’apprendimento, i genitori vengono travolti da un vortice di emozioni, un
senso di inadeguatezza, di angoscia, di dolore.
In fondo, molto spesso si è soliti pensare che queste difficoltà debbano succedere sempre agli altri.

                                                      

 

La fase della diagnosi e l’inquietudine dei genitori

La mente dei genitori si riempie di pensieri quali “Come sarà il futuro del mio bambino? Sarà accettato dalla società?”, finendo molto spesso per mettersi in discussione e chiedersi dove abbiano sbagliato.
Un genitore, di fronte ad una possibilità di diagnosi del proprio figlio, può sperimentare due fasi.
In primo luogo, emerge una reazione di shock, di impotenza e di estrema confusione che impedisce ai genitori di comprendere cosa stia davvero accedendo.
“Non sapevo davvero cosa fare, facevo fatica a comprendere ciò che provavo” è una tra le frasi più comuni riportate da coloro che vivono questa situazione.
Questa prima fase può portare i genitori alla negazione del problema. Si può infatti ricorrere a diversi consulti specialistici al fine di ricercarne almeno uno che possa disconfermare la diagnosi fatta al figlio.
Ogni reazione del genitore, però, deve essere accettata e compresa poiché ogni persona fa riferimento alla propria esperienza passata e alle proprie risorse per affrontare le difficoltà e i momenti di sofferenza.
Per questo motivo si rende necessario supportarli nel faticoso percorso di accettazione della diagnosi, conducendoli verso un adattamento alla realtà. In questo modo, i genitori riusciranno a soffermarsi non più solo sui limiti legati alla difficoltà, ma anche sulle risorse e le potenzialità del piccolo.

                                                      

L’importanza del supporto psicologico nel percorso di accettazione

Questo supporto consentirà ai genitori di vivere questo momento non come un punto di arrivo, bensì come un punto di partenza per la totale comprensione del piccolo.
E’ necessario comprendere che, sebbene il bambino abbia una diagnosi che lo accomuna ad altri bambini, essa, da sola, non definirà mai univocamente il bambino. Di conseguenza, è fondamentale accogliere il bambino per ciò che è, per il suo modo di vivere il mondo e di interagire con esso.
Dobbiamo ricordarci che la diagnosi non dice nulla né sul bambino, né sui suoi genitori.
Forse, ad oggi, ciò che spaventa di più i genitori non è tanto la difficoltà del bambino in sé, quanto la diagnosi, la paura di essere stigmatizzati, ghettizzati, considerati diversi dagli altri.
Per aiutare i genitori in questo momento di elaborazione sono disponibili dei percorsi psicoeducativi per accettare ciò che sta accadendo e per fornire un supporto concreto nella relazione con il figlio.
Le diagnosi, infatti, non devono costituire delle etichette che stigmatizzano il bambino e i genitori, bensì vanno considerate come dei “grandi contenitori che vanno riempiti con le caratteristiche specifiche ed individuali del bambino”.

Francesca Natoli
Psicologa, specializzata in psicodiagnosi e in psicopatologia dell’apprendimento. Referente centro specializzato “ReTrentatrè”, Rimini.

Cellulare: 3929281321

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Nicole Zavoli
Laureanda in Psicologia presso l’Università di Bologna. Volontaria presso il centro Specializzato “ReTrentatrè”, tirocinante presso il “Centro di Neuropsicologia Riminese”.
Cellulare: 3209551581
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DAD: Tra difficoltà e punti di vista

Cosa ha comportato questa nuova modalità di fare scuola? Cosa succede quando oltre alle difficoltà legate a questa modalità si associa una diagnosi di un bambino?
Intervenire ed alzare la mano, di fronte ad una classe ed un insegnante, è da sempre un atto di coraggio per ogni studente, celante ogni volta un’implicita paura di sbagliare, di essere giudicato o criticato. Quanto è diventato tutto ciò ancora più difficile nella didattica a distanza?
In questa nuova modalità di fare lezioni, imposta dalla pandemia che stiamo vivendo, i giovani studenti riportano molte più difficoltà nell’azione di prendere parola, all’interno dell’aula virtuale.

                                                

La “fatica” della Didattica a Distanza

Per prendere parola, infatti, non basta più alzare la mano e attendere in silenzio, aspettando che l’insegnante si accorga dello studente.

Gli alunni devono accendere il microfono e chiedere di poter intervenire, un’azione che cela, in realtà, dubbi e timori: “E se il microfono non funziona bene e nessuno mi sente, dovrò ripetere di nuovo tutto quello che ho detto? Quando inizio a parlare la mia faccia comparirà nello schermo di tutti i miei compagni, ne vale la pena? Se la connessione salta, che cosa penseranno gli altri?” Questi sono solo alcune delle migliaia di perplessità che possono portare lo studente a pensare che, forse, è meglio non intervenire.
Inoltre, anche il semplice vedere continuamente la propria immagine nella schermata dell’aula virtuale rappresenta un elemento non indifferente, il quale contribuisce ad incrementare la distraibilità degli studenti.
Quindi, è facile comprendere che viene a mancare tutta la spontaneità e la naturalezza, che caratterizzava l’interazione sociale prima dell’avvento del Covid-19.
Un altro aspetto cruciale che dovrebbe essere considerato è la difficoltà degli insegnanti ad attuare anche valutazioni, costantemente pressati dall’eventualità che gli studenti possano copiare ed imbrogliare. Tutto ciò, inoltre, conduce a provvedimenti più severi, emblematico è il caso della ragazza di Padova, costretta a bendarsi durante l’interrogazione.
“Mi sono sentita a disagio, come se mi stessero accusando di imbrogliare”, riporta la ragazza (Ferro, 2021).
Gli adolescenti, privati già della libertà in un periodo in cui l’interazione sociale è tutto, riportano un incremento significativo di stati di disagio emotivo, difficoltà a dormire, a rimanere concentrati; sintomi riconducibili all’ansia (Benfenati, 2021).

                                                                                         

Didattica a Distanza: la difficoltà di cogliere e valorizzare l’unicità di ogni alunno

Se tutte queste difficoltà e criticità si manifestano in ogni studente che sta vivendo la didattica a distanza, immaginiamo quanto tutto ciò possa essere ancora più frustrante per un bambino con difficoltà diagnosticate
Le già presenti difficoltà, per questi bambini, nella didattica a distanza diventano muri sempre più difficili da superare.
Pensiamo, ad esempio, ad un bambino con diagnosi di dislessia e alla sua difficoltà di leggere e seguire un testo proiettato sullo schermo o al suo disagio nel riuscire a comprendere quanto dice l’insegnante e, al tempo stesso, prendere appunti.
Un ulteriore esempio potrebbe essere quello di bambini con diagnosi di discalculia che faticano enormemente a seguire procedimenti rapidi matematici proiettati sullo schermo o all’immensa difficoltà per un bambino con diagnosi di ADHD (Deficit dell’Attenzione con iper-attività) di rimanere concentrato, in un ambiente, di per sé, distraente com’è la propria casa.
Tutti questi aspetti, purtroppo, portano il bambino a percepirsi come inadeguato, inferiore agli altri, non compreso. Di conseguenza, le già presenti difficoltà, unite a quelle nuove legate alla nuova modalità di didattica, portano ad istaurare un comportamento difensivo nel bambino.
Di fronte a tutti questi elementi di grande frustrazione, il piccolo sarà portato sempre meno ad interagire e potrebbe mostrare anche la volontà di non mostrarsi, attraverso la videocamera, agli altri. Questa condotta di evitamento, però, in realtà nasconde un grande bisogno di comprensione.
In conclusione, sicuramente la Didattica a distanza rappresenta una difficoltà significativa per chiunque, causando importanti ripercussioni dal punto di vista fisico e psicologico, per questo motivo, è necessario valutare il disagio emotivo eventualmente riportato dal ragazzo.
A maggior ragione, bisogna prestare attenzione a tutti i campanelli di allarme nel momento in cui si relazione con un ragazzo con difficoltà comprovate.
Dobbiamo infatti ricordarci che, anche nella didattica a distanza, come riporta la favola pedagogica del ReTrentatrè: “Per trattare tutti allo stesso modo bisogna, prima di tutto, riconoscere che ciascuno è diverso dagli altri. La giustizia non è dare a tutti la stessa cosa, ma dare a ciascuno il suo”.

Autrici:

Francesca Natoli
Psicologa, specializzata in psicodiagnosi e in psicopatologia dell’apprendimento. Referente centro specializzato “ReTrentatrè”, Rimini.

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Nicole Zavoli
Laureanda in Psicologia presso l’Università di Bologna. Operatrice presso il centro Specializzato “ReTrentatrè”, tirocinante presso il “Centro di Neuropsicologia Riminese”.

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