Internet offre agli psicoterapeuti un mezzo di comunicazione straordinario e innovativo attraverso il quale fornire interventi psicologici e psicoterapici mirati. Tuttavia la psicoterapia online offre anche nuove sfide etiche per gli psicologi interessati a fornire percorsi psicologici online. Ci sono ovviamente delle differenze nella gestione del setting tra psicoterapia in studio e psicoterapia online. Così come alcune differenze si possono riscontrare tra la comunicazione basata sul testo (mail interattive, chat, ecc.) oppure tramite Skype e la comunicazione verbale di persona.
Tutto ciò rappresenta un’importante sfida sia dal punto di vista etico che dal punto di vista metodologico per il futuro della professione dello psicologo online.

                                           

 

Il ruolo del testo scritto in psicoterapia: il supporto di emoticon ed emoji

In questo articolo ci concentreremo principalmente sul ruolo della comunicazione testuale (mail interattive, mail di supporto, chat) nei servizi di consulenza e counseling online.
La comunicazione interattiva basata su testo implica inevitabilmente la perdita di segnali non verbali che forniscono preziose informazioni contestuali nella conversazione e possono influenzare l'interpretazione del significato nel colloquio psicologico. Pertanto, le incomprensioni e i fraintendimenti possono essere più probabili con le comunicazioni interattive via chat o email. La perdita di segnali sociali fisici può anche aumentare la tendenza del paziente a proiettare materiale psicologico personale sul vuoto della comunicazione data dai tempi di attesa di risposta nello scambio di chat o e-mail. Questa tendenza accresciuta verso la proiezione di materiale personale nella comunicazione testuale può essere utile in alcune forme di interventi psicoterapici e può offrire vantaggi distinti rispetto alla comunicazione di persona. Dall’altro lato, con altri tipi di pazienti, può rappresentare un potenziale rischio a livello di comunicazione. Può esserci un maggior rischio di “misunderstanding” e fraintendimenti.
All’assenza del linguaggio del corpo nella comunicazione tra psicologo online e paziente in chat e e-mail (aspetto fondamentale nell’ambito di un percorso psicologico) possono venire in aiuto le famose emoji, ormai diventate elemento portante del linguaggio testuale e delle comunicazioni tramite chat.

                                                   

 

Chat e e-mail nel setting di un percorso psicologico

Le emoji sono delle immagini utilizzate per sostituire le parole che rappresentano con esattezza il significato dei vocaboli. Esse sono un’evoluzione delle emoticon.
L’emoticon è invece una rappresentazione grafica che è il frutto di soli elementi di testo, per esempio punti, virgole, due punti, punto e virgole e qualsiasi altro elemento dell’alfabeto. Anche esse ovviamente rimandano a stati d’animo come le emoji ma sono meno efficaci rispetto a queste ultime. Attraverso l’integrazione delle emoji la comunicazione può risultare più efficace e possono passare anche in maniera altrettanto efficace emozioni e vissuti.
Ovviamente NON può essere impostata una psicoterapia online esclusivamente tramite chat o e-mail. Questi strumenti possono rappresentare tuttavia una preziosa integrazione.
Chat e e-mail risultano dei preziosi strumenti di integrazione per la psicoterapia online ma anche per la classica psicoterapia in studio. Essi consentono al paziente di continuare il processo terapeutico tra una sessione e l’altra. Per esempio, lo psicologo e lo psicologo online possono proporre determinati compiti di scrittura al cliente, quali diari, considerazioni e riflessioni scritte, disegni, ecc. che possono essere inviati via e-mail o via chat al terapeuta tra una seduta e l’altra. Le questioni sollevate via chat o via e-mail possono poi essere affrontate durante la seduta successiva.. Alcune persone potrebbero sentirsi più a loro agio nel rivelare specifici contenuti tramite tali modalità di comunicazione online. Alcuni pazienti potrebbero utilizzare la comunicazione via chat o e-mail per trattare questioni molto delicate, come esperienze passate di abuso, inizialmente di difficile gestione nelle sedute psicoterapeutiche “vis à vis”. Ovviamente ogni paziente fa “storia a sé” e questo tipo di strumento di comunicazione va valutato accuratamente a seconda della situazione che ci si trova di fronte. Le modalità di utilizzo di chat e e-mail nei percorsi di psicoterapia e psicoterapia online andranno poi concordate in maniera chiara e precisa tra psicologo e paziente e inserite in un preciso contesto di setting psicologico.

                                              

 

Tutti noi, appena nati, sviluppiamo un legame speciale e fortissimo con i nostri genitori che ci consente di sopravvivere e crescere. Questo fenomeno, di vitale importanza per ogni essere umano, prende il nome di attaccamento. È un fenomeno che lo psicologo e lo psicologo online devono avere ben presente per comprendere appieno il paziente.
L’attaccamento può considerarsi quel legame che si vien a creare tra il bambino e colui che se ne prende cura.
La teoria dell’attaccamento sostiene che l’uomo abbia una predisposizione innata a cercare protezione e vicinanza da una figura di riferimento nelle condizioni di pericolo, sofferenza, difficoltà o solitudine. Questa teoria presenta dei solidi fondamenti di natura etologica: gli animali in grado di chiedere supporto e protezione hanno maggiori probabilità di procurarsi cibo e di non essere catturati dai predatori rispetto agli animali che invece non possiedono questa peculiarità. Il fenomeno dell’attaccamento è pertanto fondamentale per la sopravvivenza fisica nell’ambiente circostante. Vale anche per la sopravvivenza psichica?

                                

Attaccamento e sopravvivenza

Ovviamente l’attaccamento è di importanza fondamentale anche per la sopravvivenza psichica, così come per l’evoluzione psichica: a seconda della qualità e del tipo di attaccamento che si sviluppa tra bambino e genitore, si strutturerà uno specifico tipo di personalità e di funzionamento mentale.Nel mondo animale il meccanismo dell’attaccamento ha una connotazione squisitamente istintuale: il legame che si crea tra madre e cucciolo viene ritenuto il frutto di un articolato sistema di comportamenti a base innata.
L’attaccamento può essere considerato una sorta di “sistema”: un sistema di controllo che si fonda sull’elaborazione delle informazioni e che mette in atto specifici comportamenti finalizzati alla sopravvivenza.
I comportamenti di attaccamento sono funzionali all’ottenimento di vicinanza e cura da parte del caregiver: essi si attivano in specifiche situazioni (quelle che richiedono appunto sostegno e accudimento) e smettono di funzionare nel momento in cui si vengono a creare altre situazioni: per esempio, quando il piccolo crescerà, non saranno più necessari i comportamenti di attaccamento per richiedere supporto ai più grandi ma si attiveranno altri meccanismi innati, funzionali alle nuove tappe di sviluppo e di crescita.
Tramite i comportamenti dell’attaccamento si viene a creare una vera e propria regolazione delle distanze dalla figura di attaccamento (la mamma solitamente) in rapporto a quanto è pericoloso l’ambiente circostante: più sarà minaccioso l’ambiente esterno, più gli schemi di attaccamento si attiveranno; meno sarà pericoloso l’ambiente circostante, meno intensi saranno i meccanismi di attaccamento.

                                                   

 

 Caratteristiche dell’attaccamento

Abbiamo potuto vedere come gli schemi comportamentali dell’attaccamento siano a base innata, cioè siano pre-programmati: essi vengono messi in atto in maniera istintiva dal cucciolo, così come dal bambino piccolo.
Nell’ambito umano essi appaiono e iniziano a consolidarsi già a partire dai primi mesi di vita e si organizzano intorno ad una specifica figura di riferimento nel corso della seconda metà del primo anno di vita del bambino.
Abbiamo diversi tipi di comportamento di attaccamento:
- i comportamenti distali: come il piangere e il seguire la figura di riferimento;
- i comportamenti prossimali: sono quei comportamenti volti ad assicurare al bambino la vicinanza e il contatto fisico con la mamma, quali il sorridere, il succhiare, l’aggrapparsi. Sono pertanto questi comportamenti che garantiscono (o meglio, dovrebbero garantire) la sicurezza data dall’essere protetti. Tali movimenti assumeranno caratteristiche differenti a seconda della disponibilità da parte della madre di rispondere in maniera soddisfacente ai bisogni di protezione del bambino piccolo. Ed è qui che si gioca una buona dose della crescita psicologica adeguata dell’individuo oppure della sua psicopatologia, qualora nel periodo dell’attaccamento qualcosa sia andato storto.
La risposta di accudimento del genitore può infatti variare a seconda delle caratteristiche di personalità che il genitore stesso ha sviluppato nel suo percorso di crescita. Tale risposta, influenzerà poi lo stile di attaccamento che il piccolo manifesterà col tempo.
Lo psicologo e lo psicologo online devono sviluppare una sottile sensibilità alla tematica dell’attaccamento e ai vari stili di attaccamento che si possono instaurare tra bambino e genitore.
Nel prossimo articolo affronteremo il delicato tema degli stili di attaccamento, aspetti decisivi nell’evoluzione psichica del bambino.

                                                        

 

Ci sono condizioni depressive talmente dolorose che portano l’individuo ad avvertire la vita come qualcosa di straziante e insostenibile, talmente insostenibile da desiderare di liberarsene con un gesto estremo e dall’impatto emotivo tremendo: il suicidio.
Il suicidio è un fenomeno che sconvolge quando viene messo in atto da qualcuno a noi caro o che si conosce soltanto di vista. L’idea di togliersi la vita è un qualcosa che disturba e che può suscitare le più disparate reazioni: tristezza, incredulità, disorientamento ma anche rabbia, disappunto e disapprovazione. Questo perché inevitabilmente un gesto di questa portata scuote la coscienza di chiunque e spesso genera un senso di impotenza e paura.

                                                                               

Fattori che predispongono al suicidio e peculiarità del fenomeno

È importante sapere che nei paesi più industrializzati il suicidio è tra le dieci cause di morte più frequenti. È un fenomeno molto raro nel periodo dell’infanzia, esso aumenta come incidenza col passare del tempo e presenta una frequenza doppia negli uomini rispetto alle donne.
Un elemento che contribuisce alla messa in atto del suicidio è senza dubbio la solitudine e l’isolamento sociale. È stata riscontrata a tal proposito una maggiore incidenza nelle metropoli e tra soggetti che vivono da soli rispetto alle persone coniugate. È stato inoltre rilevato un maggior tasso di suicidio tra le classi sociali più abbienti rispetto a quelle più povere.
Le modalità di suicidio più frequenti sono tramite il dosaggio spropositato di farmaci e l’avvelenamento da gas. Risultano un po’ più rare le modalità violente.
Svariate patologie psichiatriche possono portare al tragico epilogo del suicidio. Ciò nonostante, tale fenomeno è principalmente legato ai disturbi dell’umore e, nello specifico, agli episodi depressivi maggiori.
I fattori determinanti il suicidio possono essere sia di natura biologica (una predisposizione a sviluppare gravi disturbi depressivi che possono sfociare nel gesto estremo) sia di natura psicologica.
È importante tenere in considerazione questo aspetto: la psicoterapia in questi casi è molto importante ma quasi sempre non è sufficiente. È fondamentale associare alla psicoterapia un’adeguata farmacoterapia antidepressiva e un efficace supporto di rete che coinvolga anche i familiari.

                              

Cosa si cela spesso dietro il suicidio?

Ovviamente (e per fortuna) non tutti i soggetti che soffrono di gravi disturbi depressivi giungono al suicidio. L’elemento chiave della psicodinamica del suicidio è quello dell’aggressività: è necessaria un’elevata dose di aggressività e impulsività per porre fine alla propria esistenza. Insomma, per quanto insensato possa sembrare, è un gesto che richiede un certo coraggio ed una certa quota di disinibizione.
Freud sosteneva che l’Io di una persona può arrivare ad autoeliminarsi soltanto nel momento in cui riesce a considerare se stesso come un oggetto. In questo contesto, gli impulsi omicidi e l’aggressività verso figure del passato o del presente interiorizzate vengono spostate. E come si concretizza questo spostamento? Dirigendo questi impulsi omicidi verso di sé.
Dietro la dinamica del suicidio, tuttavia, può nascondersi anche una sorta di gratificazione di un desiderio di ricongiungersi con una figura amata del passato che non tornerà più, oppure con una fase importante della propria vita che ha significato molto per la persona e che purtroppo non si ripresenterà mai più. Spesso i pazienti suicidi manifestano vissuti di profonda dipendenza verso figure significative del passato. A livello più profondo, il suicidio può spesso essere considerato un desiderio regressivo di ricongiungimento con la figura materna perduta.
La perdita è pertanto un elemento cardine nella psicologia del suicidio, aspetto che purtroppo non viene adeguatamente elaborato fino a diventare aspetto dominante della vita mentale del paziente, tanto da saturarla completamente privandola di ogni significato.
Nel prossimo lavoro sull’argomento, affronteremo i fattori predittivi del suicidio, l’evoluzione del progetto mentale di tale gesto e gli approcci terapeutici con pazienti che presentano ideazioni suicidarie.

                                             

 

 

Con questo articolo riprendiamo il complesso tema del disturbo borderline di personalità, un disagio psichico alquanto articolato e con innumerevoli sfaccettature.
Come già accennato nel precedente lavoro (https://www.psicologo-online24.it/blog/la-terra-di-mezzo-della-sofferenza-psichica-il-disturbo-borderline-di-personalita), il disturbo borderline di personalità presenta molteplici caratteristiche tra cui tuttavia spiccano l’instabilità e l’ambivalenza, elementi che, come abbiamo potuto vedere, incidono in maniera considerevole nel modo di vivere l’esperienza di se stessi e il modo di rapportarsi agli altri. Non è un caso che le persone con disturbo borderline di personalità presentino notevoli difficoltà nelle relazioni sociali. Oggi andremo ad approfondire altri aspetti caratteristici di questo disturbo che ci permettono di avere un quadro clinico ancora più chiaro.

                   

 

Caratteristiche del funzionamento borderline

Come evidenziato dal Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali, il disturbo borderline di personalità può essere considerato un quadro pervasivo di instabilità.
L’instabilità è l’elemento cardine del disturbo borderline e va ad incidere in tre aree della vita dell’individuo: l’umore, l’immagine di sé e le relazioni interpersonali.
Nello specifico, questa marcata instabilità emotiva va ad incidere nel rapporto con gli altri e con le figure di riferimento: i rapporti sono spesso complicati, carichi di tensione, fluttuanti. Si passa dall’idealizzare l’altro in maniera incondizionata a svalutarlo a seguito di un’insignificante incomprensione. Come conseguenza di tale approccio relazionale, i vissuti di vuoto, solitudine e depressione sono molto frequenti e prolungati nel tempo. Nelle fasi di maggior tensione, il soggetto borderline prova sentimenti molto più “caldi” e intensi rispetto a quelli appena citati, come rabbia, scoppi di ira, con conseguenti sfuriate immotivate. La rabbia e la profonda difficoltà nel controllo degli impulsi sono altri due elementi chiave del funzionamento borderline che molte volte portano l’individuo ad abbandonarsi ad abuso di sostanze, a condotte aggressive o illegali, a condotte sessuali promiscue e nei casi più gravi a gesti suicidari. In altre situazioni si assiste principalmente a gesti autolesivi che consistono nel procurarsi tagli, graffi o ferite.

                                               

Sintomi e criteri diagnostici

Le aree precedentemente citate, ossia l’umore, l’immagine di sé e le relazioni interpersonali, richiederanno delle trattazioni a parte, poiché i contenuti da approfondire a tal proposito sono davvero numerosi: questo rende l’idea della complessità del disturbo nelle sue varie sfaccettature e nei suoi molteplici livelli di gravità.
In generale, per iniziare a inquadrare la problematica da un punto di vista squisitamente descrittivo, il disturbo borderline di personalità presenta una serie di elementi caratteristici.
Innanzitutto, il soggetto borderline si ritrova spesso a dover mettere in atto dei tentativi disperati per evitare l’abbandono, reale o immaginario che sia: il timore dell’abbandono è un elemento cardine nella psicologia borderline.
Troviamo poi una rete di relazioni molto instabili, contraddistinte da fenomeni di idealizzazione e svalutazione primitiva: la stessa persona che fino ad poco tempo prima era considerata un “Dio”, subito dopo viene considerata come “la peggiore delle persone”.
Si ravvisa spesso un’alterazione della propria identità e una profonda instabilità nella percezione di se stessi, oltre che una marcata impulsività.
Come già accennato, sono sovente presenti gesti/minacce suicidarie oppure atteggiamenti autolesionistici.
L’instabilità si manifesta in maniera intensa nell’ambito degli affetti: sono molto presenti episodi di forte irritabilità, ansia e umore depresso, così come rabbia e un pervasivo senso di vuoto.
Nei casi più gravi possiamo riscontrare anche un funzionamento paranoide, dove l’ambiente esterno e le persone intorno a sé possono essere percepite come una minaccia.
Sono molteplici i sintomi caratteristici del disturbo borderline di personalità: ovviamente non devono essere presenti tutti per porre diagnosi di questo disturbo. La combinazione e l’intensità dei vari sintomi sopraccitati ci dà la misura della tipologia e della gravità del disturbo e permette allo psicologo e allo psicologo online di valutare il trattamento psicoterapeutico più indicato.

                                                   

 

 

 

I disturbi dell’alimentazione sono ormai considerati i disturbi dei nostri tempi. Questo, ahimé, è abbastanza comprensibile alla luce della cultura della nostra epoca dove i mass-media offrono in maniera continuativa e ripetitiva (quasi ossessiva) immagini di donne magre e “di successo”. I disturbi dell’alimentazione sono presenti nei paesi occidentali, ricchi e industrializzati dove vi sono risorse e cibo in abbondanza e dove la magrezza viene considerata come l’unico canone di bellezza. Nei paesi dove la magrezza non viene considerata una particolare qualità, l’anoressia nervosa è pressoché inesistente. Andiamo ad approfondire meglio caratteristiche e cause di un disturbo che si sta diffondendo sempre di più e che risente molto degli stereotipi culturali dei nostri tempi.

                              

Caratteristiche di anoressia e bulimia

Un dato su cui riflettere è il seguente: l’incidenza dell’anoressia è praticamente raddoppiata a partire dagli anni ’60, periodo in cui si è riscontrato un “boom economico” in molti paesi occidentali. Questo dato ci fa capire come i disturbi dell’alimentazione siano diventati una “soluzione psichica” sempre più adottata a fronte di sollecitazioni familiari, emotive ed ambientali.
I disturbi dell’alimentazione si possono suddividere in tre categorie: anoressia nervosa, bulimia nervosa e obesità.
L’anoressia consiste in un rifiuto nel mantenimento del proprio peso corporeo al di sopra del peso minimo ritenuto adeguato per l’età. Tale disturbo si concretizza in una ricerca ossessiva della magrezza collegata intrinsecamente al terrore di ingrassare, nonostante si sia sottopeso in maniera evidente. Nell’anoressia nervosa si assiste inoltre ad un’inquietante alterazione della percezione del proprio corpo e del modo di vivere il proprio peso e la forma del corpo.
La bulimia nervosa consiste invece in ricorrenti abbuffate dove si verificano due particolari fenomeni: innanzitutto, il soggetto introduce in uno specifico lasso di tempo una quantità spropositata di cibo. In secondo luogo, la persona bulimica avverte la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione mentre si abbuffa, tant’è che spesso si fa fatica a controllare non solo quanto si mangia ma anche cosa si mangia. Molto spesso queste abbuffate sono seguite dalle cosiddette “condotte compensatorie”, ossia vomito autoindotto, digiuno, un eccessivo ricorrere ad esercizi fisici, abuso di lassativi, ecc. Ovviamente, l’obiettivo di queste condotte compensatorie è quello di evitare l’aumento del peso. Appare quindi evidente come anoressia e bulimia nervosa procedano spesso di pari passo.

         

 

Origini e cause dell’anoressia nervosa: una prima disamina

I disturbi dell’alimentazione presentano una notevole complessità per quel che riguarda l’origine e l’insorgenza. L’elemento più evidente è dato dalla preoccupazione per il cibo. Tuttavia questa preoccupazione è soltanto la “punta dell’iceberg” di un disagio più profondo legato all’immagine di sé e alle dinamiche familiari del passato. La persona con anoressia nervosa matura l’incrollabile convinzione di essere impotente e inadeguata. Molto spesso il disturbo anoressico si sviluppa in ragazze che in passato si sono sempre comportate da “brave bambine” e hanno speso tutta la loro infanzia ad assecondare i genitori e a non deluderli. Con l’arrivo dell’adolescenza queste “brave bambine” diventano oppositive, provocatorie e inflessibili. Il corpo viene vissuto dalle pazienti anoressiche come qualcosa di distinto dal proprio Sé, come un qualcosa che appartiene ai genitori. Questo porta pertanto ad una totale mancanza di autonomia e indipendenza. Queste persone si sentono di conseguenza impotenti e inutili, in quanto devono essere perfette agli occhi dei genitori e si sentono nella condizione di dover rendere conto sempre a loro. Ecco che quindi, in un contesto del genere, il disturbo anoressico diventa un maldestro tentativo di cura di sé: se il corpo viene vissuto come qualcosa che appartiene ai propri genitori (così come altre parti fragili del proprio sé), il controllo del proprio corpo e nello specifico del proprio peso corporeo costituisce un modo per affermare la propria individualità e autonomia rispetto ai genitori, oltre che una forma di autorealizzazione e di senso di potere sulla propria vita.
Le pazienti anoressiche, pertanto, convertono il loro disagio psicologico in forme malsane di controllo e alterazione della quantità del cibo assunto.
Nei prossimi articoli affronteremo le dinamiche familiari e le implicazioni terapeutiche di questo delicatissimo disturbo psichico.